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ARCHIVIO - Essai 2002Giovedì d’essai al Cinema Sarti L'imbalsamatore Regia: Matteo Garrone Italia 2002 Durata: 101' Cast: Peppino: Ernesto Mahieux, Diego: Valerio Foglia Manzillo, Deborah: Elisabetta Rocchetti, Pietro Biondi, Lina Bernardi. Da Psycho in poi, l’arte dell’imbalsamazione (che era l’hobby preferito del protagonista del film di Hitchcock) sembra portare fortuna ai film, visto che quello di Matteo Garrone (L’imbalsamatore) presentato con vivace successo a Cannes alla Quinzaine des Realizateurs, non si limita a confermare le qualità d’occhio e indagine dei precedenti film del regista italiano (come Terra dimezzo e Estate romana), ma libera sensazioni dense e allusive intorno ad un intreccio di attraente invenzione. Lontanamente ispirato ad un fatto di cronaca (a Roma, qualche anno fa, un giovane uccise un nano sostenendo di essere stato da questo plagiato), è un film da non perdere per chiunque creda ancora che in Italia si possano fare film, non solo fiction con attori e sceneggiature imbalsamati. Giovedì 7 novembre 2002 Quasi niente Regia: Sébastien Lifshitz Belgio-Francia 2000 Titolo originale PRESQUE RIEN Durata: 100 - Vietato 18 Cast: Jeremie Elkaim: Mathieu, Stephane Rideau: Cedric, Dominique Reymond : Madre Di Mathieu, Marie Matheron: Annick, LaetitiaLegrix: Sarah Dalle note di regia: "Io non ho alcun pudore nei confronti della sessualità. Ho un rapporto ludico e libero con il sesso. In questo film ho voluto mostrarne la scoperta in maniera allegra. Vedere due persone che fanno l'amore su una duna è molto bello, che siano un uomo e una donna o due uomini è la stessa cosa. Per me si tratta di due persone che provano desiderio l'una per l'altra e che lo vivono in tutta libertà." "Sospesa in tre tempi storici, il prima, il durante e il dopo, la commedia sentimentale esplora l'universo delle contraddizioni della carne e dello spirito, con una partecipazione sincera e mai morbosa. Ma sono i fardelli psicologici i più pesanti, il complesso della madre malata, il distacco dall'adolescenza: nessuno scoop, ma un racconto di affetti tenuto bene, in bilico tra le contraddizioni e le incertezze del primo amore, lasciando largo spazio a tutto l'universo affettivo muto e inespresso, negli occhi di due ragazzi molto bravi, Stéphan Rideau e Jérémie Elkaim, il timido Mathieu che ci impresta i suoi occhi ingenui per scoprire quei pasticciaccio di voler bene". (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 20 luglio 2002). "'Quasi niente' dice di adolescenti e di pulsioni non soltanto d'amore - con una capacità rarissima per il non detto, la sottrazione, la descrizione di uno stato d'animo con uno sguardo, un campo lungo, un'ellissi. E costruisce intorno a due personaggi straordinari un mondo di slanci e "abnegazioni" che sorprende per lucidità e sincerità. Un melodramma che riesce a entrare nelle pieghe ustionanti e rischiosissime del male di vivere, senza un solo cedimento; che manovra stereotipi gay come pochi oggi sanno fare; che non scappa di fronte al sesso, al dolore lancinante e spesso inspiegabile; e che si chiude con uno scarto grigio e di solitudine che strizza il cuore. Interpreti bravissimi. Peccato davvero per l'uscita da solleone". (Pier Maria Bocchi, 'Film Tv', 24 luglio 2002). "Uno degli aspetti più riusciti del film è il modo convincente di raccontare l'amore e il sesso, senza i convenzionali pudori del cinema serio ma anche senza adrenaliniche intenzioni di scioccare. I due ragazzi che si innamorano l'uno dell'altro non stanno facendo niente di estremo né trasgressivo. Si amano e basta, e quindi fanno anche l'amore fra le dune con la massima semplicità." (Gianni Rossi Barilli, 'Il Manifesto', 19 luglio 2002).
Giovedì 24 ottobre 2002 Ecco una smentita per chiunque pensi che il cinema più lontano dalle nostre coordinate mentali (in questo caso la cinematografia Indiana) sia noioso, soporifero e estremamente difficile da digerire. Guardando Lagaan coloro che la pensano in questo modo dovranno ricredersi.
Giovedì 14 novembre 2002 "El Bola", la biglia, è il soprannome con il quale viene chiamato il piccolo Pablo, dodici anni, che gli deriva dalla sfera di metallo che porta sempre con sé. Il film non lo dice esplicitamente ma, facendo ruotare quella biglia, Pablo sfoga la sua frustrazione nei confronti delle violenze che subisce quotidianamente dal padre, un uomo gretto e severo che si nasconde dietro un velo di normalità e rispettabilità e che non perde occasione di denigrare Pablo raffrontandolo con un altro figlio, morto tragicamente dieci anni prima. Nei momenti liberi dalla scuola e dal lavoro nella ferramenta del genitore, Pablo corre alla ferrovia dove sfida i suoi compagni a gettarsi da una parte all'altra di una rotaia, pochi istanti prima del passaggio del treno. Egli cambierà abitudini solo cominciando a frequentare Alfredo, un coetaneo appena arrivato nella sua classe, con il quale inizia una solida amicizia che presto si allargherà anche al padre di lui, un artista del tatuaggio e agli amici di questi, un musicista e la sua compagna assistente sociale. Saranno loro ad accorgersi dei problemi familiari di Pablo e a porsi il problema di come aiutare il ragazzino senza traumatizzarlo ulteriormente. Finché Pablo, che per la prima volta viene trattato come un essere umano, non troverà il coraggio di denunciare la sua condizione. El Bola, opera prima del regista spagnolo Achero Mañas, vincitore di vari riconoscimenti tra i quali quattro premi Goya, è un bel film, semplice e lineare, che esprime una denuncia senza mezzi termini ma anche senza eccedere in drammaticità, se non dove necessario. Particolarmente indovinato è il contrasto tra i due ambienti familiari rappresentati: quello di Pablo cupo e dominato da una figura paterna schiacciante e minacciosa e quello di Alfredo, solare e pieno di umanità, nonostante la professione e gli atteggiamenti anticonvenzionali del padre. L'ignoranza e cattiveria del padre di Pablo, tuttavia, è relegata al solo ambiente domestico, trattandosi di un commerciante rispettato e insospettabile di raptus violenti (spesso del tutto ingiustificati) e ciò rafforza il carattere esemplare del film che si fa carico di un problema del quale è molto difficile stabilire l'effettiva portata, finché occultato dall'omertà e dalla paura. Ma El Bola è anche la storia di una tenera amicizia tra adolescenti, cui prestano i volti due ragazzini molto bravi (Juan José Ballesta e Pablo Galán): i loro duetti, spesso laconici ma sempre carichi di espressività, sono un valore aggiunto al film. (Alberto M. Castagna)
Giovedì 21 novembre 2002 A ormai vent'anni dai primi film che lo avevano imposto nei festival occidentali come uno dei maggiori esponenti della nouvelle vague cinese area Taiwan (ma ogni volta che si parla di lui bisogna ricordare che neanche il Leone d'oro a Venezia per Città dolente è riuscito a far uscire un suo film in Italia) Hou Hsiao Hsien continua a girare attorno o meglio vicino ai suoi soliti temi: la vita dei giovani e la piccola o grande delinquenza e violenza in cui spesso il bisogno di libertà li fa cadere. In Millennium Mambo la protagonista è una graziosa ragazza giunta in città dalla campagna e che si è subito fatta il suo giro di amici, fra bar e disco pub. Ed è andata poi a vivere con un ragazzo che fa il disk jockey mentre lei, dice pudicamente il press-book, "si occupa delle relazioni pubbliche di un locale notturno". Ma non è il suo lavoro che preoccupa il suo giovane compagno quanto le telefonate troppo lunghe che lei fa e gli scontrini degli acquisti, che egli le controlla ossessivamente. Insomma il giovane, non certo bacchettone almeno a giudicare dal variegato uso di polverine che pratica e dalla sua facilità alle risse, è geloso come un vecchio marito tradizionalista. Lei diventa nervosa, fuma di continuo (nel corso del film si accenderà forse cento sigarette, e speriamo per i polmoni dell'attrice che Hou sia un regista che non fa molti ciak) e alla fine va ad abitare, castamente, da un altro uomo, che purtroppo ha anche lui qualche guaio con la legge. Tutto ciò è narrato con la precisione ed eleganza quasi calligrafica che Hou ha nel corso degli anni acquisito, quasi sempre attraverso piani molto ravvicinati, girati con pochissima luce e dunque con sfondi che restano sfumati e vibranti, in scene quasi sempre notturne che si illuminano di tutti i colori del buio. Ma il film resterebbe una delicata cronaca di amori e sofferenze giovanili se non fosse immerso in un suo tempo particolare a cui solo parzialmente il titolo fa riferimento. Siamo nel 2001, cioè nel primo anno del nuovo millennio, ma la storia è raccontata in voice off e in terza persona da una donna che ricorda gli avvenimenti dieci anni dopo. Intrecciando e confondendo un po', come è normale dopo dieci anni, i tempi e le circostanze, descrivendo episodi che le immagini a volte ribadiscono e a volte presentano in maniera un po' diversa, e sospendendo tutto il film in una atmosfera sottile e trasognata. Perché è una voce che viene da lontano, da un piccolo paese di provincia immerso nella neve, dove quella ragazza bruciata troppo presto dalla città è andata a forse a rifugiarsi. (Alberto Farassino)
Giovedì 28 novembre 2002 Trama: Nel 1922 tre poliziotti a cavallo guidati da un aborigeno, inseguono un fuggitivo nell'outback australiano. Ben presto cominciano i dissidi quando i tre uomini si rendono conto che il vero capo è la guida aborigena. Ci si interroga allora su cosa voglia dire nero e cosa bianco mentre la spedizione diventa sempre più pericolosa. Critica: "'The Tracker', di Rolf De Heer, è una ballata western di sapore brechtiano che rievoca un intero genocidio con un pugno di comparse e cinque protagonisti. Chiaro che il servo dei bianchi fa il doppio gioco e prepara la sua rivincita sopportando punizioni inique e massacri di aborigeni inermi. Ma De Heer distanzia la materia incandescente del racconto commentando l'azione con una serie di canzoni. E 'congelando' le scene più efferate nei colori violenti di quadri a olio dipinti per l'occasione. Così, mentre piovono lance dal nulla e i bianchi si fanno la guerra anche fra di loro, la legge degli aborigeni, che è rispetto della Natura e comprensione delle sue diverse scale, dalla polvere al cosmo, si impone su quella dei bianchi sopraffattori. Un gioiello che inaugura una nuova tendenza per il cinema degli antipodi, ma ci ha messo 20 anni a trovare un produttore". (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 27 settembre 2002) "Come in tutti i viaggi che hanno come fine morale e conoscenza, partendo da 'Ombre rosse', 'The Tracker' mostra eccidi e dubbi, mette in discussione valori, polemizza col razzismo di ogni grado, come in una ballata contro il genocidio dalla morale nobilmente didascalica. Infatti le canzoni di commento e i quadri a olio fatti per l'occasione sono un modo brechtiano per prendere le distanze dalle emozioni, ottime e abbondanti". (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 28 settembre 2002) "L'idea stilistica è suscitare una sorta di lentezza implacabile della crudeltà per scandire il tempo del viaggio all'inseguimento di un fuggiasco innocente come un tempo mitologico, fermato nella storia di quel paese. Richiede un certo abbandono che, nel fascino della cadenza, prevede anche l'insofferenza e la noia. Interessante". (Silvio Danese, 'Il giorno', 27 settembre 2002).
Giovedì 5 dicembre 2002 Trama: Kurt è un giovane di vent'anni con una Golf decappottabile e un accento indefinito. Sulla Costa Azzurra incontra Lea, una liceale un po' timida. Tra i due nasce una storia d'amore che continua anche dopo le vacanze. Kurt la va a trovare in Savoia ogni fine settimana a bordo delle sue auto rubate. Nel frattempo Thomas indaga su una serie di delitti e violenze che avvengono lungo l'itinerario tra la Costa Azzurra e la Savoia. Critica: "Kahn non pretende di fornire interpretazioni, ma sceglie la via del resoconto fenomenologico, quasi un rapporto di polizia. Però ha due ottime idee. Da una parte racconta i fatti dal punto di vista di Léa, liceale innamorata di Succo. Dall'altra scandisce il resoconto per ellissi, salti temporali, falsi indizi, dandogli una forma che corrisponde ai processi mentali a cortocircuito del protagonista. Ma l'idea migliore è stata affidare la parte a Stefano Cassetti, uno sconosciuto di ventisei anni dalla bravura sorprendente". (Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 15 maggio 2001) "Né giallo né film-inchiesta, Roberto Succo evita infatti i cliché del genere, non spiega, non "chiude" vicende e destini. Si limita a fornirci i dati essenziali per non smarrirci nel labirinto. Un film spiazzante e molto coraggioso, che pochi capiranno, dominato dallo straordinario non-attore Stefano Cassetti." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 15 maggio 2001).
Giovedì 12 dicembre 2002 E' di moda parlare di "Bollywood" ma non esiste soltanto l'Hollywood sul Gange, vi è anche quella sul Nilo, che produce da sempre film di genere di grande successo nei paesi mediorientali e che ha allevato alcuni registi che, capaci anche di un cinema più autoriale e personale, amano a volte tuffarsi nelle sue acque e raccontarne i miti con il suo stesso linguaggio. E' il caso di Yusuf Shahin (che io continuo a non voler scrivere, alla francese, "Youssef Chahine", così come non scrivo "Lenine" o "Staline"), cineasta forse ultimamente troppo esaltato da laudatorie retrospettive e, a Venezia, da una targa speciale di incerta identità solennemente consegnatagli da Presidente e Direttore, ma certamente grande innamorato del cinema, e capace di farlo amare dal suo pubblico. E il suo ultimo film, come dice subito il titolo, “Silence... on tourne!” (Silenzio, si gira), è ambientato, anche se non esclusivamente e maniacalmente, nel mondo della pellicola, avendo per protagonista una popolare attrice e cantante e intorno ad essa un regista, uno sceneggiatore ed altre adeguate figure di contorno. Fra cui soprattutto un fascinoso e loquace profittatore che si insinua nella vita e nel cuore della matura diva e diventa, con gran dispetto di tutti, il suo favorito consigliere e amante, ma mirando soprattutto a una ricca eredità di cui essa dovrebbe essere beneficiaria. Ma il suo gioco verrà poi scoperto e la parlantina sciolta con cui sa sedurre tutti coloro che incontra verrà utilizzata a dovere: i suoi dialoghi diventeranno quelli della sceneggiatura del nuovo film che l'attrice dovrà interpretare e lui stesso, che voleva fare l'attore, diventerà un personaggio della storia. Poiché il cinema si nutre della vita, e la vita sembra fatta per diventare cinema. Ricco di colori, canzoni e musiche senza essere veramente un musical, capace di passare del melodramma sofisticato alla commedia, con gag farsesche e, ogni tanto, trovate ed effetti speciali da film fantastico, “Silence… on tourne” è soprattutto un divertito e divertente omaggio al cinema popolare, con volti, ritmi e ingenuità che lo rendono forse improponibile a un pubblico occidentale ma che suscitano la simpatia di tutti coloro che amano gli altri cinema e, appunto, le altre Hollywood. (Alberto Farassino Kwcinema).
Giovedì 19 dicembre 2002 Piccolo, grasso e di una simpatia contagiosa, Danny DeVito oltre che attore sopraffino (specialmente nei ruoli di comprimario) è regista coi fiocchi. Uno dei pochi eredi della commedia nera, che frequenta fin dal suo debutto dietro la macchina da presa (“Getta la mamma dal treno” 1987). “Eliminate Smoochy”, quinta firma in quindici anni, è stato un flop sul mercato nordamericano e per questo motivo la Warner l’ha scaraventato nei cinema italiani in pieno agosto e pressoché privo di battage pubblicitario. Un peccato. E’ una pellicola fuori dal coro, demenziale e cattiva, che prende in giro il mondo delle “Tv dei ragazzi”, dove, dietro ai volti consolatori e buoni dei conduttori, possono celarsi mostri avidi di soldi e di potere. Robin Williams, come nel recente “Insomnia”, ribalta il suo stereotipo. Mentre Edward Norton si diverte a impersonare uno sorta di no-global anti-tutto. Perfido il cammeo dello stesso DeVito. E intrigante la mora Catherine Keener. (A.F. Film TV).
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