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SUMMARY:The Neon Demon (di N. W. Refn)
DESCRIPTION:The Neon Demon \ndi Nicolas Winding Refn \nCon Elle Fanning\, Karl Glusman\, Jena Malone\, Bella Heathcote\, Abbey Lee \nHorror\, 110 min. – Usa\, Francia\, Danimarca 2016 \nJesse\, un’aspirante modella\, si trasferisce a Los Angeles\, dove viene reclutata da un magnate della moda come la sua musa. Entrando nell’industria della moda\, la sua vitalità e giovinezza saranno divorate da un gruppo di donne ossessionate dalla bellezza\, che useranno ogni mezzo per ottenere ciò che ha. \nThe Neon Demon: l’incubo della perfezione prende forma nel film di Nicolas Winding Refn. \nNicolas Winding Refn ci ha abituato ad ogni genere di eccesso: da “Pusher” a “Valhalla Rising”\, da “Drive” a “Solo Dio perdona”\, la sua messa in scena è sempre stata di grande impatto visivo e dai contenuti ermetici e cupi\, a tratti volutamente indecifrabili. The Neon Demon tuttavia\, rappresenta un ulteriore livello per il regista danese\, che in quest’opera magnetica ed onirica\, dominata da colori saturi ed inquadrature maniacalmente studiate in ogni minimo dettaglio\, decide di dare forma e colore all’incubo rappresentato da un ideale di perfezione estetica pericolosamente vicino alla quintessenza del male. Un male che si nasconde subdolo dietro a simboli esoterici e al volto diafano ed angelico di Jessie (Elle Fanning)\, una timida e impacciata aspirante modella\, appena trasferitasi a Los Angeles per tentare la sua scalata verso il successo: un’ascesa favorita da quel “qualcosa” che la distingue dalle altre e che sembra risiedere nella sua intatta purezza  e giovinezza\, ancora al sicuro dagli attacchi del tempo\, della cupidigia e della chirurgia plastica. \nIn The Neon Demon i riflettori sono tutti puntati sulla bellezza\, un dono precario ma fondamentale per raggiungere il successo distinguendosi dalla massa\, il cui magico potere sulle persone viene misurato sullo sfondo di set fotografici che assomigliano a patiboli e sguardi tormentati da un’ammirazione che assume sempre più la forma della feroce e spietata invidia. Le bellissime colleghe di Jessie non si accontenterebbero di essere come lei\, vorrebbero essere lei\, dando vita ad un delirio in cui la preda viene progressivamente fagocitata dal predatore\, affamato della sua sostanza. Ogni inquadratura è minuziosamente architettata per restituire l’immagine di un ideale di perfezione in grado di innalzare l’uomo pericolosamente verso il divino\, esponendolo al relativo rischio di una caduta negli inferi irreversibile e letale. Al servizio di questo messaggio una regia nitida ed ossessiva nel rispetto delle geometrie\, che sottomette la storia al potere di una fotografia che vuole scioccare e catturare prima di comunicare. \nLungi dall’essere classificabile come film horror\, The Neon Demon è innanzitutto una tragicomica parodia dei rischi che si celano dietro alla ricerca di un successo privo di un effettivo talento alle spalle ma basato solo su ciò che si vede e che\, per questo motivo\, sembra afferrabile ed assimilabile alla propria persona. Jessie si trasforma nel momento in cui viene fatta sentire unica ed insostituibile\, in un delirio di onnipotenza che non tarderà a mostrare il suo lato persecutorio e a spingerla verso la rovina. La sua innocenza finisce così per assumere la forma di un’entità demoniaca fatta di luce\, dalla quale non ci si può più liberare se non distruggendo se stessi. \nThe Neon Demon osa far vedere ciò che sarebbe già stato abbastanza sconvolgente pensare (assistiamo pure ad un atto di necrofilia lesbica a sfondo autoerotico)\, per rendersi eccezionale  emblema di cosa possa significare fare dell’estetica il proprio unico mezzo di comunicazione. Un film che sfugge ad ogni tentativo di essere classificato  in un genere cinematografico\, con eccessi che includono scene splatter\, umorismo tagliente e attimi di comicità da black comedy\, spericolatamente orchestrati per rendere ancora più provocatoria la critica del regista. \nVirginia Campione (www.cinematographe.it)
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SUMMARY:Mustang (di D. G. Ergüven)
DESCRIPTION:Mustang \ndi Deniz Gamze Ergüven \nCon G. Sensoy\, D. Zeynep Doguslu\, T. Sunguroglu\, E. Iscan\, I. Akdogan\, A. Pekcan. \nDrammatico\, 100 min. – Francia 2015. \n In un remoto villaggio turco Lale e le sue quattro sorelle scatenano uno scandalo dalle conseguenze inattese per essersi messe a giocare con dei ragazzini tornando da scuola. La casa in cui vivono con la famiglia si trasforma un po’ alla volta in una prigione\, e cominciano ad essere combinati i matrimoni. Le cinque sorelle\, animate dallo stesso desiderio di libertà\, si sottrarranno alle costrizioni loro imposte. \n Mustang è il primo lungometraggio della giovane regista turca Denis Gamze Erguven. Questo suo primo lungo è un lavoro fortemente autobiografico in quanto nella storia di Lale e delle sue quattro sorelle troviamo molto della storia personale della regista. Mustang è il nome dei bellissimi cavalli selvaggi dalla lunga criniera e dall’indole focosa\, così come focoso e indomabile è il temperamento delle cinque eroine che la regista ha scelto per la sua storia. Cinque giovani donne cui lunghi capelli\, come le criniere dei mustang\, sono accarezzati dal vento\, immagine simbolo di quella libertà per cui esse combattono unite\, come fossero una persona sola. La loro battaglia è contro assurde convenzioni sociali di un piccolo paese che rappresenta il volto più conservatore di una Turchia che si sforza di liberarsi da antichi legami morali e religiosi. Una Turchia che\, all’infuori della capitale vista come una meta lontana e irraggiungibile\, è purtroppo ricaduta in un’ortodossia religiosa e sociale che ha nelle donne l’elemento più sacrificato. Lale\, interpreta la più piccola ma anche la più combattiva delle cinque sorelle\, colei che per ultima si arrenderà a quel sistema che pretende di decidere della sua vita al posto suo. \nMustang è un film di denuncia\, mai crudo ma comunque dal forte impatto emotivo\, che mira a smascherare l’ipocrisia di queste assurde convenzioni dietro le quali si nasconde lo squallore e l’abuso\, di cui queste donne sono oggetto\, perpetrato proprio da chi vorrebbe difendere la loro moralità. Mustang è anche un film sull’amore\, quello vero e intensissimo che lega le cinque sorelle\, così come sulla speranza che non deve mai venir meno\, perchè in un mondo dove tutti sembrano esserti nemici qualcuno disposto a tenderti una mano può sempre arrivare. \nGianluca Chianello (www.cinefilos.it) \n 
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SUMMARY:Weekend (di A. Haigh)
DESCRIPTION:Weekend \ndi  Andrew Haigh \nCon Tom Cullen\, Chris New\, Laura Freeman\, Vauxhall Jermaine\, Jonathan Race. \nDrammatico\, 96 min. – UK 2011. \nAl termine di una serata con gli amici storici\, Russell conosce Glen in un gay club e i due trascorrono la notte insieme. Glen chiede a Russell di raccontarsi al registratore\, dove tiene una sorta di archivio di tutti i suoi incontri sessuali\, che vorrebbe trasformare in un progetto artistico. Diversi\, con un passato diverso e idee diverse sul futuro\, Russell e Glen cominciano a conoscersi e passano insieme l’intero weekend. \n Andrew Haigh racconta una storia d’amore nella sua completezza\, concentrandola in un arco di tempo molto breve\, senza sacrificare per questo la varietà delle dinamiche psicologiche\, il crescendo della passione\, il timore del vuoto. Sceglie Russell quasi per caso\, e altrettanto per caso arriva Glen\, e di nessuno dei due sappiamo nulla\, li conosciamo mentre si rivelano l’uno all’altro\, ancora disposti a ridefinire se stessi l’uno per l’altro; dapprima apparentemente più fragile il primo e più sicuro di sé l’altro\, poi a rovescio. La parità di informazioni che c’è tra quanto noi sappiamo di loro e quanto loro sanno di se stessi\, favorita dalla distanza ravvicinata dell’obiettivo del regista ai corpi dei due personaggi\, coinvolge e appassiona. Il progetto artistico di Andrew Haigh\, all’apparenza non dissimile da quello di Glen (ma anche il personaggio di Russell tiene un diario simile)\, nasce da un incontro sessuale e diventa storia d’amore\, straordinariamente quotidiana e credibile; piccolo melodramma. \nIl regista riproduce la complessità del reale con grande pulizia e semplicità di forma\, allestendo un dialogo tra il silenzio di Nottingham\, la sua placidità e solidità architettonica\, e il lavorìo del sentimento – prima brusio poi muto tumulto – preso nella sua congenita precarietà\, qui esasperata dall’imminente partenza di uno dei protagonisti. Il naturalismo estremo non è mai sinonimo di tempi morti\, ma di naturalezza del gesto\, ed è palpabile la riuscita coerenza di tono tra il mood intimista della regia e il sentire dei personaggi in scena. \nCome in 45 anni\, il film successivo\, che ha sancito la notorietà di Andrew Haigh e permesso il recupero nelle nostre sale di questo lavoro del 2011\, il regista ragiona sul tempo\, facendo coesistere momenti lontani tra loro\, eppure compresenti. In quest’ottica\, le registrazioni di Glen\, lontano dall’essere un vezzo metacinematografico applicato a forza\, sono una parte fondante del racconto: la cornice temporale dentro cui si svolge e lascia traccia di sé il breve incontro tra Russell e Glen. \nMarianna Cappi (www.mymovies.it)
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SUMMARY:Steve Jobs (di D. Boyle)
DESCRIPTION:Steve Jobs \ndi  Danny Boyle \nCon Michael Fassbender\, Kate Winslet\, Seth Rogen\, Jeff Daniels\, Michael Stuhlbarg\, Katherine Warerson\, Sarah Snook\, Adam Shapiro\, Perla Haney-Jardine\, Ripley Sobo\, Makenzie Moss. \nBiografico\, 122 min. – USA 2015. \nÈ il 1984 e manca pochissimo al lancio del primo Macintosh. Poi sarà la volta del NeXT nel 1988 e del iMac nel 1998. Scortato dal suo braccio destro\, la fedelissima Joanna Hoffman\, nel backstage che muta col mutare dei decenni e dei costumi\, Steve Jobs affronta gli imprevisti dell’ultimo minuto\, immancabili contrattempi che si presentano sotto forma di esseri umani: sua figlia Lisa e sua madre\, il partner storico Steve Wozniak e il nuovo CEO di Apple John Sculley.  \nQuando si parla di biopic contemporanei\, e in particolare legati all’universo tecnologico\, che rinnova i propri scenari – i propri luoghi\, il proprio linguaggio – a un ritmo forsennato\, il tempismo diventa un fattore decisivo. \nSteve Jobs è un film gemello di The Social Network\, nel senso che rifiuta di netto – questo ancora più di quello – il percorso della biografia convenzionale\, sostituendo la cronologia di una vita con alcune fotografie\, e l’indagine giornalistica con la drammaturgia. \nDetto in altri termini\, il lavoro degli autori gira attorno all’icona – Jobs o Zuckerberg – molto più che all’uomo. \nArriva però\, il film di Danny Boyle\, un po’ in ritardo rispetto alla storia che racconta\, dove invece The Social Network metteva in scena un mondo mentre quel mondo cominciava a mostrarsi a tutti\, e quindi contribuiva alla sua percezione. \nPer tutte queste ragioni – compresa l’esistenza di un biopic più tradizionale sul personaggio uscita qualche anno fa con protagonista Ashton Kutcher\, e numerosi documentari (ce n’è anche uno di Alex Gibney appena uscito in home video)\, senza contare i libri – c’era qui la necessità\, produttiva e artistica\, di creare un’opera che mettesse un punto; che fosse tutto quanto era già stato fatto\, e al contempo qualcosa di diverso. \nAaron Sorkin\, geniale sceneggiatore di capolavori come Moneyball e il citato The Social Network\, o in televisione di The Newsroom\, sceglie allora di raccontare Jobs attraverso tre momenti chiave (la presentazione del primo Mac\, quella del primo computer Next\, e quella dell’iMac) del suo percorso professionale\, isolandolo in tempi e luoghi precisi\, e mettendosi quindi nella condizione di dover rappresentare anche la sua vita privata e i suoi conflitti personali (il rapporto burrascoso con la madre della sua unica figlia)\, dentro quei tempi e quei luoghi. È chiaro che quello che ne esce è una forzatura\, un esercizio di stile che richiede un dispositivo di scrittura formidabile e che se ne frega della ricostruzione. […] \nGiorgio Viaro (www.bestmovie.it)
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SUMMARY:Lui è Tornato (di D. Wnendt)
DESCRIPTION:Lui è tornato \ndi David Wnendt \nCon Oliver Masucci\, Fabian Busch\, Christoph Maria Herbst\, Katja Riemann\, Franziska Wulf. \nCommedia\, 116 min. – Germania 2015. \nBerlino\, 23 ottobre2014. In un preciso luogo della città Adolf Hitler ritorna in vita. La sua presenza viene casualmente registrata da un reporter di una televisione il quale\, dopo aver subito il licenziamento\, se ne accorge e decide di andarlo a cercare per utilizzarlo come attrazione che gli consenta di farsi riassumere. L’imitazione è perfetta e il Führer inizia a fare audience. \nAlle origini di questo film decisamente interessante c’è un libro di Timur Vermes che è stato tradotto in diciassette lingue (tra cui l’italiano). È necessario\, per chi non lo avesse letto\, sgombrare subito il campo dal dubbio che ci si trovi dinanzi all’ennesima opera cinematografica in cui si utilizza un sosia di Hitler per fare della comicità più o meno a buon mercato. Pur conservando un elevato tasso di ironia il film di David Wnendt ha lo scopo di sollevare una questione di rilevante importanza in questi nostri tempi. Lo fa utilizzando una tecnica mista che prevede inserti di candid camera all’interno di una storia di finzione. \nIl quesito che domina l’intero film (che sui titoli di coda trova la sua esplicitazione più diretta e inquietante) è: come gli attuali mezzi di comunicazione veicolerebbero un messaggio come quello nazista e quanto\, in realtà\, non lo stanno già facendo? Wnendt si chiede quanti ancora oggi sarebbero disposti a farsi sedurre dalla sua ideologia. Il gioco si poggia sulla base della finzione (in più di un’occasione viene chiesto a quello che si suppone sia un attore se non si stanca mai di aderire al ruolo prendendosi una tregua) ma ciò che innalza costantemente il livello di lettura sono le reazioni (reali o previste dalla sceneggiatura). \nOggi come allora Hitler non nasconde mai i propri obiettivi e le modalità con cui vuole raggiungerli. Alcuni vi aderiscono\, pochi si oppongono e la massa li legge come elementi di uno show mediatico di successo non rendendosi conto che\, come un veleno a lento rilascio di tossine\, ne vengono progressivamente intossicati. In una breve scena\, che costituisce il fulcro del film\, ci viene ricordato che solo la memoria può costituire un valido antidoto. \nGiancarlo Zappoli (www.mymovies.it)
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SUMMARY:La Foresta dei Sogni (di G. Van Sant)
DESCRIPTION:La foresta dei sogni \ndi Gus Van Sant. \nCon M McConaughey\, N. Watts\, J. Gavaris\, K. Watanabe\, K. Aselton.\, James Saito\, Ami Haruna\, O. Burke\, S. Garibotto\, J. Corazzini\, J. Oliveira\, S. Dibinga\, A. Friedman\, J.T. Turner\, R. Levine\, M. Steven Swanson\, J. Stanton. \nDrammatico\, 110 min. – USA 2015. \nL’americano Arthur Brennan raggiunge Aokigahara\, un bosco folto e misterioso situato alla base del Monte Fuji\, dove la gente si reca per contemplare la vita e la morte. Arthur è convinto che questo sia il posto perfetto per morire\, ma dopo l’incontro con Takumi Nakamura\, un altro uomo perso come lui\, inizierà un percorso di riflessione e sopravvivenza che lo porterà a riaffermare la propria voglia di vivere e riscoprire l’amore per la moglie Joan. \n Piacerà agli ammiratori di Van Sant che ritroveranno vari temi preferiti dal Gus. Come la corsa verso la morte (Last Days). E la sottile linea divisoria fra amore omo e etero. E per chi è ammiratore a corrente alternata? Il bosco dei suicidi ha un fosco fascino. E Watanabe compensa gli istrionismi di Matthew. \nGiorgio Carbone (Libero del 28 aprile 2016) \nUn film\, questo di Van Sant insieme con Sparling\, molto complesso se non addirittura complicato con risvolti ora esistenziali ora filosofici e forse anche vagamente spirituali. […] Un percorso nel cuore stesso dei personaggi\, con precisi ricordi del passato di Arthur con Joan\, sempre però in termini asciutti cui Van Sant ha inteso indirizzare la sua regia\, attenta a non cedere mai né al sentimentalismo né alla retorica. L’asseconda il protagonista\, Matthew McConaughey […]. \nGian Luigi Rondi (Il Tempo del 26 aprile 2016) \nD’accordo\, non è certo l’opera migliore di Gus Van Sant […]. Nel film ci sono due anime che stridono\, un eccesso di retorica e qualche colpo basso di troppo. […] il film racconta il bisogno disperato di trascendenza e la necessità di credere in un angelo\, o uno spirito guida che ci aiuti a trovare il senso perduto dell’esistenza. \nAlessandra De Luca (Avvenire del 17 maggio 2015) \nNarrato come un survival\, il film conferma il bipolarismo di Van Sant: a volte essenziale fino alla severità (Elephant\, Palma d’Oro 2003)\, altre volte (Scoprendo Forrester) incline a scivolare nel sentimentalismo fin quasi alla sdolcinatura. \nRoberto Nepoti (La Repubblica del 17 maggio 2015) \n 
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SUMMARY:Inside Out (di P. Docter e R. del Carmen)
DESCRIPTION:Inside Out \ndi Pete Docter \nCon Stella Musy\, Melina Martello\, Paolo Marchese\, Daniele Giuliani\, Veronica Puccio\, Vittoria Bartolomei. \nAnimazione\, 94 min. – USA 2016. Miglior film d’animazione Oscar 2016. \nRiley ha undici anni e una vita felice. Cresce insieme alle sue emozioni che\, accomodate in un attrezzatissimo quartier generale\, la consigliano\, la incoraggiano\, la contengono\, la spazientiscono\, la intristiscono\, la infastidiscono. Trasferiti dal Minnesota a San Francisco\, Riley e genitori provano ad adattarsi alla nuova vita. mettendo però a dura prova le loro emozioni. \n[…] Inside Out visualizza ed elegge a protagonisti della vicenda la gioia\, la tristezza\, la rabbia\, la paura e il disgusto\, emozioni che guidano le decisioni e sono alla base dell’interazione sociale di Riley\, che a undici anni deve affrontare sfide e cambiamenti. Inside Out  sviluppa l’avventura dentro\, attraversando in compagnia di Joy e Sadness la memoria\, il subconscio\, il pensiero astratto e la produzione onirica di una bambina che sta imparando a compensare la propria emotività e ad assestarsi in una città altra. \nDiretto da Pete Docter\, Inside Out impersona le voci di dentro con un radicalismo che impressiona e commuove. Con Inside Out Docter installa di nuovo l’immaginario al comando e ingaggia cinque creature brillanti per animare un racconto di formazione che mette in relazione emozioni e coscienza. Perché senza il sentimento di un’emozione non c’è apprendimento. Docter lavora sulla fanciullezza\, tuffandosi nella testa di una bambina\, organizzando la sua esperienza infantile intorno a centri di interesse (la famiglia\, l’amicizia\, l’hockey\, etc) e accendendola con flussi di pensieri sferici che hanno tutti i colori delle emozioni. E a introdurre Riley sono proprio le sue emozioni che agitandosi tra conscio e inconscio sviluppano le sue competenze e la equipaggiano per condurla a uno stadio successivo dell’esistenza. Nel cammino alcuni ricordi resistono\, altri svaniscono risucchiati da un’aspirapolvere solerte nel fare il cambio delle stagioni della vita e spazio al nuovo. A un passo dalla pubertà e resistente dentro un’infanzia gioiosa\, che Joy custodisce risolutamente e Sadness assedia timidamente\, Riley passa dal semplice al complesso\, dal noto all’ignoto. \nDentro e fuori Riley partecipiamo alle vocalizzazioni affettive indotte da Joy e Sadness che\, finalmente congiunte\, la invitano a comunicare la tristezza. Perché la tristezza\, quando è blu e piena come Sadness\, è necessaria al superamento dell’ostacolo e alla costruzione di sé. \nMarzia Gandolfi (www.mymovies.it)
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SUMMARY:Tutti Vogliono Qualcosa (di R. Linklater)
DESCRIPTION:Tutti vogliono qualcosa \ndi  Richard Linklater \nCon Austin Amelio\, Temple Baker\, Will Brittain\, Zoey Deutch\, Ryan Guzman\, Tyler Hoechlin\, Blake Jenner\, J. Quinton Johnson\, Glen Powell\, Wyatt Russell\, Adriene Mishler\, Jessi Mechler \nCommedia\, 116 min. – USA 2016 \nNel 1981 Jake Bradford si trasferisce al college e prende possesso di un’abitazione insieme ai suoi compagni della squadra di baseball universitaria. Tra cameratismi e qualche conflitto interno al gruppo\, tra notti folli alla perenne ricerca di conquiste femminili\, Jake inizia un percorso di crescita che lo porterà anche a trovare l’amore. \n “Richard Linklater è un sincero cantore dell’adolescenza\, della sua transitorietà. Il suo film propone una nuova e ulteriore discesa nel sogno del desiderio\, ultima ancora di una nazione stordita e confusa; una commedia generazionale che sfrutta l’immortalità dell’immagine per raccontare ciò che appare effimero\, ed è null’altro che la vita stessa.” – Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani \n“The look of the film is exactly right. The sound of it is even better. Music constantly plays from ubiquitous car stereos and turntables\, and every scene has its own groove.” – The Telegraph \n“Come DeLillo\, Linklater segue le vicende di una pallina da baseball e trova il suo homerun. Un fuoricampo mitico\, fuori dal tempo e prima della fine della ricreazione.” – Marzia Gandolfi \n“Ranks right up there with Linklater’s masterpieces” – Time Out \n“Questo è il film più bello del suo regista\, e uno dei 10 film dell’anno.” – Pier Maria Bocchi \n  \n  \n  \n 
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SUMMARY:Le Ricette della Signora Toku (di N. Kawase)
DESCRIPTION:Le ricette della signora Toku \ndi Naomi Kawase \nCon Kirin Kiki\, Masatoshi Nagase\, Kyara Uchida\, Miyoko Asada\, Etsuko Ichihara. \nDrammatico\, 113 min. – Giappone 2015. \nSentaro gestisce una piccola panetteria che vende dorayaki\, paste ripiene di una salsa dolce ricavata da fagioli rossi. Quando Toku\, un’anziana signora\, si offre di aiutarlo in cucina Sentaro accetta con riluttanza. Ma ben presto Toku dimostra di avere due mani magiche. Grazie alla sua ricetta segreta\, nel giro di poco tempo la piccola attività inizia a prosperare e con il passare del tempo\, Sentaro e Toku aprono i loro cuori rivelando antiche ferite. \n Un piccolo film così prezioso\, così sottovoce rispetto agli intrattenimenti chiassosi o più muscolosi\, rischia l’invisibilità. E invece merita attenzione. La regista giapponese Naomi Kawase (…)\, già distintasi in passato per il Gran premio speciale della giuria del festival di Cannes con il suo ‘Mogari no mori’ (‘La foresta del lutto’\, 2007 )\, ha scelto un’altra storia della terza età e del confronto con le generazioni più giovani. (…) L’andatura lenta è quella giusta\, e giusto è il gioco della comunicazione emotiva e intuitiva più che verbale. \nPaolo D’Agostini (La Repubblica)
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SUMMARY:Room (di L. Abrahamson)
DESCRIPTION:Room \ndi Lenny Abrahamson \nCon Brie Larson\, Megan Park\,  William H. Macy\, Joan Allen\, Amanda Brugel\, Jacob Tremblay\, Sean Bridgers\, Kate Drummond\, Chantelle Chung\, Cas Anvar\, Jack Fulton\, Randal Edwards. Drammatico\, 118 min. – Irlanda / Canada 2015. Miglior attrice protagonista Oscar 2016. \n Un vivace bambino di 5 anni viene accudito dall’amorevole Ma che non fa mancare al figlio amore e affetto. Tuttavia la loro è una esistenza tutt’altro che tipica: vivono intrappolati in una stanza di dieci metri quadri. Non appena la curiosità di Jack per la loro condizione cresce\, la resistenza di Ma diminuisce ed insieme mettono in atto un piano di fuga che li porterà a trovarsi faccia a faccia con una delle cose più spaventose: la realtà. \n Una interpretazione da “Oscar” per Brie Larson in “Room”: l’attrice americana ha incantato tutti in scena con la pellicola realizzata dal regista Lenny Abrahamson e in uscita quest’oggi nelle sale cinematografiche italiane. Sul cast\, oltre alla Larson\, anche il giovanissimo attore Jacob Tremblay che\, prossimamente\, troveremo nuovamente sul grande schermo grazie a “50 sfumature di nero”. \nIl film\, Room\, è tratto dal romanzo scritto nel 2010 dalla scrittrice Emma Donoghue dal titolo “Stanza\, letto\, armadio\, specchio” e racconta le vicende di una giovanissima donna prigioniera\, da sette anni\, di un uomo perverso che la tiene rinchiusa all’interno di una stanza. La Larson\, in scena conosciuta con il nome di Joy e con il nomignolo “Ma”\, durante una delle tante violenze subite dal suo aguzzino rimane incinta e dà alla luce il piccolo Jack. Il bambino\, interpretato da Tremblay\, giunto all’età di 5 anni\, inizia a domandarsi quale sia il reale mondo avendo vissuto solo ed esclusivamente all’interno di una stanza. \n“Room” è un crescendo di emozioni e se avete qualche dubbio se andare o meno a vedere questa straordinaria pellicola vi consigliamo la lettura della nostra recensione ma per capire la straordinarietà di questo film basterebbe pensare che\, oltre al riconoscimento dato alla Larson durante la notte degli Oscar\, ha ricevuto diversi riconoscimenti al “Golden Globe” e al “Toronto Film Festival” è stato premiato come “film preferito dal pubblico”. Piccola curiosità: negli States la pellicola è stata vietata ai minori di diciassette anni per la presenza di scene di nudo\, abusi\, violenza e uso di droghe. \nAntonio Paviglianiti (www.urbanpost.it) \n 
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SUMMARY:Fiore (di C. Giovannesi)
DESCRIPTION:Fiore \ndi Claudio Giovannesi \nCon Daphne Scoccia\, Josciua Algeri\, Laura Vasiliu\, Aniello Arena\, Gessica Giulianelli. \nDrammatico\, 110 min. – Italia / Francia 2016. \nCarcere minorile. Daphne\, detenuta per rapina\, si innamora di Josh\,. In carcere i maschi e le femmine non si possono incontrare e l’amore è vietato: la loro relazione vive solo di sguardi da una cella all’altra\, brevi conversazioni attraverso le sbarre e lettere clandestine… \n‘Fiore’ (…) è la sorpresa felice di metà festival insieme alla conferma del talento di un giovane regista tra i migliori delle nuove generazioni. E non era semplice con una storia (…) che porta con sé un rischio altissimo di banalizzazioni: gli adolescenti\, la prigione\, la perenne tensione tra i ragazzi e gli «educatori»: uno spazio delimitato da regole rigide e continui imprevisti di ribellione. Ma Giovannesi per raccontare gli adolescenti ha un tocco speciale e come raramente accade ne sa restituire con fluidità gesti\, parole\, orizzonti (…). Non solo. L’allenamento nel documentario lo ha reso capace di mantenere in equilibrio luoghi (qui studiati con cura) traiettorie emozionali\, corpi e scrittura\, il romanzesco e la realtà. Ma non è un film carcerario\, pure se della letteratura di «genere» molto conserva e con precisione nella sua vita «dentro». È soprattutto una storia d’amore\, la rabbia giovane di una ribellione che è vita e desiderio\, un «ragazzo selvaggio» in una corsa appassionata e senza un orizzonte. Giovannesi dispiega con delicatezza tutte le sfumature sentimentali e con la sua regia fisica sfugge a qualsiasi «gabbia» di scrittura. E’ bravissimo a guidare i suoi protagonisti\, a filmare le loro lacrime\, a commuoverci\, a coinvolgerci. Tutto è giusto ma la sua commozione (…) non è mai programmatica: nasce dal suo sguardo e dall’amore che mostra verso ciascuno dei suoi personaggi. Daphne non la lascia mai\, è sempre lì nello spazio di un’inquadratura potente\, concreta\, che in questa prossimità alla trascendenza dei primi film dei fratelli Dardenne preferisce la carezza della complicità. (…) E rispetto al personaggio di Daphne come con tutti gli altri nelle cui esperienze\, almeno in alcune\, la storia si mischia al vissuto\, Giovannesi è sempre sullo stesso piano. Non c’è giudizio né commiserazione perché\, appunto\, lui li ama\, ama la loro voglia di sognare\, quel mondo che si prendono senza pensare a cosa accadrà\, se ci sarà un prezzo che tanto hanno sempre pagato. \nCristina Piccino (Il Manifesto)
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SUMMARY:The Dressmaker (di J. Moorhouse)
DESCRIPTION:The Dressmaker – Il diavolo è tornato \ndi Jocelyn Moorhouse \nCon Kate Winslet\, Liam Hemsworth\, Hugo Weaving\, Sarah Snook\, Judy Davis\, Caroline Goodall\, Kerry Fox\, Hayley Magnus\, Rebecca Gibney\, Shane Jacobson. \nDrammatico\, 118 min. – Australia 2015. \nTilly è una ragazza che dopo anni di assenza torna al suo paese d’origine\, che da piccola è stata costretta ad abbandonare vivendo lontana dalla madre. La sua nuova professione di stilista le permette di trasformare le donne del luogo e dar loro la possibilità di farsi valere. È proprio con i suoi abiti che Tilly vuole vendicarsi dei suoi detrattori. \nLa regista australiana Jocelyn Moorhouse porta sul grande schermo The Dressmaker – Il diavolo è tornato\, tratto dall’omonimo romanzo di Rosaline Ham. Ma lo arricchisce di un sapore western che si percepisce fin dalla prima scena\, quando si vede un treno arrivare in uno sperduto paesino nel deserto. E anche il tema della vendetta ci appare chiaro fin dalla sua prima battuta\, “Sono tornata\, bastardi”. \nSu Kate Winslet\, qui più sexy che mai\, assolutamente niente da dire: ormai tutto ciò che tocca diventa oro. La sua Tilly è una donna sofisticata\, determinata e forte\, ma al contempo fragile: chi tornerebbe in un luogo come questo\, che nulla ha da offrire a parte la cattiveria dei suoi abitanti? Eppure ha bisogno di capire il perché di tanta superficiale ostilità e pregiudizio\, di vendicarsi per il male che le hanno fatto\, ma soprattutto di rivedere sua madre. Un ritorno che le fa conoscere anche l’amore\, ma provocandole un grosso dolore. \nFra il resto del cast spicca Judy Davis\, qui nel ruolo di Molly\, la pazza e alcolizzata madre di Tilly\, che grazie al ritorno dell’amata figlia ritrova la lucidità e qualcuno che l’accompagni fino alla sua fine dei suoi giorni. Insomma\, queste due sono davvero una bella coppia che ci regala in The Dressmaker una gran prova recitativa. Anche gli altri attori si portano a casa una lodevole interpretazione per i loro ruoli stravaganti\, a partire da Hugo Weaving\, sergente amante di pizzi\, lustrini e boa di piume. \nThe Dressmaker è un film ironico ma che non scade nel ridicolo\, in cui il susseguirsi delle tragedie nella vita della protagonista è alleggerito dalla presenza della storia d’amore\, ma che forse nella parte centrale\, proprio quella più volta al romanticismo\, perde un po’ di quel bel cinismo e di acidità con cui il film si apre e che poi per fortuna ritrova in chiusura\, creando una struttura circolare che ci viene ricordata anche da quel treno che come l’ha condotta a Dungatar\, la riporta via verso la vita che merita. Non senza aver consumato la sua vendetta. \nEleonora Materazzo (www.filmforlife.org)
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SUMMARY:The Danish Girl (di T. Hooper)
DESCRIPTION:The Danish Girl \ndi Tom Hooper \nCon Eddie Redmayne\, Amber Heard\, Alicia Vikander\, Matthias Schoenaerts\, Adrian Schiller. \nBiografico\, 120 min. – UK / USA 2015. Miglior attrice non protagonista Oscar 2016. \nIspirato alla vera storia del pittore danese Einar Wegener e di sua moglie Gerda\, di origine californiana e anche lei pittrice. In un freddo pomeriggio\, mentre entrambi stanno dipingendo nel loro studio\, Gerda chiede al marito di fare da modello indossando calze e scarpe da donna. “Certo”\, risponde lui. “Qualsiasi cosa”. Ha inizio così una delle storie d’amore più appassionanti e insolite del XX secolo\, che vedrà Wegener cambiare sesso e diventare “Lili Elbe”… \n Prima un libro ed ora il film di Tom Hooper\, entrambi attratti dalla realtà romanzesca più che dal dilemma sull’identità\, illustrano la vicenda con studiato ricalco pittorico\, smussando gli angoli molesti e trasformando lo scandalo in un quadro impressionista bellissimo da vedere ma in cui è lontana l’eco del dolore\, dello strazio\, del dubbio. Baricentro della storia diventa\, per l’amorosa dedizione espressa da una Alicia Vikander da Oscar\, la figura femminile\, che si specchia turbata nel cambiamento del suo Lili\, un incanto diabolico in cui Eddie Redmayne avvolge i momenti scabrosi con una mesta e sorridente obbedienza\, mentre\, rimossi ricatto e redenzione finali\, il futuro è garantito dal parigino rubacuori Matthias Schoenaerts. Un trionfo di primissimi piani dove il gioco dell’attrazione schizo-fatale perde ogni centralità in nome di un affetto universale unisex. \nMaurizio Porro (Corriere della Sera) \n 
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SUMMARY:I\, Daniel Blake (di K. Loach) - ANTEPRIMA NAZIONALE
DESCRIPTION:I\, DANIEL BLACKE \ndi Ken Loach \nDrammatico\, 100′\, UK / Francia 2016 \ncon Hayley Squires\, Natalie Ann Jamieson\, Dave Johns Micky McGregor. \nNewcastle. Daniel Blake è sulla soglia dei sessant’anni e\, dopo aver lavorato per tutta la vita\, ora per la prima volta ha bisogno\, in seguito a un attacco cardiaco\, dell’assistenza dello Stato. Infatti i medici che lo seguono certificano un deficit che gli impedisce di avere un’occupazione stabile. Fa quindi richiesta del riconoscimento dell’invalidità con il relativo sussidio ma questa viene respinta. Nel frattempo Daniel ha conosciuto una giovane donna\, Daisy\, madre di due figli che\, senza lavoro\, ha dovuto accettare l’offerta di un piccolo appartamento dovendo però lasciare Londra e trovandosi così in un ambiente e una città sconosciuti. Tra i due scatta una reciproca solidarietà che deve però fare i conti con delle scelte politiche che di sociale non hanno nulla. \nÈ bello ogni tanto verificare che i registi si contraddicono. Era accaduto qualche anno fa con Ermanno Olmi che\, presentando Centochiodi\,  aveva dichiarato che non avrebbe girato più film di finzione. Fortunatamente per noi ne ha già realizzati altri due. Lo stesso succede ora per Ken Loach che sembrava\, a sua volta\, rivolto al documentario e invece ci regala un film di quelli che solo lui può offrirci. Carico cioè di uno sguardo profondamente umano e al contempo con le caratteristiche del grido che invita a ribellarsi a quello che sembra uno status quo inscalfibile. Per farlo è ritornato\, insieme al fido Paul Laverty\, per documentarsi\, nella sua città natale\, Nuneaton\, in cui partecipa all’attività di sostegno di chi si trova in difficoltà.\nGià dal titolo ritorna alla necessità inderogabile di non cancellare la forza dell’identità individuale di coloro che stanno tornando ad assumere le caratteristiche di classe sociale dei diseredati come nell’800 dickensiano. I nomi di persona hanno segnato alcuni dei suoi film più importanti (La canzone di Carla\, My Name is Joe\, Il mio amico Eric e il precedente Jimmy’s Hall). Perché è la dignità della persona quella che si vuole annullare grazie a un sistema in cui dominano i ‘tagli’ alla spesa sociale e dove gli stessi funzionari che debbono applicarli si rendono conto della crudeltà delle regole che debbono applicare. \nLa scena più intimamente toccante\, in un film che provoca commozione senza però utilizzare alcun artificio\, si svolge non a caso in un Banco alimentare […].Ken Loach continua a proporci le esistenze di persone qualunque con la forza di chi non descrive ma partecipa attivamente al dolore di chi subisce una delle umiliazioni più profonde (la perdita o l’impossibilità del lavoro). Daniel\, Daisy e i suoi due figli si aggiungono alla galleria di persone di cui Loach ci ha mostrato una tranche de vie con la forza e la sensibilità di chi non ha alcuna intenzione di arrendersi alla logica del liberismo selvaggio. \nGiancarlo Zappoli (www.mymovies.it)
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SUMMARY:It Follows (di D. R. Mitchell)
DESCRIPTION:It Follows \ndi David Robert Mitchell \nCon Maika Monroe\, Keir Gilchrist\, Jake Weary\, Olivia Luccardi\, Daniel Zovatto\, Lili Sepe\, Linda Boston\, Heather Fairbanks\, Ruby Harris\, Bailey Spry\, Debbie Williams\, Christopher Hohman. \nHorror\, 94 min. – USA 2014. \nPer la diciannovenne Jay\, l’autunno dovrebbe significare scuola\, ragazzi e fine settimana al lago. Ma dopo un incontro sessuale apparentemente innocente\, si ritrova perseguitata da strane visioni e dalla sensazione inevitabile che qualcuno\, o qualcosa\, la stia seguendo. Di fronte a questa sensazione\, Jay e le sue amiche si trovano a dover trovare un modo per sfuggire agli orrori che sembrano essere dietro l’angolo. \n[…] It Follows entra in media res in questa vicenda allucinata con una delle sequenze di apertura più memorabili viste nel microcosmo dell’horror contemporaneo: una ragazza esce di casa in déshabillé\, senza dare spiegazioni al padre preoccupato. Continua a correre in circolo\, rientra un attimo nella villetta per prendere le chiavi e fuggire via in macchina. Una sequenza risolta da Mitchell con un movimento circolare a trecentosessanta gradi\, escamotage della messa in scena che il quarantenne regista utilizzerà ancora nel corso del film: in It Follows la camera può indirizzarsi in ogni direzione\, senza che l’angoscia possa ottenerne in nessun modo beneficio\, perché non c’è una reale via di fuga all’orrore che sta invadendo Detroit e falcidiando la sua fauna adolescente. […] \nSe The Myth of the American Sleepover aveva rinverdito i fasti del coming-of-age più classico\, giocando con stilemi e cliché resi tali nel corso dei decenni da registi come John Hughes e titoli come American Graffiti di George Lucas\, Fast Times at Ridgemont High di Amy Heckerling\, Dazed and Confused di Richard Linklater\, It Follows permette a Mitchell di esplorare altre caverne nascoste all’interno del vasto mondo del teen-movie. Pur preferendo lasciare l’orrore vero e proprio fuori campo\, tranne determinate eccezioni (il brutale stacco sul cadavere macellato di una ragazza\, l’attacco a Jay e ai suoi amici in riva al mare)\, Mitchell architetta una costruzione per immagini mirabile e in grado di mantenere costante un’angoscia quasi ancestrale\, aiutato in questo dall’eccellente colonna sonora partorita per l’occasione da Disasterpeace\, dagli echi inequivocabilmente carpenteriani. \nEd è proprio John Carpenter\, insieme a Wes Craven – evocato in una sequenza che guarda in direzione di Nightmare on Elm Street –\, Philip Kaufman e Jean Rollin uno dei principali punti di ispirazione per It Follows\, che pure vive una dispersione allucinatoria non ignota ai fan di Suspiria di Dario Argento e\, nella scena ambientata in piscina\, cita apertamente Il bacio della pantera di Jacques Tourneur (e il mondo dell’horror RKO appare spesso sugli schermi dei televisori accesi durante il film). Vero e proprio romanzo di de-formazione\, It Follows conferma le doti di David Robert Mitchell\, segna un nuovo passaggio nella storia dell’horror adolescenziale e si prenota un posto di prima classe tra i colpi al cuore della sessantasettesima edizione del Festival di Cannes. \nRaffaele Meale (www.quinlan.it)
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SUMMARY:Mózes - Il Pesce e la Colomba (di V. Zomborácz)
DESCRIPTION:Mózes\, il pesce e la colomba \ndi Virág Zomborácz \nCon Márton Kristóf\, László Gálffi\, Eszter Csákányi\, Andrea Petrik\, Krisztina Kinczli. \nCommedia\, 95 min. – Ungheria 2014. \nMozes\, un giovane uomo diffidente e insicuro\, ha terminato gli studi in teologia e vive con la famiglia in un remoto villaggio. Quando l’autoritario padre con cui non ha un buon rapporto muore improvvisamente\, Mozes è costretto a confrontarsi con il suo fantasma. Non capendo perché sia l’unico a vederlo\, è chiamato per la prima volta a prendere la situazione nelle sue mani e contemporaneamente a cercar di modificare la relazione con il genitore. \n Mózes è il figlio di un pastore protestante e rientra a casa dopo un periodo di ricovero per problemi psichici. Il suo rapporto con il padre non è facile: l’uomo è autoritario e tiene sotto controllo la famiglia formata dalla remissiva moglie\, dalla sorella di lui e da una figlia adottiva introversa. Quando il sacerdote muore il figlio prova a cercare un proprio percorso autonomo ma il fantasma paterno lo segue\, dapprima in silenzio e poi tornando a parlare. Sarà mai possibile liberarsene? (…) \nLa regista trentenne non ha pretese sociologiche ma vuole descrivere\, riuscendoci\, un disagio esistenziale che colpisce un personaggio che cerca il proprio posto in ‘questa vita’ ma che si vede frapporre un numero decisamente alto di ostacoli. Il rapporto con la figura paterna è un macigno che pesa sulla sua personalità ancora in formazione non tanto sul piano religioso (è un sacerdote piuttosto ruvido e pragmatico) quanto su quello di una totale svalutazione di qualsiasi possibile talento del figlio per il quale non nutre alcuna fiducia in un futuro possibile. \nNon è facile descrivere una situazione così complessa come un rapporto padre-figlio in cui uno dei due vaga in una sorta di limbo non rinunciando però a una presenza quasi parassitaria ma Zomborácz sa cogliere con leggerezza i bisogni di Mózes così come le sue pulsioni in un contesto familiare (e non) che lo considera il minus habens della situazione. Solo una ex tossicodipendente saprà stargli vicino e dargli qualcosa che possa vagamente assomigliare all’amore. (…) \nGiancarlo Zappoli  (www.mymovies.it)
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SUMMARY:L'Effetto Acquatico (di S. Anspach) - ANTEPRIMA NAZIONALE
DESCRIPTION:L’EFFETTO ACQUATICO – UN COLPO DI FULMINE A PRIMA SVISTA \ndi Solveig Anspach \nCommedia sentimentale\, 85′\, Islanda /Francia 2016 \ncon Samir Guesmi\, Florence Loiret – Caille\, Philippe Rebbpot e Stéphane Soo-Mongo. \nSamir si innamora a prima vista di Agathe\, l’istruttrice di nuoto. Pur di poterle stare accanto si iscrive in piscina e in mancanza di un piano migliore chiede di essere un suo allievo\, anche se sa perfettamente nuotare. Ma la sua bugia dura poco… \nChi non ha mai avuto modo di apprezzare l’ironia feroce di Solveig Anspach\, infusa alle commedie brillanti\, quanto ai suoi film più drammatici\, a partire dalla malattia dell’autobiografico Haut les coeurs!\, potrebbe lasciarsi travolgere da L’effetto acquatico del suo ultimo film\, con i suoi incantevoli ed esilaranti personaggi\, al limite del poetico e del surreale. \nLa commedia romantica\, divenuta una sorta di testamento spirituale della cineasta islandese naturalizzata francese\, uccisa da un cancro lo scorso agosto\, torna ad una dimensione accogliente di condivisione degli istinti più selvaggi e le emozioni più irrazionali\, con la piccola Agathe (Florence Loiret-Caille) di Queen of Montreuil e il ragazzone intraprendente Samir (Samir Guesmi). \n (http://www.cineblog.it)
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SUMMARY:La Memoria dell'Acqua (di P. Guzman)
DESCRIPTION:La memoria dell’acqua \ndi Patricio Guzmán \nDocumentario\, 82 min. – Cile / Francia / Spagna 2015. \nUn bottone incrostato in una rotaia in fondo al mare: è una traccia dei desaparecidos di Villa Grimaldi\, il grande centro cileno di tortura sotto la dittatura di Pinochet. Un fiume che scorre e il tintinnio delle cascate: è la canzone dell’acqua alla base della cultura dei Selknams\, popolazione nativa sudamericana trucidata dai colonizzatori. Due massacri\, e la memoria dell’acqua: sono le chiavi narrative per raccontare la storia di un Paese e delle sue ferite ancora aperte. \n Da un parallelepipedo di quarzo\, che contiene al suo interno dell’acqua che risale a millenni fa\, si prendono le mosse per riflettere sull’elemento liquido che sta alla base della vita nell’universo e che consente di parlare della storia passata e più recente del Cile. \nPatricio Guzmán ci propone con questo suo documentario una lettura che prende le mosse da uno dei quattro elementi primigeni analizzato nella sua fondamentale rilevanza per la formazione delle culture. Ciò che più gli sta a cuore è rileggere la Storia della sua terra\, il Cile\, che è il più vasto arcipelago nel mondo con 2.670 km di coste. Per farlo parte da lontano\, dalla preistoria addirittura e da una scienza che proprio in Patagonia trova il terreno fertile di esplorazione: l’astrofisica. Il suo obiettivo però si manifesta\, progressivamente e in una sorta di cerchi concentrici rovesciati rispetto a quelli prodotti dal lancio di un sasso nell’acqua. Perché se quelli manifestano una tendenza centrifuga Guzmán si rivela interessato esattamente al suo opposto. Perché intorno all’acqua i nativi avevano costruito la loro civiltà che i conquistadores bianchi si sono premurati di estirpare tanto che oggi di essi restano solo 20 discendenti che conservano un ricordo della cultura primigenia. Ma ciò che finisce con il costituire il motore di questo intrigante documentario è ancora una volta il bisogno di non cancellare il ricordo di un eccidio più recente: quello del regime di Pinochet perpetrato nei confronti di cittadini inermi colpevoli solo di essere considerati ‘comunisti’ perché oppositori di un dittatore. È stato ancora una volta l’Oceano a divenire sepolcro di innumerevoli desaparecidos lanciati dai velivoli affinché i familiari non potessero avere neppure una tomba per piangerli. Un bottone di perla trovato nei suoi fondali può allora costituire una testimonianza preziosa: l’occasione per non dimenticare. \nGiancarlo Zappoli (www.mymovies.it) \n 
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SUMMARY:Perfetti Sconosciuti (di P. Genovese)
DESCRIPTION:Perfetti Sconosciuti \ndi  Paolo Genovese \nCon Giuseppe Battiston\, Anna Foglietta\, Marco Giallini\, Edoardo Leo\, Valerio Mastandrea\, Alba Rohrwacher\, Kasia Smutniak. \nCommedia\, 97 min. – Italia 2016. Miglior film e migliore sceneggiatura al David di Donatello 2016. \nQuante coppie si sfascerebbero se uno dei due guardasse nel cellulare dell’altro? È questa la premessa narrativa dietro la storia di un gruppo di amici di lunga data che si incontrano per una cena destinata a trasformarsi in un gioco al massacro. Svelando la natura più pericolosa della tecnologia: la superficialità con cui tutti affidano i propri segreti a quella scatola nera che è il proprio cellulare credendosi moderni e pensando di non andare incontro a conseguenze. \n[…] Il tono che si respira\, infatti\, non è melodrammatico o farsesco\, ma comico con intelligenza\, buone dosi di sarcasmo e affondi dolorosi. Come le ispirazioni straniere a cui ci riferivamo prima\, è principalmente un film di scrittura\, fatto di dialoghi calibrati\, che – a ogni chiamata\, messaggino o whatsappata – va a smontare le certezze che ognuno ha sul partner o sugli amici. C’è una cura per la parola e gli incastri\, che è il riflesso dell’apporto corale fornito da un team di cinque sceneggiatori (Filippo Bologna\, Paolo Costella\, Paola Mammini\, Rolando Ravello\, Genovese compreso) e dai singoli attori\, i quali si sono costruiti le battute ad personam. Ed è forse anche questa partecipazione a monte al progetto (oltre all’amicizia tra alcuni membri del cast) ad aver prodotto un’alchimia rara\, dove tutti danno il meglio di sé\, con Mastandrea e Giallini che troneggiano sugli altri\, ma il primo più di tutti grazie a battute affilate come lame («So frocio solo da du ore e già m’è bastato…»). Al loro fianco fanno\, comunque\, la loro degnissima figura anche Giuseppe Battiston\, Anna Foglietta\, Edoardo Leo e Alba Rohrwacher\, tutti convincenti nei panni di un gruppo di amici persuasi di conoscersi benissimo\, per poi comprendere al termine di una serata agghiacciante di essere perfetti sconosciuti. \nSe verso la fine la tensione e i segreti messi sul tavolo si fanno forse un po’ eccessivi\, va dato atto a Genovese di essere riuscito a servire con equilibrio una dopo l’altra le varie “portate” di questa cena\, giungendo a un finale alla Sliding Doors\, che svela il doppiofondo dei protagonisti. Un finale per nulla scontato\, ma molto amaro\, che sottolinea il valore dell’ipocrisia come strumento necessario a difendere la “frangibilità” di tutti. Oscillando tra disincanto e rassegnazione. \nMarita Toniolo (www.bestmovie.it)
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SUMMARY:Revenant - Redivivo (di A. G. Iñárritu)
DESCRIPTION:Revenant – Redivivo \ndi Alejandro González Iñárritu \nCon Leonardo Di Caprio\, Tom Hardy\, Will Poulter\, Domhnall Gleeson\, Brad Carter \nAvventura\,  156 min. – USA 2015. Premio oscar a Alejandro González Iñárritu (miglior regia)\, Leonardo Di Caprio (miglior attore protagonista) e a Emmanuel Lubezki  (miglior fotografia) \n Il calvario di una spedizione di cacciatori di pelli nel nord degli Stati Uniti nell’inverno del 1823. Braccata e decimata dagli indiani\, la spedizione si avvia verso il proprio fortino quando la guida del gruppo\, HughGlass\, un uomo bianco che ha sposato una donna nativa e ha con sé il loro figlio adolescente\, viene attaccato da un orso e ridotto in fin di vita. Il film racconta il tentativo di Glass di sopravvivere e tornare alla base. \nPer prima cosa Revenant è un film spettacolare\, vista la fotografia di Lubezki\, l’uso quasi esclusivo della steadycam\, le musiche avvolgenti di Sakamoto e Noto\, le distese di neve\, ghiaccio\, foreste\, montagne che il formato panoramico abbraccia. È un film spettacolare sia in un senso riflessivo\, con il protagonista solo e immerso negli spazi a perdita d’occhio\, sia grazie ad alcune scene d’azione molto funamboliche\, soprattutto nella sequenza dell’attacco degli indiani. Iñárritu è un virtuoso della macchina da presa\, e qui più che nel chiuso del teatro di Birdman questa sua caratteristica emerge pienamente. \nÈ presto chiaro con chi si confronta Iñárritu nel raccontare una storia di uomini che conquistano la terra con la violenza\, la sfidano e la posseggono\, sia nel senso politico della distruzione dei popoli che la abitano\, sia in quello titanico del desiderio di sottomettere gli elementi. I modelli sembrano Aguirre\, furore di dio di Herzog e il cinema di Terrence Malick\, soprattutto Il nuovo mondo. Del primo ci sono il vapore che appanna l’immagine\, la sensazione di fatica fisica dell’obiettivo\, la brutalità di Tom Hardy vista come destino. Di Malick c’è un senso degli elementi così dettagliato da diventare quasi religioso\, unito a una visione dei nativi come sacerdoti di questo culto. \nMa il film è pieno di molto altro\, soprattutto di un certo desiderio politico di ricordare agli statunitensi la natura della loro nazione: il fatto che siano stati parte fondamentale del più grande genocidio che si ricordi\, quello dei nativi americani\, e che ancora oggi la loro missione civilizzatrice colpisca i popoli del mondo […]. \nAl di là di tutto il resto\, questo è un film che riempie gli occhi. Lubezki e Iñárritu sono andati a cercare luoghi sperduti e splendidi tra Alberta\, Montana e British Columbia per disegnare con luce naturale e formato panoramico un ambiente che incarna l’equilibrio perfetto tra meraviglia e pericolo. I piani sequenza più spettacolari del film saranno probabilmente studiati da aspiranti registi e operatori\, perché mentre succedono è veramente complicato capire come siano possibili. Perfino la scena dell’attacco dell’orso\, completamente costruito in digitale\, lascia senza fiato per naturalezza e credibilità. \nMatteo Bordone (www.internazionale.it)
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SUMMARY:Il Ponte delle Spie (di S. Spielberg)
DESCRIPTION:Il ponte delle spie \ndi Steven Spielberg \nCon Tom Hanks\, M. Rylance\, A. Ryan\, S. Koch\, A. Alda\, B. Magnussen\, E. Hewson\, A. Stowell\, D. Lombardozzi\, M. Gaston\, S. Kunken\, P. McRobbie\, M. Caka\, J. Harto\, B. Klaußner. \nThriller\, 140 min – USA 2015. Miglior attore non protagonista Oscar 2016. \nNY\, 1957. Rudolf Abel viene arrestato con l’accusa di essere una spia sovietica. La democrazia impone che venga processato\, la scelta dell’avvocato cade su James Donovan che fino a quel momento si è occupato di assicurazioni. Nel frattempo un aereo spia americano viene abbattuto dai sovietici e il tenente Powers viene fatto prigioniero. Si profila la possibilità di uno scambio e Donovan dovrà gestire il negoziato. \nL’intro hitchcockiano cede man mano il passo a uno svolgimento sempre più letterario\, dove il racconto è già leggenda e ancora incertissimo presente; e dove il Donovan di Tom Hanks sembra rispondere al paradigma dell’everyman\, cappotto cappello ombrello\, se non fosse che\, nel cinema di Spielberg più che mai\, l’apparenza in qualche modo inganna.  Donovan è infatti qualcuno che incarna il mestiere che fa\, lo onora come una “professione”. Non si occupa di giustizia\, è un giusto. Se a lui appare incredibile che il suo assistito non si preoccupi visibilmente del suo destino\, all’altro appare inizialmente inverosimile che l’avvocato non voglia sapere la verità sulla sua colpevolezza o innocenza. “Servirebbe?” No. Per lui\, che ha già fatto il proprio dovere in Normandia (salvando il soldato Ryan)\, ogni uomo è importante\, ogni vita. Donovan non vede Abel innanzitutto come una spia\, un russo\, un nemico: sceglie di guardarlo come una persona. Man mano che lo conosce\, gli darà un colore e una profondità\, forsanche quella dell’amicizia o dell’ammirazione\, ma la scelta riguardo allo sguardo da adottare l’ha fatta in partenza. Come il regista. Lo dice bene la prima inquadratura\, nella quale Abel sta dipingendo il suo autoritratto\, con l’ausilio di uno specchio. L’immagine nello specchio e quella sulla tela sono immagini della stessa persona\, ma non sono identiche. La prima riflette una superficiale obiettività\, la seconda reca traccia del tempo e dei pensieri intercorsi nelle ore del fare. Non conta quello che di te penseranno gli altri\, dirà Donovan al soldato Powers\, ma “quello che sai tu”. (…) \nIn un’epoca come la nostra\, di sospetti quotidiani\, intercettazioni isteriche\, identificazioni affrettate di un uomo col suo credo\, il suo abito o la sua provenienza\, Il ponte delle spie è un film di bruciante attualità\, profondamente consapevole della dignità della professione artistica e della sua funzione sociale. \nMarianna Cappi (www.MyMovies.it)
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SUMMARY:Julieta (di P. Almodóvar)
DESCRIPTION:Julieta \ndi  Pedro Almodóvar \nCon Emma Suarèz\, Adriana Ugarte\, Daniel Grao\, Inma Cuesta\, Darío Grandinetti. \nDrammatico\, 99 min. – Spagna 2016. \nJulieta\, una professoressa di cinquantacinque anni\, cerca di spiegare\, scrivendo\, a sua figlia Antia tutto ciò che ha messo a tacere nel corso degli ultimi trent’anni\, dal momento cioè del suo concepimento. Al termine della scrittura non sa però dove inviare la sua confessione. Sua figlia l’ha lasciata appena diciottenne.  \n Contropiede Almodóvar. Chi si aspetta il «solito» film colorato e barocco è avvertito: questa volta il regista spagnolo cambia radicalmente stile e messa in scena. ‘Julieta’ è sì l’ennesimo ritratto femminile del regista\, ma questa volta più trattenuto\, amaro\, doloroso. Perché se c’è un tema che emerge dal film\, oltre al peso che vi gioca il destino\, è proprio il dolore\, una specie di porta stretta e obbligata attraverso cui le persone devono passare per riuscire a capire il senso della propria vita. Un dolore che a volte è represso\, sepolto\, ma che poi finisce per prendersi la sua rivincita\, obbligando le persone a farci i conti. Sembrerebbe una materia romanzesca\, e in parte lo è\, se non fosse che Almodóvar riduce al minimo il gusto del racconto per limitarsi a una serie di incontri/ritratti dove mette in evidenza soprattutto le tensioni\, le paure\, le gelosie\, come preoccupato di ricordare allo spettatore che ogni (momentanea) gioia nasce dal dolore e dalla sofferenza di qualcun altro. Riducendo al minimo la propria tradizionale esuberanza e la vitalità contagiosa delle sue precedenti eroine\, capaci di superare ogni ostacolo\, Almodóvar racconta la depressione e la sofferenza che possono catturare le persone. Un po’ per «colpa» dei racconti di Alice Munro (dalla raccolta ‘In fuga’) che sono serviti da ispirazione al film\, ma molto per un’evidente cambio di tono registico e psicologico. Il senso di colpa in Julieta diventa il vero motore del dolore che divora l’anima delle persone. Ne esce così un film volutamente incompiuto\, che lascia le soluzioni sospese\, che porta lo spettatore a confrontarsi con il prezzo che ogni felicità sembra avere ma che pur negando ogni lieto fine ci ricorda come l’esperienza del dolore e della sofferenza vadano guardate in faccia\, senza infingimenti e soprattutto senza false coscienze. (…) \nPaolo Mereghetti (Corriere della Sera)
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SUMMARY:1981 Indagine a New York (di J. C. Chandor)
DESCRIPTION:1981: Indagine a New York \ndi  J.C. Chandor \nCon Oscar Isaac\, Jessica Chastain\, David Oyelowo\, Alessandro Nivola\, Albert Brooks\, Elyes Gabel\, Catalina Sandino Moreno\, Peter Gerety\, Christopher Abbott\, Ashley Williams. \nThriller\, 125 min. – USA 2014. Miglior film al National Board of Review of Motion Pictures 2014. \nNew York City inverno 1981\, statisticamente uno degli anni più violenti nella storia della città. Il film segue la vita di un immigrato e della sua famiglia che tenta di espandere i propri affari\, ma viene trascinata in un vortice di violenza e corruzione che minaccia di distruggere tutto quello che ha costruito. \nA J.C. Chandor piace descrivere le crisi e come gli individui reagiscono alle stesse. Lo ha fatto con il suo film d’esordio Margin Call\, in cui il pericolo era imminente e richiedeva di agire scegliendo un’etica o facendone a meno e ha proseguito immergendo un unico protagonista nei marosi dell’Oceano indiano in All Is Lost – Tutto è perduto. Torna ora sul tema scrivendo e dirigendo un film il cui titolo originale è molto più significativo di quello neutrale per il mercato italiano. Perché A Most Violent Year fa esplicito riferimento all’anno 1981 che è risultato sul piano statistico uno di quelli in cui si è registrato un elevatissimo numero di crimini a New York. È in questo ‘oceano’ che si trova a navigare Abel Morales che ha sposato la figlia di un gangster dal quale ha acquisito l’azienda ma che non ha e non vuole avere nulla a che fare con il malaffare. Vuole navigare tenendo la barra dritta ma tutto intorno a lui sembra coalizzarsi contro questa volontà. \nSembra di assistere a un film di altri tempi mentre si segue la via crucis di quest’uomo che non ha nulla dell’ingenuo ma che sembra far propria la massima evangelica che invita ad essere prudenti come serpenti e al contempo candidi come colombe. Ma quello che potrebbe sembrare un difetto costituisce invece il pregio assoluto di questo film condotto con mano ferma e con conoscenza dei generi (in particolare di quello gangsteristico). Perché\, mentre ogni certezza sembra crollare e il tempo per realizzare il proprio sogno si fa sempre più esiguo\, sul volto di un ottimo Oscar Isaac (sicuramente più adatto al ruolo di Javier Bardem\, che ha abbandonato per divergenza di vedute con Chandor) compaiono tutti i dubbi di chi si chiede se piegarsi al ‘lato oscuro della forza’ non sia in definitiva la scelta migliore. Lo spettatore è implicitamente invitato a fare proprie le sue aporie e a chiedersi cosa farebbe al suo posto. Si tratta di un processo di coinvolgimento che nel cinema di questi tempi non è poi così diffuso. \nGiancarlo Zappoli (www.mymovies.it)
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SUMMARY:Tutto Andrà Bene (di J. Medem)
DESCRIPTION:Ma Ma – Tutto andrà bene \ndi Julio Medem \nCon Penelope Cruz\, Luis Tosar e Asier Etxeandia\, Teo Planell e Anna Jiménez. \nDrammatico\, 111 min. – Francia / Spagna 2015. \nMadga\, insegnante disoccupata\, è una donna molta coraggiosa che\, quando si ritrova faccia a faccia con un cancro incurabile\, è costretta a reagire tirando fuori tutta la forza che ha dentro e non lasciandosi sopraffare dagli eventi. Nonostante le difficoltà che la circondano\, sarà in grado di regalare un sorriso a chi la circonda e di vivere con gli altri momenti di felicità\, umorismo e risate. \nUn colpo al cuore. Spalmato su un film intero\, senza pietà\, con qualche regolare concessione al sorriso della poesia. Questa storia è una di quelle che\, più che togliere il respiro\, lo rallentano\, lo dilatano. Ci costringono a frenare le emozioni\, per assumerle poco alla volta\, come una medicina amara\, come un impegno gravoso che richiede i suoi tempi. Il concentrato di tristezza va diluito\, versandovi le gocce di quelle piccole gioie che\, nonostante tutto\, sono così forti da poter convivere con i grandi dolori. Le accompagnano i sogni futili ed innocenti\, le aspirazioni che\, pur nascendo in seno alla spensieratezza\, non cedono di fronte alle paure più terribili\, nemmeno a quella della sofferenza\, dell’abbandono\, della morte. Una donna si ammala\, ritrova l’amore e la salute\, risorge\, per poi subire un nuovo duro attacco da parte del destino. Accade lo stesso all’uomo che Magda\, in questa difficile fase della sua esistenza\, incontra per caso\, sulle gradinate di uno stadio in cui si disputa una partita di calcio tra bambini. Il gioco è lo sfondo tenero di questa favola divisa fra gli ospedali e i luoghi di vacanza\, tra lacrime e canzoni\, tra brutte verità e meravigliose bugie. Un melodramma dei giorni nostri – verrebbe da dire – ossequioso delle commozioni da fiction e delle crudeltà del reality. Un racconto che invade l’interno del corpo e della stessa anima\, rivelando i dettagli anatomici dell’uno\, gli strani segreti dell’altra. E che\, nel farlo\, mostra una tenacia pari a quella della giovane protagonista\, una mamma che non si arrende\, una Penélope Cruz che impugna il ruolo con tutta l’energia possibile\, senza timore di esagerare\, di sforare il delicato confine del verosimile. Nonostante tutto\, noi le crediamo. Così come ci convince la precipitosa successione degli eventi\, quell’affannosa concatenazione di svolte prevedibilmente tragiche\, eppure beneficamente filtrate dalla fine psicologia di un personaggio che\, attraverso la sua drammaticità tanto intensa quanto naif\, si dedica interamente alla speranza\, dimentica di se stessa\, però schiava delle proprie romantiche utopie. La voglia di vincere è sovrana\, nelle cose importanti e in quelle trascurabili\, e si fa nucleo portante di una santità senza Dio\, che adora solamente la vita in quanto tale. Lo spirito di questa religiosità del sentimento emana una luce bellissima\, abbagliante e tuttavia incantevole\, che ci rende docili al pianto\, anche contro la nostra ragionevolezza. La potenza di narrazione ed interpretazione assomiglia a un faro\, che a tratti illumina  l’orizzonte\, e sembra guardare lontano\,  a tratti si gira verso di noi\, e ci viene graziosamente sparato negli occhi. Il meccanismo funziona. Lo spettacolo tiene\, con noi che restiamo inchiodati alla sua splendida illusione di profondità morale\, che non pretende di ergersi a letteratura\, però sa presentarsi come preziosa ed autentica. Il film vola\, alto\, agile\, leggero\, e\, mentre le sue acrobazie tracciano nel cielo i convenzionali arabeschi del romanzo rosa\, la vertigine conserva un sapore sobrio\, esente da sdolcinature. Le intenzioni del discorso sembrano molto serie. E noi\, in tutta coscienza\, non possiamo fare a meno di andargli dietro. \nOGM (www.filmtv.it)
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SUMMARY:Nausicaa della Valle del Vento (di H. Miyazaki)
DESCRIPTION:Nausica della valle del vento \ndi Hayao Miyazaki \nAnimazione\, 116 min. – Giappone 1984. \nIn seguito ad un cataclisma\, una foresta tossica ha ricoperto la maggior parte della superficie terrestre. In questo scenario apocalittico\,  il regno della Valle del Vento – governato da Jihl\, padre della coraggiosa Principessa Nausica – è una delle poche zone ancora popolate. Nausica ha due doni: saper cavalcare il vento e riuscire a comunicare con gli Ohm\, i giganteschi insetti guardiani della foresta. Grazie alle sue abilità\, la Principessa intraprenderà una coraggiosa sfida volta a ristabilire la pace e a riconciliare l’umanità con la Terra. \n(…) Nausica è unanimemente considerata l’opera fondativa della casa cinematografica e del Miyazaki-pensiero\, la filosofia che ha cambiato per sempre il mondo dell’animazione mondiale. Nella vicenda è possibile individuare le tematiche peculiari dell’autore: l’amore per la natura e per la vita\, un’eroina in età adolescente con un coraggio pari solo alla sua bontà di cuore\, la fascinazione per gli aerei e per ogni tipo di strumento o marchingegno che consenta all’uomo di librarsi in volo. Anche il sodalizio con Hisaishi Joe\, autore delle musiche\, nasce con Nausica. Benché da un punto di vista tecnico si avverta una certa obsolescenza\, per il resto Nausica è opera che trascende la propria contestualizzazione temporale\, tanto da rappresentare\, a distanza di decenni\, un’inesauribile fonte di ispirazione. Forse resta ineguagliabile per lo stesso Miyazaki l’operazione di sincretismo di molteplici fonti (Dune e i suoi Vermi\, i Grandi Antichi di H. P. Lovecraft\, le battaglie di popoli di J.R.R. Tolkien\, l’Odissea)\, in cui ognuna fornisce il suo contributo senza inficiare la totale autonomia e credibilità dell’universo miyazakiano. Fantasy e fantascienza si mescolano in parti uguali. Il risultato è una straordinaria parabola ecologista in cui la forza della narrazione e la libertà delle creazioni visive del regista non sono intaccate dalla presenza di un evidente messaggio-monito ambientalista. In netta controtendenza con il canone del genere fantastico\, Miyazaki evita ogni manicheismo\, chiarendo in diverse scene come non esista una divisione netta tra bene e male: anche gli atti più scellerati sono figli di una ragione ben precisa\, che alimenta la paura nel cuore degli uomini. Cause e soluzioni variano caso per caso e\, benché l’uomo sia dominato da tentazioni e da fragilità che lo portano a commettere gli stessi errori in un ciclo continuo\, non esiste il male in sé. \nEmanuele Sacchi (www.mymovies.it)
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SUMMARY:Quo Vado (di G. Nunziante)
DESCRIPTION:Quo Vado \ndi Gennaro Nunziante \nCon Checco Zalone\, Maurizio Micheli\, Lino Banfi\, Eleonora Giovanardi\, Sonia Bergamasco\, Ludovica Modugno. \nCommedia\, 86 min. – Italia 2015. \nChecco è stato allevato con il mito del posto fisso. A quasi 40 anni vive quella che ha sempre ritenuto essere la sua esistenza ideale: scapolo\, servito e riverito dalla madre e dall’eterna fidanzata che non ha alcuna intenzione di sposare\, accasato presso i genitori\, assunto a tempo indeterminato presso l’ufficio provinciale Caccia e pesca. Ma le riforme arrivano anche per Checco\, e quella che abolisce le province lo coglie impreparato… \n Checco Zalone non ha ancora esaurito le idee\, a ben guardare il successo che continua a raccogliere pellicola dopo pellicola. La sua è un’ascesa continua sia in termini economici che in termini di pubblico\, visto che i suoi film sono destinati ad incarnare il nuovo concetto di “nazional popolare”: alla portata di tutti\, vengono apprezzati e compresi senza alcuna distinzione di età o estrazione sociale. In poche parole\, Zalone fa ridere chiunque. Ormai giunto al suo quarto lungometraggio\, le gag non sono mai ripetitive nonostante il suo personaggio resti sempre fedele a se stesso (…). \nAnche in Quo Vado? il protagonista si chiama Checco Zalone e\, sebbene non sia più un ragazzino\, abita ancora con mamma e papà. Il suo più grande sogno da bambino era diventare un “posto fisso” e il padre\, grazie alla classica raccomandazione\, riesce a farlo entrare in un ufficio pubblico a mettere timbri. Fidanzato ma con nessuna intenzione di sposarsi (nella sua vita c’è un’altra donna: la madre!)\, la vita di Checco subisce uno scossone quando viene approvata la legge che elimina le province. Il suo lavoro è in bilico e ci sono solo due possibilità tra cui scegliere: firmare le dimissioni e ricevere una piccola buona uscita oppure accettare un trasferimento. Checco opta per la seconda\, seguendo i consigli dell’ex senatore Binetto (interpretato da un divertentissimo Lino Banfi). Il dirigente incaricato di risolvere ogni contratto pendente è una vera lady di ferro (credibilissima in questi ruoli l’attrice Sonia Bergamaschi) che lo sposta da una parte all’altra del Paese al solo scopo di farlo desistere\, ma lo spirito d’adattamento e soprattutto la venerazione per il posto fisso permetteranno a Checco di trovarsi bene in qualsiasi posto. Anche… al Polo Nord! Lì il povero impiegato troverà nuovi valori\, nuovi stimoli e soprattutto l’amore (di Eleonora Giovanardi\, che interpreta la studiosa Valeria Nobili). Ma nessuno immagina quali saranno le ‘disastrose’ conseguenze di tutto questo… \nRaffaella Mazzei (www.mistermovie.it) \n 
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SUMMARY:Perfect Day (di F. L. de Aranoa)
DESCRIPTION:Perfect Day \ndi  Fernando León de Aranoa \nCon Benicio Del Toro\, Tim Robbins\, Olga Kurylenko\, Melanie Thierry\, Fedja štukan. \nDrammatico\, 106 min. – Spagna 2015. \nÈ il 1995 da qualche parte in Bosnia\, tre operatori umanitari (il responsabile della sicurezza Mambrù\, la responsabile delle risorse idriche Sophie\, l’operatore B) sono impegnati nella rimozione di un cadavere da un pozzo. L’operazione è necessaria per bonificare l’acqua che rifornisce una comunità. I mezzi a disposizione sono però scarsi\, una corda ed un piccolo argano e l’uomo nel pozzo particolarmente grasso\, così la corda si rompe. \n (…) Una storia di normale anormalità\, di complicazioni irrazionali\, mine reali\, ideali umanitari e umane debolezze. Il cinema di Fernando Leon de Aranoa\, salta in avanti con questo capitolo\, pur restando fedele ad una poetica delle piccole cose e dei piccoli momenti. Come i suoi antieroi lavorano con pazienza a mettere un po’ d’ordine nel caos\, il regista spagnolo lavora con mezzi semplici a fotografare la labirintica complessità della vita e ne esce un racconto realistico ed emblematico insieme\, nel quale però la metafora non è schiacciante né pregiudicante. \nMerito di una sceneggiatura più che buona\, dove tutto torna senza che ne avvertiamo la meccanica\, o almeno senza che si avverta la forzatura in tale meccanica\, perché perfettamente giustificata dal tema del film\, che ha a che fare con i ricorsi della Storia così come con la capacità degli uomini di aggrovigliare tragicamente la matassa già di per sé imperscrutabile del destino. Senza lanciarsi in discorsi troppo alti ed estranei al film\, rimanendo ben ancorato a terra\, alla ricerca di una banale corda o di un pallone da calcio\, Aranoa parla del dramma della guerra meglio di tante immagini dal fronte\, confuse e roboanti. Come nelle opere migliori\, Perfect Day tratta di relazioni\, e trova davvero un valore aggiunto nel cast internazionale e nel lavoro di Benicio Del Toro in primis\, che tiene la nota di base\, grave e mai patetica\, su cui possono improvvisare quella più comica di Tim Robbins\, quella maliziosa (solo in apparenza) della Kurylenko\, quella più ingenua (e un poco al limite) di Mélanie Thierry. L’ironia della sorte\, ci dice Aranoa\, non è sempre quella di passare dalla padella alla brace\, mentre fuori piove: a volte si può sorridere\, con meno amarezza\, del movimento contrario\, dalla brace alla padella. Fuori\, comunque\, piove. \nMarianna Cappi (www.mymovies.it)
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SUMMARY:Ave Cesare (di E. e J. Coen)
DESCRIPTION:Ave\, Cesare! \ndi  Ethan Coen\, Joel Coen \nCon Josh Brolin\, George Clooney\, Alden Ehrenreich\, Ralph Fiennes\, Scarlett Johansson\, Tilda Swinton\, Frances McDormand\, Channing Tatum\, Jonah Hill\, Veronica Osorio \nCommedia nera\, 106 min. – USA 2016 \nMentre sull’atollo di Bikini gli Stati Uniti sono impegnati con gli esperimenti sulla bomba H\, a Hollywood Eddie Mannix è un fixer\, cioè colui che deve tenere lontani dagli scandali in cui si vanno a ficcare le star che stanno lavorando ai film di un grande Studio. Quando poi accade che scompaia il protagonista di un film su Gesù\, nei panni di un centurione romano\, la situazione si complica. Anche perché costui è stato rapito da un gruppo di ferventi comunisti. \nAve\, Cesare! svela finalmente dei Coen un lato meno ideologico e più concreto. Non gli interrogativi sulla fede\, non i contorcimenti inespugnabili della verità e neppure l’inattendibilità di una rappresentazione verisimile del sacro\, del divino e dell’assoluto (su cui comunque anche in questo caso si insiste): Ave\, Cesare! mi pare più di tutto una sfida fra ideale e regime\, fra ambizione e industria. Lo smascheramento del credo quale dubbio in cui perdersi stavolta assume le misure di un contradditorio più “prosaico”: i Coen si svincolano dal concetto\, dalle sue manifestazioni\, dalla sua indeterminatezza e dal suo sistema\, e scendono a patti con il capitale. Quasi un’eresia: Ave\, Cesare! dimostra che non è importante il guadagno\, ma che è il denaro a essere importante\, come investimento nel mercato però anche come rispetto dello spettatore. Questa sì che è una novità\, a Hollywood. \nI Coen usano la loro poetica per affermare che\, una volta che tutto è stato detto e fatto e girato e pensato\, i soldi sono fondamentali quanto la dottrina. Mica male\, per un film che pare mettere alla berlina il suo dietro le quinte. E invece Ave\, Cesare! certifica la necessità di dare un senso all’impiego del denaro\, non banalmente di condannarlo o di evidenziarne lo sperpero. In questo film vince la pragmatica sulla filosofia\, la sostanza sulla congettura […] Un atto d’amore (e d’autore\, non c’è dubbio) sul bisogno di confidare nel denaro quale linguaggio per dialogare e di cui non avere paura. È naturale che\, in scenari di capitalismo e di globalizzazione\, un simile pensiero metta quantomeno in imbarazzo: tuttavia i Coen\, sfidando la retorica e l’etica\, e sfidando noi stessi e la nostra educazione morale al denaro\, smontano l’astrazione\, il sogno e l’utopia per dare sostegno alla persona che del denaro ha una visione sostanziale\, di strumento per la costruzione (di un mondo\, di un immaginario\, di cartapesta\, di set\, di green screen\, di effetti speciali\, di finzione)\, e non di arma per un profitto. \nPier Maria Bocchi (www.cineforum.it)
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SUMMARY:La Casa delle Estati Lontane (di S. Amitaï)
DESCRIPTION:La casa delle estati lontane \ndi Shirel Amitay \nCon Gina Philips\, Alex Hassell\, Kellie Shirley\, Andrew Knott\, Jack Bailey\, John Lebar\, Romla Walker\, Tom Wontner\, Gregg Harris\, Stuart Brennan\, Finlay Carr\, Gillian MacGregor. \nDrammatico\, 91 min. – Israele / Francia 2015. \nIsraele\, 1995. La pace è finalmente tangibile. Nella piccola città di Atlit\, Cali ritrova le sue due sorelle\, Darel e Asia\, per vendere la casa ereditata dai genitori. Tra momenti di complicità e incontenibili risate\, riaffiorano i dubbi e gli antichi dissapori\, ma appaiono anche strani convitati che seminano un’allegra confusione. Il 4 novembre il processo di pace viene annientato\, ma le tre sorelle rifiutano di abbandonare la speranza. \n Politica e dramma interiore si mescolano nella Casa delle estati lontane (Rendez-vous a Atlit)\, una storia che racconta di tre sorelle che si ritrovano nella cittadina di Atlit (Israele) per vendere la casa di campagna che fu dei genitori. La storia è ambientata nel 1995\, momento in cui molti ebrei di Francia tornano nella propria Terra alla ricerca di un clima più sereno e accogliente – in realtà comunque incrinato dal perenne conflitto con i vicini palestinesi. Divise tra Storia e storie personali\, Cali\, Darel e Asia non ritrovano soltanto frammenti della propria infanzia e adolescenza\, ma i loro stessi genitori a far loro visita\, sotto forma di apparizioni fantasma che si presentano proprio quando le tensioni tra le figlie sembrano allontanarle di più l’una dall’altra. Proprio tali apparizioni\, se da una parte avrebbero lo scopo di riavvicinarle e sanare i loro piccoli rancori\, dall’altra minano la decisione di vendere la casa\, acuendo i contrasti – forse non così sopiti – e conducendo la storia verso qualche cliché che poteva essere evitato: fratelli (o sorelle\, appunto) che si ritrovano in un luogo in cui hanno trascorso tanto tempo insieme\, capace però di risvegliare tanto il meglio quanto il peggio di loro stessi. La Storia\, però\, giunge in soccorso delle tre protagoniste e ha la precedenza sulle vicende personali\, quasi effimere\, di ognuna di loro: tutte e tre si ritrovano l’una al fianco dell’altra per partecipare alla manifestazione di massa del 4 novembre\, a Tel Aviv\, e affermare un comune desiderio di pace. Proprio poco prima che il primo ministro Yitzhak Rabin fosse ucciso. Se non è possibile sperare in una pace politica\, diffusa\, è almeno possibile trarre il meglio che si può da una tragedia inevitabile: rinsaldare i legami che ci permettono di sopravvivere\, nonostante tutto. \nPaolo Ottomano (www.cinema4stelle.it)
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SUMMARY:Codice 999 (di J. Hillcoat)
DESCRIPTION:Codice 999 \ndi  John Hillcoat \nCon Kate Winslet\, Chiwetel Ejiofor\, Casey Affleck\, Woody Harrelson\, Aaron Paul\, Gal Gadot\, Teresa Palmer\, Norman Reedus\, Clifton Collins Jr.\, Anthony Mackie. \nDrammatico / Polizziesco / Thriller\, 115 min. – USA 2016. \nUna banda di corrotti agenti di polizia ed ex membri dell’esercito\, tenuta in pugno dalla mafia russo-israeliana di Atlanta\, è costretta a tentare una rapina apparentemente impossibile. Per farcela e uscirne vivi gli uomini hanno una sola speranza: distrarre tutte le forze dell’ordine organizzando un “999” – codice usato dalla polizia per segnalare che un agente è stato colpito in azione. \n Se i generi cinematografici fossero gesti atletici\, se ne potrebbe stabilire più facilmente il valore\, secondo canoni disponibili a tutti. Così\, per esempio\, sarebbe molto facile decidere il valore di un film come Codice 999\, che attorno ai luoghi comuni del noir – la rapina in banca\, il rapporto di fratellanza tra delinquenti\, l’agente doppiogiochista\, l’ombra lunga della malavita – esegue un gesto cinefilo perfetto\, armonico e compiuto. Siamo ad Atlanta\, in Georgia\, dove una banda di ladri lavora al soldo della mafia russo-ebraica. Ne fanno parte un ex militare dei corpi speciali\, un ex poliziotto tossicodipendente\, e due che la divisa la vestono ancora\, compreso un detective della Omicidi. Il primo colpo fila liscio come l’olio\, ma per finire il lavoro ce ne vuole un altro\, rischioso il doppio – un’incursione in un deposito governativo di massima sicurezza. Per portarlo a termine il gruppo decide di sfruttare il codice del titolo: 999 significa “agente a terra”\, e quando un poliziotto muore si scatena la caccia all’uomo\, mentre resto della città rimane sguarnita. Chi ammazzare\, tra i colleghi della Centrale?. John Hillcoat non è Michael Mann\, e la vita di guardie e ladri – mogli giovani\, figli contesi\, fratelli d’armi – perde in romanticismo quello che guadagna in ferocia. Nei tavolini d’angolo di brutti night club\, al fondo di parcheggi sotterranei e tra le villette a schiera dei quartieri popolari\, spacciatori messicani e poliziotti onesti fanno la stessa vita schifosa; solo chi ruba e ammazza in modo sistematico\, chi delinque su larga scala e in combutta con le istituzione\, si può permettere i piani alti della downtown. Il resto della città è un porto d’ombre\, l’espressione di una crisi assoluta – economica\, sociale\, normativa. Cinema nichilista\, duro come il cemento\, che nel groviglio di tradimenti salva solo un matrimonio e il rapporto tra uno zio e il nipote. Sono l’ultima luce di una civiltà già inghiottita dalle tenebre\, dove l’omicidio\, due volte su tre\, sembra un atto di clemenza. \nGiorgio Viaro (www.bestmovie.it)
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