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SUMMARY:Il Ponte delle Spie (di S. Spielberg)
DESCRIPTION:Il ponte delle spie \ndi Steven Spielberg \nCon Tom Hanks\, M. Rylance\, A. Ryan\, S. Koch\, A. Alda\, B. Magnussen\, E. Hewson\, A. Stowell\, D. Lombardozzi\, M. Gaston\, S. Kunken\, P. McRobbie\, M. Caka\, J. Harto\, B. Klaußner. \nThriller\, 140 min – USA 2015. Miglior attore non protagonista Oscar 2016. \nNY\, 1957. Rudolf Abel viene arrestato con l’accusa di essere una spia sovietica. La democrazia impone che venga processato\, la scelta dell’avvocato cade su James Donovan che fino a quel momento si è occupato di assicurazioni. Nel frattempo un aereo spia americano viene abbattuto dai sovietici e il tenente Powers viene fatto prigioniero. Si profila la possibilità di uno scambio e Donovan dovrà gestire il negoziato. \nL’intro hitchcockiano cede man mano il passo a uno svolgimento sempre più letterario\, dove il racconto è già leggenda e ancora incertissimo presente; e dove il Donovan di Tom Hanks sembra rispondere al paradigma dell’everyman\, cappotto cappello ombrello\, se non fosse che\, nel cinema di Spielberg più che mai\, l’apparenza in qualche modo inganna.  Donovan è infatti qualcuno che incarna il mestiere che fa\, lo onora come una “professione”. Non si occupa di giustizia\, è un giusto. Se a lui appare incredibile che il suo assistito non si preoccupi visibilmente del suo destino\, all’altro appare inizialmente inverosimile che l’avvocato non voglia sapere la verità sulla sua colpevolezza o innocenza. “Servirebbe?” No. Per lui\, che ha già fatto il proprio dovere in Normandia (salvando il soldato Ryan)\, ogni uomo è importante\, ogni vita. Donovan non vede Abel innanzitutto come una spia\, un russo\, un nemico: sceglie di guardarlo come una persona. Man mano che lo conosce\, gli darà un colore e una profondità\, forsanche quella dell’amicizia o dell’ammirazione\, ma la scelta riguardo allo sguardo da adottare l’ha fatta in partenza. Come il regista. Lo dice bene la prima inquadratura\, nella quale Abel sta dipingendo il suo autoritratto\, con l’ausilio di uno specchio. L’immagine nello specchio e quella sulla tela sono immagini della stessa persona\, ma non sono identiche. La prima riflette una superficiale obiettività\, la seconda reca traccia del tempo e dei pensieri intercorsi nelle ore del fare. Non conta quello che di te penseranno gli altri\, dirà Donovan al soldato Powers\, ma “quello che sai tu”. (…) \nIn un’epoca come la nostra\, di sospetti quotidiani\, intercettazioni isteriche\, identificazioni affrettate di un uomo col suo credo\, il suo abito o la sua provenienza\, Il ponte delle spie è un film di bruciante attualità\, profondamente consapevole della dignità della professione artistica e della sua funzione sociale. \nMarianna Cappi (www.MyMovies.it)
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SUMMARY:Julieta (di P. Almodóvar)
DESCRIPTION:Julieta \ndi  Pedro Almodóvar \nCon Emma Suarèz\, Adriana Ugarte\, Daniel Grao\, Inma Cuesta\, Darío Grandinetti. \nDrammatico\, 99 min. – Spagna 2016. \nJulieta\, una professoressa di cinquantacinque anni\, cerca di spiegare\, scrivendo\, a sua figlia Antia tutto ciò che ha messo a tacere nel corso degli ultimi trent’anni\, dal momento cioè del suo concepimento. Al termine della scrittura non sa però dove inviare la sua confessione. Sua figlia l’ha lasciata appena diciottenne.  \n Contropiede Almodóvar. Chi si aspetta il «solito» film colorato e barocco è avvertito: questa volta il regista spagnolo cambia radicalmente stile e messa in scena. ‘Julieta’ è sì l’ennesimo ritratto femminile del regista\, ma questa volta più trattenuto\, amaro\, doloroso. Perché se c’è un tema che emerge dal film\, oltre al peso che vi gioca il destino\, è proprio il dolore\, una specie di porta stretta e obbligata attraverso cui le persone devono passare per riuscire a capire il senso della propria vita. Un dolore che a volte è represso\, sepolto\, ma che poi finisce per prendersi la sua rivincita\, obbligando le persone a farci i conti. Sembrerebbe una materia romanzesca\, e in parte lo è\, se non fosse che Almodóvar riduce al minimo il gusto del racconto per limitarsi a una serie di incontri/ritratti dove mette in evidenza soprattutto le tensioni\, le paure\, le gelosie\, come preoccupato di ricordare allo spettatore che ogni (momentanea) gioia nasce dal dolore e dalla sofferenza di qualcun altro. Riducendo al minimo la propria tradizionale esuberanza e la vitalità contagiosa delle sue precedenti eroine\, capaci di superare ogni ostacolo\, Almodóvar racconta la depressione e la sofferenza che possono catturare le persone. Un po’ per «colpa» dei racconti di Alice Munro (dalla raccolta ‘In fuga’) che sono serviti da ispirazione al film\, ma molto per un’evidente cambio di tono registico e psicologico. Il senso di colpa in Julieta diventa il vero motore del dolore che divora l’anima delle persone. Ne esce così un film volutamente incompiuto\, che lascia le soluzioni sospese\, che porta lo spettatore a confrontarsi con il prezzo che ogni felicità sembra avere ma che pur negando ogni lieto fine ci ricorda come l’esperienza del dolore e della sofferenza vadano guardate in faccia\, senza infingimenti e soprattutto senza false coscienze. (…) \nPaolo Mereghetti (Corriere della Sera)
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SUMMARY:1981 Indagine a New York (di J. C. Chandor)
DESCRIPTION:1981: Indagine a New York \ndi  J.C. Chandor \nCon Oscar Isaac\, Jessica Chastain\, David Oyelowo\, Alessandro Nivola\, Albert Brooks\, Elyes Gabel\, Catalina Sandino Moreno\, Peter Gerety\, Christopher Abbott\, Ashley Williams. \nThriller\, 125 min. – USA 2014. Miglior film al National Board of Review of Motion Pictures 2014. \nNew York City inverno 1981\, statisticamente uno degli anni più violenti nella storia della città. Il film segue la vita di un immigrato e della sua famiglia che tenta di espandere i propri affari\, ma viene trascinata in un vortice di violenza e corruzione che minaccia di distruggere tutto quello che ha costruito. \nA J.C. Chandor piace descrivere le crisi e come gli individui reagiscono alle stesse. Lo ha fatto con il suo film d’esordio Margin Call\, in cui il pericolo era imminente e richiedeva di agire scegliendo un’etica o facendone a meno e ha proseguito immergendo un unico protagonista nei marosi dell’Oceano indiano in All Is Lost – Tutto è perduto. Torna ora sul tema scrivendo e dirigendo un film il cui titolo originale è molto più significativo di quello neutrale per il mercato italiano. Perché A Most Violent Year fa esplicito riferimento all’anno 1981 che è risultato sul piano statistico uno di quelli in cui si è registrato un elevatissimo numero di crimini a New York. È in questo ‘oceano’ che si trova a navigare Abel Morales che ha sposato la figlia di un gangster dal quale ha acquisito l’azienda ma che non ha e non vuole avere nulla a che fare con il malaffare. Vuole navigare tenendo la barra dritta ma tutto intorno a lui sembra coalizzarsi contro questa volontà. \nSembra di assistere a un film di altri tempi mentre si segue la via crucis di quest’uomo che non ha nulla dell’ingenuo ma che sembra far propria la massima evangelica che invita ad essere prudenti come serpenti e al contempo candidi come colombe. Ma quello che potrebbe sembrare un difetto costituisce invece il pregio assoluto di questo film condotto con mano ferma e con conoscenza dei generi (in particolare di quello gangsteristico). Perché\, mentre ogni certezza sembra crollare e il tempo per realizzare il proprio sogno si fa sempre più esiguo\, sul volto di un ottimo Oscar Isaac (sicuramente più adatto al ruolo di Javier Bardem\, che ha abbandonato per divergenza di vedute con Chandor) compaiono tutti i dubbi di chi si chiede se piegarsi al ‘lato oscuro della forza’ non sia in definitiva la scelta migliore. Lo spettatore è implicitamente invitato a fare proprie le sue aporie e a chiedersi cosa farebbe al suo posto. Si tratta di un processo di coinvolgimento che nel cinema di questi tempi non è poi così diffuso. \nGiancarlo Zappoli (www.mymovies.it)
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SUMMARY:Tutto Andrà Bene (di J. Medem)
DESCRIPTION:Ma Ma – Tutto andrà bene \ndi Julio Medem \nCon Penelope Cruz\, Luis Tosar e Asier Etxeandia\, Teo Planell e Anna Jiménez. \nDrammatico\, 111 min. – Francia / Spagna 2015. \nMadga\, insegnante disoccupata\, è una donna molta coraggiosa che\, quando si ritrova faccia a faccia con un cancro incurabile\, è costretta a reagire tirando fuori tutta la forza che ha dentro e non lasciandosi sopraffare dagli eventi. Nonostante le difficoltà che la circondano\, sarà in grado di regalare un sorriso a chi la circonda e di vivere con gli altri momenti di felicità\, umorismo e risate. \nUn colpo al cuore. Spalmato su un film intero\, senza pietà\, con qualche regolare concessione al sorriso della poesia. Questa storia è una di quelle che\, più che togliere il respiro\, lo rallentano\, lo dilatano. Ci costringono a frenare le emozioni\, per assumerle poco alla volta\, come una medicina amara\, come un impegno gravoso che richiede i suoi tempi. Il concentrato di tristezza va diluito\, versandovi le gocce di quelle piccole gioie che\, nonostante tutto\, sono così forti da poter convivere con i grandi dolori. Le accompagnano i sogni futili ed innocenti\, le aspirazioni che\, pur nascendo in seno alla spensieratezza\, non cedono di fronte alle paure più terribili\, nemmeno a quella della sofferenza\, dell’abbandono\, della morte. Una donna si ammala\, ritrova l’amore e la salute\, risorge\, per poi subire un nuovo duro attacco da parte del destino. Accade lo stesso all’uomo che Magda\, in questa difficile fase della sua esistenza\, incontra per caso\, sulle gradinate di uno stadio in cui si disputa una partita di calcio tra bambini. Il gioco è lo sfondo tenero di questa favola divisa fra gli ospedali e i luoghi di vacanza\, tra lacrime e canzoni\, tra brutte verità e meravigliose bugie. Un melodramma dei giorni nostri – verrebbe da dire – ossequioso delle commozioni da fiction e delle crudeltà del reality. Un racconto che invade l’interno del corpo e della stessa anima\, rivelando i dettagli anatomici dell’uno\, gli strani segreti dell’altra. E che\, nel farlo\, mostra una tenacia pari a quella della giovane protagonista\, una mamma che non si arrende\, una Penélope Cruz che impugna il ruolo con tutta l’energia possibile\, senza timore di esagerare\, di sforare il delicato confine del verosimile. Nonostante tutto\, noi le crediamo. Così come ci convince la precipitosa successione degli eventi\, quell’affannosa concatenazione di svolte prevedibilmente tragiche\, eppure beneficamente filtrate dalla fine psicologia di un personaggio che\, attraverso la sua drammaticità tanto intensa quanto naif\, si dedica interamente alla speranza\, dimentica di se stessa\, però schiava delle proprie romantiche utopie. La voglia di vincere è sovrana\, nelle cose importanti e in quelle trascurabili\, e si fa nucleo portante di una santità senza Dio\, che adora solamente la vita in quanto tale. Lo spirito di questa religiosità del sentimento emana una luce bellissima\, abbagliante e tuttavia incantevole\, che ci rende docili al pianto\, anche contro la nostra ragionevolezza. La potenza di narrazione ed interpretazione assomiglia a un faro\, che a tratti illumina  l’orizzonte\, e sembra guardare lontano\,  a tratti si gira verso di noi\, e ci viene graziosamente sparato negli occhi. Il meccanismo funziona. Lo spettacolo tiene\, con noi che restiamo inchiodati alla sua splendida illusione di profondità morale\, che non pretende di ergersi a letteratura\, però sa presentarsi come preziosa ed autentica. Il film vola\, alto\, agile\, leggero\, e\, mentre le sue acrobazie tracciano nel cielo i convenzionali arabeschi del romanzo rosa\, la vertigine conserva un sapore sobrio\, esente da sdolcinature. Le intenzioni del discorso sembrano molto serie. E noi\, in tutta coscienza\, non possiamo fare a meno di andargli dietro. \nOGM (www.filmtv.it)
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SUMMARY:Nausicaa della Valle del Vento (di H. Miyazaki)
DESCRIPTION:Nausica della valle del vento \ndi Hayao Miyazaki \nAnimazione\, 116 min. – Giappone 1984. \nIn seguito ad un cataclisma\, una foresta tossica ha ricoperto la maggior parte della superficie terrestre. In questo scenario apocalittico\,  il regno della Valle del Vento – governato da Jihl\, padre della coraggiosa Principessa Nausica – è una delle poche zone ancora popolate. Nausica ha due doni: saper cavalcare il vento e riuscire a comunicare con gli Ohm\, i giganteschi insetti guardiani della foresta. Grazie alle sue abilità\, la Principessa intraprenderà una coraggiosa sfida volta a ristabilire la pace e a riconciliare l’umanità con la Terra. \n(…) Nausica è unanimemente considerata l’opera fondativa della casa cinematografica e del Miyazaki-pensiero\, la filosofia che ha cambiato per sempre il mondo dell’animazione mondiale. Nella vicenda è possibile individuare le tematiche peculiari dell’autore: l’amore per la natura e per la vita\, un’eroina in età adolescente con un coraggio pari solo alla sua bontà di cuore\, la fascinazione per gli aerei e per ogni tipo di strumento o marchingegno che consenta all’uomo di librarsi in volo. Anche il sodalizio con Hisaishi Joe\, autore delle musiche\, nasce con Nausica. Benché da un punto di vista tecnico si avverta una certa obsolescenza\, per il resto Nausica è opera che trascende la propria contestualizzazione temporale\, tanto da rappresentare\, a distanza di decenni\, un’inesauribile fonte di ispirazione. Forse resta ineguagliabile per lo stesso Miyazaki l’operazione di sincretismo di molteplici fonti (Dune e i suoi Vermi\, i Grandi Antichi di H. P. Lovecraft\, le battaglie di popoli di J.R.R. Tolkien\, l’Odissea)\, in cui ognuna fornisce il suo contributo senza inficiare la totale autonomia e credibilità dell’universo miyazakiano. Fantasy e fantascienza si mescolano in parti uguali. Il risultato è una straordinaria parabola ecologista in cui la forza della narrazione e la libertà delle creazioni visive del regista non sono intaccate dalla presenza di un evidente messaggio-monito ambientalista. In netta controtendenza con il canone del genere fantastico\, Miyazaki evita ogni manicheismo\, chiarendo in diverse scene come non esista una divisione netta tra bene e male: anche gli atti più scellerati sono figli di una ragione ben precisa\, che alimenta la paura nel cuore degli uomini. Cause e soluzioni variano caso per caso e\, benché l’uomo sia dominato da tentazioni e da fragilità che lo portano a commettere gli stessi errori in un ciclo continuo\, non esiste il male in sé. \nEmanuele Sacchi (www.mymovies.it)
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SUMMARY:Quo Vado (di G. Nunziante)
DESCRIPTION:Quo Vado \ndi Gennaro Nunziante \nCon Checco Zalone\, Maurizio Micheli\, Lino Banfi\, Eleonora Giovanardi\, Sonia Bergamasco\, Ludovica Modugno. \nCommedia\, 86 min. – Italia 2015. \nChecco è stato allevato con il mito del posto fisso. A quasi 40 anni vive quella che ha sempre ritenuto essere la sua esistenza ideale: scapolo\, servito e riverito dalla madre e dall’eterna fidanzata che non ha alcuna intenzione di sposare\, accasato presso i genitori\, assunto a tempo indeterminato presso l’ufficio provinciale Caccia e pesca. Ma le riforme arrivano anche per Checco\, e quella che abolisce le province lo coglie impreparato… \n Checco Zalone non ha ancora esaurito le idee\, a ben guardare il successo che continua a raccogliere pellicola dopo pellicola. La sua è un’ascesa continua sia in termini economici che in termini di pubblico\, visto che i suoi film sono destinati ad incarnare il nuovo concetto di “nazional popolare”: alla portata di tutti\, vengono apprezzati e compresi senza alcuna distinzione di età o estrazione sociale. In poche parole\, Zalone fa ridere chiunque. Ormai giunto al suo quarto lungometraggio\, le gag non sono mai ripetitive nonostante il suo personaggio resti sempre fedele a se stesso (…). \nAnche in Quo Vado? il protagonista si chiama Checco Zalone e\, sebbene non sia più un ragazzino\, abita ancora con mamma e papà. Il suo più grande sogno da bambino era diventare un “posto fisso” e il padre\, grazie alla classica raccomandazione\, riesce a farlo entrare in un ufficio pubblico a mettere timbri. Fidanzato ma con nessuna intenzione di sposarsi (nella sua vita c’è un’altra donna: la madre!)\, la vita di Checco subisce uno scossone quando viene approvata la legge che elimina le province. Il suo lavoro è in bilico e ci sono solo due possibilità tra cui scegliere: firmare le dimissioni e ricevere una piccola buona uscita oppure accettare un trasferimento. Checco opta per la seconda\, seguendo i consigli dell’ex senatore Binetto (interpretato da un divertentissimo Lino Banfi). Il dirigente incaricato di risolvere ogni contratto pendente è una vera lady di ferro (credibilissima in questi ruoli l’attrice Sonia Bergamaschi) che lo sposta da una parte all’altra del Paese al solo scopo di farlo desistere\, ma lo spirito d’adattamento e soprattutto la venerazione per il posto fisso permetteranno a Checco di trovarsi bene in qualsiasi posto. Anche… al Polo Nord! Lì il povero impiegato troverà nuovi valori\, nuovi stimoli e soprattutto l’amore (di Eleonora Giovanardi\, che interpreta la studiosa Valeria Nobili). Ma nessuno immagina quali saranno le ‘disastrose’ conseguenze di tutto questo… \nRaffaella Mazzei (www.mistermovie.it) \n 
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SUMMARY:Perfect Day (di F. L. de Aranoa)
DESCRIPTION:Perfect Day \ndi  Fernando León de Aranoa \nCon Benicio Del Toro\, Tim Robbins\, Olga Kurylenko\, Melanie Thierry\, Fedja štukan. \nDrammatico\, 106 min. – Spagna 2015. \nÈ il 1995 da qualche parte in Bosnia\, tre operatori umanitari (il responsabile della sicurezza Mambrù\, la responsabile delle risorse idriche Sophie\, l’operatore B) sono impegnati nella rimozione di un cadavere da un pozzo. L’operazione è necessaria per bonificare l’acqua che rifornisce una comunità. I mezzi a disposizione sono però scarsi\, una corda ed un piccolo argano e l’uomo nel pozzo particolarmente grasso\, così la corda si rompe. \n (…) Una storia di normale anormalità\, di complicazioni irrazionali\, mine reali\, ideali umanitari e umane debolezze. Il cinema di Fernando Leon de Aranoa\, salta in avanti con questo capitolo\, pur restando fedele ad una poetica delle piccole cose e dei piccoli momenti. Come i suoi antieroi lavorano con pazienza a mettere un po’ d’ordine nel caos\, il regista spagnolo lavora con mezzi semplici a fotografare la labirintica complessità della vita e ne esce un racconto realistico ed emblematico insieme\, nel quale però la metafora non è schiacciante né pregiudicante. \nMerito di una sceneggiatura più che buona\, dove tutto torna senza che ne avvertiamo la meccanica\, o almeno senza che si avverta la forzatura in tale meccanica\, perché perfettamente giustificata dal tema del film\, che ha a che fare con i ricorsi della Storia così come con la capacità degli uomini di aggrovigliare tragicamente la matassa già di per sé imperscrutabile del destino. Senza lanciarsi in discorsi troppo alti ed estranei al film\, rimanendo ben ancorato a terra\, alla ricerca di una banale corda o di un pallone da calcio\, Aranoa parla del dramma della guerra meglio di tante immagini dal fronte\, confuse e roboanti. Come nelle opere migliori\, Perfect Day tratta di relazioni\, e trova davvero un valore aggiunto nel cast internazionale e nel lavoro di Benicio Del Toro in primis\, che tiene la nota di base\, grave e mai patetica\, su cui possono improvvisare quella più comica di Tim Robbins\, quella maliziosa (solo in apparenza) della Kurylenko\, quella più ingenua (e un poco al limite) di Mélanie Thierry. L’ironia della sorte\, ci dice Aranoa\, non è sempre quella di passare dalla padella alla brace\, mentre fuori piove: a volte si può sorridere\, con meno amarezza\, del movimento contrario\, dalla brace alla padella. Fuori\, comunque\, piove. \nMarianna Cappi (www.mymovies.it)
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SUMMARY:Ave Cesare (di E. e J. Coen)
DESCRIPTION:Ave\, Cesare! \ndi  Ethan Coen\, Joel Coen \nCon Josh Brolin\, George Clooney\, Alden Ehrenreich\, Ralph Fiennes\, Scarlett Johansson\, Tilda Swinton\, Frances McDormand\, Channing Tatum\, Jonah Hill\, Veronica Osorio \nCommedia nera\, 106 min. – USA 2016 \nMentre sull’atollo di Bikini gli Stati Uniti sono impegnati con gli esperimenti sulla bomba H\, a Hollywood Eddie Mannix è un fixer\, cioè colui che deve tenere lontani dagli scandali in cui si vanno a ficcare le star che stanno lavorando ai film di un grande Studio. Quando poi accade che scompaia il protagonista di un film su Gesù\, nei panni di un centurione romano\, la situazione si complica. Anche perché costui è stato rapito da un gruppo di ferventi comunisti. \nAve\, Cesare! svela finalmente dei Coen un lato meno ideologico e più concreto. Non gli interrogativi sulla fede\, non i contorcimenti inespugnabili della verità e neppure l’inattendibilità di una rappresentazione verisimile del sacro\, del divino e dell’assoluto (su cui comunque anche in questo caso si insiste): Ave\, Cesare! mi pare più di tutto una sfida fra ideale e regime\, fra ambizione e industria. Lo smascheramento del credo quale dubbio in cui perdersi stavolta assume le misure di un contradditorio più “prosaico”: i Coen si svincolano dal concetto\, dalle sue manifestazioni\, dalla sua indeterminatezza e dal suo sistema\, e scendono a patti con il capitale. Quasi un’eresia: Ave\, Cesare! dimostra che non è importante il guadagno\, ma che è il denaro a essere importante\, come investimento nel mercato però anche come rispetto dello spettatore. Questa sì che è una novità\, a Hollywood. \nI Coen usano la loro poetica per affermare che\, una volta che tutto è stato detto e fatto e girato e pensato\, i soldi sono fondamentali quanto la dottrina. Mica male\, per un film che pare mettere alla berlina il suo dietro le quinte. E invece Ave\, Cesare! certifica la necessità di dare un senso all’impiego del denaro\, non banalmente di condannarlo o di evidenziarne lo sperpero. In questo film vince la pragmatica sulla filosofia\, la sostanza sulla congettura […] Un atto d’amore (e d’autore\, non c’è dubbio) sul bisogno di confidare nel denaro quale linguaggio per dialogare e di cui non avere paura. È naturale che\, in scenari di capitalismo e di globalizzazione\, un simile pensiero metta quantomeno in imbarazzo: tuttavia i Coen\, sfidando la retorica e l’etica\, e sfidando noi stessi e la nostra educazione morale al denaro\, smontano l’astrazione\, il sogno e l’utopia per dare sostegno alla persona che del denaro ha una visione sostanziale\, di strumento per la costruzione (di un mondo\, di un immaginario\, di cartapesta\, di set\, di green screen\, di effetti speciali\, di finzione)\, e non di arma per un profitto. \nPier Maria Bocchi (www.cineforum.it)
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SUMMARY:La Casa delle Estati Lontane (di S. Amitaï)
DESCRIPTION:La casa delle estati lontane \ndi Shirel Amitay \nCon Gina Philips\, Alex Hassell\, Kellie Shirley\, Andrew Knott\, Jack Bailey\, John Lebar\, Romla Walker\, Tom Wontner\, Gregg Harris\, Stuart Brennan\, Finlay Carr\, Gillian MacGregor. \nDrammatico\, 91 min. – Israele / Francia 2015. \nIsraele\, 1995. La pace è finalmente tangibile. Nella piccola città di Atlit\, Cali ritrova le sue due sorelle\, Darel e Asia\, per vendere la casa ereditata dai genitori. Tra momenti di complicità e incontenibili risate\, riaffiorano i dubbi e gli antichi dissapori\, ma appaiono anche strani convitati che seminano un’allegra confusione. Il 4 novembre il processo di pace viene annientato\, ma le tre sorelle rifiutano di abbandonare la speranza. \n Politica e dramma interiore si mescolano nella Casa delle estati lontane (Rendez-vous a Atlit)\, una storia che racconta di tre sorelle che si ritrovano nella cittadina di Atlit (Israele) per vendere la casa di campagna che fu dei genitori. La storia è ambientata nel 1995\, momento in cui molti ebrei di Francia tornano nella propria Terra alla ricerca di un clima più sereno e accogliente – in realtà comunque incrinato dal perenne conflitto con i vicini palestinesi. Divise tra Storia e storie personali\, Cali\, Darel e Asia non ritrovano soltanto frammenti della propria infanzia e adolescenza\, ma i loro stessi genitori a far loro visita\, sotto forma di apparizioni fantasma che si presentano proprio quando le tensioni tra le figlie sembrano allontanarle di più l’una dall’altra. Proprio tali apparizioni\, se da una parte avrebbero lo scopo di riavvicinarle e sanare i loro piccoli rancori\, dall’altra minano la decisione di vendere la casa\, acuendo i contrasti – forse non così sopiti – e conducendo la storia verso qualche cliché che poteva essere evitato: fratelli (o sorelle\, appunto) che si ritrovano in un luogo in cui hanno trascorso tanto tempo insieme\, capace però di risvegliare tanto il meglio quanto il peggio di loro stessi. La Storia\, però\, giunge in soccorso delle tre protagoniste e ha la precedenza sulle vicende personali\, quasi effimere\, di ognuna di loro: tutte e tre si ritrovano l’una al fianco dell’altra per partecipare alla manifestazione di massa del 4 novembre\, a Tel Aviv\, e affermare un comune desiderio di pace. Proprio poco prima che il primo ministro Yitzhak Rabin fosse ucciso. Se non è possibile sperare in una pace politica\, diffusa\, è almeno possibile trarre il meglio che si può da una tragedia inevitabile: rinsaldare i legami che ci permettono di sopravvivere\, nonostante tutto. \nPaolo Ottomano (www.cinema4stelle.it)
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SUMMARY:Codice 999 (di J. Hillcoat)
DESCRIPTION:Codice 999 \ndi  John Hillcoat \nCon Kate Winslet\, Chiwetel Ejiofor\, Casey Affleck\, Woody Harrelson\, Aaron Paul\, Gal Gadot\, Teresa Palmer\, Norman Reedus\, Clifton Collins Jr.\, Anthony Mackie. \nDrammatico / Polizziesco / Thriller\, 115 min. – USA 2016. \nUna banda di corrotti agenti di polizia ed ex membri dell’esercito\, tenuta in pugno dalla mafia russo-israeliana di Atlanta\, è costretta a tentare una rapina apparentemente impossibile. Per farcela e uscirne vivi gli uomini hanno una sola speranza: distrarre tutte le forze dell’ordine organizzando un “999” – codice usato dalla polizia per segnalare che un agente è stato colpito in azione. \n Se i generi cinematografici fossero gesti atletici\, se ne potrebbe stabilire più facilmente il valore\, secondo canoni disponibili a tutti. Così\, per esempio\, sarebbe molto facile decidere il valore di un film come Codice 999\, che attorno ai luoghi comuni del noir – la rapina in banca\, il rapporto di fratellanza tra delinquenti\, l’agente doppiogiochista\, l’ombra lunga della malavita – esegue un gesto cinefilo perfetto\, armonico e compiuto. Siamo ad Atlanta\, in Georgia\, dove una banda di ladri lavora al soldo della mafia russo-ebraica. Ne fanno parte un ex militare dei corpi speciali\, un ex poliziotto tossicodipendente\, e due che la divisa la vestono ancora\, compreso un detective della Omicidi. Il primo colpo fila liscio come l’olio\, ma per finire il lavoro ce ne vuole un altro\, rischioso il doppio – un’incursione in un deposito governativo di massima sicurezza. Per portarlo a termine il gruppo decide di sfruttare il codice del titolo: 999 significa “agente a terra”\, e quando un poliziotto muore si scatena la caccia all’uomo\, mentre resto della città rimane sguarnita. Chi ammazzare\, tra i colleghi della Centrale?. John Hillcoat non è Michael Mann\, e la vita di guardie e ladri – mogli giovani\, figli contesi\, fratelli d’armi – perde in romanticismo quello che guadagna in ferocia. Nei tavolini d’angolo di brutti night club\, al fondo di parcheggi sotterranei e tra le villette a schiera dei quartieri popolari\, spacciatori messicani e poliziotti onesti fanno la stessa vita schifosa; solo chi ruba e ammazza in modo sistematico\, chi delinque su larga scala e in combutta con le istituzione\, si può permettere i piani alti della downtown. Il resto della città è un porto d’ombre\, l’espressione di una crisi assoluta – economica\, sociale\, normativa. Cinema nichilista\, duro come il cemento\, che nel groviglio di tradimenti salva solo un matrimonio e il rapporto tra uno zio e il nipote. Sono l’ultima luce di una civiltà già inghiottita dalle tenebre\, dove l’omicidio\, due volte su tre\, sembra un atto di clemenza. \nGiorgio Viaro (www.bestmovie.it)
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SUMMARY:Little Sister (di H. Kore-Eda)
DESCRIPTION:Little Sister \ndi Hirokazu Koreeda \nCon Haruka Ayase\, Masami Nagasawa\, Kaho\, Suzu Hirose\, Ryo Kase\, Ryôhei Suzuki\, Takafumi Ikeda\, Kentarô Sakaguchi. \nCommedia\, 128 min. – Giappone 2015. \nNella cittadina di Kamakura vivono tre sorelle (Sachi\, Yoshino e Chika) il cui padre le ha lasciate da 15 anni per iniziare una nuova convivenza. In occasione del suo funerale le ragazze fanno la conoscenza della sorellastra adolescente Suzu che accetta volentieri l’invito ad andare a vivere con loro. \nHirokazu Koreeda in questa occasione ha avuto come punto di riferimento la graphic novel Umimachi’s Diary di cui ha conservato l’impianto di fondo riservandosi però\, con il consenso dell’autore Yoshida Akimi\, la più ampia libertà di rilettura. Ha così focalizzato il racconto non solo sulla giovanissima Suzu ma anche sulla più adulta delle sorelle\, Sachi. Con la sensibilità che lo contraddistingue entra in questo universo femminile in punta di piedi ma la sua attenzione nei confronti delle protagoniste sa leggere dentro i tormenti che il tempo talvolta lenisce e talaltra rende più acuti e dolorosi. \nIl sorriso di Suzu nasconde risentimenti che solo un’occasionale ubriacatura rende espliciti mentre l’apparente rigidità di Sachi trae origine non solo dall’abbandono paterno vissuto ad un’età in cui era presente la consapevolezza di quanto stava accadendo ma anche dal conflitto con l’irrisolta figura materna nei confronti della quale prova un sentimento di rifiuto. Da infermiera\, tenuta al contempo a non farsi troppo coinvolgere dalle morti dei pazienti ma anche incapace di accettarle come routine professionale\, Saichi cerca di proteggere le sorelle e se stessa dai sentimenti che vede come un pericolo a causa della loro instabilità e del dolore che possono procurare agli altri. In un liquore di prugne fatto in casa finisce con il condensarsi quasi simbolicamente il senso del film. Il passare del tempo ne modifica il sapore e la trasparenza. È quanto accade a molti di noi con sentimenti che ritenevamo a torto immutabili e che invece si trasformano sia in senso positivo che negativo. L’indumento offerto alla sorella più liberata così come il kimono d’estate regalato alla sorella acquisita diventano allora per Sachi segni di una possibile riapertura al sentire sempre meno vincolata a un passato di profonda sofferenza. Grazie anche a Suzu\, ancora capace di farsi travolgere dalla bellezza dei ciliegi in fiore. \nGiancarlo Zappoli (www.mymovies.it)
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SUMMARY:Chiamatemi Francesco
DESCRIPTION:Chiamatemi Francesco – Il Papa della gente \ndi Daniele Luchetti \nCon Rodrigo De la Serna\, Sergio Hernández\, Muriel Santa Ana\, José Ángel Egido\, Alex Brendemühl. \nDrammatico\, 94 min. – Italia 2015. \nJorge Bergoglio è uno studente come tanti nella Buenos Aires degli anni Sessanta quando decide di entrare a far parte dell’Ordine dei Gesuiti. (…) da subito deve apprendere la virtù dell’obbedienza: sarà proprio questa a porlo di fronte alle scelte più importanti della sua vita\, perché dovrà distinguere fra i doveri verso la propria coscienza e la sottomissione al regime dittatoriale di Videla e allo strapotere dei proprietari terrieri… \nDaniele Luchetti e il suo produttore\, Pietro Valsecchi\, si sono buttati nell’impresa di raccontare la storia di Bergoglio prima che diventasse Papa con lui ben vivo e presente in Vaticano\, senza consultarlo e senza chiedere la collaborazione dell’istituzione ecclesiastica. Questo ha dato loro la (relativa) libertà di raccogliere testimonianze da una quantità di persone più o meno attendibili\, di affrontare direttamente il capitolo più spinoso e controverso della vita dell’allora Responsabile provinciale gesuita\, ovvero il suo rapporto con la dittatura argentina negli anni fra il 1976 e il 1981\, e di prendere le sue parti dando credibilità alla versione della Storia che lo vede a fianco dei desaparecidos e dei preti militanti. Il che non significa che la sceneggiatura sorvoli sul fatto che Bergoglio ha tolto ad alcuni di questi ultimi la protezione dell’Ordine dei Gesuiti di fatto consegnandoli al regime\, ma significa che concede al suo comportamento il beneficio di quella doppia lettura che riguarda gran parte della quotidianità sudamericana\, ovvero la coesistenza di una condotta ufficiale e una ufficiosa\, data dalla necessità di muoversi apparentemente all’interno delle regole per poi trasgredirle di nascosto seguendo la propria etica. (…) \nL’efficacia del racconto sta principalmente nell’aderenza della sua estetica a quella popolare latina\, in rispettosa aderenza della forma al suo contenuto e all’etnia del suo protagonista. Luchetti si concede l’apparente elementarità “sudamericana” del racconto dipingendo un murales di larga accessibilità\, e parte da un inizio fortemente didascalico che diventa a poco a poco cinema\, complice anche il potente inserto che ricostruisce l’inferno dei desaparecidos attingendo a piene mani da Garage Olimpo più ancora che da La notte delle matite spezzate. (…) \nPaola Casella (www.mymovies.it)
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SUMMARY:Fuocoammare (di G. Rosi)
DESCRIPTION:Fuocoammare \ndi Gianfranco Rosi \nCon Samuele Pucillo\, Mattias Cucina\, Samuele Caruana\, Pietro Bartolo\, Giuseppe Fragapane. \nDocumentario\, 107 min. – Italia / Francia 2016. Orso d’oro al Festival di Berlino 2016. \n Gianfranco Rosi racconta Lampedusa attraverso la storia di Samuele\, un ragazzino che va a scuola\, ama tirare sassi con la fionda che si è costruito e andare a caccia di uccelli. Preferisce giocare sulla terraferma anche se tutto\, attorno a lui\, parla di mare e di quelle migliaia di donne\, uomini e bambini che quel mare\, negli ultimi vent’anni\, hanno cercato di attraversarlo alla ricerca di una vita degna di questo nome trovandovi spesso\, troppo spesso\, la morte. \nPer comprendere appieno è indispensabile liberarsi da una sovrastruttura mentale alla quale molti hanno finito con l’aderire passivamente e in modo quasi inconscio ed indolore. Si tratta del format dell’inchiesta giornalistico – televisiva che si concretizza in immagini scioccanti\, in interviste più o meno interessanti finalizzate a un impianto ideologicamente preconfezionato. O si è pro o si è contro la presa in carico del fenomeno e su questa base si costruisce la narrazione. \nRosi si allontana in maniera netta a partire dalla scelta\, fondamentale\, di aborrire il cosiddetto documentario ‘mordi e fuggi’ che vede la troupe giungere sul luogo\, pretendere di capire in fretta e ripartire quando pensa di ‘avere abbastanza materiale’. Il regista è rimasto per un anno a Lampedusa entrando così realmente nei ritmi di un microcosmo a cui voleva rendere una testimonianza assolutamente onesta.  Samuele è un ragazzino con l’apparente sicurezza e con le paure e il bisogno di capire e conoscere tipici di ogni preadolescente. Con lui e con la sua famiglia entriamo nella quotidianità delle vite di chi abita un luogo che è\, per comoda definizione\, costantemente in emergenza. Grazie a lui e al suo ‘occhio pigro’\, che ha bisogno di rieducazione per prendere a vedere sfruttando tutte le sue potenzialità\, ci viene ricordato di quante poche diottrie sia dotato lo sguardo di un’Europa incapace di rivolgersi al fenomeno della migrazione. (…). Rosi non cerca mai il colpo basso\, neppure quando ci mostra situazioni al limite. La sua camera inquadra vita e morte senza alcun compiacimento estetizzante ma con la consapevolezza che\, come ricordava Thomas Merton\, nessun uomo è un’isola e nessuna Isola\, oggi\, è come Lampedusa. \nGiancarlo Zappoli (www.mymovies.it)
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SUMMARY:Perfetti Sconosciuti (di P. Genovese)
DESCRIPTION:Perfetti Sconosciuti \ndi  Paolo Genovese \nCon Giuseppe Battiston\, Anna Foglietta\, Marco Giallini\, Edoardo Leo\, Valerio Mastandrea\, Alba Rohrwacher\, Kasia Smutniak. \nCommedia\, 97 min. – Italia 2016. Miglior film e migliore sceneggiatura al David di Donatello 2016. \nOgnuno di noi ha tre vite: una pubblica\, una privata ed una segreta. Nel corso di una cena tra amici\, Eva si dice convinta che tante coppie si lascerebbero se ogni rispettivo controllasse il contenuto del cellulare dell’altro. Parte così una sorta di gioco per cui tutti dovranno accettare\, durante la serata\, di leggere sms/chat o ascoltare telefonate pubblicamente. Quello che all’inizio sembra un passatempo innocente diventerà man mano un gioco al massacro. \n[…] Perché Perfetti sconosciuti è un film cattivo\, e che sempre ne sia lodata la cattiveria. \nUn film che smorza nella romanità popolare (quella de ‘sti regazzini che so’ cresciuti insieme\, e che ora hanno 40 anni) la prosopopea borghese del cinema più “alto” che ha questo genere d’impianto: quello\, appunto\, che ammicca al suo pubblico\, con complicità intellettuale e di classe\, proprio quando vuole strappargli di dosso la sua maschera e le sue ipocrisie. \n[…]Si percepisce benissimo\, e si apprezza\, l’affiatamento del gruppo degli attori. Nonostante il gioco dei controcampi di Genovese spinga tutti a estremizzare le reazioni non verbali\, a esagerare con le faccette\, c’è fluidità\, e un’intesa che garantisce verosimiglianza. \nSi percepisce il coraggio e lo stupore di attori che – per dirla con Mastandrea – forse non avevano mai mescolato commedia e dramma fino a questo punto\, e sono riusciti a non cadere. \n[…]Certo\, l’artificio con il quale il regista risolve la sua vicenda è furbo\, forse frettoloso: ma è anche l’uovo di Colombo inevitabile\, e l’amaro in bocca rimane eccome. \nCommedia sì\, quindi\, ma con giudizio. Italiana anche. Per una volta\, commedia all’italiana nell’accezione migliore e più classica del termine\, non citata a sproposito solo perché battente bandiera tricolore. \nPerché\, forse\, più che un testo sui fantasmi e le spade di Damocle della coppia\, Perfetti sconosciuti è un film sull’amicizia\, tanto quella al maschile quanto quella al femminile (basta stare attenti alle interazioni trasversali alla coppia\, e diventa subito ovvio). E\, ancora più sotto\, un film sull’ipocrisia della società italiana\, che passa per i comportamenti\, certo\, ma anche per il linguaggio. \nL’ipocrisia di un politicamente corretto che nel film di Paolo Genovese viene accantonato senza proclami\, lasciando spazio a un parlare sfacciato e leggero\, volgare e pudico\, carico di livore\, dolore e affetto\, e che gravita attorno a un tavolo con spirito davvero scoliano. \nFederico Gironi (www.comingsoon.it)
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SUMMARY:Loro Chi? (di F. Miccichè e F. Bonifacci)
DESCRIPTION:Loro chi? \ndi Francesco Miccichè e Fabio Bonifacci \nCon Marco Giallini\, Edoardo Leo\, Catrinel Marlon\, Lisa Bor\, Ivano Marescotti. \nCommedia\, 95 min. – Italia 2015. \nDavid sta per fare il grande salto e conquistarsi uno stipendio da 1700 euro al mese\, grazie al lancio di un prodotto rivoluzionario di cui curerà la promozione. Ma viene accostato da Marcello\, che lo riempie di elogi\, lo invita a bere e poi a casa sua\, dove lo aspettano due ragazze molto attraenti. L’indomani David si sveglia in una casa vuota\, senza aver presenziato al lancio. Da quel momento passerà ogni minuto alla ricerca di Marcello\, truffatore professionista. \nLoro chi? si inserisce coraggiosamente nel solco dei recenti film americani sugli imbroglioni consumati\, da Il genio della truffa a Colpo di fulmine a Now you see me\, e riesce a tenere loro dietro per velocità della narrazione e frenetiche svolte della trama\, alcune più credibili di altre. Il film però alza il tiro ogni qual volta fa leva su quelle debolezze tipicamente italiane che rendono ogni truffa più semplice (perché “in Italia ci sono ottimi incentivi nel settore truffa”)\, prima fra tutte il campanilismo e il desiderio dei politici locali di entrare nei giri grossi. \nFunziona bene la verve trasformista di Marco Giallini\, che attraverso i suoi travestimenti mantiene intatto quello spirito guascone che ha tra i suoi predecessori filmici il Bruno de Il sorpasso\, così come l’ingenuità da uomo comune di Edoardo Leo\, in un ruolo che in passato avrebbe potuto essere interpretato da Nino Manfredi. La regia è elastica\, il montaggio atletico\, e la sceneggiatura (di Fabio Bonifacci\, che debutta anche dietro la cinepresa accanto a Francesco Micchiché) è insolitamente ricca e scoppiettante\, per una commedia italiana contemporanea. Lo stratagemma iniziale\, per cui la storia di David viene narrata da lui stesso a un editore\, ha una conclusione davvero improbabile\, ma l’escalation truffaldina è divertente\, e Micciché e Bonifacci fanno del loro meglio per creare illusioni ottiche utilizzando la qualità di “lanterna magica” del cinema. \nAl centro della trama c’è l’idea di contrapporre alla noia di un’esistenza sempre più risicata e prevedibile l’emozione violenta e coinvolgente dell’imbroglio\, anche quello subìto\, perché “il resto è coda alla posta”. E la volontarietà di chi si fa fregare per provare il brivido di una vita almeno un po’ spericolata è l’elemento cardine affinché una truffa (o un’avventura\, anche cinematografica) funzioni. \nPaola Casella (www.mymovies.it)
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SUMMARY:La Tomba delle Lucciole (di I. Takahata)
DESCRIPTION:La tomba delle lucciole \ndi Isao Takahata \nCon Con Tsutomu Tatsumi\, Ayano Shiraishi\, Yoshiko Shinohara\, Akemi Yamaguchi. \nAnimazione\, Drammatico 90 min. – Giappone 1988. \nAmbientato nell’estate del 1945 sotto una pioggia di bombardamenti\, La tomba delle lucciole racconta il rapporto tra un fratello adolescente e la sorellina. Mentre la guerra distrugge le famiglie\, sfalda l’idea di Giappone che i cittadini avevano imparato\, polverizza le certezze e sfarina i rapporti\, i due cercano di costruire un nuovo nucleo di umanità in una grotta vicina a un laghetto\, dove sembra che piante e animali non siano al corrente dell’orrore circostante. \nSpesso nei film dello Studio Ghibli l’atmosfera predominante è quella del sogno\, della fiaba\, di mondi allegorici che rimandano al reale. Questo film non ha niente a che fare con tutto questo\, La tomba delle lucciole è un film realistico\, crudo\, dove l’unica concessione alla fiaba e all’immaginazione è rappresentata dal modo in cui la bambina Setsuko sente la guerra\, ne soffre gli effetti\, ma non è in grado di capirla per quello che è. Non c’è una bolla di racconto con il contesto bellico sullo sfondo. Al contrario la guerra è ovunque\, e quella di Seito e Setsuka è la storia del tentativo di trovare un angolo minuscolo dove rimanere umani. \nTutti abbiamo visto decine di film di guerra: è uno dei generi storicamente più frequentati. Non è ovviamente nel loro messaggio che vanno valutati questi film\, ma nella sfaccettatura che decidono di dare all’argomento\, nel modo in cui lo rendono vivo e pulsante. (…) \nTakahata non sovraccarica esteticamente il suo film\, ma anzi lo rende asciutto come una pellicola di Ozu. La vita quotidiana di due orfani nella Kōbe del 1945 passa per il cibo\, i vestiti\, la fame\, la sete\, la voglia di comprarsi un fornello o delle caramelle. La familiarità di un pranzo è attraversata dalla morte\, dal dolore e dalla perdita con una naturalezza cui non siamo abituati. Il filtro estetico\, l’interpretazione artistica della vicenda sono quasi inesistenti. Le scene non hanno l’efficacia documentale di una fotografia o quella realistica di una ricostruzione al cinema\, ma proprio per questo in alcuni casi (…) colpiscono anche di più\, e in modo sottile\, normale\, duraturo. \nMatteo Bordone (Internazionale)
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SUMMARY:Alaska (di C. Cupellini)
DESCRIPTION:Alaska \ndi Claudio Cupellini \nCon Elio Germano\, Astrid Berges-Frisbey\, Valerio Binasco\, Elena Radonicich\, Antoine Oppenheim. \nDrammatico\, 125 min. – Francia 2015. \nFausto e Nadine si incontrano per la prima volta nei saloni di un grande albergo di Parigi\, scoprendosi fragili\, soli e ossessionati da un’idea di felicità che sembra irraggiungibile. Si perderanno\, si ameranno e soffriranno. \n Al terzo lungometraggio\, Claudio Cupellini trova una misura congeniale e realizza il proprio miglior film\, Alaska. Elio Germano\, cameriere emigrato in Francia\, per farsi bello con una ragazza\, che si trova nello stesso albergo a fare un provino\, si mette nei casini e finisce in galera. Da lì\, continua a scriverle per anni senza risposta\, ma quando esce la trova ad aspettarlo. È l’inizio di una storia d’amore appassionata e violenta\, altalenante\, in cui il bene dell’uno sembra tragicamente implicare la sventura dell’altro: quando lei è una modella in ascesa lui è uno spiantato\, poi lei ha un incidente e lui fa fortuna… Nella tenuta dell’insieme e in certe scene si sente l’ispirazione e il tocco del regista vero: c’è una scena di suicidio emozionante\, magistrale\, e certi scontri fisici tra i due amanti\, certe tensioni\, sono resi senza esibizionismo e senza freddezza. Elio Germano è bravissimo. Ha un’energia fisica contagiosa che ci fa credere subito al personaggio\, e Astrid Bergès-Frisbey\, sarà per molti una scoperta. […] Certo\, il film ha anche alcuni difetti vistosi. È allagato da una musica ordinaria\, fa fatica a reggere le oltre due ore di durata; e nel finale rischia di perdersi. Ma ha un’idea forte\, quasi un impulso\, che lo sostiene: partire dal rispetto delle regole di un genere\, in questo caso il mélo\, non come pretesto intellettuale o come schema narrativo che garantisca la quadratura della narrazione. Cupellini prende sul serio equivoci e colpi di scena\, e crede che possano raccontare personaggi di oggi. Personaggi che lui ama e segue\, e che finiscono col restituire un momento e una società senza sociologismi. In queste vite tese al riscatto e all’autodistruzione\, Alaska coglie un disagio cieco\, un conato feroce verso il cambiamento\, qualcosa di profondamente contemporaneo. \nEmiliano Morreale (L’Espresso)
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SUMMARY:Love & Mercy (di B. Pohlad)
DESCRIPTION:Love and mercy \ndi Bill Pohlad \nCon John Cusack\, Paul Dano\, Elizabeth Banks\, Paul Giamatti\, Jake Abel. \nBiografico\, 120 min. – USA 2014. \nMelinda lavora in una concessionaria di auto. Un giorno incontra un tipo strano che le viene presentato come Brian Wilson. L’uomo è stato il frontman nonché l’autore delle canzoni di uno dei gruppi più famosi in assoluto: i Beach Boys. I due iniziano a frequentarsi e la donna scopre così le ragioni del profondo disagio psichico che Brian sta vivendo.  \n[…] Sin dalla prima scena Love & Mercy\, si configura come un’indagine su una personalità scissa: da una parte il Wilson cantante\, spinto dalla sua cerchia più intima a consolidare il successo rimanendo fedele alla formula compositiva che gli aveva regalato soldi e gloria\, dall’altra il musicista introverso con aspirazioni alla perfezione\, personalità castrata da un padre feroce\, mente creativa con tendenze schizofreniche\, disinteressato alla fama e alla gratificazione della folla\, in nome della ricerca in punta di cesello di una musica che avrebbe potuto scacciare i suoi demoni. \nIl film\, per descrivere una personalità duplice\, si sdoppia anch’esso rompendo la linearità temporale e raccontando la crisi creativa di un musicista al suo apice e la depressione ormai conclamata che\, vent’anni più tardi\, ha consegnato Wilson a un’esistenza dettata dalle leggi di uno psicoterapeuta intrusivo e manipolatore\, che sostituiva ogni contatto umano con generose dosi di farmaci\, con un occhio alla sofferenza del suo paziente e l’altro al suo patrimonio. La scissione tra passato e presente è amplificata dall’utilizzo di due diversi attori che interpretano Wilson nelle differenti fasi della vita. Il dono migliore di Love & Mercy risiede però nella capacità di raccontare\, il travaglio emotivo della creazione artistica\, l’assillo totalizzante di chi ha bisogno di realizzare le proprie idee compositive fino all’ultimo dettaglio\, alla scoperta ossessiva di suoni e strumenti nuovi. Le scene girate all’interno degli studi di registrazione durante le sessioni di Pet Sounds colgono con precisione la normalità quotidiana e le estenuanti ripetizioni che sono alla base della ricerca di una perfezione espressiva; la smania di realizzazione\, attraverso una musica stratificata e lucente\, di un suono capace di esprimere quella gioia che la vita spesso nega; le ansie e le aspirazioni di un artista che solo attraverso la musica è riuscito a gettare un ponte sul baratro della propria infelicità. \nFederico Pedroni (www.cineforum.it)
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SUMMARY:Dheepan (di J. Audiard)
DESCRIPTION:Dheepan – Una nuova vita \ndi Jacques Audiard \nCon Vincent Rottiers\, Marc Zinga\, Jesuthasan Antonythasan\, Kalieaswari Srinivasan\, Franck Falise\, Claudine Vinasithamby. \nThriller\, 109 min. – Francia 2015. Palma d’oro al Festival di Cannes 2015. \nDheepan deve fuggire dalla guerra civile dello Sri Lanka e per farlo si associa con una donna e una bambina. I tre si fingono una famiglia e riescono così a scappare e rifugiarsi nella periferia di Parigi. Anche se non parlano francese né hanno contatti. Trovati due lavori molto semplici (guardiano tuttofare e badante) i due scopriranno la vita da periferia\, le bande e le regole criminali che vigono nel posto che abitano.  \n[…] Nelle mani di Audiard – che viene da un genere misantropo come il polar (si vedano ad esempio la sua opera prima\, lo splendido Regard les hommes tomber\, o il più recente Il profeta) e si ispira ad un testo di sferzante pessimismo come le Lettere persiane di Montesquieu – l’argomento scivola fuori dalla rete del solidarismo a buon mercato e delle ipocrisie politicamente corrette per approdare in territori più inconsueti\, nella fattispecie dalle parti di Thomas Hobbes e delle sue riflessioni sull’aggressività e lo stato di guerra come condizioni naturali del genere umano. \nÈ così che i tre personaggi\, pur trovando la forza di non soccombere alla miseria o alla discriminazione\, nulla possono contro la guerra – di banlieue\, tra spacciatori di droga – che ha per teatro il condominio dove vanno a vivere. È questo che fa di Dheepan un film importante quanto inesorabile e lucido nel suo pessimismo: il coraggio di rimpiazzare l’idea comune quanto inconsistente che la tolleranza sia il farmaco capace di curare la violenza dei nostri tempi con la consapevolezza che gli uomini hanno la guerra dentro di loro\, come un virus in incubazione pronto ad esplodere senza preavviso\, alla prima occasione. \nPer buona parte del film Audiard segue le vicende dei tre protagonisti con stile austero\, adeguando la messa in scena all’ordinarietà delle loro esistenze\, al loro strenuo sforzo per omologarsi all’ambiente sociale che li ha ospitati. Poi nel finale Dheepan ha uno scarto\, vira verso territori di intensa visionarietà\, in bilico perfetto tra l’incubo di un mondo avvitato sulla violenza e la chimera dell’arrivo in uno spazio di imperturbabile serenità. Quasi che per accendere la miccia del cinema fosse necessario il contatto con drammi fatti di sangue e desiderio\, sogno e disperazione. \nLeonardo Gandini (www.cineforum.it)
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SUMMARY:The Martian (di R. Scott)
DESCRIPTION:Sopravvissuto – The Martian \ndi Ridley Scott \nCon Matt Damon\, Jessica Chastain\, Kate Mara\, Kristen Wiig\, Sebastian Stan\, Michael Peña\, Sean Bean\, Mackenzie Davis\, Chiwetel Ejiofor\, Donald Glover\, Jeff Daniels\, Aksel Hennie. \nFantascienza\, 130 min. – USA 2015. \nDurante una missione su Marte\, l’astronauta Mark Watney viene considerato morto e per questo abbandonato dal suo equipaggio. Ma Watney è sopravvissuto e ora si ritrova solo sul pianeta ostile. Dovrà quindi attingere al suo ingegno e al suo spirito di sopravvivenza per segnalare alla Terra che è vivo. Intanto\, la NASA lavora instancabilmente per cercare di riportarlo a casa\, mentre i suoi compagni cercano di tracciare una quasi impossibile\, missione di salvataggio. \nL’equipaggio di una missione su Marte fugge durante una tempesta lasciando sul pianeta un componente creduto cadavere. Che però non è morto\, e troverà modi per sopravvivere sul Pianeta Rosso e farsi tornare a prendere. \nCast Away (ovvero Robinson Crusoe) nello spazio\, con toni da commedia\, echi paradossalmente western\, trovate a ripetizione\, tensione spezzata dal comico (!) e viceversa. Damon (bravissimo) è da solo sullo schermo\, ma il resto dello straordinario cast (occhio all’immenso Jeff Daniels) lo accarezza da lontano. \nUn’avventura avvincente\, che è anche un po’ l’anti-Interstellar: ma soprattutto un film dal mood unico\, mai tentato prima\, che si nutre di citazioni e rimandi per riflettere sull’eterno ritorno della rappresentazione e delle modalità con cui rendere inedita materia già adoperata all’infinito. Il merito della riuscita va equamente diviso: da una parte c’è Scott\, non nuovo alla fantascienza e qui ai massimi livelli di perizia di messa in scena ed emotività; dall’altra lo sceneggiatore Drew Goddard (Cloverfield\, Quella casa nel bosco) che qui applica il suo metodo “metacinematografico” al cinema mainstream con risultati da applauso. Intrattenimento di intelligenza sopraffina e fattura divina (anche se il 3D è ininfluente: è ben più “tridimensionale” la colonna sonora con brani vintage da urlo\, memore della lezione di Guardiani della Galassia)\, sempre dalla parte dello spettatore: due ore e venti di divertimento ininterrotto che produrranno nomination-Oscar a valanga (a partire da quelle tecniche: per le altre si vedrà) e che lasciano con l’idea che il Cinema\, malgrado tutto\, sia ancora qualcosa per cui vale la pena vivere. \nFilippo Mazzarella (www.vivimilano.corriere.it)
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SUMMARY:Spectre - 007 (di S. Mendes)
DESCRIPTION:Spectre \ndi Sam Mendes  \nCon Daniel Craig\, Léa Seydoux\, Ralph Fiennes\, Ben Whishaw\, Naomie Harris. \nSpionaggio\, 148 min. – USA 2015. \nUn misterioso messaggio conduce James Bond in una missione che lo porta da Città del Messico a Roma\, dove scopre l’esistenza di una organizzazione nota come Spectre. Mentre il nuovo M\, continua a combattere le pressioni politiche che minacciano l’MI6\, Bond capisce che l’unico modo per fermare la cospirazione è proteggere Madeleine Swan\, figlia della sua vecchia nemesi\, Mr. White. Costretto ad agire in segreto\, Bond dovrà affrontare un nemico proveniente dal suo passato. \nErnst Stavro Blofeld è tornato. Il risvolto privato e familiare del suo rapporto con 007 è inaccettabile per qualunque bondiano. Rimosso questo\, e la terribile canzone dei titoli di Sam Smith\, possiamo pensare al film. Che ha elementi di grande interesse\, prima di tutto lo spessore cinematografico: ritorno alla pellicola dopo il digitale di Skyfall\, un prologo tra i più emozionanti della serie\, aperto da un pianosequenza che attraverso movimenti di macchina in verticale e orizzontale anticipa la vertigine della scena in elicottero; una sequenza in treno altrettanto ‘fisica’\, una visione di Roma cupa e notturna come quella di Suburra […]\, il giusto peso a tutti i caratteri\, senza strafare nella ‘nolanizzazione’\, seguendo il gusto originale\, a volte poco ortodosso\, dello shakespeariano Sam Mendes. Poi\, Léa Seydoux: la migliore Bond girl dai tempi di Carole Bouquet/Melina Havelock. Tornano\, con successione piacevolmente antologica\, i luoghi topici della serie: l’elicottero (Solo per i tuoi occhi)\, il treno (A 007\, dalla Russia con amore\, Vivi e lascia morire)\, la clinica alpina (Al servizio segreto di sua maestà)\, la base nel deserto meteoritico (Una cascata di diamanti)\, i motoscafi sul Tamigi (Il mondo non basta). Il resto è azione\, è James Bond: non siamo ai livelli di Casino Royale (per me il miglior 007 di Craig) ma il franchise è in ottima forma. \n Mauro Gervasini (www.filmtv.it)
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SUMMARY:La Grande Scommessa (di A. McKay)
DESCRIPTION:La grande scommessa *Premio Oscar 2016 alla migliore sceneggiatura non originale* \ndi Adam McKay  \nCon rad Pitt\, Christian Bale\, Ryan Gosling\, Steve Carell\, Marisa Tomei\, Melissa Leo\, Tracy Letts\, Hamish Linklater\, John Magaro\, Byron Mann\, Rafe Spall\, Jeremy Strong\, Finn Wittrock \nDrammatico\, 130 min. – USA 2015 \nNell’anno 2005\, il mercato immobiliare americano appariva più stabile e florido che mai. Chiunque chiedesse un mutuo\, preferibilmente a tasso variabile\, era quasi certo di ottenerlo. Per questo\, quando Michael Burry si presentò in diverse banche per scommettere sostanzialmente contro l’andamento del mercato\, nessuno gli negò la possibilità di farlo\, e anzi gli risero alle spalle. Michael Burry\, però\, aveva visto quello che il mondo non vedeva ancora… \nIl film racconta dunque la scoperta più o meno contemporanea da parte di alcuni uomini della gigantesca “bolla” cresciuta in seno al mercato immobiliare e destinata a scoppiare un paio d’anni dopo con effetti disastrosi. Com’è possibile conciliare lo spettacolo cinematografico\, e il tasso fisso d’intrattenimento che deve assicurare\, con il racconto di un crack finanziario\, dove i protagonisti hanno nomi quali CDO e AAA e la cosa si fa appassionante man mano che si complica? Beh\, The Big Short (letteralmente: “il grande scoperto”) dimostra che è possibile; scommette contro le regole date per marmoree del racconto filmico mainstream e vince. Anzi\, dati il paradosso a monte e la sorpresa a valle\, si può affermare che il film di Adam McKay stravinca\, lasciando lo spettatore piacevolmente preso in contropiede.  \nQuesto gioco al ribaltamento sulle aspettative di un pubblico ignaro e impreparato\, che funziona bene ad una prima visione\, non esaurisce però i meriti del film\, che poggia invece su un’architettura narrativa solidissima\, ispirata dal libro di Michael Lewis che sta alla base del copione\, e su un potente e stratificato ritratto dei personaggi\, dove la dimensione della star platealmente travestita e trasformata si assomma al personaggio socialmente eccentrico (ma\, in fondo\, più vero e all’opposto dello stereotipo) e ad un’avvisaglia di back-story\, tutt’altro che leggera\, nei casi di Christian Bale e Steve Carell\, che li conferma protagonisti assoluti.  \nVerboso e nevrotico\, il film di McKay è anche punteggiato di alcune riuscite trovate autoironiche\, quali la scelta di lasciare le spiegazioni più tecniche a Margot Robbie o Selena Gomez\, riprese in contesti vergognosamente deputati al lusso e al piacere\, e interpellate col loro nome\, “bucando” così la parete della mezza finzione per sconfinare comunque in un altro artificio.  \nAlla fine dei conti\, però\, l’affondo che porta il film alla vittoria\, riporta il castello di carte ad un terreno di scontro umano e comune: alla scelta personale che Baum/Carell è obbligato a compiere al termine della sua crociata e all’epilogo storico e giuridico della grande truffa delle banche. Un epilogo onesto e amaro\, in cui il tasso variabile che oscilla più spaventosamente non è quello del mutuo ma della morale. \nMarianna Cappi (www.mymovies.it)
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SUMMARY:Quel Fantastico Peggior Anno della mia Vita (di A. Gomez-Rejon)
DESCRIPTION:Quel fantastico peggior anno della mia vita \ndi Alfonso Gomez-Rejon \nCon Thomas Mann\, RJ Cyler\, Olivia Cooke\, Nick Offerman\, Jon Bernthal. \n Drammatico\, 104 min. – USA 2015. Premio speciale della giuria al Sundance Film Festival 2015. \nGreg è un ragazzo di talento ma incapace di relazionarsi con il prossimo. Preferisce sfuggire la profondità nei rapporti e crogiolarsi nella sua eterna adolescenza insieme a Earl\, il suo migliore amico\, da lui definito solo “collega”. Quando la madre di Greg lo costringe a far compagnia a Rachel\, una ragazza del suo liceo malata di leucemia\, le barriere emozionali di Greg cominciano lentamente a crollare\, lasciando spazio a un’inaspettata maturità. \n \nIl cinema di formazione è da sempre uno dei più generi più fecondi del cinema americano. In questi ultimi anni tanti piccoli o grandi epigoni di John Hughes escono dal Sundance\, poi\, con storie che alimentano l’archetipo del cinema ambientato nelle high school\, che racconta il decisivo periodo scolastico. Sarà una casualità\, o lo spirito dei tempi\, ma arriva ora Quel fantastico peggior anno della mia vita\, un altro film\, dopo Colpa delle stelle\, che inserisce la tematica della malattia\, il cancer movie\, all’interno del suddetto genere. Ma qui\, sia detto subito\, c’è una capacità di elaborazione formale di altro livello. \nSenza indugiare troppo sull’aberrazione del titolo italiano\, quello originale Me and Earl and the Dying Girl sintetizza la vicenda raccontata. Greg è un liceale all’ultimo anno che vuole essere amico di tutti e di nessuno\, anonimo nella massa\, per diplomarsi senza troppi danni e iscriversi all’università. Passa l’adolescenza con il suo migliore amico di sempre\, Earl\, con cui si dilettano a rifare alcuni grandi classici della storia del cinema\, parodiandone i titoli. Per essere precisi per lui Earl è un collega\, più che un amico. La madre un giorno la obbliga a passare del tempo con Rachel\, una sua compagna di classe fino ad allora bellamente ignorata\, a cui è stata diagnosticata una leucemia. […] \nIl rischio in queste storie è sicuramente quello di esagerare con l’induzione alla commozione\, da una parte\, ma anche con il cinismo o l’elemento comico. Si nota il lodevole lavoro di Gomez-Rejon nel bilanciare il tutto\, nel trovare un equilibrio sottile all’insegna della credibilità e dell’umanità dei personaggi. Quel fantastico peggior anno della mia vita è un film seducente e originale\, nel quale siamo condotti dalla voce fuori campo di Greg\, che sembra convinto del fatto suo. Ci presenta i diversi gruppi sociali che popolano la giungla dell’high school\, con tutti che convergono verso il luogo comune rappresentato dalla mensa\, popolata da animali feroci e insicuri. \n[…]L’high school movie indipendente americano torna a dimostrare di essere vitale e capace di rigenerarsi. Far (sor)ridere e piangere nello stesso momento: se non è il nirvana di ogni autore poco ci manca. E Gomez-Rejon riesce nell’ardua impresa\, evitando i rischi della bella confezione furbetta e modaiola o il ricatto emotivo da cancer movie. \nMauro Donzelli (www.comingsoon.it)
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SUMMARY:La Felicità è un Sistema Complesso (di G. Zanasi)
DESCRIPTION:La felicità è un sistema complesso \ndi Gianni Zanasi \nCon Valerio Mastandrea\, Hadas Yaron\, Giuseppe Battiston\, Paolo Briguglia\, Maurizio Donadoni\, Filippo De Carli\, Teco Celio\, Camilla Martini. \nCommedia\, 117 min. – Italia 2015. \nEnrico Giusti avvicina per lavoro dei dirigenti incompetenti e irresponsabili che rischiano di mandare in rovina le imprese che gestiscono. Lui li frequenta\, gli diventa amico e infine li convince ad andarsene evitando così il fallimento delle aziende. Quando Filippo e Camilla\, due fratelli di 18 e 13 anni\, rimangono orfani Enrico deve impedire che due adolescenti possano diventare i dirigenti di un gruppo industriale d’importanza nazionale. \n[…] Pellicola intensa\, a tratti molto profonda\, incentrata sull’esistenza difficile di quattro persone di età diverse che il destino fa incontrare e che crescono insieme prendendo esempio l’uno dall’altra. C’è Enrico\, che sfugge da un passato turbolento legato alla fuga del padre e cerca di convincersi di essere utile alla società con il suo strano lavoro. Nel suo solitario e organizzato quotidiano irrompe Achrinoam\, fragile sognatrice dallo sguardo profondo che con la sua semplicità lo colpirà a fondo costringendolo a riflettere su se stesso. C’è Filippo\, che nonostante la giovane età rappresenta quella purezza che Enrico è convinto di perseguire ma che non ha mai veramente trovato. Da lontano li osserva Camilla\, che entra in contatto con Achrinoam e le apre il suo cuore di adolescente\, straziato da una parte dall’assenza dei genitori\, dall’altra dal senso di colpa per la loro morte. \nUna storia seria e delicata con episodi leggeri a volte anche esilaranti. Un ritmo a volte lento ma ravvivato con frequenti digressioni condite da una colonna sonora eccezionale per potenza e vitalità (firmata da Niccolò Contessa). Unita a una fotografia stupefacente e creativa messa in opera da Vladimir Radovic\, confezionano un bel prodotto\, gradevole e interessante. Alla fine resta la brillante recitazione di Mastrandrea\, sempre in bilico tra il serio e l’ironico\, a tratti un po’ goffo ma sempre vitale. Notevole interpretazione di Hadas Yaron\, vincitrice della Coppa Volpi 2012 per La sposa promessa\, bravissima a far arrivare tutta la potenza di Achinoam. Fragile ma determinata che come personaggio ricorda molto\, anche nella voce\, la Penelope Cruz di Non ti muovere. \nBello e fresco il personaggio di Filippo\, giovane scanzonato ma con la testa sulle spalle pronto a reagire dopo che la vita gli ha appena inferto un colpo durissimo\, che avrebbe messo chiunque al tappeto. \nPietro Tola (www.cinefilos.it)
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SUMMARY:Il Club (di P. Larrain)
DESCRIPTION:Il club \ndi Pablo Larraín \nCon Roberto Farías\, Antonia Zegers\, Alfredo Castro\, Alejandro Goic\, Alejandro Sieveking. \n Drammatico\, 97 min. – Cile 2015. Gran premio della giuria Festival di Berlino 2015. \nQuattro sacerdoti vivono insieme in una casa isolata in una piccola città sul mare. Ciascuno di loro è stato inviato in questo luogo per cancellare i peccati commessi in passato. Vivono sotto l’occhio vigile di una sorvegliante\, osservando un regime rigoroso\, quando arriva un quinto uomo\, appena caduto in disgrazia\, che porta con sé il suo passato oscuro. \nL’universo di Pablo Larraín – come anche\, soprattutto\, in Tony Manero e Post Mortem – vive al solito della distorsione percettiva ed emotiva di sé e dell’esterno\, degli altri e del senso etico e morale. Una deformazione che irradia dai “corpi disonesti” dei quattro preti\, che vibra violentemente fin dall’inizio in un’apertura tesa e insostenibile che ha il tessuto sensitivo dell’home invasion – perché è proprio questo l’effetto della cantilena appiattita e agghiacciante di un intruso esterno\, le sue parole che penetrano e rimbalzano contro i muri della casa e i suoi abitanti come una sventagliata di pallottole\, che a nostra volta ci sentiamo appiccicare addosso. \nLui è Sandokan (un nome infelice\, un nome ingrato\, un nome che è la prima di tante\, atroci beffe)\, è un senzatetto problematico con un profondo ritardo mentale e sociale\, è incarnazione collaterale e sintomatologica di una vergogna che sta dietro alle ombre dei quattro come una scia di sangue ininterrotta. Per Sandokan\, il reale stesso è una scissione folle e feroce (dal verbo all’atto fisico\, per lui è tutto disfunzionale e storto)\, e non potrebbe essere altrimenti: chi pratica il bene ti ha rovinato la vita\, la maschera intoccabile della santità ti ha spaccato l’anima\, violato la carne e sputato via il senno. \nSandokan è il corpo onesto – di un’onestà terribile\, necessaria\, indefessa\, prossima\, urgente\, esistente al di là di noi –\, la verità brancolante che sbava\, scontornandolo\, sull’assetto ordinato e anestetizzante di un’istituzionalizzata sistemazione sociale che vede i colpevoli privilegiati isolati dal mondo\, ma convinti di una propria alienante (e alienata) verità\, sprovvisti di un percorso di autocoscienza (sballati\, spersi e sbandati alla pari\, sotto questo aspetto\, di Sandokan)\, propagazioni carnivore e triturate da/di un sistema che nasconde l’unghia incarnita sotto la manica dell’abito lindo\, l’organo malfunzionante e cancerogeno in fondo alle viscere\, i lupi sulle sponde del mare\, lupi che come unica fonte di svago cercano il lucrativo nell’aggressività estroiettata (le corse coi cani)\, mantengono salda a sé la convinzione ideologica\, si costruiscono una scarnificata struttura interiore di sopravvivenza e di lettura dell’esistente (strepitoso il padre Vidal del come sempre immenso Alfredo Castro). Non esiste elevazione spirituale\, tutto in Il Club è luridamente terreno\, dal rumore che fa il sangue spazzato via a fatica dagli sporchi gradini passando per le litanie religiose pronunciate in sincrono come una recita punitiva fino alla carne espiatoria finale\, dove ancora una volta è il corpo dei deboli (del prossimo nostro minore\, reietto\, sacrificabile) a pagare per ristabilire la vile normalità. \nDavanti a tutto questo\, allo squarcio sulla piaga endemica dell’orrore\, ecco che il volenteroso indagatore della ‘Nuova Chiesa’\, posto di fronte a intorcigliamenti etici e fratture morali\, preferisce aspettare\, ascoltare in silenzio\, assistere alla propagazione dell’orrore per far rientrare nei ranghi silenziati l’istituzione a cui si è ormai assuefatti. E provvede a detergere le ferite e impartire una pena di contrappasso che annega i residui umani in un tragicomico\, malato\, sterile ribaltamento. Inizio pena mai\, fine pena mai; e senza che anima alcuna se ne accorga. \nVincitore del Gran Premio della Giuria al Festival di Berlino 2015. \nFiaba Di Martino (www.bestmovie.it)
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SUMMARY:Accattone (di P. P. Pasolini) - INGRESSO GRATUITO
DESCRIPTION:Accattone \ndi Pier Paolo Pasolini \nCon Franco Citti\, Franca Pasut\, Silvana Corsini\, Paola Guidi. Soggetto e sceneggiatura Pasolini (con la collaborazione ai dialoghi di Sergio Citti). Fotografia Tonino Delli Colli. Scenografia Flavio Mogherini. \nDrammatico\, 116 min. – Italia 1961. \nRoma\, lo chiamano Accattone perché campa di espedienti. Ha una moglie (con un figlioletto) che non vuole più vederselo intorno. Vive alle spalle di Maddalena\, una prostituta che prima era legata a un lestofante napoletano finito in galera. \nNel 1961 Pasolini affronta l’esperienza cinematografica\, che si rivelerà fondamentale per lo sviluppo della sua poetica\, grazie al coraggio del produttore indipendente Alfredo Bini […]. Alle azioni e alla psicologia di Accattone Pasolini applica un linguaggio visivo elementare che Dell Colli\, collaboratore prezioso\, traduce in un bianco e nero grezzo\, calcinato e senza fronzoli. L’impasto di protervia\, religione pagana\, fragilità e ignoranza offre al protagonista e a quelli che lo circondano il mezzo espressivo idoneo alla rappresentazione di una metaforica via crucis. Il cinema\, per Pasolini\, si rivela un veicolo comunicativo assai più potente della narrativa letteraria\, il modello di Ingrid Bergman aiutando \nFernaldo Di Giammatteo e Cristina Bragaglia (Dizionario dei capolavori del cinema) \nPasolini nel girare Accattone\, metteva le mani in una ferita aperta nella pseudo coscienza borghese\, quella dell’esistenza di due Italie\, una ufficiale\, l’Italia da esportazione\, onesta\, né povera\, né ricca ma allegra e sincera\, quella oleografica dell’antica nobiltà e dei mangiatori di maccheroni\, e un’Italia miserrima\, in cui tutto\, dalla lingua ai codici morali\, era fermo ad un passato mai risolto di carognesca vitalità senza scampo\, in cui neppure un debole riflesso della prima poteva filtrare attraverso il duro codice pre-borghese della sopravvivenza\, della vita alla giornata. \nSerafino Murri (Pier Paolo Pasolini)
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SUMMARY:Revenant - Redivivo (di A. G. Iñárritu)
DESCRIPTION:Revenant – Redivivo \ndi Alejandro González Iñárritu \nCon Leonardo Di Caprio\, Tom Hardy\, Will Poulter\, Domhnall Gleeson\, Brad Carter. \nAvventura\, 156 min. – USA 2015. Miglior regia\, miglior attore protagonista\, miglior fotografia Oscar 2016. \nAgli inizi del XIX secolo\, Hugh Glass (Leonardo DiCaprio)\, un cacciatore di pellicce\, viene attaccato da un orso durante una battuta di caccia. I suoi compagni lo abbandonano al suo destino\, convinti che non possa sopravvivere. Salvatosi dall’incidente\, Hugh elaborerà un piano di vendetta nei confronti di coloro che lo hanno tradito. \n“Questa è la storia vera di Hugh Glass. Di come è stato abbandonato da compagni che credeva amici e invece erano traditori. Di come è sfuggito alla morte quando tutti lo pensavano spacciato. Di come è sopravvissuto a un’odissea di tremila miglia nell’immensità ostile della Frontiera americana. Questa è una storia di salvezza e avventura\, di ferocia e redenzione. Questa è la storia di una vendetta”. \nQuesto è Revenant di Michael Burke (edito da Einaudi)\, libro da cui il regista premio Oscar Alejandro G. Iñárritu è partito per realizzare il suo nuovo film. Coadiuvato ancora una volta (dopo Birdman) dallo straordinario apporto di Emmanuel Lubezki\, direttore della fotografia chiamato nuovamente a superare se stesso (oltre ai consueti movimenti di macchina\, qui a lasciare senza fiato è l’utilizzo delle luci naturali)\, il regista messicano sembra volersi mettere sulle tracce del cinema che rese celebre Terrence Malick (prima dei suggestivi\, seppur deliranti Tree of Life e To the Wonder): ambientato nella zona intorno al bacino del Missouri\, negli anni 20 dell’800\, il film è stato girato in diverse\, inospitali location (dal Kananaskis Country canadese\, con temperature di -30°\, fino alla Tierra del Fuego argentina) e segue l’odissea del leggendario esploratore Hugh Glass (Di Caprio\, al quale neanche auguriamo più di vincere un Oscar sperando che magari sia la volta buona…). Attaccato da un grizzly e moribondo\, viene abbandonato dai compagni\, in fin di vita e ferito oltre ogni limite\, nel profondo\, dall’uccisione del proprio amato figlio. Per il quale è pronto a sfidare la morte e mettersi sulle tracce del suo aguzzino (Tom Hardy\, all’ennesima grande prova). \nWestern d’altri tempi\, survival e revenge movie s’intrecciano: Revenant fonde l’epica del cinema maestoso con l’estetica della violenza e della sofferenza\, non ci risparmia nulla (l’attacco dell’orso è spaventoso\, per non parlare dello sbudellamento di un cavallo morto\, da utilizzare come involucro per trascorrere la notte durante una tormenta di neve…) e in più di un’occasione antepone la forza della natura alla debolezza dell’uomo\, senza però abbandonarlo mai. \nValerio Sammarco (www.cinematografo.it)
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SUMMARY:The Nice Guys (di S. Black)
DESCRIPTION:The nice guys \ndi Shane Black \nCon Russell Crowe\, Ryan Gosling\, Angourie Rice\, Matt Bomer\, Margaret Qualley. \nCommedia\, 93 min. – USA 2016. \nNella Los Angeles degli anni 70\, libertina\, stravagante e decisamente trendy\, un investigatore privato\, Holland March\, e un detective senza scrupoli\, Jackson Healy\, si alleano per risolvere il caso di una ragazza scomparsa e la morte di una porno star che apparentemente non sembrerebbero correlate: scopriranno che un semplice omicidio nasconde il caso del secolo. \nIl buddy movie è una ragione di vita professionale per Shane Black\, uno dei maggiori sceneggiatori del genere\, vedi Arma letale. Dopo il suo esordio alla regia nel 2009 con il convincente Kiss Kiss Bang Bang con la coppia Robert Downey Jr e Val Kilmer\, si affida in The Nice Guys a un nuovo duetto improbabile il compito di girare in tondo per le colline di Los Angeles. I due sono Jackson Healy (Russell Crowe)\, picchiatore su commissione\, e il goffo detective privato Holland March (Ryan Gosling)\, che dopo essersele date per un po’ si trovano alleati in due casi: alla ricerca di Amelia\, una ragazza scomparsa che aveva coinvolto entrambi\, e della verità sulla morte di una nota attrice porno. Due casi che non sembrano avere niente a che fare\, ma risulteranno legati strettamente uno con l’altro\, sullo sfondo del cinema porno indipendente – con tanto di trama e impegno sociale – e con un mandante ad alti livelli politici che affida a perfidi killer la soluzione della questione\, con le buone o con le cattive. \nIl film funziona perché funziona la coppia di protagonisti\, che mettono a frutto dialoghi frizzanti grazie a un’alchimia non scontata. Il bruto e il sofisticato\, il piazzato e lo smilzo\, in realtà ugualmente mezzi idioti con cinismo\, Gosling e Crowe si danno continui assist in un film pieno di scazzottate vecchio stile\, cadute da ogni altezza\, gag fisiche alla Peter Sellers. Una formula che si ripete all’estremo\, continuando a mescolare pistolettate e risse\, coinvolgendo più o meno sempre gli stessi personaggi in varie location. Fortuna che in loro soccorso arriva la mente\, la tredicenne figlia del personaggio di Gosling. Parlando di femme fatale\, Kim Basinger ritrova Crowe in una cornice simile\, ma vent’anni dopo e virata al parodistico\, rispetto al loro precedente L.A. Confidential\, tratto da Ellroy. \nLa trama è semplice grimaldello con cui aprire la scatola dei ricordi e proiettarsi alla riscoperta degli archetipi e delle atmosfere del cinema action anni ’70\, quello di Arthur Penn o di Schrader\, ibridandolo con gli insegnamenti della letteratura hard boiled\, quella dell’angeleno Philip Marlowe. Criminali perfidi fra il noir e il cinema di blaxploitation\, dark lady senza scupoli\, The Nice Guys ci porta in una Los Angeles del 1977 non troppo lontana da quella attuale\, in cui le macchine esplodono al primo contatto\, i corpi dei protagonisti vengono devastati in ogni modo\, ma nessuno muore – o almeno “nessuno soffre troppo” – e le musiche sono un’appassionante giro di jukebox fra il soul e la nascente disco.  \n Mauro Donzelli (www.comingsoon.it)
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SUMMARY:L'Abbiamo Fatta Grossa (di C. Verdone)
DESCRIPTION:L’abbiamo fatta grossa \ndi Carlo Verdone \nCon Carlo Verdone\, Antonio Albanese\, Anna Kasyan\, Francesca Fiume\, Clotilde Sabatino. \nCommedia\, 112 min. – Italia 2016. \nYuri Pelagatti è un attore di teatro che\, traumatizzato dalla separazione\, non riesce più a ricordare le battute. Arturo Merlino è un investigatore squattrinato che vive a casa della vecchia zia vedova. Yuri vuole le prove dell’infedeltà della ex moglie ed assume Arturo\, che però non ne fa una giusta! Per errore entrano in possesso di una misteriosa valigetta che contiene: 1 milione di euro! Una serie di guai e di rocambolesche avventure\, fino a un finale imprevedibile. \nUn cinema che nasce dall’osservazione comica della realtà e dalla costruzione puntuale\, ironica e affettuosa di “caratteri” non può mai rimanere uguale a sé stesso. […] Per questo\, da trentasette anni\, Carlo Verdone si premura di cambiare scenario\, inventando personaggi attanagliati da angosce sempre diverse\, perseguitati da rompiscatole sempre diversi\, afflitti da viziacci sempre diversi. \nOra\, è una verità universalmente riconosciuta che\, rispetto al 1979\, la nostra società sia meno interessante\, più squallida e anche più cattiva\, e quindi è logico che il regista romano abbia abbandonato da tempo i grandiosi Enzo\, Ruggero\, Mimmo\, eccetera di Bianco\, rosso e Verdone e Un sacco bello\, assestandosi su uomini più normali spesso accomunati da quell’ipocondria e malinconia di fondo che così inconfondibilmente gli appartengono. […] \nL’abbiamo fatta grossa è un film nuovo\, di rottura\, un’opera che si prende per esempio il rischio di abbandonare camere e cucine per inoltrarsi fra le strade di una Roma poco frequentata dal cinema\, città pasoliniana e nello stesso tempo un po’ francese e un po’ alla Woody Allen che la fotografia di Arnaldo Catinari magnificamente esalta. \nLaddove però il nostro Carletto nazionale osa di più\, è nella scelta di avere come coprotagonista del suo venticinquesimo film il Cetto La Qualunque del piccolo e grande schermo. […] \nDopotutto è di uno dei miti del cinema comico italiano che si parla\, e siamo sicuri che\, senza andare in terapia\, i nuovi fidanzati un po’ stempiati della squadra Filmauro troveranno in futuro un’intesa fantastica. Questa\, almeno\, è la speranza che coltiviamo.  \nCarola Proto (www.comingsoon.it)
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SUMMARY:The Wolfpack (di C. Moselle)
DESCRIPTION:The Wolfpack \ndi Crystal Moselle \nCon Bhagavan Angulo\, Govinda Angulo\, Jagadisa Angulo\, Krsna Angulo\, Mukunda Angulo. \nDocumentario\, 80 min. – USA 2015. Premio speciale della giuria al Sundance Film Festival 2015. \nSei fratelli rinchiusi in casa dal padre. Protetti da un mondo che può soltanto fargli male.\nCon il cinema come unica finestra sul mondo. \nFigli di un peruviano affascinato dalla cultura Hare Krishna e di una ex hippie originaria del Michigan\, gli Angulo sono sei fratelli nati tutti nel corso degli anni ’90 e vissuti\, fino al 2010\, reclusi con la sorella mentalmente disagiata nell’appartamento di famiglia a Manhattan. Senza uscire mai d’inverno e facendolo molto di rado\, e rigorosamente sotto scorta\, d’estate\, hanno imparato a conoscere il mondo\, oltre che guardandolo dalla finestra\, studiando alla tv i grandi classici ed i cult di genere di cui il padre comprava dvd a iosa. Spaventato dal disagio e dalla violenza visti in giro per le strade\, il genitore aveva proibito loro di uscire da soli\, preferendo altresì all’istruzione scolastica – che li avrebbe ‘contaminati’ – gli insegnamenti casalinghi della madre\, succube educatrice\, da integrare con la trasmissione delle proprie passioni: religione\, musica e cinema. \nIl primo incontro tra la giovane regista Crystal Moselle e i sei fratelli Angulo coincide con la loro prima uscita di gruppo\, quando prendono a scorrazzare per le strade di Manhattan vestiti come i protagonisti di Reservoir Dogs di Tarantino\, con tanto di pistole di cartone. A quell’incontro\, casuale\, seguono cinque anni di riprese utili a documentare i loro primi approcci con il mondo esterno\, a seguire il loro graduale percorso di emancipazione\, a testimoniare la loro avidità di conoscenza\, la loro curiosità ed il loro entusiasmo\, il loro bisogno di mettersi in gioco\, di costruire\, di vivere. E tra le pieghe di una regia tanto leggera da apparire invisibile\, emerge con forza il legame empatico che ha permesso da subito a Moselle di mettersi totalmente al servizio di una storia assurda e sorprendente astenendosi dall’emettere giudizi lapidari\, anzi cercando di cogliere il lato umano (ed in quanto tale fallibile) di ogni gesto\, e puntando ad una salomonica comprensione laddove risulta ostica la condivisione. \nPazuzu (www.filmtv.it)
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