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SUMMARY:Dove Eravamo Rimasti (di J. Demme)
DESCRIPTION:Dove eravamo rimasti \ndi Jonathan Demme \nCon Meryl Streep\, Mamie Gummer\, Rick Springfield\, Kevin Kline\, Audra McDonald\, Sebastian Stan\, Ben Platt\, Charlotte Rae\, Maria Di Angelis\, Lisa Joyce\, Li Jun Li\, Carmen Carrera. \nDrammatico\, 100 min. – USA 2015. \nRick è la front woman di una band rock che entusiasma un non foltissimo pubblico di appassionati. Non è più giovanissima e ha lasciato da molti anni il marito e i tre figli per inseguire il suo sogno musicale. La brusca rottura del matrimonio della figlia Julie la spinge a ‘tornare a casa’cioè a raggiungere l’ex marito che vive con la nuova compagna in una lussuosa villa. L’incontro con l’ormai cresciuta prole avrà luci ed ombre. \n[…] Jonathan Demme e la sua sceneggiatrice Diablo Cody sembrano guardare agli anni ’80 (prontamente evocati durante uno scambio di battute)\, al cinema di famiglie\, di matrimoni e di rapporti di sangue in crisi\, ai luoghi comuni e agli sviluppi del caso più prevedibili. Eppure mi pare che Dove eravamo rimasti (titolo italiano stranamente indovinato\, tutto sommato) giunga a conclusioni ben diverse da quelle che contemplava il cinema hollywoodiano di trent’anni fa\, benché la struttura\, fatta di ritorni e di confronti\, vi appartenga con evidenza. \nQui si piange\, si litiga\, si canta e si balla con un’idea di generazioni a confronto che allora ambiva generalmente alla riconciliazione o quantomeno alla comprensione degli opposti\, mentre oggi i mondi e le generazioni rimangono ben distinti\, non sono reciprocamente risolutivi\, e se si capiscono\, nondimeno non garantiscono la serenità comune. Ciò non significa adagiarsi nel cinismo o nel rifiuto degli affetti: c’è un bisogno di riscoprire il sentimento\, in Dove eravamo rimasti\, che non è banalmente la necessità dell’amore ritrovato\, ma una più profonda (e profondamente americana) esigenza di una vicinanza. \nQuesto film non dà niente per scontato\, nonostante i luoghi comuni utilizzati; non celebra niente\, casomai reclama il diritto ad avere qualcuno con sé e per sé. Al riguardo\, credo sia uno dei film più sinceramente commoventi degli ultimi anni\, perché si completa soltanto nella formazione di coppie di fatto che implicano il recupero di una prossimità – fisica\, emozionale\, sentimentale – al di là di qualunque registro istituzionale (perfino al di là degli stessi luoghi comuni: vedere com’è risolto il personaggio del figlio gay). Prossimità anche nel senso di ripresa della propria serenità\, riavvicinamento a una certa qual quiete di sé (la figlia abbandonata dal marito). Nessuno aiuta nessuno\, a conti fatti\, tuttavia ognuno riscopre l’importanza di una contiguità\, senza retorica\, senza troppe scene madri. \n[…] Ecco\, se gli anni ’80 devono tornare (lo vediamo e sentiamo un po’ ovunque\, non solo in sala)\, questo modo\, e con questo cinema\, è il modo migliore\, il modo più onesto. E legittimo. \nPier Maria Bocchi (www.cineforum.it)
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SUMMARY:Miracolo a Milano (di V. De Sica) - INGRESSO GRATUITO
DESCRIPTION:Miracolo a Milano \ndi Vittorio De Sica \nCon Paolo Stoppa\, Alba Arnova\, Emma Gramatica\, Guglielmo Barnabò. Soggetto Cesare Zavattini. Sceneggiatura Zavattini e De Sica. Fotografia Aldo Graziati. Effetti speciali Ned Mann.\nFantastico\, 100 min. – Italia 1951. Palma d’oro al Festival di Cannes 1951. \n Totò nasce sotto un cavolo e viene adottato da una buona vecchina che purtroppo muore troppo presto. Però il suo spirito non abbandona mai il buon Totò e gli viene in aiuto nei momenti più difficili. Soprattutto quando un ricco commendatore tenta di scacciare Totò e i suoi amici dal terreno sul quale vivono perché vi ha trovato il petrolio. \n Ho lavorato tanto a Miracolo a Milano! L’ideazione\, certo\, riguarda me\, e la costruzione. La regia riguarda davvero Vittorio\, e Vittorio ha dimostrato di saper fare tutto quello che credeva di non quando invece io non avevo mai dubitato della sua capacità a farlo. \nCesare Zavattini \nIl direttore dell’ENIC (coproduttore del film)\, per tema di avere delle noie con il governo\, aveva voluto che si cambiasse il titolo del film tratto da Totò il buono\, e che era stato deciso da me e da Zavattini\, cioè I poveri disturbano\, in Miracolo a Milano\, che non ebbe l’esito finanziario del film precedente\, in quanto tutti credevano che fosse un film religioso. Invece si trattava di un tentativo di portare lo stile neorealista a tutte le forme di spettacolo\, dalla commedia borghese alla commedia musicale\, alla fiaba. Volevamo che il neorealismo non diventasse una formula\, e volevamo adottare lo stile a tutti i generi di spettacolo. Ma un articolo di un noto teorico del cinema\, Guido Aristarco\, parlò d’involuzione. Zavattini specialmente ma anche io ci spaventammo e facemmo marcia indietro. E sbagliammo. Perché Miracolo a Milano piacque in tutto il mondo. Conservo ancora una lettera di Delanoy\, il quale mi scrisse che alla prima del film\, all’uscita dal cinema\, non riusciva a infilare la chiave nel cruscotto della sua macchina. \nVittorio De Sica (L’avventurosa storia del cinema italiano) \n 
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