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SUMMARY:Fiore (di C. Giovannesi)
DESCRIPTION:Fiore \ndi Claudio Giovannesi \nCon Daphne Scoccia\, Josciua Algeri\, Laura Vasiliu\, Aniello Arena\, Gessica Giulianelli. \nDrammatico\, 110 min. – Italia / Francia 2016. \nCarcere minorile. Daphne\, detenuta per rapina\, si innamora di Josh\,. In carcere i maschi e le femmine non si possono incontrare e l’amore è vietato: la loro relazione vive solo di sguardi da una cella all’altra\, brevi conversazioni attraverso le sbarre e lettere clandestine… \n‘Fiore’ (…) è la sorpresa felice di metà festival insieme alla conferma del talento di un giovane regista tra i migliori delle nuove generazioni. E non era semplice con una storia (…) che porta con sé un rischio altissimo di banalizzazioni: gli adolescenti\, la prigione\, la perenne tensione tra i ragazzi e gli «educatori»: uno spazio delimitato da regole rigide e continui imprevisti di ribellione. Ma Giovannesi per raccontare gli adolescenti ha un tocco speciale e come raramente accade ne sa restituire con fluidità gesti\, parole\, orizzonti (…). Non solo. L’allenamento nel documentario lo ha reso capace di mantenere in equilibrio luoghi (qui studiati con cura) traiettorie emozionali\, corpi e scrittura\, il romanzesco e la realtà. Ma non è un film carcerario\, pure se della letteratura di «genere» molto conserva e con precisione nella sua vita «dentro». È soprattutto una storia d’amore\, la rabbia giovane di una ribellione che è vita e desiderio\, un «ragazzo selvaggio» in una corsa appassionata e senza un orizzonte. Giovannesi dispiega con delicatezza tutte le sfumature sentimentali e con la sua regia fisica sfugge a qualsiasi «gabbia» di scrittura. E’ bravissimo a guidare i suoi protagonisti\, a filmare le loro lacrime\, a commuoverci\, a coinvolgerci. Tutto è giusto ma la sua commozione (…) non è mai programmatica: nasce dal suo sguardo e dall’amore che mostra verso ciascuno dei suoi personaggi. Daphne non la lascia mai\, è sempre lì nello spazio di un’inquadratura potente\, concreta\, che in questa prossimità alla trascendenza dei primi film dei fratelli Dardenne preferisce la carezza della complicità. (…) E rispetto al personaggio di Daphne come con tutti gli altri nelle cui esperienze\, almeno in alcune\, la storia si mischia al vissuto\, Giovannesi è sempre sullo stesso piano. Non c’è giudizio né commiserazione perché\, appunto\, lui li ama\, ama la loro voglia di sognare\, quel mondo che si prendono senza pensare a cosa accadrà\, se ci sarà un prezzo che tanto hanno sempre pagato. \nCristina Piccino (Il Manifesto)
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SUMMARY:The Dressmaker (di J. Moorhouse)
DESCRIPTION:The Dressmaker – Il diavolo è tornato \ndi Jocelyn Moorhouse \nCon Kate Winslet\, Liam Hemsworth\, Hugo Weaving\, Sarah Snook\, Judy Davis\, Caroline Goodall\, Kerry Fox\, Hayley Magnus\, Rebecca Gibney\, Shane Jacobson. \nDrammatico\, 118 min. – Australia 2015. \nTilly è una ragazza che dopo anni di assenza torna al suo paese d’origine\, che da piccola è stata costretta ad abbandonare vivendo lontana dalla madre. La sua nuova professione di stilista le permette di trasformare le donne del luogo e dar loro la possibilità di farsi valere. È proprio con i suoi abiti che Tilly vuole vendicarsi dei suoi detrattori. \nLa regista australiana Jocelyn Moorhouse porta sul grande schermo The Dressmaker – Il diavolo è tornato\, tratto dall’omonimo romanzo di Rosaline Ham. Ma lo arricchisce di un sapore western che si percepisce fin dalla prima scena\, quando si vede un treno arrivare in uno sperduto paesino nel deserto. E anche il tema della vendetta ci appare chiaro fin dalla sua prima battuta\, “Sono tornata\, bastardi”. \nSu Kate Winslet\, qui più sexy che mai\, assolutamente niente da dire: ormai tutto ciò che tocca diventa oro. La sua Tilly è una donna sofisticata\, determinata e forte\, ma al contempo fragile: chi tornerebbe in un luogo come questo\, che nulla ha da offrire a parte la cattiveria dei suoi abitanti? Eppure ha bisogno di capire il perché di tanta superficiale ostilità e pregiudizio\, di vendicarsi per il male che le hanno fatto\, ma soprattutto di rivedere sua madre. Un ritorno che le fa conoscere anche l’amore\, ma provocandole un grosso dolore. \nFra il resto del cast spicca Judy Davis\, qui nel ruolo di Molly\, la pazza e alcolizzata madre di Tilly\, che grazie al ritorno dell’amata figlia ritrova la lucidità e qualcuno che l’accompagni fino alla sua fine dei suoi giorni. Insomma\, queste due sono davvero una bella coppia che ci regala in The Dressmaker una gran prova recitativa. Anche gli altri attori si portano a casa una lodevole interpretazione per i loro ruoli stravaganti\, a partire da Hugo Weaving\, sergente amante di pizzi\, lustrini e boa di piume. \nThe Dressmaker è un film ironico ma che non scade nel ridicolo\, in cui il susseguirsi delle tragedie nella vita della protagonista è alleggerito dalla presenza della storia d’amore\, ma che forse nella parte centrale\, proprio quella più volta al romanticismo\, perde un po’ di quel bel cinismo e di acidità con cui il film si apre e che poi per fortuna ritrova in chiusura\, creando una struttura circolare che ci viene ricordata anche da quel treno che come l’ha condotta a Dungatar\, la riporta via verso la vita che merita. Non senza aver consumato la sua vendetta. \nEleonora Materazzo (www.filmforlife.org)
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SUMMARY:The Danish Girl (di T. Hooper)
DESCRIPTION:The Danish Girl \ndi Tom Hooper \nCon Eddie Redmayne\, Amber Heard\, Alicia Vikander\, Matthias Schoenaerts\, Adrian Schiller. \nBiografico\, 120 min. – UK / USA 2015. Miglior attrice non protagonista Oscar 2016. \nIspirato alla vera storia del pittore danese Einar Wegener e di sua moglie Gerda\, di origine californiana e anche lei pittrice. In un freddo pomeriggio\, mentre entrambi stanno dipingendo nel loro studio\, Gerda chiede al marito di fare da modello indossando calze e scarpe da donna. “Certo”\, risponde lui. “Qualsiasi cosa”. Ha inizio così una delle storie d’amore più appassionanti e insolite del XX secolo\, che vedrà Wegener cambiare sesso e diventare “Lili Elbe”… \n Prima un libro ed ora il film di Tom Hooper\, entrambi attratti dalla realtà romanzesca più che dal dilemma sull’identità\, illustrano la vicenda con studiato ricalco pittorico\, smussando gli angoli molesti e trasformando lo scandalo in un quadro impressionista bellissimo da vedere ma in cui è lontana l’eco del dolore\, dello strazio\, del dubbio. Baricentro della storia diventa\, per l’amorosa dedizione espressa da una Alicia Vikander da Oscar\, la figura femminile\, che si specchia turbata nel cambiamento del suo Lili\, un incanto diabolico in cui Eddie Redmayne avvolge i momenti scabrosi con una mesta e sorridente obbedienza\, mentre\, rimossi ricatto e redenzione finali\, il futuro è garantito dal parigino rubacuori Matthias Schoenaerts. Un trionfo di primissimi piani dove il gioco dell’attrazione schizo-fatale perde ogni centralità in nome di un affetto universale unisex. \nMaurizio Porro (Corriere della Sera) \n 
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SUMMARY:I\, Daniel Blake (di K. Loach) - ANTEPRIMA NAZIONALE
DESCRIPTION:I\, DANIEL BLACKE \ndi Ken Loach \nDrammatico\, 100′\, UK / Francia 2016 \ncon Hayley Squires\, Natalie Ann Jamieson\, Dave Johns Micky McGregor. \nNewcastle. Daniel Blake è sulla soglia dei sessant’anni e\, dopo aver lavorato per tutta la vita\, ora per la prima volta ha bisogno\, in seguito a un attacco cardiaco\, dell’assistenza dello Stato. Infatti i medici che lo seguono certificano un deficit che gli impedisce di avere un’occupazione stabile. Fa quindi richiesta del riconoscimento dell’invalidità con il relativo sussidio ma questa viene respinta. Nel frattempo Daniel ha conosciuto una giovane donna\, Daisy\, madre di due figli che\, senza lavoro\, ha dovuto accettare l’offerta di un piccolo appartamento dovendo però lasciare Londra e trovandosi così in un ambiente e una città sconosciuti. Tra i due scatta una reciproca solidarietà che deve però fare i conti con delle scelte politiche che di sociale non hanno nulla. \nÈ bello ogni tanto verificare che i registi si contraddicono. Era accaduto qualche anno fa con Ermanno Olmi che\, presentando Centochiodi\,  aveva dichiarato che non avrebbe girato più film di finzione. Fortunatamente per noi ne ha già realizzati altri due. Lo stesso succede ora per Ken Loach che sembrava\, a sua volta\, rivolto al documentario e invece ci regala un film di quelli che solo lui può offrirci. Carico cioè di uno sguardo profondamente umano e al contempo con le caratteristiche del grido che invita a ribellarsi a quello che sembra uno status quo inscalfibile. Per farlo è ritornato\, insieme al fido Paul Laverty\, per documentarsi\, nella sua città natale\, Nuneaton\, in cui partecipa all’attività di sostegno di chi si trova in difficoltà.\nGià dal titolo ritorna alla necessità inderogabile di non cancellare la forza dell’identità individuale di coloro che stanno tornando ad assumere le caratteristiche di classe sociale dei diseredati come nell’800 dickensiano. I nomi di persona hanno segnato alcuni dei suoi film più importanti (La canzone di Carla\, My Name is Joe\, Il mio amico Eric e il precedente Jimmy’s Hall). Perché è la dignità della persona quella che si vuole annullare grazie a un sistema in cui dominano i ‘tagli’ alla spesa sociale e dove gli stessi funzionari che debbono applicarli si rendono conto della crudeltà delle regole che debbono applicare. \nLa scena più intimamente toccante\, in un film che provoca commozione senza però utilizzare alcun artificio\, si svolge non a caso in un Banco alimentare […].Ken Loach continua a proporci le esistenze di persone qualunque con la forza di chi non descrive ma partecipa attivamente al dolore di chi subisce una delle umiliazioni più profonde (la perdita o l’impossibilità del lavoro). Daniel\, Daisy e i suoi due figli si aggiungono alla galleria di persone di cui Loach ci ha mostrato una tranche de vie con la forza e la sensibilità di chi non ha alcuna intenzione di arrendersi alla logica del liberismo selvaggio. \nGiancarlo Zappoli (www.mymovies.it)
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SUMMARY:It Follows (di D. R. Mitchell)
DESCRIPTION:It Follows \ndi David Robert Mitchell \nCon Maika Monroe\, Keir Gilchrist\, Jake Weary\, Olivia Luccardi\, Daniel Zovatto\, Lili Sepe\, Linda Boston\, Heather Fairbanks\, Ruby Harris\, Bailey Spry\, Debbie Williams\, Christopher Hohman. \nHorror\, 94 min. – USA 2014. \nPer la diciannovenne Jay\, l’autunno dovrebbe significare scuola\, ragazzi e fine settimana al lago. Ma dopo un incontro sessuale apparentemente innocente\, si ritrova perseguitata da strane visioni e dalla sensazione inevitabile che qualcuno\, o qualcosa\, la stia seguendo. Di fronte a questa sensazione\, Jay e le sue amiche si trovano a dover trovare un modo per sfuggire agli orrori che sembrano essere dietro l’angolo. \n[…] It Follows entra in media res in questa vicenda allucinata con una delle sequenze di apertura più memorabili viste nel microcosmo dell’horror contemporaneo: una ragazza esce di casa in déshabillé\, senza dare spiegazioni al padre preoccupato. Continua a correre in circolo\, rientra un attimo nella villetta per prendere le chiavi e fuggire via in macchina. Una sequenza risolta da Mitchell con un movimento circolare a trecentosessanta gradi\, escamotage della messa in scena che il quarantenne regista utilizzerà ancora nel corso del film: in It Follows la camera può indirizzarsi in ogni direzione\, senza che l’angoscia possa ottenerne in nessun modo beneficio\, perché non c’è una reale via di fuga all’orrore che sta invadendo Detroit e falcidiando la sua fauna adolescente. […] \nSe The Myth of the American Sleepover aveva rinverdito i fasti del coming-of-age più classico\, giocando con stilemi e cliché resi tali nel corso dei decenni da registi come John Hughes e titoli come American Graffiti di George Lucas\, Fast Times at Ridgemont High di Amy Heckerling\, Dazed and Confused di Richard Linklater\, It Follows permette a Mitchell di esplorare altre caverne nascoste all’interno del vasto mondo del teen-movie. Pur preferendo lasciare l’orrore vero e proprio fuori campo\, tranne determinate eccezioni (il brutale stacco sul cadavere macellato di una ragazza\, l’attacco a Jay e ai suoi amici in riva al mare)\, Mitchell architetta una costruzione per immagini mirabile e in grado di mantenere costante un’angoscia quasi ancestrale\, aiutato in questo dall’eccellente colonna sonora partorita per l’occasione da Disasterpeace\, dagli echi inequivocabilmente carpenteriani. \nEd è proprio John Carpenter\, insieme a Wes Craven – evocato in una sequenza che guarda in direzione di Nightmare on Elm Street –\, Philip Kaufman e Jean Rollin uno dei principali punti di ispirazione per It Follows\, che pure vive una dispersione allucinatoria non ignota ai fan di Suspiria di Dario Argento e\, nella scena ambientata in piscina\, cita apertamente Il bacio della pantera di Jacques Tourneur (e il mondo dell’horror RKO appare spesso sugli schermi dei televisori accesi durante il film). Vero e proprio romanzo di de-formazione\, It Follows conferma le doti di David Robert Mitchell\, segna un nuovo passaggio nella storia dell’horror adolescenziale e si prenota un posto di prima classe tra i colpi al cuore della sessantasettesima edizione del Festival di Cannes. \nRaffaele Meale (www.quinlan.it)
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SUMMARY:Mózes - Il Pesce e la Colomba (di V. Zomborácz)
DESCRIPTION:Mózes\, il pesce e la colomba \ndi Virág Zomborácz \nCon Márton Kristóf\, László Gálffi\, Eszter Csákányi\, Andrea Petrik\, Krisztina Kinczli. \nCommedia\, 95 min. – Ungheria 2014. \nMozes\, un giovane uomo diffidente e insicuro\, ha terminato gli studi in teologia e vive con la famiglia in un remoto villaggio. Quando l’autoritario padre con cui non ha un buon rapporto muore improvvisamente\, Mozes è costretto a confrontarsi con il suo fantasma. Non capendo perché sia l’unico a vederlo\, è chiamato per la prima volta a prendere la situazione nelle sue mani e contemporaneamente a cercar di modificare la relazione con il genitore. \n Mózes è il figlio di un pastore protestante e rientra a casa dopo un periodo di ricovero per problemi psichici. Il suo rapporto con il padre non è facile: l’uomo è autoritario e tiene sotto controllo la famiglia formata dalla remissiva moglie\, dalla sorella di lui e da una figlia adottiva introversa. Quando il sacerdote muore il figlio prova a cercare un proprio percorso autonomo ma il fantasma paterno lo segue\, dapprima in silenzio e poi tornando a parlare. Sarà mai possibile liberarsene? (…) \nLa regista trentenne non ha pretese sociologiche ma vuole descrivere\, riuscendoci\, un disagio esistenziale che colpisce un personaggio che cerca il proprio posto in ‘questa vita’ ma che si vede frapporre un numero decisamente alto di ostacoli. Il rapporto con la figura paterna è un macigno che pesa sulla sua personalità ancora in formazione non tanto sul piano religioso (è un sacerdote piuttosto ruvido e pragmatico) quanto su quello di una totale svalutazione di qualsiasi possibile talento del figlio per il quale non nutre alcuna fiducia in un futuro possibile. \nNon è facile descrivere una situazione così complessa come un rapporto padre-figlio in cui uno dei due vaga in una sorta di limbo non rinunciando però a una presenza quasi parassitaria ma Zomborácz sa cogliere con leggerezza i bisogni di Mózes così come le sue pulsioni in un contesto familiare (e non) che lo considera il minus habens della situazione. Solo una ex tossicodipendente saprà stargli vicino e dargli qualcosa che possa vagamente assomigliare all’amore. (…) \nGiancarlo Zappoli  (www.mymovies.it)
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SUMMARY:L'Effetto Acquatico (di S. Anspach) - ANTEPRIMA NAZIONALE
DESCRIPTION:L’EFFETTO ACQUATICO – UN COLPO DI FULMINE A PRIMA SVISTA \ndi Solveig Anspach \nCommedia sentimentale\, 85′\, Islanda /Francia 2016 \ncon Samir Guesmi\, Florence Loiret – Caille\, Philippe Rebbpot e Stéphane Soo-Mongo. \nSamir si innamora a prima vista di Agathe\, l’istruttrice di nuoto. Pur di poterle stare accanto si iscrive in piscina e in mancanza di un piano migliore chiede di essere un suo allievo\, anche se sa perfettamente nuotare. Ma la sua bugia dura poco… \nChi non ha mai avuto modo di apprezzare l’ironia feroce di Solveig Anspach\, infusa alle commedie brillanti\, quanto ai suoi film più drammatici\, a partire dalla malattia dell’autobiografico Haut les coeurs!\, potrebbe lasciarsi travolgere da L’effetto acquatico del suo ultimo film\, con i suoi incantevoli ed esilaranti personaggi\, al limite del poetico e del surreale. \nLa commedia romantica\, divenuta una sorta di testamento spirituale della cineasta islandese naturalizzata francese\, uccisa da un cancro lo scorso agosto\, torna ad una dimensione accogliente di condivisione degli istinti più selvaggi e le emozioni più irrazionali\, con la piccola Agathe (Florence Loiret-Caille) di Queen of Montreuil e il ragazzone intraprendente Samir (Samir Guesmi). \n (http://www.cineblog.it)
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SUMMARY:La Memoria dell'Acqua (di P. Guzman)
DESCRIPTION:La memoria dell’acqua \ndi Patricio Guzmán \nDocumentario\, 82 min. – Cile / Francia / Spagna 2015. \nUn bottone incrostato in una rotaia in fondo al mare: è una traccia dei desaparecidos di Villa Grimaldi\, il grande centro cileno di tortura sotto la dittatura di Pinochet. Un fiume che scorre e il tintinnio delle cascate: è la canzone dell’acqua alla base della cultura dei Selknams\, popolazione nativa sudamericana trucidata dai colonizzatori. Due massacri\, e la memoria dell’acqua: sono le chiavi narrative per raccontare la storia di un Paese e delle sue ferite ancora aperte. \n Da un parallelepipedo di quarzo\, che contiene al suo interno dell’acqua che risale a millenni fa\, si prendono le mosse per riflettere sull’elemento liquido che sta alla base della vita nell’universo e che consente di parlare della storia passata e più recente del Cile. \nPatricio Guzmán ci propone con questo suo documentario una lettura che prende le mosse da uno dei quattro elementi primigeni analizzato nella sua fondamentale rilevanza per la formazione delle culture. Ciò che più gli sta a cuore è rileggere la Storia della sua terra\, il Cile\, che è il più vasto arcipelago nel mondo con 2.670 km di coste. Per farlo parte da lontano\, dalla preistoria addirittura e da una scienza che proprio in Patagonia trova il terreno fertile di esplorazione: l’astrofisica. Il suo obiettivo però si manifesta\, progressivamente e in una sorta di cerchi concentrici rovesciati rispetto a quelli prodotti dal lancio di un sasso nell’acqua. Perché se quelli manifestano una tendenza centrifuga Guzmán si rivela interessato esattamente al suo opposto. Perché intorno all’acqua i nativi avevano costruito la loro civiltà che i conquistadores bianchi si sono premurati di estirpare tanto che oggi di essi restano solo 20 discendenti che conservano un ricordo della cultura primigenia. Ma ciò che finisce con il costituire il motore di questo intrigante documentario è ancora una volta il bisogno di non cancellare il ricordo di un eccidio più recente: quello del regime di Pinochet perpetrato nei confronti di cittadini inermi colpevoli solo di essere considerati ‘comunisti’ perché oppositori di un dittatore. È stato ancora una volta l’Oceano a divenire sepolcro di innumerevoli desaparecidos lanciati dai velivoli affinché i familiari non potessero avere neppure una tomba per piangerli. Un bottone di perla trovato nei suoi fondali può allora costituire una testimonianza preziosa: l’occasione per non dimenticare. \nGiancarlo Zappoli (www.mymovies.it) \n 
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SUMMARY:Perfetti Sconosciuti (di P. Genovese)
DESCRIPTION:Perfetti Sconosciuti \ndi  Paolo Genovese \nCon Giuseppe Battiston\, Anna Foglietta\, Marco Giallini\, Edoardo Leo\, Valerio Mastandrea\, Alba Rohrwacher\, Kasia Smutniak. \nCommedia\, 97 min. – Italia 2016. Miglior film e migliore sceneggiatura al David di Donatello 2016. \nQuante coppie si sfascerebbero se uno dei due guardasse nel cellulare dell’altro? È questa la premessa narrativa dietro la storia di un gruppo di amici di lunga data che si incontrano per una cena destinata a trasformarsi in un gioco al massacro. Svelando la natura più pericolosa della tecnologia: la superficialità con cui tutti affidano i propri segreti a quella scatola nera che è il proprio cellulare credendosi moderni e pensando di non andare incontro a conseguenze. \n[…] Il tono che si respira\, infatti\, non è melodrammatico o farsesco\, ma comico con intelligenza\, buone dosi di sarcasmo e affondi dolorosi. Come le ispirazioni straniere a cui ci riferivamo prima\, è principalmente un film di scrittura\, fatto di dialoghi calibrati\, che – a ogni chiamata\, messaggino o whatsappata – va a smontare le certezze che ognuno ha sul partner o sugli amici. C’è una cura per la parola e gli incastri\, che è il riflesso dell’apporto corale fornito da un team di cinque sceneggiatori (Filippo Bologna\, Paolo Costella\, Paola Mammini\, Rolando Ravello\, Genovese compreso) e dai singoli attori\, i quali si sono costruiti le battute ad personam. Ed è forse anche questa partecipazione a monte al progetto (oltre all’amicizia tra alcuni membri del cast) ad aver prodotto un’alchimia rara\, dove tutti danno il meglio di sé\, con Mastandrea e Giallini che troneggiano sugli altri\, ma il primo più di tutti grazie a battute affilate come lame («So frocio solo da du ore e già m’è bastato…»). Al loro fianco fanno\, comunque\, la loro degnissima figura anche Giuseppe Battiston\, Anna Foglietta\, Edoardo Leo e Alba Rohrwacher\, tutti convincenti nei panni di un gruppo di amici persuasi di conoscersi benissimo\, per poi comprendere al termine di una serata agghiacciante di essere perfetti sconosciuti. \nSe verso la fine la tensione e i segreti messi sul tavolo si fanno forse un po’ eccessivi\, va dato atto a Genovese di essere riuscito a servire con equilibrio una dopo l’altra le varie “portate” di questa cena\, giungendo a un finale alla Sliding Doors\, che svela il doppiofondo dei protagonisti. Un finale per nulla scontato\, ma molto amaro\, che sottolinea il valore dell’ipocrisia come strumento necessario a difendere la “frangibilità” di tutti. Oscillando tra disincanto e rassegnazione. \nMarita Toniolo (www.bestmovie.it)
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SUMMARY:Revenant - Redivivo (di A. G. Iñárritu)
DESCRIPTION:Revenant – Redivivo \ndi Alejandro González Iñárritu \nCon Leonardo Di Caprio\, Tom Hardy\, Will Poulter\, Domhnall Gleeson\, Brad Carter \nAvventura\,  156 min. – USA 2015. Premio oscar a Alejandro González Iñárritu (miglior regia)\, Leonardo Di Caprio (miglior attore protagonista) e a Emmanuel Lubezki  (miglior fotografia) \n Il calvario di una spedizione di cacciatori di pelli nel nord degli Stati Uniti nell’inverno del 1823. Braccata e decimata dagli indiani\, la spedizione si avvia verso il proprio fortino quando la guida del gruppo\, HughGlass\, un uomo bianco che ha sposato una donna nativa e ha con sé il loro figlio adolescente\, viene attaccato da un orso e ridotto in fin di vita. Il film racconta il tentativo di Glass di sopravvivere e tornare alla base. \nPer prima cosa Revenant è un film spettacolare\, vista la fotografia di Lubezki\, l’uso quasi esclusivo della steadycam\, le musiche avvolgenti di Sakamoto e Noto\, le distese di neve\, ghiaccio\, foreste\, montagne che il formato panoramico abbraccia. È un film spettacolare sia in un senso riflessivo\, con il protagonista solo e immerso negli spazi a perdita d’occhio\, sia grazie ad alcune scene d’azione molto funamboliche\, soprattutto nella sequenza dell’attacco degli indiani. Iñárritu è un virtuoso della macchina da presa\, e qui più che nel chiuso del teatro di Birdman questa sua caratteristica emerge pienamente. \nÈ presto chiaro con chi si confronta Iñárritu nel raccontare una storia di uomini che conquistano la terra con la violenza\, la sfidano e la posseggono\, sia nel senso politico della distruzione dei popoli che la abitano\, sia in quello titanico del desiderio di sottomettere gli elementi. I modelli sembrano Aguirre\, furore di dio di Herzog e il cinema di Terrence Malick\, soprattutto Il nuovo mondo. Del primo ci sono il vapore che appanna l’immagine\, la sensazione di fatica fisica dell’obiettivo\, la brutalità di Tom Hardy vista come destino. Di Malick c’è un senso degli elementi così dettagliato da diventare quasi religioso\, unito a una visione dei nativi come sacerdoti di questo culto. \nMa il film è pieno di molto altro\, soprattutto di un certo desiderio politico di ricordare agli statunitensi la natura della loro nazione: il fatto che siano stati parte fondamentale del più grande genocidio che si ricordi\, quello dei nativi americani\, e che ancora oggi la loro missione civilizzatrice colpisca i popoli del mondo […]. \nAl di là di tutto il resto\, questo è un film che riempie gli occhi. Lubezki e Iñárritu sono andati a cercare luoghi sperduti e splendidi tra Alberta\, Montana e British Columbia per disegnare con luce naturale e formato panoramico un ambiente che incarna l’equilibrio perfetto tra meraviglia e pericolo. I piani sequenza più spettacolari del film saranno probabilmente studiati da aspiranti registi e operatori\, perché mentre succedono è veramente complicato capire come siano possibili. Perfino la scena dell’attacco dell’orso\, completamente costruito in digitale\, lascia senza fiato per naturalezza e credibilità. \nMatteo Bordone (www.internazionale.it)
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SUMMARY:Il Ponte delle Spie (di S. Spielberg)
DESCRIPTION:Il ponte delle spie \ndi Steven Spielberg \nCon Tom Hanks\, M. Rylance\, A. Ryan\, S. Koch\, A. Alda\, B. Magnussen\, E. Hewson\, A. Stowell\, D. Lombardozzi\, M. Gaston\, S. Kunken\, P. McRobbie\, M. Caka\, J. Harto\, B. Klaußner. \nThriller\, 140 min – USA 2015. Miglior attore non protagonista Oscar 2016. \nNY\, 1957. Rudolf Abel viene arrestato con l’accusa di essere una spia sovietica. La democrazia impone che venga processato\, la scelta dell’avvocato cade su James Donovan che fino a quel momento si è occupato di assicurazioni. Nel frattempo un aereo spia americano viene abbattuto dai sovietici e il tenente Powers viene fatto prigioniero. Si profila la possibilità di uno scambio e Donovan dovrà gestire il negoziato. \nL’intro hitchcockiano cede man mano il passo a uno svolgimento sempre più letterario\, dove il racconto è già leggenda e ancora incertissimo presente; e dove il Donovan di Tom Hanks sembra rispondere al paradigma dell’everyman\, cappotto cappello ombrello\, se non fosse che\, nel cinema di Spielberg più che mai\, l’apparenza in qualche modo inganna.  Donovan è infatti qualcuno che incarna il mestiere che fa\, lo onora come una “professione”. Non si occupa di giustizia\, è un giusto. Se a lui appare incredibile che il suo assistito non si preoccupi visibilmente del suo destino\, all’altro appare inizialmente inverosimile che l’avvocato non voglia sapere la verità sulla sua colpevolezza o innocenza. “Servirebbe?” No. Per lui\, che ha già fatto il proprio dovere in Normandia (salvando il soldato Ryan)\, ogni uomo è importante\, ogni vita. Donovan non vede Abel innanzitutto come una spia\, un russo\, un nemico: sceglie di guardarlo come una persona. Man mano che lo conosce\, gli darà un colore e una profondità\, forsanche quella dell’amicizia o dell’ammirazione\, ma la scelta riguardo allo sguardo da adottare l’ha fatta in partenza. Come il regista. Lo dice bene la prima inquadratura\, nella quale Abel sta dipingendo il suo autoritratto\, con l’ausilio di uno specchio. L’immagine nello specchio e quella sulla tela sono immagini della stessa persona\, ma non sono identiche. La prima riflette una superficiale obiettività\, la seconda reca traccia del tempo e dei pensieri intercorsi nelle ore del fare. Non conta quello che di te penseranno gli altri\, dirà Donovan al soldato Powers\, ma “quello che sai tu”. (…) \nIn un’epoca come la nostra\, di sospetti quotidiani\, intercettazioni isteriche\, identificazioni affrettate di un uomo col suo credo\, il suo abito o la sua provenienza\, Il ponte delle spie è un film di bruciante attualità\, profondamente consapevole della dignità della professione artistica e della sua funzione sociale. \nMarianna Cappi (www.MyMovies.it)
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SUMMARY:Julieta (di P. Almodóvar)
DESCRIPTION:Julieta \ndi  Pedro Almodóvar \nCon Emma Suarèz\, Adriana Ugarte\, Daniel Grao\, Inma Cuesta\, Darío Grandinetti. \nDrammatico\, 99 min. – Spagna 2016. \nJulieta\, una professoressa di cinquantacinque anni\, cerca di spiegare\, scrivendo\, a sua figlia Antia tutto ciò che ha messo a tacere nel corso degli ultimi trent’anni\, dal momento cioè del suo concepimento. Al termine della scrittura non sa però dove inviare la sua confessione. Sua figlia l’ha lasciata appena diciottenne.  \n Contropiede Almodóvar. Chi si aspetta il «solito» film colorato e barocco è avvertito: questa volta il regista spagnolo cambia radicalmente stile e messa in scena. ‘Julieta’ è sì l’ennesimo ritratto femminile del regista\, ma questa volta più trattenuto\, amaro\, doloroso. Perché se c’è un tema che emerge dal film\, oltre al peso che vi gioca il destino\, è proprio il dolore\, una specie di porta stretta e obbligata attraverso cui le persone devono passare per riuscire a capire il senso della propria vita. Un dolore che a volte è represso\, sepolto\, ma che poi finisce per prendersi la sua rivincita\, obbligando le persone a farci i conti. Sembrerebbe una materia romanzesca\, e in parte lo è\, se non fosse che Almodóvar riduce al minimo il gusto del racconto per limitarsi a una serie di incontri/ritratti dove mette in evidenza soprattutto le tensioni\, le paure\, le gelosie\, come preoccupato di ricordare allo spettatore che ogni (momentanea) gioia nasce dal dolore e dalla sofferenza di qualcun altro. Riducendo al minimo la propria tradizionale esuberanza e la vitalità contagiosa delle sue precedenti eroine\, capaci di superare ogni ostacolo\, Almodóvar racconta la depressione e la sofferenza che possono catturare le persone. Un po’ per «colpa» dei racconti di Alice Munro (dalla raccolta ‘In fuga’) che sono serviti da ispirazione al film\, ma molto per un’evidente cambio di tono registico e psicologico. Il senso di colpa in Julieta diventa il vero motore del dolore che divora l’anima delle persone. Ne esce così un film volutamente incompiuto\, che lascia le soluzioni sospese\, che porta lo spettatore a confrontarsi con il prezzo che ogni felicità sembra avere ma che pur negando ogni lieto fine ci ricorda come l’esperienza del dolore e della sofferenza vadano guardate in faccia\, senza infingimenti e soprattutto senza false coscienze. (…) \nPaolo Mereghetti (Corriere della Sera)
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SUMMARY:1981 Indagine a New York (di J. C. Chandor)
DESCRIPTION:1981: Indagine a New York \ndi  J.C. Chandor \nCon Oscar Isaac\, Jessica Chastain\, David Oyelowo\, Alessandro Nivola\, Albert Brooks\, Elyes Gabel\, Catalina Sandino Moreno\, Peter Gerety\, Christopher Abbott\, Ashley Williams. \nThriller\, 125 min. – USA 2014. Miglior film al National Board of Review of Motion Pictures 2014. \nNew York City inverno 1981\, statisticamente uno degli anni più violenti nella storia della città. Il film segue la vita di un immigrato e della sua famiglia che tenta di espandere i propri affari\, ma viene trascinata in un vortice di violenza e corruzione che minaccia di distruggere tutto quello che ha costruito. \nA J.C. Chandor piace descrivere le crisi e come gli individui reagiscono alle stesse. Lo ha fatto con il suo film d’esordio Margin Call\, in cui il pericolo era imminente e richiedeva di agire scegliendo un’etica o facendone a meno e ha proseguito immergendo un unico protagonista nei marosi dell’Oceano indiano in All Is Lost – Tutto è perduto. Torna ora sul tema scrivendo e dirigendo un film il cui titolo originale è molto più significativo di quello neutrale per il mercato italiano. Perché A Most Violent Year fa esplicito riferimento all’anno 1981 che è risultato sul piano statistico uno di quelli in cui si è registrato un elevatissimo numero di crimini a New York. È in questo ‘oceano’ che si trova a navigare Abel Morales che ha sposato la figlia di un gangster dal quale ha acquisito l’azienda ma che non ha e non vuole avere nulla a che fare con il malaffare. Vuole navigare tenendo la barra dritta ma tutto intorno a lui sembra coalizzarsi contro questa volontà. \nSembra di assistere a un film di altri tempi mentre si segue la via crucis di quest’uomo che non ha nulla dell’ingenuo ma che sembra far propria la massima evangelica che invita ad essere prudenti come serpenti e al contempo candidi come colombe. Ma quello che potrebbe sembrare un difetto costituisce invece il pregio assoluto di questo film condotto con mano ferma e con conoscenza dei generi (in particolare di quello gangsteristico). Perché\, mentre ogni certezza sembra crollare e il tempo per realizzare il proprio sogno si fa sempre più esiguo\, sul volto di un ottimo Oscar Isaac (sicuramente più adatto al ruolo di Javier Bardem\, che ha abbandonato per divergenza di vedute con Chandor) compaiono tutti i dubbi di chi si chiede se piegarsi al ‘lato oscuro della forza’ non sia in definitiva la scelta migliore. Lo spettatore è implicitamente invitato a fare proprie le sue aporie e a chiedersi cosa farebbe al suo posto. Si tratta di un processo di coinvolgimento che nel cinema di questi tempi non è poi così diffuso. \nGiancarlo Zappoli (www.mymovies.it)
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SUMMARY:Tutto Andrà Bene (di J. Medem)
DESCRIPTION:Ma Ma – Tutto andrà bene \ndi Julio Medem \nCon Penelope Cruz\, Luis Tosar e Asier Etxeandia\, Teo Planell e Anna Jiménez. \nDrammatico\, 111 min. – Francia / Spagna 2015. \nMadga\, insegnante disoccupata\, è una donna molta coraggiosa che\, quando si ritrova faccia a faccia con un cancro incurabile\, è costretta a reagire tirando fuori tutta la forza che ha dentro e non lasciandosi sopraffare dagli eventi. Nonostante le difficoltà che la circondano\, sarà in grado di regalare un sorriso a chi la circonda e di vivere con gli altri momenti di felicità\, umorismo e risate. \nUn colpo al cuore. Spalmato su un film intero\, senza pietà\, con qualche regolare concessione al sorriso della poesia. Questa storia è una di quelle che\, più che togliere il respiro\, lo rallentano\, lo dilatano. Ci costringono a frenare le emozioni\, per assumerle poco alla volta\, come una medicina amara\, come un impegno gravoso che richiede i suoi tempi. Il concentrato di tristezza va diluito\, versandovi le gocce di quelle piccole gioie che\, nonostante tutto\, sono così forti da poter convivere con i grandi dolori. Le accompagnano i sogni futili ed innocenti\, le aspirazioni che\, pur nascendo in seno alla spensieratezza\, non cedono di fronte alle paure più terribili\, nemmeno a quella della sofferenza\, dell’abbandono\, della morte. Una donna si ammala\, ritrova l’amore e la salute\, risorge\, per poi subire un nuovo duro attacco da parte del destino. Accade lo stesso all’uomo che Magda\, in questa difficile fase della sua esistenza\, incontra per caso\, sulle gradinate di uno stadio in cui si disputa una partita di calcio tra bambini. Il gioco è lo sfondo tenero di questa favola divisa fra gli ospedali e i luoghi di vacanza\, tra lacrime e canzoni\, tra brutte verità e meravigliose bugie. Un melodramma dei giorni nostri – verrebbe da dire – ossequioso delle commozioni da fiction e delle crudeltà del reality. Un racconto che invade l’interno del corpo e della stessa anima\, rivelando i dettagli anatomici dell’uno\, gli strani segreti dell’altra. E che\, nel farlo\, mostra una tenacia pari a quella della giovane protagonista\, una mamma che non si arrende\, una Penélope Cruz che impugna il ruolo con tutta l’energia possibile\, senza timore di esagerare\, di sforare il delicato confine del verosimile. Nonostante tutto\, noi le crediamo. Così come ci convince la precipitosa successione degli eventi\, quell’affannosa concatenazione di svolte prevedibilmente tragiche\, eppure beneficamente filtrate dalla fine psicologia di un personaggio che\, attraverso la sua drammaticità tanto intensa quanto naif\, si dedica interamente alla speranza\, dimentica di se stessa\, però schiava delle proprie romantiche utopie. La voglia di vincere è sovrana\, nelle cose importanti e in quelle trascurabili\, e si fa nucleo portante di una santità senza Dio\, che adora solamente la vita in quanto tale. Lo spirito di questa religiosità del sentimento emana una luce bellissima\, abbagliante e tuttavia incantevole\, che ci rende docili al pianto\, anche contro la nostra ragionevolezza. La potenza di narrazione ed interpretazione assomiglia a un faro\, che a tratti illumina  l’orizzonte\, e sembra guardare lontano\,  a tratti si gira verso di noi\, e ci viene graziosamente sparato negli occhi. Il meccanismo funziona. Lo spettacolo tiene\, con noi che restiamo inchiodati alla sua splendida illusione di profondità morale\, che non pretende di ergersi a letteratura\, però sa presentarsi come preziosa ed autentica. Il film vola\, alto\, agile\, leggero\, e\, mentre le sue acrobazie tracciano nel cielo i convenzionali arabeschi del romanzo rosa\, la vertigine conserva un sapore sobrio\, esente da sdolcinature. Le intenzioni del discorso sembrano molto serie. E noi\, in tutta coscienza\, non possiamo fare a meno di andargli dietro. \nOGM (www.filmtv.it)
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SUMMARY:Nausicaa della Valle del Vento (di H. Miyazaki)
DESCRIPTION:Nausica della valle del vento \ndi Hayao Miyazaki \nAnimazione\, 116 min. – Giappone 1984. \nIn seguito ad un cataclisma\, una foresta tossica ha ricoperto la maggior parte della superficie terrestre. In questo scenario apocalittico\,  il regno della Valle del Vento – governato da Jihl\, padre della coraggiosa Principessa Nausica – è una delle poche zone ancora popolate. Nausica ha due doni: saper cavalcare il vento e riuscire a comunicare con gli Ohm\, i giganteschi insetti guardiani della foresta. Grazie alle sue abilità\, la Principessa intraprenderà una coraggiosa sfida volta a ristabilire la pace e a riconciliare l’umanità con la Terra. \n(…) Nausica è unanimemente considerata l’opera fondativa della casa cinematografica e del Miyazaki-pensiero\, la filosofia che ha cambiato per sempre il mondo dell’animazione mondiale. Nella vicenda è possibile individuare le tematiche peculiari dell’autore: l’amore per la natura e per la vita\, un’eroina in età adolescente con un coraggio pari solo alla sua bontà di cuore\, la fascinazione per gli aerei e per ogni tipo di strumento o marchingegno che consenta all’uomo di librarsi in volo. Anche il sodalizio con Hisaishi Joe\, autore delle musiche\, nasce con Nausica. Benché da un punto di vista tecnico si avverta una certa obsolescenza\, per il resto Nausica è opera che trascende la propria contestualizzazione temporale\, tanto da rappresentare\, a distanza di decenni\, un’inesauribile fonte di ispirazione. Forse resta ineguagliabile per lo stesso Miyazaki l’operazione di sincretismo di molteplici fonti (Dune e i suoi Vermi\, i Grandi Antichi di H. P. Lovecraft\, le battaglie di popoli di J.R.R. Tolkien\, l’Odissea)\, in cui ognuna fornisce il suo contributo senza inficiare la totale autonomia e credibilità dell’universo miyazakiano. Fantasy e fantascienza si mescolano in parti uguali. Il risultato è una straordinaria parabola ecologista in cui la forza della narrazione e la libertà delle creazioni visive del regista non sono intaccate dalla presenza di un evidente messaggio-monito ambientalista. In netta controtendenza con il canone del genere fantastico\, Miyazaki evita ogni manicheismo\, chiarendo in diverse scene come non esista una divisione netta tra bene e male: anche gli atti più scellerati sono figli di una ragione ben precisa\, che alimenta la paura nel cuore degli uomini. Cause e soluzioni variano caso per caso e\, benché l’uomo sia dominato da tentazioni e da fragilità che lo portano a commettere gli stessi errori in un ciclo continuo\, non esiste il male in sé. \nEmanuele Sacchi (www.mymovies.it)
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SUMMARY:Quo Vado (di G. Nunziante)
DESCRIPTION:Quo Vado \ndi Gennaro Nunziante \nCon Checco Zalone\, Maurizio Micheli\, Lino Banfi\, Eleonora Giovanardi\, Sonia Bergamasco\, Ludovica Modugno. \nCommedia\, 86 min. – Italia 2015. \nChecco è stato allevato con il mito del posto fisso. A quasi 40 anni vive quella che ha sempre ritenuto essere la sua esistenza ideale: scapolo\, servito e riverito dalla madre e dall’eterna fidanzata che non ha alcuna intenzione di sposare\, accasato presso i genitori\, assunto a tempo indeterminato presso l’ufficio provinciale Caccia e pesca. Ma le riforme arrivano anche per Checco\, e quella che abolisce le province lo coglie impreparato… \n Checco Zalone non ha ancora esaurito le idee\, a ben guardare il successo che continua a raccogliere pellicola dopo pellicola. La sua è un’ascesa continua sia in termini economici che in termini di pubblico\, visto che i suoi film sono destinati ad incarnare il nuovo concetto di “nazional popolare”: alla portata di tutti\, vengono apprezzati e compresi senza alcuna distinzione di età o estrazione sociale. In poche parole\, Zalone fa ridere chiunque. Ormai giunto al suo quarto lungometraggio\, le gag non sono mai ripetitive nonostante il suo personaggio resti sempre fedele a se stesso (…). \nAnche in Quo Vado? il protagonista si chiama Checco Zalone e\, sebbene non sia più un ragazzino\, abita ancora con mamma e papà. Il suo più grande sogno da bambino era diventare un “posto fisso” e il padre\, grazie alla classica raccomandazione\, riesce a farlo entrare in un ufficio pubblico a mettere timbri. Fidanzato ma con nessuna intenzione di sposarsi (nella sua vita c’è un’altra donna: la madre!)\, la vita di Checco subisce uno scossone quando viene approvata la legge che elimina le province. Il suo lavoro è in bilico e ci sono solo due possibilità tra cui scegliere: firmare le dimissioni e ricevere una piccola buona uscita oppure accettare un trasferimento. Checco opta per la seconda\, seguendo i consigli dell’ex senatore Binetto (interpretato da un divertentissimo Lino Banfi). Il dirigente incaricato di risolvere ogni contratto pendente è una vera lady di ferro (credibilissima in questi ruoli l’attrice Sonia Bergamaschi) che lo sposta da una parte all’altra del Paese al solo scopo di farlo desistere\, ma lo spirito d’adattamento e soprattutto la venerazione per il posto fisso permetteranno a Checco di trovarsi bene in qualsiasi posto. Anche… al Polo Nord! Lì il povero impiegato troverà nuovi valori\, nuovi stimoli e soprattutto l’amore (di Eleonora Giovanardi\, che interpreta la studiosa Valeria Nobili). Ma nessuno immagina quali saranno le ‘disastrose’ conseguenze di tutto questo… \nRaffaella Mazzei (www.mistermovie.it) \n 
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SUMMARY:Perfect Day (di F. L. de Aranoa)
DESCRIPTION:Perfect Day \ndi  Fernando León de Aranoa \nCon Benicio Del Toro\, Tim Robbins\, Olga Kurylenko\, Melanie Thierry\, Fedja štukan. \nDrammatico\, 106 min. – Spagna 2015. \nÈ il 1995 da qualche parte in Bosnia\, tre operatori umanitari (il responsabile della sicurezza Mambrù\, la responsabile delle risorse idriche Sophie\, l’operatore B) sono impegnati nella rimozione di un cadavere da un pozzo. L’operazione è necessaria per bonificare l’acqua che rifornisce una comunità. I mezzi a disposizione sono però scarsi\, una corda ed un piccolo argano e l’uomo nel pozzo particolarmente grasso\, così la corda si rompe. \n (…) Una storia di normale anormalità\, di complicazioni irrazionali\, mine reali\, ideali umanitari e umane debolezze. Il cinema di Fernando Leon de Aranoa\, salta in avanti con questo capitolo\, pur restando fedele ad una poetica delle piccole cose e dei piccoli momenti. Come i suoi antieroi lavorano con pazienza a mettere un po’ d’ordine nel caos\, il regista spagnolo lavora con mezzi semplici a fotografare la labirintica complessità della vita e ne esce un racconto realistico ed emblematico insieme\, nel quale però la metafora non è schiacciante né pregiudicante. \nMerito di una sceneggiatura più che buona\, dove tutto torna senza che ne avvertiamo la meccanica\, o almeno senza che si avverta la forzatura in tale meccanica\, perché perfettamente giustificata dal tema del film\, che ha a che fare con i ricorsi della Storia così come con la capacità degli uomini di aggrovigliare tragicamente la matassa già di per sé imperscrutabile del destino. Senza lanciarsi in discorsi troppo alti ed estranei al film\, rimanendo ben ancorato a terra\, alla ricerca di una banale corda o di un pallone da calcio\, Aranoa parla del dramma della guerra meglio di tante immagini dal fronte\, confuse e roboanti. Come nelle opere migliori\, Perfect Day tratta di relazioni\, e trova davvero un valore aggiunto nel cast internazionale e nel lavoro di Benicio Del Toro in primis\, che tiene la nota di base\, grave e mai patetica\, su cui possono improvvisare quella più comica di Tim Robbins\, quella maliziosa (solo in apparenza) della Kurylenko\, quella più ingenua (e un poco al limite) di Mélanie Thierry. L’ironia della sorte\, ci dice Aranoa\, non è sempre quella di passare dalla padella alla brace\, mentre fuori piove: a volte si può sorridere\, con meno amarezza\, del movimento contrario\, dalla brace alla padella. Fuori\, comunque\, piove. \nMarianna Cappi (www.mymovies.it)
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SUMMARY:Ave Cesare (di E. e J. Coen)
DESCRIPTION:Ave\, Cesare! \ndi  Ethan Coen\, Joel Coen \nCon Josh Brolin\, George Clooney\, Alden Ehrenreich\, Ralph Fiennes\, Scarlett Johansson\, Tilda Swinton\, Frances McDormand\, Channing Tatum\, Jonah Hill\, Veronica Osorio \nCommedia nera\, 106 min. – USA 2016 \nMentre sull’atollo di Bikini gli Stati Uniti sono impegnati con gli esperimenti sulla bomba H\, a Hollywood Eddie Mannix è un fixer\, cioè colui che deve tenere lontani dagli scandali in cui si vanno a ficcare le star che stanno lavorando ai film di un grande Studio. Quando poi accade che scompaia il protagonista di un film su Gesù\, nei panni di un centurione romano\, la situazione si complica. Anche perché costui è stato rapito da un gruppo di ferventi comunisti. \nAve\, Cesare! svela finalmente dei Coen un lato meno ideologico e più concreto. Non gli interrogativi sulla fede\, non i contorcimenti inespugnabili della verità e neppure l’inattendibilità di una rappresentazione verisimile del sacro\, del divino e dell’assoluto (su cui comunque anche in questo caso si insiste): Ave\, Cesare! mi pare più di tutto una sfida fra ideale e regime\, fra ambizione e industria. Lo smascheramento del credo quale dubbio in cui perdersi stavolta assume le misure di un contradditorio più “prosaico”: i Coen si svincolano dal concetto\, dalle sue manifestazioni\, dalla sua indeterminatezza e dal suo sistema\, e scendono a patti con il capitale. Quasi un’eresia: Ave\, Cesare! dimostra che non è importante il guadagno\, ma che è il denaro a essere importante\, come investimento nel mercato però anche come rispetto dello spettatore. Questa sì che è una novità\, a Hollywood. \nI Coen usano la loro poetica per affermare che\, una volta che tutto è stato detto e fatto e girato e pensato\, i soldi sono fondamentali quanto la dottrina. Mica male\, per un film che pare mettere alla berlina il suo dietro le quinte. E invece Ave\, Cesare! certifica la necessità di dare un senso all’impiego del denaro\, non banalmente di condannarlo o di evidenziarne lo sperpero. In questo film vince la pragmatica sulla filosofia\, la sostanza sulla congettura […] Un atto d’amore (e d’autore\, non c’è dubbio) sul bisogno di confidare nel denaro quale linguaggio per dialogare e di cui non avere paura. È naturale che\, in scenari di capitalismo e di globalizzazione\, un simile pensiero metta quantomeno in imbarazzo: tuttavia i Coen\, sfidando la retorica e l’etica\, e sfidando noi stessi e la nostra educazione morale al denaro\, smontano l’astrazione\, il sogno e l’utopia per dare sostegno alla persona che del denaro ha una visione sostanziale\, di strumento per la costruzione (di un mondo\, di un immaginario\, di cartapesta\, di set\, di green screen\, di effetti speciali\, di finzione)\, e non di arma per un profitto. \nPier Maria Bocchi (www.cineforum.it)
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SUMMARY:La Casa delle Estati Lontane (di S. Amitaï)
DESCRIPTION:La casa delle estati lontane \ndi Shirel Amitay \nCon Gina Philips\, Alex Hassell\, Kellie Shirley\, Andrew Knott\, Jack Bailey\, John Lebar\, Romla Walker\, Tom Wontner\, Gregg Harris\, Stuart Brennan\, Finlay Carr\, Gillian MacGregor. \nDrammatico\, 91 min. – Israele / Francia 2015. \nIsraele\, 1995. La pace è finalmente tangibile. Nella piccola città di Atlit\, Cali ritrova le sue due sorelle\, Darel e Asia\, per vendere la casa ereditata dai genitori. Tra momenti di complicità e incontenibili risate\, riaffiorano i dubbi e gli antichi dissapori\, ma appaiono anche strani convitati che seminano un’allegra confusione. Il 4 novembre il processo di pace viene annientato\, ma le tre sorelle rifiutano di abbandonare la speranza. \n Politica e dramma interiore si mescolano nella Casa delle estati lontane (Rendez-vous a Atlit)\, una storia che racconta di tre sorelle che si ritrovano nella cittadina di Atlit (Israele) per vendere la casa di campagna che fu dei genitori. La storia è ambientata nel 1995\, momento in cui molti ebrei di Francia tornano nella propria Terra alla ricerca di un clima più sereno e accogliente – in realtà comunque incrinato dal perenne conflitto con i vicini palestinesi. Divise tra Storia e storie personali\, Cali\, Darel e Asia non ritrovano soltanto frammenti della propria infanzia e adolescenza\, ma i loro stessi genitori a far loro visita\, sotto forma di apparizioni fantasma che si presentano proprio quando le tensioni tra le figlie sembrano allontanarle di più l’una dall’altra. Proprio tali apparizioni\, se da una parte avrebbero lo scopo di riavvicinarle e sanare i loro piccoli rancori\, dall’altra minano la decisione di vendere la casa\, acuendo i contrasti – forse non così sopiti – e conducendo la storia verso qualche cliché che poteva essere evitato: fratelli (o sorelle\, appunto) che si ritrovano in un luogo in cui hanno trascorso tanto tempo insieme\, capace però di risvegliare tanto il meglio quanto il peggio di loro stessi. La Storia\, però\, giunge in soccorso delle tre protagoniste e ha la precedenza sulle vicende personali\, quasi effimere\, di ognuna di loro: tutte e tre si ritrovano l’una al fianco dell’altra per partecipare alla manifestazione di massa del 4 novembre\, a Tel Aviv\, e affermare un comune desiderio di pace. Proprio poco prima che il primo ministro Yitzhak Rabin fosse ucciso. Se non è possibile sperare in una pace politica\, diffusa\, è almeno possibile trarre il meglio che si può da una tragedia inevitabile: rinsaldare i legami che ci permettono di sopravvivere\, nonostante tutto. \nPaolo Ottomano (www.cinema4stelle.it)
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SUMMARY:Codice 999 (di J. Hillcoat)
DESCRIPTION:Codice 999 \ndi  John Hillcoat \nCon Kate Winslet\, Chiwetel Ejiofor\, Casey Affleck\, Woody Harrelson\, Aaron Paul\, Gal Gadot\, Teresa Palmer\, Norman Reedus\, Clifton Collins Jr.\, Anthony Mackie. \nDrammatico / Polizziesco / Thriller\, 115 min. – USA 2016. \nUna banda di corrotti agenti di polizia ed ex membri dell’esercito\, tenuta in pugno dalla mafia russo-israeliana di Atlanta\, è costretta a tentare una rapina apparentemente impossibile. Per farcela e uscirne vivi gli uomini hanno una sola speranza: distrarre tutte le forze dell’ordine organizzando un “999” – codice usato dalla polizia per segnalare che un agente è stato colpito in azione. \n Se i generi cinematografici fossero gesti atletici\, se ne potrebbe stabilire più facilmente il valore\, secondo canoni disponibili a tutti. Così\, per esempio\, sarebbe molto facile decidere il valore di un film come Codice 999\, che attorno ai luoghi comuni del noir – la rapina in banca\, il rapporto di fratellanza tra delinquenti\, l’agente doppiogiochista\, l’ombra lunga della malavita – esegue un gesto cinefilo perfetto\, armonico e compiuto. Siamo ad Atlanta\, in Georgia\, dove una banda di ladri lavora al soldo della mafia russo-ebraica. Ne fanno parte un ex militare dei corpi speciali\, un ex poliziotto tossicodipendente\, e due che la divisa la vestono ancora\, compreso un detective della Omicidi. Il primo colpo fila liscio come l’olio\, ma per finire il lavoro ce ne vuole un altro\, rischioso il doppio – un’incursione in un deposito governativo di massima sicurezza. Per portarlo a termine il gruppo decide di sfruttare il codice del titolo: 999 significa “agente a terra”\, e quando un poliziotto muore si scatena la caccia all’uomo\, mentre resto della città rimane sguarnita. Chi ammazzare\, tra i colleghi della Centrale?. John Hillcoat non è Michael Mann\, e la vita di guardie e ladri – mogli giovani\, figli contesi\, fratelli d’armi – perde in romanticismo quello che guadagna in ferocia. Nei tavolini d’angolo di brutti night club\, al fondo di parcheggi sotterranei e tra le villette a schiera dei quartieri popolari\, spacciatori messicani e poliziotti onesti fanno la stessa vita schifosa; solo chi ruba e ammazza in modo sistematico\, chi delinque su larga scala e in combutta con le istituzione\, si può permettere i piani alti della downtown. Il resto della città è un porto d’ombre\, l’espressione di una crisi assoluta – economica\, sociale\, normativa. Cinema nichilista\, duro come il cemento\, che nel groviglio di tradimenti salva solo un matrimonio e il rapporto tra uno zio e il nipote. Sono l’ultima luce di una civiltà già inghiottita dalle tenebre\, dove l’omicidio\, due volte su tre\, sembra un atto di clemenza. \nGiorgio Viaro (www.bestmovie.it)
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SUMMARY:Little Sister (di H. Kore-Eda)
DESCRIPTION:Little Sister \ndi Hirokazu Koreeda \nCon Haruka Ayase\, Masami Nagasawa\, Kaho\, Suzu Hirose\, Ryo Kase\, Ryôhei Suzuki\, Takafumi Ikeda\, Kentarô Sakaguchi. \nCommedia\, 128 min. – Giappone 2015. \nNella cittadina di Kamakura vivono tre sorelle (Sachi\, Yoshino e Chika) il cui padre le ha lasciate da 15 anni per iniziare una nuova convivenza. In occasione del suo funerale le ragazze fanno la conoscenza della sorellastra adolescente Suzu che accetta volentieri l’invito ad andare a vivere con loro. \nHirokazu Koreeda in questa occasione ha avuto come punto di riferimento la graphic novel Umimachi’s Diary di cui ha conservato l’impianto di fondo riservandosi però\, con il consenso dell’autore Yoshida Akimi\, la più ampia libertà di rilettura. Ha così focalizzato il racconto non solo sulla giovanissima Suzu ma anche sulla più adulta delle sorelle\, Sachi. Con la sensibilità che lo contraddistingue entra in questo universo femminile in punta di piedi ma la sua attenzione nei confronti delle protagoniste sa leggere dentro i tormenti che il tempo talvolta lenisce e talaltra rende più acuti e dolorosi. \nIl sorriso di Suzu nasconde risentimenti che solo un’occasionale ubriacatura rende espliciti mentre l’apparente rigidità di Sachi trae origine non solo dall’abbandono paterno vissuto ad un’età in cui era presente la consapevolezza di quanto stava accadendo ma anche dal conflitto con l’irrisolta figura materna nei confronti della quale prova un sentimento di rifiuto. Da infermiera\, tenuta al contempo a non farsi troppo coinvolgere dalle morti dei pazienti ma anche incapace di accettarle come routine professionale\, Saichi cerca di proteggere le sorelle e se stessa dai sentimenti che vede come un pericolo a causa della loro instabilità e del dolore che possono procurare agli altri. In un liquore di prugne fatto in casa finisce con il condensarsi quasi simbolicamente il senso del film. Il passare del tempo ne modifica il sapore e la trasparenza. È quanto accade a molti di noi con sentimenti che ritenevamo a torto immutabili e che invece si trasformano sia in senso positivo che negativo. L’indumento offerto alla sorella più liberata così come il kimono d’estate regalato alla sorella acquisita diventano allora per Sachi segni di una possibile riapertura al sentire sempre meno vincolata a un passato di profonda sofferenza. Grazie anche a Suzu\, ancora capace di farsi travolgere dalla bellezza dei ciliegi in fiore. \nGiancarlo Zappoli (www.mymovies.it)
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SUMMARY:Chiamatemi Francesco
DESCRIPTION:Chiamatemi Francesco – Il Papa della gente \ndi Daniele Luchetti \nCon Rodrigo De la Serna\, Sergio Hernández\, Muriel Santa Ana\, José Ángel Egido\, Alex Brendemühl. \nDrammatico\, 94 min. – Italia 2015. \nJorge Bergoglio è uno studente come tanti nella Buenos Aires degli anni Sessanta quando decide di entrare a far parte dell’Ordine dei Gesuiti. (…) da subito deve apprendere la virtù dell’obbedienza: sarà proprio questa a porlo di fronte alle scelte più importanti della sua vita\, perché dovrà distinguere fra i doveri verso la propria coscienza e la sottomissione al regime dittatoriale di Videla e allo strapotere dei proprietari terrieri… \nDaniele Luchetti e il suo produttore\, Pietro Valsecchi\, si sono buttati nell’impresa di raccontare la storia di Bergoglio prima che diventasse Papa con lui ben vivo e presente in Vaticano\, senza consultarlo e senza chiedere la collaborazione dell’istituzione ecclesiastica. Questo ha dato loro la (relativa) libertà di raccogliere testimonianze da una quantità di persone più o meno attendibili\, di affrontare direttamente il capitolo più spinoso e controverso della vita dell’allora Responsabile provinciale gesuita\, ovvero il suo rapporto con la dittatura argentina negli anni fra il 1976 e il 1981\, e di prendere le sue parti dando credibilità alla versione della Storia che lo vede a fianco dei desaparecidos e dei preti militanti. Il che non significa che la sceneggiatura sorvoli sul fatto che Bergoglio ha tolto ad alcuni di questi ultimi la protezione dell’Ordine dei Gesuiti di fatto consegnandoli al regime\, ma significa che concede al suo comportamento il beneficio di quella doppia lettura che riguarda gran parte della quotidianità sudamericana\, ovvero la coesistenza di una condotta ufficiale e una ufficiosa\, data dalla necessità di muoversi apparentemente all’interno delle regole per poi trasgredirle di nascosto seguendo la propria etica. (…) \nL’efficacia del racconto sta principalmente nell’aderenza della sua estetica a quella popolare latina\, in rispettosa aderenza della forma al suo contenuto e all’etnia del suo protagonista. Luchetti si concede l’apparente elementarità “sudamericana” del racconto dipingendo un murales di larga accessibilità\, e parte da un inizio fortemente didascalico che diventa a poco a poco cinema\, complice anche il potente inserto che ricostruisce l’inferno dei desaparecidos attingendo a piene mani da Garage Olimpo più ancora che da La notte delle matite spezzate. (…) \nPaola Casella (www.mymovies.it)
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SUMMARY:Fuocoammare (di G. Rosi)
DESCRIPTION:Fuocoammare \ndi Gianfranco Rosi \nCon Samuele Pucillo\, Mattias Cucina\, Samuele Caruana\, Pietro Bartolo\, Giuseppe Fragapane. \nDocumentario\, 107 min. – Italia / Francia 2016. Orso d’oro al Festival di Berlino 2016. \n Gianfranco Rosi racconta Lampedusa attraverso la storia di Samuele\, un ragazzino che va a scuola\, ama tirare sassi con la fionda che si è costruito e andare a caccia di uccelli. Preferisce giocare sulla terraferma anche se tutto\, attorno a lui\, parla di mare e di quelle migliaia di donne\, uomini e bambini che quel mare\, negli ultimi vent’anni\, hanno cercato di attraversarlo alla ricerca di una vita degna di questo nome trovandovi spesso\, troppo spesso\, la morte. \nPer comprendere appieno è indispensabile liberarsi da una sovrastruttura mentale alla quale molti hanno finito con l’aderire passivamente e in modo quasi inconscio ed indolore. Si tratta del format dell’inchiesta giornalistico – televisiva che si concretizza in immagini scioccanti\, in interviste più o meno interessanti finalizzate a un impianto ideologicamente preconfezionato. O si è pro o si è contro la presa in carico del fenomeno e su questa base si costruisce la narrazione. \nRosi si allontana in maniera netta a partire dalla scelta\, fondamentale\, di aborrire il cosiddetto documentario ‘mordi e fuggi’ che vede la troupe giungere sul luogo\, pretendere di capire in fretta e ripartire quando pensa di ‘avere abbastanza materiale’. Il regista è rimasto per un anno a Lampedusa entrando così realmente nei ritmi di un microcosmo a cui voleva rendere una testimonianza assolutamente onesta.  Samuele è un ragazzino con l’apparente sicurezza e con le paure e il bisogno di capire e conoscere tipici di ogni preadolescente. Con lui e con la sua famiglia entriamo nella quotidianità delle vite di chi abita un luogo che è\, per comoda definizione\, costantemente in emergenza. Grazie a lui e al suo ‘occhio pigro’\, che ha bisogno di rieducazione per prendere a vedere sfruttando tutte le sue potenzialità\, ci viene ricordato di quante poche diottrie sia dotato lo sguardo di un’Europa incapace di rivolgersi al fenomeno della migrazione. (…). Rosi non cerca mai il colpo basso\, neppure quando ci mostra situazioni al limite. La sua camera inquadra vita e morte senza alcun compiacimento estetizzante ma con la consapevolezza che\, come ricordava Thomas Merton\, nessun uomo è un’isola e nessuna Isola\, oggi\, è come Lampedusa. \nGiancarlo Zappoli (www.mymovies.it)
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SUMMARY:Perfetti Sconosciuti (di P. Genovese)
DESCRIPTION:Perfetti Sconosciuti \ndi  Paolo Genovese \nCon Giuseppe Battiston\, Anna Foglietta\, Marco Giallini\, Edoardo Leo\, Valerio Mastandrea\, Alba Rohrwacher\, Kasia Smutniak. \nCommedia\, 97 min. – Italia 2016. Miglior film e migliore sceneggiatura al David di Donatello 2016. \nOgnuno di noi ha tre vite: una pubblica\, una privata ed una segreta. Nel corso di una cena tra amici\, Eva si dice convinta che tante coppie si lascerebbero se ogni rispettivo controllasse il contenuto del cellulare dell’altro. Parte così una sorta di gioco per cui tutti dovranno accettare\, durante la serata\, di leggere sms/chat o ascoltare telefonate pubblicamente. Quello che all’inizio sembra un passatempo innocente diventerà man mano un gioco al massacro. \n[…] Perché Perfetti sconosciuti è un film cattivo\, e che sempre ne sia lodata la cattiveria. \nUn film che smorza nella romanità popolare (quella de ‘sti regazzini che so’ cresciuti insieme\, e che ora hanno 40 anni) la prosopopea borghese del cinema più “alto” che ha questo genere d’impianto: quello\, appunto\, che ammicca al suo pubblico\, con complicità intellettuale e di classe\, proprio quando vuole strappargli di dosso la sua maschera e le sue ipocrisie. \n[…]Si percepisce benissimo\, e si apprezza\, l’affiatamento del gruppo degli attori. Nonostante il gioco dei controcampi di Genovese spinga tutti a estremizzare le reazioni non verbali\, a esagerare con le faccette\, c’è fluidità\, e un’intesa che garantisce verosimiglianza. \nSi percepisce il coraggio e lo stupore di attori che – per dirla con Mastandrea – forse non avevano mai mescolato commedia e dramma fino a questo punto\, e sono riusciti a non cadere. \n[…]Certo\, l’artificio con il quale il regista risolve la sua vicenda è furbo\, forse frettoloso: ma è anche l’uovo di Colombo inevitabile\, e l’amaro in bocca rimane eccome. \nCommedia sì\, quindi\, ma con giudizio. Italiana anche. Per una volta\, commedia all’italiana nell’accezione migliore e più classica del termine\, non citata a sproposito solo perché battente bandiera tricolore. \nPerché\, forse\, più che un testo sui fantasmi e le spade di Damocle della coppia\, Perfetti sconosciuti è un film sull’amicizia\, tanto quella al maschile quanto quella al femminile (basta stare attenti alle interazioni trasversali alla coppia\, e diventa subito ovvio). E\, ancora più sotto\, un film sull’ipocrisia della società italiana\, che passa per i comportamenti\, certo\, ma anche per il linguaggio. \nL’ipocrisia di un politicamente corretto che nel film di Paolo Genovese viene accantonato senza proclami\, lasciando spazio a un parlare sfacciato e leggero\, volgare e pudico\, carico di livore\, dolore e affetto\, e che gravita attorno a un tavolo con spirito davvero scoliano. \nFederico Gironi (www.comingsoon.it)
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SUMMARY:Loro Chi? (di F. Miccichè e F. Bonifacci)
DESCRIPTION:Loro chi? \ndi Francesco Miccichè e Fabio Bonifacci \nCon Marco Giallini\, Edoardo Leo\, Catrinel Marlon\, Lisa Bor\, Ivano Marescotti. \nCommedia\, 95 min. – Italia 2015. \nDavid sta per fare il grande salto e conquistarsi uno stipendio da 1700 euro al mese\, grazie al lancio di un prodotto rivoluzionario di cui curerà la promozione. Ma viene accostato da Marcello\, che lo riempie di elogi\, lo invita a bere e poi a casa sua\, dove lo aspettano due ragazze molto attraenti. L’indomani David si sveglia in una casa vuota\, senza aver presenziato al lancio. Da quel momento passerà ogni minuto alla ricerca di Marcello\, truffatore professionista. \nLoro chi? si inserisce coraggiosamente nel solco dei recenti film americani sugli imbroglioni consumati\, da Il genio della truffa a Colpo di fulmine a Now you see me\, e riesce a tenere loro dietro per velocità della narrazione e frenetiche svolte della trama\, alcune più credibili di altre. Il film però alza il tiro ogni qual volta fa leva su quelle debolezze tipicamente italiane che rendono ogni truffa più semplice (perché “in Italia ci sono ottimi incentivi nel settore truffa”)\, prima fra tutte il campanilismo e il desiderio dei politici locali di entrare nei giri grossi. \nFunziona bene la verve trasformista di Marco Giallini\, che attraverso i suoi travestimenti mantiene intatto quello spirito guascone che ha tra i suoi predecessori filmici il Bruno de Il sorpasso\, così come l’ingenuità da uomo comune di Edoardo Leo\, in un ruolo che in passato avrebbe potuto essere interpretato da Nino Manfredi. La regia è elastica\, il montaggio atletico\, e la sceneggiatura (di Fabio Bonifacci\, che debutta anche dietro la cinepresa accanto a Francesco Micchiché) è insolitamente ricca e scoppiettante\, per una commedia italiana contemporanea. Lo stratagemma iniziale\, per cui la storia di David viene narrata da lui stesso a un editore\, ha una conclusione davvero improbabile\, ma l’escalation truffaldina è divertente\, e Micciché e Bonifacci fanno del loro meglio per creare illusioni ottiche utilizzando la qualità di “lanterna magica” del cinema. \nAl centro della trama c’è l’idea di contrapporre alla noia di un’esistenza sempre più risicata e prevedibile l’emozione violenta e coinvolgente dell’imbroglio\, anche quello subìto\, perché “il resto è coda alla posta”. E la volontarietà di chi si fa fregare per provare il brivido di una vita almeno un po’ spericolata è l’elemento cardine affinché una truffa (o un’avventura\, anche cinematografica) funzioni. \nPaola Casella (www.mymovies.it)
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SUMMARY:La Tomba delle Lucciole (di I. Takahata)
DESCRIPTION:La tomba delle lucciole \ndi Isao Takahata \nCon Con Tsutomu Tatsumi\, Ayano Shiraishi\, Yoshiko Shinohara\, Akemi Yamaguchi. \nAnimazione\, Drammatico 90 min. – Giappone 1988. \nAmbientato nell’estate del 1945 sotto una pioggia di bombardamenti\, La tomba delle lucciole racconta il rapporto tra un fratello adolescente e la sorellina. Mentre la guerra distrugge le famiglie\, sfalda l’idea di Giappone che i cittadini avevano imparato\, polverizza le certezze e sfarina i rapporti\, i due cercano di costruire un nuovo nucleo di umanità in una grotta vicina a un laghetto\, dove sembra che piante e animali non siano al corrente dell’orrore circostante. \nSpesso nei film dello Studio Ghibli l’atmosfera predominante è quella del sogno\, della fiaba\, di mondi allegorici che rimandano al reale. Questo film non ha niente a che fare con tutto questo\, La tomba delle lucciole è un film realistico\, crudo\, dove l’unica concessione alla fiaba e all’immaginazione è rappresentata dal modo in cui la bambina Setsuko sente la guerra\, ne soffre gli effetti\, ma non è in grado di capirla per quello che è. Non c’è una bolla di racconto con il contesto bellico sullo sfondo. Al contrario la guerra è ovunque\, e quella di Seito e Setsuka è la storia del tentativo di trovare un angolo minuscolo dove rimanere umani. \nTutti abbiamo visto decine di film di guerra: è uno dei generi storicamente più frequentati. Non è ovviamente nel loro messaggio che vanno valutati questi film\, ma nella sfaccettatura che decidono di dare all’argomento\, nel modo in cui lo rendono vivo e pulsante. (…) \nTakahata non sovraccarica esteticamente il suo film\, ma anzi lo rende asciutto come una pellicola di Ozu. La vita quotidiana di due orfani nella Kōbe del 1945 passa per il cibo\, i vestiti\, la fame\, la sete\, la voglia di comprarsi un fornello o delle caramelle. La familiarità di un pranzo è attraversata dalla morte\, dal dolore e dalla perdita con una naturalezza cui non siamo abituati. Il filtro estetico\, l’interpretazione artistica della vicenda sono quasi inesistenti. Le scene non hanno l’efficacia documentale di una fotografia o quella realistica di una ricostruzione al cinema\, ma proprio per questo in alcuni casi (…) colpiscono anche di più\, e in modo sottile\, normale\, duraturo. \nMatteo Bordone (Internazionale)
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SUMMARY:Alaska (di C. Cupellini)
DESCRIPTION:Alaska \ndi Claudio Cupellini \nCon Elio Germano\, Astrid Berges-Frisbey\, Valerio Binasco\, Elena Radonicich\, Antoine Oppenheim. \nDrammatico\, 125 min. – Francia 2015. \nFausto e Nadine si incontrano per la prima volta nei saloni di un grande albergo di Parigi\, scoprendosi fragili\, soli e ossessionati da un’idea di felicità che sembra irraggiungibile. Si perderanno\, si ameranno e soffriranno. \n Al terzo lungometraggio\, Claudio Cupellini trova una misura congeniale e realizza il proprio miglior film\, Alaska. Elio Germano\, cameriere emigrato in Francia\, per farsi bello con una ragazza\, che si trova nello stesso albergo a fare un provino\, si mette nei casini e finisce in galera. Da lì\, continua a scriverle per anni senza risposta\, ma quando esce la trova ad aspettarlo. È l’inizio di una storia d’amore appassionata e violenta\, altalenante\, in cui il bene dell’uno sembra tragicamente implicare la sventura dell’altro: quando lei è una modella in ascesa lui è uno spiantato\, poi lei ha un incidente e lui fa fortuna… Nella tenuta dell’insieme e in certe scene si sente l’ispirazione e il tocco del regista vero: c’è una scena di suicidio emozionante\, magistrale\, e certi scontri fisici tra i due amanti\, certe tensioni\, sono resi senza esibizionismo e senza freddezza. Elio Germano è bravissimo. Ha un’energia fisica contagiosa che ci fa credere subito al personaggio\, e Astrid Bergès-Frisbey\, sarà per molti una scoperta. […] Certo\, il film ha anche alcuni difetti vistosi. È allagato da una musica ordinaria\, fa fatica a reggere le oltre due ore di durata; e nel finale rischia di perdersi. Ma ha un’idea forte\, quasi un impulso\, che lo sostiene: partire dal rispetto delle regole di un genere\, in questo caso il mélo\, non come pretesto intellettuale o come schema narrativo che garantisca la quadratura della narrazione. Cupellini prende sul serio equivoci e colpi di scena\, e crede che possano raccontare personaggi di oggi. Personaggi che lui ama e segue\, e che finiscono col restituire un momento e una società senza sociologismi. In queste vite tese al riscatto e all’autodistruzione\, Alaska coglie un disagio cieco\, un conato feroce verso il cambiamento\, qualcosa di profondamente contemporaneo. \nEmiliano Morreale (L’Espresso)
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SUMMARY:Love & Mercy (di B. Pohlad)
DESCRIPTION:Love and mercy \ndi Bill Pohlad \nCon John Cusack\, Paul Dano\, Elizabeth Banks\, Paul Giamatti\, Jake Abel. \nBiografico\, 120 min. – USA 2014. \nMelinda lavora in una concessionaria di auto. Un giorno incontra un tipo strano che le viene presentato come Brian Wilson. L’uomo è stato il frontman nonché l’autore delle canzoni di uno dei gruppi più famosi in assoluto: i Beach Boys. I due iniziano a frequentarsi e la donna scopre così le ragioni del profondo disagio psichico che Brian sta vivendo.  \n[…] Sin dalla prima scena Love & Mercy\, si configura come un’indagine su una personalità scissa: da una parte il Wilson cantante\, spinto dalla sua cerchia più intima a consolidare il successo rimanendo fedele alla formula compositiva che gli aveva regalato soldi e gloria\, dall’altra il musicista introverso con aspirazioni alla perfezione\, personalità castrata da un padre feroce\, mente creativa con tendenze schizofreniche\, disinteressato alla fama e alla gratificazione della folla\, in nome della ricerca in punta di cesello di una musica che avrebbe potuto scacciare i suoi demoni. \nIl film\, per descrivere una personalità duplice\, si sdoppia anch’esso rompendo la linearità temporale e raccontando la crisi creativa di un musicista al suo apice e la depressione ormai conclamata che\, vent’anni più tardi\, ha consegnato Wilson a un’esistenza dettata dalle leggi di uno psicoterapeuta intrusivo e manipolatore\, che sostituiva ogni contatto umano con generose dosi di farmaci\, con un occhio alla sofferenza del suo paziente e l’altro al suo patrimonio. La scissione tra passato e presente è amplificata dall’utilizzo di due diversi attori che interpretano Wilson nelle differenti fasi della vita. Il dono migliore di Love & Mercy risiede però nella capacità di raccontare\, il travaglio emotivo della creazione artistica\, l’assillo totalizzante di chi ha bisogno di realizzare le proprie idee compositive fino all’ultimo dettaglio\, alla scoperta ossessiva di suoni e strumenti nuovi. Le scene girate all’interno degli studi di registrazione durante le sessioni di Pet Sounds colgono con precisione la normalità quotidiana e le estenuanti ripetizioni che sono alla base della ricerca di una perfezione espressiva; la smania di realizzazione\, attraverso una musica stratificata e lucente\, di un suono capace di esprimere quella gioia che la vita spesso nega; le ansie e le aspirazioni di un artista che solo attraverso la musica è riuscito a gettare un ponte sul baratro della propria infelicità. \nFederico Pedroni (www.cineforum.it)
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SUMMARY:Dheepan (di J. Audiard)
DESCRIPTION:Dheepan – Una nuova vita \ndi Jacques Audiard \nCon Vincent Rottiers\, Marc Zinga\, Jesuthasan Antonythasan\, Kalieaswari Srinivasan\, Franck Falise\, Claudine Vinasithamby. \nThriller\, 109 min. – Francia 2015. Palma d’oro al Festival di Cannes 2015. \nDheepan deve fuggire dalla guerra civile dello Sri Lanka e per farlo si associa con una donna e una bambina. I tre si fingono una famiglia e riescono così a scappare e rifugiarsi nella periferia di Parigi. Anche se non parlano francese né hanno contatti. Trovati due lavori molto semplici (guardiano tuttofare e badante) i due scopriranno la vita da periferia\, le bande e le regole criminali che vigono nel posto che abitano.  \n[…] Nelle mani di Audiard – che viene da un genere misantropo come il polar (si vedano ad esempio la sua opera prima\, lo splendido Regard les hommes tomber\, o il più recente Il profeta) e si ispira ad un testo di sferzante pessimismo come le Lettere persiane di Montesquieu – l’argomento scivola fuori dalla rete del solidarismo a buon mercato e delle ipocrisie politicamente corrette per approdare in territori più inconsueti\, nella fattispecie dalle parti di Thomas Hobbes e delle sue riflessioni sull’aggressività e lo stato di guerra come condizioni naturali del genere umano. \nÈ così che i tre personaggi\, pur trovando la forza di non soccombere alla miseria o alla discriminazione\, nulla possono contro la guerra – di banlieue\, tra spacciatori di droga – che ha per teatro il condominio dove vanno a vivere. È questo che fa di Dheepan un film importante quanto inesorabile e lucido nel suo pessimismo: il coraggio di rimpiazzare l’idea comune quanto inconsistente che la tolleranza sia il farmaco capace di curare la violenza dei nostri tempi con la consapevolezza che gli uomini hanno la guerra dentro di loro\, come un virus in incubazione pronto ad esplodere senza preavviso\, alla prima occasione. \nPer buona parte del film Audiard segue le vicende dei tre protagonisti con stile austero\, adeguando la messa in scena all’ordinarietà delle loro esistenze\, al loro strenuo sforzo per omologarsi all’ambiente sociale che li ha ospitati. Poi nel finale Dheepan ha uno scarto\, vira verso territori di intensa visionarietà\, in bilico perfetto tra l’incubo di un mondo avvitato sulla violenza e la chimera dell’arrivo in uno spazio di imperturbabile serenità. Quasi che per accendere la miccia del cinema fosse necessario il contatto con drammi fatti di sangue e desiderio\, sogno e disperazione. \nLeonardo Gandini (www.cineforum.it)
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SUMMARY:The Martian (di R. Scott)
DESCRIPTION:Sopravvissuto – The Martian \ndi Ridley Scott \nCon Matt Damon\, Jessica Chastain\, Kate Mara\, Kristen Wiig\, Sebastian Stan\, Michael Peña\, Sean Bean\, Mackenzie Davis\, Chiwetel Ejiofor\, Donald Glover\, Jeff Daniels\, Aksel Hennie. \nFantascienza\, 130 min. – USA 2015. \nDurante una missione su Marte\, l’astronauta Mark Watney viene considerato morto e per questo abbandonato dal suo equipaggio. Ma Watney è sopravvissuto e ora si ritrova solo sul pianeta ostile. Dovrà quindi attingere al suo ingegno e al suo spirito di sopravvivenza per segnalare alla Terra che è vivo. Intanto\, la NASA lavora instancabilmente per cercare di riportarlo a casa\, mentre i suoi compagni cercano di tracciare una quasi impossibile\, missione di salvataggio. \nL’equipaggio di una missione su Marte fugge durante una tempesta lasciando sul pianeta un componente creduto cadavere. Che però non è morto\, e troverà modi per sopravvivere sul Pianeta Rosso e farsi tornare a prendere. \nCast Away (ovvero Robinson Crusoe) nello spazio\, con toni da commedia\, echi paradossalmente western\, trovate a ripetizione\, tensione spezzata dal comico (!) e viceversa. Damon (bravissimo) è da solo sullo schermo\, ma il resto dello straordinario cast (occhio all’immenso Jeff Daniels) lo accarezza da lontano. \nUn’avventura avvincente\, che è anche un po’ l’anti-Interstellar: ma soprattutto un film dal mood unico\, mai tentato prima\, che si nutre di citazioni e rimandi per riflettere sull’eterno ritorno della rappresentazione e delle modalità con cui rendere inedita materia già adoperata all’infinito. Il merito della riuscita va equamente diviso: da una parte c’è Scott\, non nuovo alla fantascienza e qui ai massimi livelli di perizia di messa in scena ed emotività; dall’altra lo sceneggiatore Drew Goddard (Cloverfield\, Quella casa nel bosco) che qui applica il suo metodo “metacinematografico” al cinema mainstream con risultati da applauso. Intrattenimento di intelligenza sopraffina e fattura divina (anche se il 3D è ininfluente: è ben più “tridimensionale” la colonna sonora con brani vintage da urlo\, memore della lezione di Guardiani della Galassia)\, sempre dalla parte dello spettatore: due ore e venti di divertimento ininterrotto che produrranno nomination-Oscar a valanga (a partire da quelle tecniche: per le altre si vedrà) e che lasciano con l’idea che il Cinema\, malgrado tutto\, sia ancora qualcosa per cui vale la pena vivere. \nFilippo Mazzarella (www.vivimilano.corriere.it)
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