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SUMMARY:Little Sister (di H. Kore-Eda)
DESCRIPTION:Little Sister \ndi Hirokazu Koreeda \nCon Haruka Ayase\, Masami Nagasawa\, Kaho\, Suzu Hirose\, Ryo Kase\, Ryôhei Suzuki\, Takafumi Ikeda\, Kentarô Sakaguchi. \nCommedia\, 128 min. – Giappone 2015. \nNella cittadina di Kamakura vivono tre sorelle (Sachi\, Yoshino e Chika) il cui padre le ha lasciate da 15 anni per iniziare una nuova convivenza. In occasione del suo funerale le ragazze fanno la conoscenza della sorellastra adolescente Suzu che accetta volentieri l’invito ad andare a vivere con loro. \nHirokazu Koreeda in questa occasione ha avuto come punto di riferimento la graphic novel Umimachi’s Diary di cui ha conservato l’impianto di fondo riservandosi però\, con il consenso dell’autore Yoshida Akimi\, la più ampia libertà di rilettura. Ha così focalizzato il racconto non solo sulla giovanissima Suzu ma anche sulla più adulta delle sorelle\, Sachi. Con la sensibilità che lo contraddistingue entra in questo universo femminile in punta di piedi ma la sua attenzione nei confronti delle protagoniste sa leggere dentro i tormenti che il tempo talvolta lenisce e talaltra rende più acuti e dolorosi. \nIl sorriso di Suzu nasconde risentimenti che solo un’occasionale ubriacatura rende espliciti mentre l’apparente rigidità di Sachi trae origine non solo dall’abbandono paterno vissuto ad un’età in cui era presente la consapevolezza di quanto stava accadendo ma anche dal conflitto con l’irrisolta figura materna nei confronti della quale prova un sentimento di rifiuto. Da infermiera\, tenuta al contempo a non farsi troppo coinvolgere dalle morti dei pazienti ma anche incapace di accettarle come routine professionale\, Saichi cerca di proteggere le sorelle e se stessa dai sentimenti che vede come un pericolo a causa della loro instabilità e del dolore che possono procurare agli altri. In un liquore di prugne fatto in casa finisce con il condensarsi quasi simbolicamente il senso del film. Il passare del tempo ne modifica il sapore e la trasparenza. È quanto accade a molti di noi con sentimenti che ritenevamo a torto immutabili e che invece si trasformano sia in senso positivo che negativo. L’indumento offerto alla sorella più liberata così come il kimono d’estate regalato alla sorella acquisita diventano allora per Sachi segni di una possibile riapertura al sentire sempre meno vincolata a un passato di profonda sofferenza. Grazie anche a Suzu\, ancora capace di farsi travolgere dalla bellezza dei ciliegi in fiore. \nGiancarlo Zappoli (www.mymovies.it)
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SUMMARY:Chiamatemi Francesco
DESCRIPTION:Chiamatemi Francesco – Il Papa della gente \ndi Daniele Luchetti \nCon Rodrigo De la Serna\, Sergio Hernández\, Muriel Santa Ana\, José Ángel Egido\, Alex Brendemühl. \nDrammatico\, 94 min. – Italia 2015. \nJorge Bergoglio è uno studente come tanti nella Buenos Aires degli anni Sessanta quando decide di entrare a far parte dell’Ordine dei Gesuiti. (…) da subito deve apprendere la virtù dell’obbedienza: sarà proprio questa a porlo di fronte alle scelte più importanti della sua vita\, perché dovrà distinguere fra i doveri verso la propria coscienza e la sottomissione al regime dittatoriale di Videla e allo strapotere dei proprietari terrieri… \nDaniele Luchetti e il suo produttore\, Pietro Valsecchi\, si sono buttati nell’impresa di raccontare la storia di Bergoglio prima che diventasse Papa con lui ben vivo e presente in Vaticano\, senza consultarlo e senza chiedere la collaborazione dell’istituzione ecclesiastica. Questo ha dato loro la (relativa) libertà di raccogliere testimonianze da una quantità di persone più o meno attendibili\, di affrontare direttamente il capitolo più spinoso e controverso della vita dell’allora Responsabile provinciale gesuita\, ovvero il suo rapporto con la dittatura argentina negli anni fra il 1976 e il 1981\, e di prendere le sue parti dando credibilità alla versione della Storia che lo vede a fianco dei desaparecidos e dei preti militanti. Il che non significa che la sceneggiatura sorvoli sul fatto che Bergoglio ha tolto ad alcuni di questi ultimi la protezione dell’Ordine dei Gesuiti di fatto consegnandoli al regime\, ma significa che concede al suo comportamento il beneficio di quella doppia lettura che riguarda gran parte della quotidianità sudamericana\, ovvero la coesistenza di una condotta ufficiale e una ufficiosa\, data dalla necessità di muoversi apparentemente all’interno delle regole per poi trasgredirle di nascosto seguendo la propria etica. (…) \nL’efficacia del racconto sta principalmente nell’aderenza della sua estetica a quella popolare latina\, in rispettosa aderenza della forma al suo contenuto e all’etnia del suo protagonista. Luchetti si concede l’apparente elementarità “sudamericana” del racconto dipingendo un murales di larga accessibilità\, e parte da un inizio fortemente didascalico che diventa a poco a poco cinema\, complice anche il potente inserto che ricostruisce l’inferno dei desaparecidos attingendo a piene mani da Garage Olimpo più ancora che da La notte delle matite spezzate. (…) \nPaola Casella (www.mymovies.it)
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SUMMARY:Fuocoammare (di G. Rosi)
DESCRIPTION:Fuocoammare \ndi Gianfranco Rosi \nCon Samuele Pucillo\, Mattias Cucina\, Samuele Caruana\, Pietro Bartolo\, Giuseppe Fragapane. \nDocumentario\, 107 min. – Italia / Francia 2016. Orso d’oro al Festival di Berlino 2016. \n Gianfranco Rosi racconta Lampedusa attraverso la storia di Samuele\, un ragazzino che va a scuola\, ama tirare sassi con la fionda che si è costruito e andare a caccia di uccelli. Preferisce giocare sulla terraferma anche se tutto\, attorno a lui\, parla di mare e di quelle migliaia di donne\, uomini e bambini che quel mare\, negli ultimi vent’anni\, hanno cercato di attraversarlo alla ricerca di una vita degna di questo nome trovandovi spesso\, troppo spesso\, la morte. \nPer comprendere appieno è indispensabile liberarsi da una sovrastruttura mentale alla quale molti hanno finito con l’aderire passivamente e in modo quasi inconscio ed indolore. Si tratta del format dell’inchiesta giornalistico – televisiva che si concretizza in immagini scioccanti\, in interviste più o meno interessanti finalizzate a un impianto ideologicamente preconfezionato. O si è pro o si è contro la presa in carico del fenomeno e su questa base si costruisce la narrazione. \nRosi si allontana in maniera netta a partire dalla scelta\, fondamentale\, di aborrire il cosiddetto documentario ‘mordi e fuggi’ che vede la troupe giungere sul luogo\, pretendere di capire in fretta e ripartire quando pensa di ‘avere abbastanza materiale’. Il regista è rimasto per un anno a Lampedusa entrando così realmente nei ritmi di un microcosmo a cui voleva rendere una testimonianza assolutamente onesta.  Samuele è un ragazzino con l’apparente sicurezza e con le paure e il bisogno di capire e conoscere tipici di ogni preadolescente. Con lui e con la sua famiglia entriamo nella quotidianità delle vite di chi abita un luogo che è\, per comoda definizione\, costantemente in emergenza. Grazie a lui e al suo ‘occhio pigro’\, che ha bisogno di rieducazione per prendere a vedere sfruttando tutte le sue potenzialità\, ci viene ricordato di quante poche diottrie sia dotato lo sguardo di un’Europa incapace di rivolgersi al fenomeno della migrazione. (…). Rosi non cerca mai il colpo basso\, neppure quando ci mostra situazioni al limite. La sua camera inquadra vita e morte senza alcun compiacimento estetizzante ma con la consapevolezza che\, come ricordava Thomas Merton\, nessun uomo è un’isola e nessuna Isola\, oggi\, è come Lampedusa. \nGiancarlo Zappoli (www.mymovies.it)
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SUMMARY:Perfetti Sconosciuti (di P. Genovese)
DESCRIPTION:Perfetti Sconosciuti \ndi  Paolo Genovese \nCon Giuseppe Battiston\, Anna Foglietta\, Marco Giallini\, Edoardo Leo\, Valerio Mastandrea\, Alba Rohrwacher\, Kasia Smutniak. \nCommedia\, 97 min. – Italia 2016. Miglior film e migliore sceneggiatura al David di Donatello 2016. \nOgnuno di noi ha tre vite: una pubblica\, una privata ed una segreta. Nel corso di una cena tra amici\, Eva si dice convinta che tante coppie si lascerebbero se ogni rispettivo controllasse il contenuto del cellulare dell’altro. Parte così una sorta di gioco per cui tutti dovranno accettare\, durante la serata\, di leggere sms/chat o ascoltare telefonate pubblicamente. Quello che all’inizio sembra un passatempo innocente diventerà man mano un gioco al massacro. \n[…] Perché Perfetti sconosciuti è un film cattivo\, e che sempre ne sia lodata la cattiveria. \nUn film che smorza nella romanità popolare (quella de ‘sti regazzini che so’ cresciuti insieme\, e che ora hanno 40 anni) la prosopopea borghese del cinema più “alto” che ha questo genere d’impianto: quello\, appunto\, che ammicca al suo pubblico\, con complicità intellettuale e di classe\, proprio quando vuole strappargli di dosso la sua maschera e le sue ipocrisie. \n[…]Si percepisce benissimo\, e si apprezza\, l’affiatamento del gruppo degli attori. Nonostante il gioco dei controcampi di Genovese spinga tutti a estremizzare le reazioni non verbali\, a esagerare con le faccette\, c’è fluidità\, e un’intesa che garantisce verosimiglianza. \nSi percepisce il coraggio e lo stupore di attori che – per dirla con Mastandrea – forse non avevano mai mescolato commedia e dramma fino a questo punto\, e sono riusciti a non cadere. \n[…]Certo\, l’artificio con il quale il regista risolve la sua vicenda è furbo\, forse frettoloso: ma è anche l’uovo di Colombo inevitabile\, e l’amaro in bocca rimane eccome. \nCommedia sì\, quindi\, ma con giudizio. Italiana anche. Per una volta\, commedia all’italiana nell’accezione migliore e più classica del termine\, non citata a sproposito solo perché battente bandiera tricolore. \nPerché\, forse\, più che un testo sui fantasmi e le spade di Damocle della coppia\, Perfetti sconosciuti è un film sull’amicizia\, tanto quella al maschile quanto quella al femminile (basta stare attenti alle interazioni trasversali alla coppia\, e diventa subito ovvio). E\, ancora più sotto\, un film sull’ipocrisia della società italiana\, che passa per i comportamenti\, certo\, ma anche per il linguaggio. \nL’ipocrisia di un politicamente corretto che nel film di Paolo Genovese viene accantonato senza proclami\, lasciando spazio a un parlare sfacciato e leggero\, volgare e pudico\, carico di livore\, dolore e affetto\, e che gravita attorno a un tavolo con spirito davvero scoliano. \nFederico Gironi (www.comingsoon.it)
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SUMMARY:Loro Chi? (di F. Miccichè e F. Bonifacci)
DESCRIPTION:Loro chi? \ndi Francesco Miccichè e Fabio Bonifacci \nCon Marco Giallini\, Edoardo Leo\, Catrinel Marlon\, Lisa Bor\, Ivano Marescotti. \nCommedia\, 95 min. – Italia 2015. \nDavid sta per fare il grande salto e conquistarsi uno stipendio da 1700 euro al mese\, grazie al lancio di un prodotto rivoluzionario di cui curerà la promozione. Ma viene accostato da Marcello\, che lo riempie di elogi\, lo invita a bere e poi a casa sua\, dove lo aspettano due ragazze molto attraenti. L’indomani David si sveglia in una casa vuota\, senza aver presenziato al lancio. Da quel momento passerà ogni minuto alla ricerca di Marcello\, truffatore professionista. \nLoro chi? si inserisce coraggiosamente nel solco dei recenti film americani sugli imbroglioni consumati\, da Il genio della truffa a Colpo di fulmine a Now you see me\, e riesce a tenere loro dietro per velocità della narrazione e frenetiche svolte della trama\, alcune più credibili di altre. Il film però alza il tiro ogni qual volta fa leva su quelle debolezze tipicamente italiane che rendono ogni truffa più semplice (perché “in Italia ci sono ottimi incentivi nel settore truffa”)\, prima fra tutte il campanilismo e il desiderio dei politici locali di entrare nei giri grossi. \nFunziona bene la verve trasformista di Marco Giallini\, che attraverso i suoi travestimenti mantiene intatto quello spirito guascone che ha tra i suoi predecessori filmici il Bruno de Il sorpasso\, così come l’ingenuità da uomo comune di Edoardo Leo\, in un ruolo che in passato avrebbe potuto essere interpretato da Nino Manfredi. La regia è elastica\, il montaggio atletico\, e la sceneggiatura (di Fabio Bonifacci\, che debutta anche dietro la cinepresa accanto a Francesco Micchiché) è insolitamente ricca e scoppiettante\, per una commedia italiana contemporanea. Lo stratagemma iniziale\, per cui la storia di David viene narrata da lui stesso a un editore\, ha una conclusione davvero improbabile\, ma l’escalation truffaldina è divertente\, e Micciché e Bonifacci fanno del loro meglio per creare illusioni ottiche utilizzando la qualità di “lanterna magica” del cinema. \nAl centro della trama c’è l’idea di contrapporre alla noia di un’esistenza sempre più risicata e prevedibile l’emozione violenta e coinvolgente dell’imbroglio\, anche quello subìto\, perché “il resto è coda alla posta”. E la volontarietà di chi si fa fregare per provare il brivido di una vita almeno un po’ spericolata è l’elemento cardine affinché una truffa (o un’avventura\, anche cinematografica) funzioni. \nPaola Casella (www.mymovies.it)
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SUMMARY:La Tomba delle Lucciole (di I. Takahata)
DESCRIPTION:La tomba delle lucciole \ndi Isao Takahata \nCon Con Tsutomu Tatsumi\, Ayano Shiraishi\, Yoshiko Shinohara\, Akemi Yamaguchi. \nAnimazione\, Drammatico 90 min. – Giappone 1988. \nAmbientato nell’estate del 1945 sotto una pioggia di bombardamenti\, La tomba delle lucciole racconta il rapporto tra un fratello adolescente e la sorellina. Mentre la guerra distrugge le famiglie\, sfalda l’idea di Giappone che i cittadini avevano imparato\, polverizza le certezze e sfarina i rapporti\, i due cercano di costruire un nuovo nucleo di umanità in una grotta vicina a un laghetto\, dove sembra che piante e animali non siano al corrente dell’orrore circostante. \nSpesso nei film dello Studio Ghibli l’atmosfera predominante è quella del sogno\, della fiaba\, di mondi allegorici che rimandano al reale. Questo film non ha niente a che fare con tutto questo\, La tomba delle lucciole è un film realistico\, crudo\, dove l’unica concessione alla fiaba e all’immaginazione è rappresentata dal modo in cui la bambina Setsuko sente la guerra\, ne soffre gli effetti\, ma non è in grado di capirla per quello che è. Non c’è una bolla di racconto con il contesto bellico sullo sfondo. Al contrario la guerra è ovunque\, e quella di Seito e Setsuka è la storia del tentativo di trovare un angolo minuscolo dove rimanere umani. \nTutti abbiamo visto decine di film di guerra: è uno dei generi storicamente più frequentati. Non è ovviamente nel loro messaggio che vanno valutati questi film\, ma nella sfaccettatura che decidono di dare all’argomento\, nel modo in cui lo rendono vivo e pulsante. (…) \nTakahata non sovraccarica esteticamente il suo film\, ma anzi lo rende asciutto come una pellicola di Ozu. La vita quotidiana di due orfani nella Kōbe del 1945 passa per il cibo\, i vestiti\, la fame\, la sete\, la voglia di comprarsi un fornello o delle caramelle. La familiarità di un pranzo è attraversata dalla morte\, dal dolore e dalla perdita con una naturalezza cui non siamo abituati. Il filtro estetico\, l’interpretazione artistica della vicenda sono quasi inesistenti. Le scene non hanno l’efficacia documentale di una fotografia o quella realistica di una ricostruzione al cinema\, ma proprio per questo in alcuni casi (…) colpiscono anche di più\, e in modo sottile\, normale\, duraturo. \nMatteo Bordone (Internazionale)
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SUMMARY:Alaska (di C. Cupellini)
DESCRIPTION:Alaska \ndi Claudio Cupellini \nCon Elio Germano\, Astrid Berges-Frisbey\, Valerio Binasco\, Elena Radonicich\, Antoine Oppenheim. \nDrammatico\, 125 min. – Francia 2015. \nFausto e Nadine si incontrano per la prima volta nei saloni di un grande albergo di Parigi\, scoprendosi fragili\, soli e ossessionati da un’idea di felicità che sembra irraggiungibile. Si perderanno\, si ameranno e soffriranno. \n Al terzo lungometraggio\, Claudio Cupellini trova una misura congeniale e realizza il proprio miglior film\, Alaska. Elio Germano\, cameriere emigrato in Francia\, per farsi bello con una ragazza\, che si trova nello stesso albergo a fare un provino\, si mette nei casini e finisce in galera. Da lì\, continua a scriverle per anni senza risposta\, ma quando esce la trova ad aspettarlo. È l’inizio di una storia d’amore appassionata e violenta\, altalenante\, in cui il bene dell’uno sembra tragicamente implicare la sventura dell’altro: quando lei è una modella in ascesa lui è uno spiantato\, poi lei ha un incidente e lui fa fortuna… Nella tenuta dell’insieme e in certe scene si sente l’ispirazione e il tocco del regista vero: c’è una scena di suicidio emozionante\, magistrale\, e certi scontri fisici tra i due amanti\, certe tensioni\, sono resi senza esibizionismo e senza freddezza. Elio Germano è bravissimo. Ha un’energia fisica contagiosa che ci fa credere subito al personaggio\, e Astrid Bergès-Frisbey\, sarà per molti una scoperta. […] Certo\, il film ha anche alcuni difetti vistosi. È allagato da una musica ordinaria\, fa fatica a reggere le oltre due ore di durata; e nel finale rischia di perdersi. Ma ha un’idea forte\, quasi un impulso\, che lo sostiene: partire dal rispetto delle regole di un genere\, in questo caso il mélo\, non come pretesto intellettuale o come schema narrativo che garantisca la quadratura della narrazione. Cupellini prende sul serio equivoci e colpi di scena\, e crede che possano raccontare personaggi di oggi. Personaggi che lui ama e segue\, e che finiscono col restituire un momento e una società senza sociologismi. In queste vite tese al riscatto e all’autodistruzione\, Alaska coglie un disagio cieco\, un conato feroce verso il cambiamento\, qualcosa di profondamente contemporaneo. \nEmiliano Morreale (L’Espresso)
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SUMMARY:Love & Mercy (di B. Pohlad)
DESCRIPTION:Love and mercy \ndi Bill Pohlad \nCon John Cusack\, Paul Dano\, Elizabeth Banks\, Paul Giamatti\, Jake Abel. \nBiografico\, 120 min. – USA 2014. \nMelinda lavora in una concessionaria di auto. Un giorno incontra un tipo strano che le viene presentato come Brian Wilson. L’uomo è stato il frontman nonché l’autore delle canzoni di uno dei gruppi più famosi in assoluto: i Beach Boys. I due iniziano a frequentarsi e la donna scopre così le ragioni del profondo disagio psichico che Brian sta vivendo.  \n[…] Sin dalla prima scena Love & Mercy\, si configura come un’indagine su una personalità scissa: da una parte il Wilson cantante\, spinto dalla sua cerchia più intima a consolidare il successo rimanendo fedele alla formula compositiva che gli aveva regalato soldi e gloria\, dall’altra il musicista introverso con aspirazioni alla perfezione\, personalità castrata da un padre feroce\, mente creativa con tendenze schizofreniche\, disinteressato alla fama e alla gratificazione della folla\, in nome della ricerca in punta di cesello di una musica che avrebbe potuto scacciare i suoi demoni. \nIl film\, per descrivere una personalità duplice\, si sdoppia anch’esso rompendo la linearità temporale e raccontando la crisi creativa di un musicista al suo apice e la depressione ormai conclamata che\, vent’anni più tardi\, ha consegnato Wilson a un’esistenza dettata dalle leggi di uno psicoterapeuta intrusivo e manipolatore\, che sostituiva ogni contatto umano con generose dosi di farmaci\, con un occhio alla sofferenza del suo paziente e l’altro al suo patrimonio. La scissione tra passato e presente è amplificata dall’utilizzo di due diversi attori che interpretano Wilson nelle differenti fasi della vita. Il dono migliore di Love & Mercy risiede però nella capacità di raccontare\, il travaglio emotivo della creazione artistica\, l’assillo totalizzante di chi ha bisogno di realizzare le proprie idee compositive fino all’ultimo dettaglio\, alla scoperta ossessiva di suoni e strumenti nuovi. Le scene girate all’interno degli studi di registrazione durante le sessioni di Pet Sounds colgono con precisione la normalità quotidiana e le estenuanti ripetizioni che sono alla base della ricerca di una perfezione espressiva; la smania di realizzazione\, attraverso una musica stratificata e lucente\, di un suono capace di esprimere quella gioia che la vita spesso nega; le ansie e le aspirazioni di un artista che solo attraverso la musica è riuscito a gettare un ponte sul baratro della propria infelicità. \nFederico Pedroni (www.cineforum.it)
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SUMMARY:Dheepan (di J. Audiard)
DESCRIPTION:Dheepan – Una nuova vita \ndi Jacques Audiard \nCon Vincent Rottiers\, Marc Zinga\, Jesuthasan Antonythasan\, Kalieaswari Srinivasan\, Franck Falise\, Claudine Vinasithamby. \nThriller\, 109 min. – Francia 2015. Palma d’oro al Festival di Cannes 2015. \nDheepan deve fuggire dalla guerra civile dello Sri Lanka e per farlo si associa con una donna e una bambina. I tre si fingono una famiglia e riescono così a scappare e rifugiarsi nella periferia di Parigi. Anche se non parlano francese né hanno contatti. Trovati due lavori molto semplici (guardiano tuttofare e badante) i due scopriranno la vita da periferia\, le bande e le regole criminali che vigono nel posto che abitano.  \n[…] Nelle mani di Audiard – che viene da un genere misantropo come il polar (si vedano ad esempio la sua opera prima\, lo splendido Regard les hommes tomber\, o il più recente Il profeta) e si ispira ad un testo di sferzante pessimismo come le Lettere persiane di Montesquieu – l’argomento scivola fuori dalla rete del solidarismo a buon mercato e delle ipocrisie politicamente corrette per approdare in territori più inconsueti\, nella fattispecie dalle parti di Thomas Hobbes e delle sue riflessioni sull’aggressività e lo stato di guerra come condizioni naturali del genere umano. \nÈ così che i tre personaggi\, pur trovando la forza di non soccombere alla miseria o alla discriminazione\, nulla possono contro la guerra – di banlieue\, tra spacciatori di droga – che ha per teatro il condominio dove vanno a vivere. È questo che fa di Dheepan un film importante quanto inesorabile e lucido nel suo pessimismo: il coraggio di rimpiazzare l’idea comune quanto inconsistente che la tolleranza sia il farmaco capace di curare la violenza dei nostri tempi con la consapevolezza che gli uomini hanno la guerra dentro di loro\, come un virus in incubazione pronto ad esplodere senza preavviso\, alla prima occasione. \nPer buona parte del film Audiard segue le vicende dei tre protagonisti con stile austero\, adeguando la messa in scena all’ordinarietà delle loro esistenze\, al loro strenuo sforzo per omologarsi all’ambiente sociale che li ha ospitati. Poi nel finale Dheepan ha uno scarto\, vira verso territori di intensa visionarietà\, in bilico perfetto tra l’incubo di un mondo avvitato sulla violenza e la chimera dell’arrivo in uno spazio di imperturbabile serenità. Quasi che per accendere la miccia del cinema fosse necessario il contatto con drammi fatti di sangue e desiderio\, sogno e disperazione. \nLeonardo Gandini (www.cineforum.it)
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SUMMARY:The Martian (di R. Scott)
DESCRIPTION:Sopravvissuto – The Martian \ndi Ridley Scott \nCon Matt Damon\, Jessica Chastain\, Kate Mara\, Kristen Wiig\, Sebastian Stan\, Michael Peña\, Sean Bean\, Mackenzie Davis\, Chiwetel Ejiofor\, Donald Glover\, Jeff Daniels\, Aksel Hennie. \nFantascienza\, 130 min. – USA 2015. \nDurante una missione su Marte\, l’astronauta Mark Watney viene considerato morto e per questo abbandonato dal suo equipaggio. Ma Watney è sopravvissuto e ora si ritrova solo sul pianeta ostile. Dovrà quindi attingere al suo ingegno e al suo spirito di sopravvivenza per segnalare alla Terra che è vivo. Intanto\, la NASA lavora instancabilmente per cercare di riportarlo a casa\, mentre i suoi compagni cercano di tracciare una quasi impossibile\, missione di salvataggio. \nL’equipaggio di una missione su Marte fugge durante una tempesta lasciando sul pianeta un componente creduto cadavere. Che però non è morto\, e troverà modi per sopravvivere sul Pianeta Rosso e farsi tornare a prendere. \nCast Away (ovvero Robinson Crusoe) nello spazio\, con toni da commedia\, echi paradossalmente western\, trovate a ripetizione\, tensione spezzata dal comico (!) e viceversa. Damon (bravissimo) è da solo sullo schermo\, ma il resto dello straordinario cast (occhio all’immenso Jeff Daniels) lo accarezza da lontano. \nUn’avventura avvincente\, che è anche un po’ l’anti-Interstellar: ma soprattutto un film dal mood unico\, mai tentato prima\, che si nutre di citazioni e rimandi per riflettere sull’eterno ritorno della rappresentazione e delle modalità con cui rendere inedita materia già adoperata all’infinito. Il merito della riuscita va equamente diviso: da una parte c’è Scott\, non nuovo alla fantascienza e qui ai massimi livelli di perizia di messa in scena ed emotività; dall’altra lo sceneggiatore Drew Goddard (Cloverfield\, Quella casa nel bosco) che qui applica il suo metodo “metacinematografico” al cinema mainstream con risultati da applauso. Intrattenimento di intelligenza sopraffina e fattura divina (anche se il 3D è ininfluente: è ben più “tridimensionale” la colonna sonora con brani vintage da urlo\, memore della lezione di Guardiani della Galassia)\, sempre dalla parte dello spettatore: due ore e venti di divertimento ininterrotto che produrranno nomination-Oscar a valanga (a partire da quelle tecniche: per le altre si vedrà) e che lasciano con l’idea che il Cinema\, malgrado tutto\, sia ancora qualcosa per cui vale la pena vivere. \nFilippo Mazzarella (www.vivimilano.corriere.it)
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SUMMARY:Spectre - 007 (di S. Mendes)
DESCRIPTION:Spectre \ndi Sam Mendes  \nCon Daniel Craig\, Léa Seydoux\, Ralph Fiennes\, Ben Whishaw\, Naomie Harris. \nSpionaggio\, 148 min. – USA 2015. \nUn misterioso messaggio conduce James Bond in una missione che lo porta da Città del Messico a Roma\, dove scopre l’esistenza di una organizzazione nota come Spectre. Mentre il nuovo M\, continua a combattere le pressioni politiche che minacciano l’MI6\, Bond capisce che l’unico modo per fermare la cospirazione è proteggere Madeleine Swan\, figlia della sua vecchia nemesi\, Mr. White. Costretto ad agire in segreto\, Bond dovrà affrontare un nemico proveniente dal suo passato. \nErnst Stavro Blofeld è tornato. Il risvolto privato e familiare del suo rapporto con 007 è inaccettabile per qualunque bondiano. Rimosso questo\, e la terribile canzone dei titoli di Sam Smith\, possiamo pensare al film. Che ha elementi di grande interesse\, prima di tutto lo spessore cinematografico: ritorno alla pellicola dopo il digitale di Skyfall\, un prologo tra i più emozionanti della serie\, aperto da un pianosequenza che attraverso movimenti di macchina in verticale e orizzontale anticipa la vertigine della scena in elicottero; una sequenza in treno altrettanto ‘fisica’\, una visione di Roma cupa e notturna come quella di Suburra […]\, il giusto peso a tutti i caratteri\, senza strafare nella ‘nolanizzazione’\, seguendo il gusto originale\, a volte poco ortodosso\, dello shakespeariano Sam Mendes. Poi\, Léa Seydoux: la migliore Bond girl dai tempi di Carole Bouquet/Melina Havelock. Tornano\, con successione piacevolmente antologica\, i luoghi topici della serie: l’elicottero (Solo per i tuoi occhi)\, il treno (A 007\, dalla Russia con amore\, Vivi e lascia morire)\, la clinica alpina (Al servizio segreto di sua maestà)\, la base nel deserto meteoritico (Una cascata di diamanti)\, i motoscafi sul Tamigi (Il mondo non basta). Il resto è azione\, è James Bond: non siamo ai livelli di Casino Royale (per me il miglior 007 di Craig) ma il franchise è in ottima forma. \n Mauro Gervasini (www.filmtv.it)
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SUMMARY:La Grande Scommessa (di A. McKay)
DESCRIPTION:La grande scommessa *Premio Oscar 2016 alla migliore sceneggiatura non originale* \ndi Adam McKay  \nCon rad Pitt\, Christian Bale\, Ryan Gosling\, Steve Carell\, Marisa Tomei\, Melissa Leo\, Tracy Letts\, Hamish Linklater\, John Magaro\, Byron Mann\, Rafe Spall\, Jeremy Strong\, Finn Wittrock \nDrammatico\, 130 min. – USA 2015 \nNell’anno 2005\, il mercato immobiliare americano appariva più stabile e florido che mai. Chiunque chiedesse un mutuo\, preferibilmente a tasso variabile\, era quasi certo di ottenerlo. Per questo\, quando Michael Burry si presentò in diverse banche per scommettere sostanzialmente contro l’andamento del mercato\, nessuno gli negò la possibilità di farlo\, e anzi gli risero alle spalle. Michael Burry\, però\, aveva visto quello che il mondo non vedeva ancora… \nIl film racconta dunque la scoperta più o meno contemporanea da parte di alcuni uomini della gigantesca “bolla” cresciuta in seno al mercato immobiliare e destinata a scoppiare un paio d’anni dopo con effetti disastrosi. Com’è possibile conciliare lo spettacolo cinematografico\, e il tasso fisso d’intrattenimento che deve assicurare\, con il racconto di un crack finanziario\, dove i protagonisti hanno nomi quali CDO e AAA e la cosa si fa appassionante man mano che si complica? Beh\, The Big Short (letteralmente: “il grande scoperto”) dimostra che è possibile; scommette contro le regole date per marmoree del racconto filmico mainstream e vince. Anzi\, dati il paradosso a monte e la sorpresa a valle\, si può affermare che il film di Adam McKay stravinca\, lasciando lo spettatore piacevolmente preso in contropiede.  \nQuesto gioco al ribaltamento sulle aspettative di un pubblico ignaro e impreparato\, che funziona bene ad una prima visione\, non esaurisce però i meriti del film\, che poggia invece su un’architettura narrativa solidissima\, ispirata dal libro di Michael Lewis che sta alla base del copione\, e su un potente e stratificato ritratto dei personaggi\, dove la dimensione della star platealmente travestita e trasformata si assomma al personaggio socialmente eccentrico (ma\, in fondo\, più vero e all’opposto dello stereotipo) e ad un’avvisaglia di back-story\, tutt’altro che leggera\, nei casi di Christian Bale e Steve Carell\, che li conferma protagonisti assoluti.  \nVerboso e nevrotico\, il film di McKay è anche punteggiato di alcune riuscite trovate autoironiche\, quali la scelta di lasciare le spiegazioni più tecniche a Margot Robbie o Selena Gomez\, riprese in contesti vergognosamente deputati al lusso e al piacere\, e interpellate col loro nome\, “bucando” così la parete della mezza finzione per sconfinare comunque in un altro artificio.  \nAlla fine dei conti\, però\, l’affondo che porta il film alla vittoria\, riporta il castello di carte ad un terreno di scontro umano e comune: alla scelta personale che Baum/Carell è obbligato a compiere al termine della sua crociata e all’epilogo storico e giuridico della grande truffa delle banche. Un epilogo onesto e amaro\, in cui il tasso variabile che oscilla più spaventosamente non è quello del mutuo ma della morale. \nMarianna Cappi (www.mymovies.it)
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SUMMARY:Quel Fantastico Peggior Anno della mia Vita (di A. Gomez-Rejon)
DESCRIPTION:Quel fantastico peggior anno della mia vita \ndi Alfonso Gomez-Rejon \nCon Thomas Mann\, RJ Cyler\, Olivia Cooke\, Nick Offerman\, Jon Bernthal. \n Drammatico\, 104 min. – USA 2015. Premio speciale della giuria al Sundance Film Festival 2015. \nGreg è un ragazzo di talento ma incapace di relazionarsi con il prossimo. Preferisce sfuggire la profondità nei rapporti e crogiolarsi nella sua eterna adolescenza insieme a Earl\, il suo migliore amico\, da lui definito solo “collega”. Quando la madre di Greg lo costringe a far compagnia a Rachel\, una ragazza del suo liceo malata di leucemia\, le barriere emozionali di Greg cominciano lentamente a crollare\, lasciando spazio a un’inaspettata maturità. \n \nIl cinema di formazione è da sempre uno dei più generi più fecondi del cinema americano. In questi ultimi anni tanti piccoli o grandi epigoni di John Hughes escono dal Sundance\, poi\, con storie che alimentano l’archetipo del cinema ambientato nelle high school\, che racconta il decisivo periodo scolastico. Sarà una casualità\, o lo spirito dei tempi\, ma arriva ora Quel fantastico peggior anno della mia vita\, un altro film\, dopo Colpa delle stelle\, che inserisce la tematica della malattia\, il cancer movie\, all’interno del suddetto genere. Ma qui\, sia detto subito\, c’è una capacità di elaborazione formale di altro livello. \nSenza indugiare troppo sull’aberrazione del titolo italiano\, quello originale Me and Earl and the Dying Girl sintetizza la vicenda raccontata. Greg è un liceale all’ultimo anno che vuole essere amico di tutti e di nessuno\, anonimo nella massa\, per diplomarsi senza troppi danni e iscriversi all’università. Passa l’adolescenza con il suo migliore amico di sempre\, Earl\, con cui si dilettano a rifare alcuni grandi classici della storia del cinema\, parodiandone i titoli. Per essere precisi per lui Earl è un collega\, più che un amico. La madre un giorno la obbliga a passare del tempo con Rachel\, una sua compagna di classe fino ad allora bellamente ignorata\, a cui è stata diagnosticata una leucemia. […] \nIl rischio in queste storie è sicuramente quello di esagerare con l’induzione alla commozione\, da una parte\, ma anche con il cinismo o l’elemento comico. Si nota il lodevole lavoro di Gomez-Rejon nel bilanciare il tutto\, nel trovare un equilibrio sottile all’insegna della credibilità e dell’umanità dei personaggi. Quel fantastico peggior anno della mia vita è un film seducente e originale\, nel quale siamo condotti dalla voce fuori campo di Greg\, che sembra convinto del fatto suo. Ci presenta i diversi gruppi sociali che popolano la giungla dell’high school\, con tutti che convergono verso il luogo comune rappresentato dalla mensa\, popolata da animali feroci e insicuri. \n[…]L’high school movie indipendente americano torna a dimostrare di essere vitale e capace di rigenerarsi. Far (sor)ridere e piangere nello stesso momento: se non è il nirvana di ogni autore poco ci manca. E Gomez-Rejon riesce nell’ardua impresa\, evitando i rischi della bella confezione furbetta e modaiola o il ricatto emotivo da cancer movie. \nMauro Donzelli (www.comingsoon.it)
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SUMMARY:La Felicità è un Sistema Complesso (di G. Zanasi)
DESCRIPTION:La felicità è un sistema complesso \ndi Gianni Zanasi \nCon Valerio Mastandrea\, Hadas Yaron\, Giuseppe Battiston\, Paolo Briguglia\, Maurizio Donadoni\, Filippo De Carli\, Teco Celio\, Camilla Martini. \nCommedia\, 117 min. – Italia 2015. \nEnrico Giusti avvicina per lavoro dei dirigenti incompetenti e irresponsabili che rischiano di mandare in rovina le imprese che gestiscono. Lui li frequenta\, gli diventa amico e infine li convince ad andarsene evitando così il fallimento delle aziende. Quando Filippo e Camilla\, due fratelli di 18 e 13 anni\, rimangono orfani Enrico deve impedire che due adolescenti possano diventare i dirigenti di un gruppo industriale d’importanza nazionale. \n[…] Pellicola intensa\, a tratti molto profonda\, incentrata sull’esistenza difficile di quattro persone di età diverse che il destino fa incontrare e che crescono insieme prendendo esempio l’uno dall’altra. C’è Enrico\, che sfugge da un passato turbolento legato alla fuga del padre e cerca di convincersi di essere utile alla società con il suo strano lavoro. Nel suo solitario e organizzato quotidiano irrompe Achrinoam\, fragile sognatrice dallo sguardo profondo che con la sua semplicità lo colpirà a fondo costringendolo a riflettere su se stesso. C’è Filippo\, che nonostante la giovane età rappresenta quella purezza che Enrico è convinto di perseguire ma che non ha mai veramente trovato. Da lontano li osserva Camilla\, che entra in contatto con Achrinoam e le apre il suo cuore di adolescente\, straziato da una parte dall’assenza dei genitori\, dall’altra dal senso di colpa per la loro morte. \nUna storia seria e delicata con episodi leggeri a volte anche esilaranti. Un ritmo a volte lento ma ravvivato con frequenti digressioni condite da una colonna sonora eccezionale per potenza e vitalità (firmata da Niccolò Contessa). Unita a una fotografia stupefacente e creativa messa in opera da Vladimir Radovic\, confezionano un bel prodotto\, gradevole e interessante. Alla fine resta la brillante recitazione di Mastrandrea\, sempre in bilico tra il serio e l’ironico\, a tratti un po’ goffo ma sempre vitale. Notevole interpretazione di Hadas Yaron\, vincitrice della Coppa Volpi 2012 per La sposa promessa\, bravissima a far arrivare tutta la potenza di Achinoam. Fragile ma determinata che come personaggio ricorda molto\, anche nella voce\, la Penelope Cruz di Non ti muovere. \nBello e fresco il personaggio di Filippo\, giovane scanzonato ma con la testa sulle spalle pronto a reagire dopo che la vita gli ha appena inferto un colpo durissimo\, che avrebbe messo chiunque al tappeto. \nPietro Tola (www.cinefilos.it)
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SUMMARY:Il Club (di P. Larrain)
DESCRIPTION:Il club \ndi Pablo Larraín \nCon Roberto Farías\, Antonia Zegers\, Alfredo Castro\, Alejandro Goic\, Alejandro Sieveking. \n Drammatico\, 97 min. – Cile 2015. Gran premio della giuria Festival di Berlino 2015. \nQuattro sacerdoti vivono insieme in una casa isolata in una piccola città sul mare. Ciascuno di loro è stato inviato in questo luogo per cancellare i peccati commessi in passato. Vivono sotto l’occhio vigile di una sorvegliante\, osservando un regime rigoroso\, quando arriva un quinto uomo\, appena caduto in disgrazia\, che porta con sé il suo passato oscuro. \nL’universo di Pablo Larraín – come anche\, soprattutto\, in Tony Manero e Post Mortem – vive al solito della distorsione percettiva ed emotiva di sé e dell’esterno\, degli altri e del senso etico e morale. Una deformazione che irradia dai “corpi disonesti” dei quattro preti\, che vibra violentemente fin dall’inizio in un’apertura tesa e insostenibile che ha il tessuto sensitivo dell’home invasion – perché è proprio questo l’effetto della cantilena appiattita e agghiacciante di un intruso esterno\, le sue parole che penetrano e rimbalzano contro i muri della casa e i suoi abitanti come una sventagliata di pallottole\, che a nostra volta ci sentiamo appiccicare addosso. \nLui è Sandokan (un nome infelice\, un nome ingrato\, un nome che è la prima di tante\, atroci beffe)\, è un senzatetto problematico con un profondo ritardo mentale e sociale\, è incarnazione collaterale e sintomatologica di una vergogna che sta dietro alle ombre dei quattro come una scia di sangue ininterrotta. Per Sandokan\, il reale stesso è una scissione folle e feroce (dal verbo all’atto fisico\, per lui è tutto disfunzionale e storto)\, e non potrebbe essere altrimenti: chi pratica il bene ti ha rovinato la vita\, la maschera intoccabile della santità ti ha spaccato l’anima\, violato la carne e sputato via il senno. \nSandokan è il corpo onesto – di un’onestà terribile\, necessaria\, indefessa\, prossima\, urgente\, esistente al di là di noi –\, la verità brancolante che sbava\, scontornandolo\, sull’assetto ordinato e anestetizzante di un’istituzionalizzata sistemazione sociale che vede i colpevoli privilegiati isolati dal mondo\, ma convinti di una propria alienante (e alienata) verità\, sprovvisti di un percorso di autocoscienza (sballati\, spersi e sbandati alla pari\, sotto questo aspetto\, di Sandokan)\, propagazioni carnivore e triturate da/di un sistema che nasconde l’unghia incarnita sotto la manica dell’abito lindo\, l’organo malfunzionante e cancerogeno in fondo alle viscere\, i lupi sulle sponde del mare\, lupi che come unica fonte di svago cercano il lucrativo nell’aggressività estroiettata (le corse coi cani)\, mantengono salda a sé la convinzione ideologica\, si costruiscono una scarnificata struttura interiore di sopravvivenza e di lettura dell’esistente (strepitoso il padre Vidal del come sempre immenso Alfredo Castro). Non esiste elevazione spirituale\, tutto in Il Club è luridamente terreno\, dal rumore che fa il sangue spazzato via a fatica dagli sporchi gradini passando per le litanie religiose pronunciate in sincrono come una recita punitiva fino alla carne espiatoria finale\, dove ancora una volta è il corpo dei deboli (del prossimo nostro minore\, reietto\, sacrificabile) a pagare per ristabilire la vile normalità. \nDavanti a tutto questo\, allo squarcio sulla piaga endemica dell’orrore\, ecco che il volenteroso indagatore della ‘Nuova Chiesa’\, posto di fronte a intorcigliamenti etici e fratture morali\, preferisce aspettare\, ascoltare in silenzio\, assistere alla propagazione dell’orrore per far rientrare nei ranghi silenziati l’istituzione a cui si è ormai assuefatti. E provvede a detergere le ferite e impartire una pena di contrappasso che annega i residui umani in un tragicomico\, malato\, sterile ribaltamento. Inizio pena mai\, fine pena mai; e senza che anima alcuna se ne accorga. \nVincitore del Gran Premio della Giuria al Festival di Berlino 2015. \nFiaba Di Martino (www.bestmovie.it)
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SUMMARY:Accattone (di P. P. Pasolini) - INGRESSO GRATUITO
DESCRIPTION:Accattone \ndi Pier Paolo Pasolini \nCon Franco Citti\, Franca Pasut\, Silvana Corsini\, Paola Guidi. Soggetto e sceneggiatura Pasolini (con la collaborazione ai dialoghi di Sergio Citti). Fotografia Tonino Delli Colli. Scenografia Flavio Mogherini. \nDrammatico\, 116 min. – Italia 1961. \nRoma\, lo chiamano Accattone perché campa di espedienti. Ha una moglie (con un figlioletto) che non vuole più vederselo intorno. Vive alle spalle di Maddalena\, una prostituta che prima era legata a un lestofante napoletano finito in galera. \nNel 1961 Pasolini affronta l’esperienza cinematografica\, che si rivelerà fondamentale per lo sviluppo della sua poetica\, grazie al coraggio del produttore indipendente Alfredo Bini […]. Alle azioni e alla psicologia di Accattone Pasolini applica un linguaggio visivo elementare che Dell Colli\, collaboratore prezioso\, traduce in un bianco e nero grezzo\, calcinato e senza fronzoli. L’impasto di protervia\, religione pagana\, fragilità e ignoranza offre al protagonista e a quelli che lo circondano il mezzo espressivo idoneo alla rappresentazione di una metaforica via crucis. Il cinema\, per Pasolini\, si rivela un veicolo comunicativo assai più potente della narrativa letteraria\, il modello di Ingrid Bergman aiutando \nFernaldo Di Giammatteo e Cristina Bragaglia (Dizionario dei capolavori del cinema) \nPasolini nel girare Accattone\, metteva le mani in una ferita aperta nella pseudo coscienza borghese\, quella dell’esistenza di due Italie\, una ufficiale\, l’Italia da esportazione\, onesta\, né povera\, né ricca ma allegra e sincera\, quella oleografica dell’antica nobiltà e dei mangiatori di maccheroni\, e un’Italia miserrima\, in cui tutto\, dalla lingua ai codici morali\, era fermo ad un passato mai risolto di carognesca vitalità senza scampo\, in cui neppure un debole riflesso della prima poteva filtrare attraverso il duro codice pre-borghese della sopravvivenza\, della vita alla giornata. \nSerafino Murri (Pier Paolo Pasolini)
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SUMMARY:Revenant - Redivivo (di A. G. Iñárritu)
DESCRIPTION:Revenant – Redivivo \ndi Alejandro González Iñárritu \nCon Leonardo Di Caprio\, Tom Hardy\, Will Poulter\, Domhnall Gleeson\, Brad Carter. \nAvventura\, 156 min. – USA 2015. Miglior regia\, miglior attore protagonista\, miglior fotografia Oscar 2016. \nAgli inizi del XIX secolo\, Hugh Glass (Leonardo DiCaprio)\, un cacciatore di pellicce\, viene attaccato da un orso durante una battuta di caccia. I suoi compagni lo abbandonano al suo destino\, convinti che non possa sopravvivere. Salvatosi dall’incidente\, Hugh elaborerà un piano di vendetta nei confronti di coloro che lo hanno tradito. \n“Questa è la storia vera di Hugh Glass. Di come è stato abbandonato da compagni che credeva amici e invece erano traditori. Di come è sfuggito alla morte quando tutti lo pensavano spacciato. Di come è sopravvissuto a un’odissea di tremila miglia nell’immensità ostile della Frontiera americana. Questa è una storia di salvezza e avventura\, di ferocia e redenzione. Questa è la storia di una vendetta”. \nQuesto è Revenant di Michael Burke (edito da Einaudi)\, libro da cui il regista premio Oscar Alejandro G. Iñárritu è partito per realizzare il suo nuovo film. Coadiuvato ancora una volta (dopo Birdman) dallo straordinario apporto di Emmanuel Lubezki\, direttore della fotografia chiamato nuovamente a superare se stesso (oltre ai consueti movimenti di macchina\, qui a lasciare senza fiato è l’utilizzo delle luci naturali)\, il regista messicano sembra volersi mettere sulle tracce del cinema che rese celebre Terrence Malick (prima dei suggestivi\, seppur deliranti Tree of Life e To the Wonder): ambientato nella zona intorno al bacino del Missouri\, negli anni 20 dell’800\, il film è stato girato in diverse\, inospitali location (dal Kananaskis Country canadese\, con temperature di -30°\, fino alla Tierra del Fuego argentina) e segue l’odissea del leggendario esploratore Hugh Glass (Di Caprio\, al quale neanche auguriamo più di vincere un Oscar sperando che magari sia la volta buona…). Attaccato da un grizzly e moribondo\, viene abbandonato dai compagni\, in fin di vita e ferito oltre ogni limite\, nel profondo\, dall’uccisione del proprio amato figlio. Per il quale è pronto a sfidare la morte e mettersi sulle tracce del suo aguzzino (Tom Hardy\, all’ennesima grande prova). \nWestern d’altri tempi\, survival e revenge movie s’intrecciano: Revenant fonde l’epica del cinema maestoso con l’estetica della violenza e della sofferenza\, non ci risparmia nulla (l’attacco dell’orso è spaventoso\, per non parlare dello sbudellamento di un cavallo morto\, da utilizzare come involucro per trascorrere la notte durante una tormenta di neve…) e in più di un’occasione antepone la forza della natura alla debolezza dell’uomo\, senza però abbandonarlo mai. \nValerio Sammarco (www.cinematografo.it)
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SUMMARY:The Nice Guys (di S. Black)
DESCRIPTION:The nice guys \ndi Shane Black \nCon Russell Crowe\, Ryan Gosling\, Angourie Rice\, Matt Bomer\, Margaret Qualley. \nCommedia\, 93 min. – USA 2016. \nNella Los Angeles degli anni 70\, libertina\, stravagante e decisamente trendy\, un investigatore privato\, Holland March\, e un detective senza scrupoli\, Jackson Healy\, si alleano per risolvere il caso di una ragazza scomparsa e la morte di una porno star che apparentemente non sembrerebbero correlate: scopriranno che un semplice omicidio nasconde il caso del secolo. \nIl buddy movie è una ragione di vita professionale per Shane Black\, uno dei maggiori sceneggiatori del genere\, vedi Arma letale. Dopo il suo esordio alla regia nel 2009 con il convincente Kiss Kiss Bang Bang con la coppia Robert Downey Jr e Val Kilmer\, si affida in The Nice Guys a un nuovo duetto improbabile il compito di girare in tondo per le colline di Los Angeles. I due sono Jackson Healy (Russell Crowe)\, picchiatore su commissione\, e il goffo detective privato Holland March (Ryan Gosling)\, che dopo essersele date per un po’ si trovano alleati in due casi: alla ricerca di Amelia\, una ragazza scomparsa che aveva coinvolto entrambi\, e della verità sulla morte di una nota attrice porno. Due casi che non sembrano avere niente a che fare\, ma risulteranno legati strettamente uno con l’altro\, sullo sfondo del cinema porno indipendente – con tanto di trama e impegno sociale – e con un mandante ad alti livelli politici che affida a perfidi killer la soluzione della questione\, con le buone o con le cattive. \nIl film funziona perché funziona la coppia di protagonisti\, che mettono a frutto dialoghi frizzanti grazie a un’alchimia non scontata. Il bruto e il sofisticato\, il piazzato e lo smilzo\, in realtà ugualmente mezzi idioti con cinismo\, Gosling e Crowe si danno continui assist in un film pieno di scazzottate vecchio stile\, cadute da ogni altezza\, gag fisiche alla Peter Sellers. Una formula che si ripete all’estremo\, continuando a mescolare pistolettate e risse\, coinvolgendo più o meno sempre gli stessi personaggi in varie location. Fortuna che in loro soccorso arriva la mente\, la tredicenne figlia del personaggio di Gosling. Parlando di femme fatale\, Kim Basinger ritrova Crowe in una cornice simile\, ma vent’anni dopo e virata al parodistico\, rispetto al loro precedente L.A. Confidential\, tratto da Ellroy. \nLa trama è semplice grimaldello con cui aprire la scatola dei ricordi e proiettarsi alla riscoperta degli archetipi e delle atmosfere del cinema action anni ’70\, quello di Arthur Penn o di Schrader\, ibridandolo con gli insegnamenti della letteratura hard boiled\, quella dell’angeleno Philip Marlowe. Criminali perfidi fra il noir e il cinema di blaxploitation\, dark lady senza scupoli\, The Nice Guys ci porta in una Los Angeles del 1977 non troppo lontana da quella attuale\, in cui le macchine esplodono al primo contatto\, i corpi dei protagonisti vengono devastati in ogni modo\, ma nessuno muore – o almeno “nessuno soffre troppo” – e le musiche sono un’appassionante giro di jukebox fra il soul e la nascente disco.  \n Mauro Donzelli (www.comingsoon.it)
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SUMMARY:L'Abbiamo Fatta Grossa (di C. Verdone)
DESCRIPTION:L’abbiamo fatta grossa \ndi Carlo Verdone \nCon Carlo Verdone\, Antonio Albanese\, Anna Kasyan\, Francesca Fiume\, Clotilde Sabatino. \nCommedia\, 112 min. – Italia 2016. \nYuri Pelagatti è un attore di teatro che\, traumatizzato dalla separazione\, non riesce più a ricordare le battute. Arturo Merlino è un investigatore squattrinato che vive a casa della vecchia zia vedova. Yuri vuole le prove dell’infedeltà della ex moglie ed assume Arturo\, che però non ne fa una giusta! Per errore entrano in possesso di una misteriosa valigetta che contiene: 1 milione di euro! Una serie di guai e di rocambolesche avventure\, fino a un finale imprevedibile. \nUn cinema che nasce dall’osservazione comica della realtà e dalla costruzione puntuale\, ironica e affettuosa di “caratteri” non può mai rimanere uguale a sé stesso. […] Per questo\, da trentasette anni\, Carlo Verdone si premura di cambiare scenario\, inventando personaggi attanagliati da angosce sempre diverse\, perseguitati da rompiscatole sempre diversi\, afflitti da viziacci sempre diversi. \nOra\, è una verità universalmente riconosciuta che\, rispetto al 1979\, la nostra società sia meno interessante\, più squallida e anche più cattiva\, e quindi è logico che il regista romano abbia abbandonato da tempo i grandiosi Enzo\, Ruggero\, Mimmo\, eccetera di Bianco\, rosso e Verdone e Un sacco bello\, assestandosi su uomini più normali spesso accomunati da quell’ipocondria e malinconia di fondo che così inconfondibilmente gli appartengono. […] \nL’abbiamo fatta grossa è un film nuovo\, di rottura\, un’opera che si prende per esempio il rischio di abbandonare camere e cucine per inoltrarsi fra le strade di una Roma poco frequentata dal cinema\, città pasoliniana e nello stesso tempo un po’ francese e un po’ alla Woody Allen che la fotografia di Arnaldo Catinari magnificamente esalta. \nLaddove però il nostro Carletto nazionale osa di più\, è nella scelta di avere come coprotagonista del suo venticinquesimo film il Cetto La Qualunque del piccolo e grande schermo. […] \nDopotutto è di uno dei miti del cinema comico italiano che si parla\, e siamo sicuri che\, senza andare in terapia\, i nuovi fidanzati un po’ stempiati della squadra Filmauro troveranno in futuro un’intesa fantastica. Questa\, almeno\, è la speranza che coltiviamo.  \nCarola Proto (www.comingsoon.it)
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SUMMARY:The Wolfpack (di C. Moselle)
DESCRIPTION:The Wolfpack \ndi Crystal Moselle \nCon Bhagavan Angulo\, Govinda Angulo\, Jagadisa Angulo\, Krsna Angulo\, Mukunda Angulo. \nDocumentario\, 80 min. – USA 2015. Premio speciale della giuria al Sundance Film Festival 2015. \nSei fratelli rinchiusi in casa dal padre. Protetti da un mondo che può soltanto fargli male.\nCon il cinema come unica finestra sul mondo. \nFigli di un peruviano affascinato dalla cultura Hare Krishna e di una ex hippie originaria del Michigan\, gli Angulo sono sei fratelli nati tutti nel corso degli anni ’90 e vissuti\, fino al 2010\, reclusi con la sorella mentalmente disagiata nell’appartamento di famiglia a Manhattan. Senza uscire mai d’inverno e facendolo molto di rado\, e rigorosamente sotto scorta\, d’estate\, hanno imparato a conoscere il mondo\, oltre che guardandolo dalla finestra\, studiando alla tv i grandi classici ed i cult di genere di cui il padre comprava dvd a iosa. Spaventato dal disagio e dalla violenza visti in giro per le strade\, il genitore aveva proibito loro di uscire da soli\, preferendo altresì all’istruzione scolastica – che li avrebbe ‘contaminati’ – gli insegnamenti casalinghi della madre\, succube educatrice\, da integrare con la trasmissione delle proprie passioni: religione\, musica e cinema. \nIl primo incontro tra la giovane regista Crystal Moselle e i sei fratelli Angulo coincide con la loro prima uscita di gruppo\, quando prendono a scorrazzare per le strade di Manhattan vestiti come i protagonisti di Reservoir Dogs di Tarantino\, con tanto di pistole di cartone. A quell’incontro\, casuale\, seguono cinque anni di riprese utili a documentare i loro primi approcci con il mondo esterno\, a seguire il loro graduale percorso di emancipazione\, a testimoniare la loro avidità di conoscenza\, la loro curiosità ed il loro entusiasmo\, il loro bisogno di mettersi in gioco\, di costruire\, di vivere. E tra le pieghe di una regia tanto leggera da apparire invisibile\, emerge con forza il legame empatico che ha permesso da subito a Moselle di mettersi totalmente al servizio di una storia assurda e sorprendente astenendosi dall’emettere giudizi lapidari\, anzi cercando di cogliere il lato umano (ed in quanto tale fallibile) di ogni gesto\, e puntando ad una salomonica comprensione laddove risulta ostica la condivisione. \nPazuzu (www.filmtv.it)
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SUMMARY:Io e Lei (di M. S. Tognazzi)
DESCRIPTION:La regista Maria Sole Tognazzi incontra il pubblico \nIo e lei \ndi Maria Sole Tognazzi \nCon Sabrina Ferilli\, Margherita Buy\, Domenico Diele\, Ennio Fantastichini\, Alessia Barela\, Massimiliano Gallo\, Antonio Zavatteri\, Roberta Fiorentini. \nCommedia\, 97 min. – Italia 2015. \nMarina e Federica sono una coppia che convive da 5 anni. Marina è un’ex attrice e un’imprenditrice di successo che ha sempre saputo di essere lesbica\, Federica è architetto\, ha un figlio ormai adulto e dopo il divorzio si è innamorata di Marina. Ma non si considera lesbica e non gradisce che la sua convivenza diventi di dominio pubblico. Quando Federica si imbatte in una figura del proprio passato il rapporto fra le due si incrina e vengono alla luce tutte le loro fragilità. \nMaria Sole Tognazzi si cimenta ancora una volta con quelle figure femminili che popolano la realtà italiana contemporanea ma sembrano essere bandite dal nostro cinema: donne complesse\, contraddittorie\, non riducibili a un ruolo tradizionale ma in cerca di una propria identità da inventarsi ogni giorno\, scevra da compromessi e aspettative. Anche Io e lei è privo di moralismi e prese di posizione aprioristiche e sceglie di raccontare una storia d’amore che solo incidentalmente ha luogo fra persone appartenenti allo stesso sesso\, riproponendo dinamiche di coppia universalmente riconoscibili. L’irrequietezza di Federica\, donna adulta assai meno risolta di Marina\, è un modo di non accettare fino in fondo la propria natura profondamente anticonvenzionale\, che va ben al di là delle scelte sessuali. Per contro Marina rinuncia\, per amore\, a pretendere da Federica quella coerenza che a lei è costata non poca fatica. \n[…] Io e lei racconta la quotidianità di una coppia omosessuale senza cedere agli stereotipi\, esplorando la complessità degli equilibri fra persone che si amano ma che non per questo rinunciano alla propria unicità. La sceneggiatura è raffinata e credibile\, si declina su dimensioni socioculturali diverse e mantiene un tono divertito anche nei momenti dolorosi\, un sotto testo dolente anche nei momenti comici. \nIl cast corale funziona in modo magistrale e Margherita Buy mette a frutto la sua intrinseca vaghezza per rappresentare i dubbi esistenziali di Federica. Ma Io e lei appartiene a Sabrina Ferilli\, irresistibile nei panni di Marina\, una donna completa che non rinuncia alle proprie radici ma che ha voluto diventare la donna che sapeva da sempre di essere. […] La sua Marina è\, semplicemente\, una persona reale\, piena di tenerezza e ironia\, di passione e curiosità\, e non permette a nessuno di dirle chi è\, o chi deve amare. \nPaola Casella (www.mymovies.it)
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SUMMARY:Hitchcock/Truffaut (di K. Jones)
DESCRIPTION:Hitchcock/Truffaut \ndi Kent Jones \nCon Martin Scorsese\, Wes Anderson\, David Fincher\, Alfred Hitchcock\, Richard Linklater. \nDocumentario\, 79 min. – USA 2015. \n1962. François Truffaut e Alfred Hitchcock si siedono l’uno di fronte all’altro per un’intervista che durerà un’intera settimana durante la quale il grande registra inglese condividerà i segreti del suo cinema con il giovane ammiratore francese. Da quei giorni nascerà un’amicizia ventennale ed anche un libro definito da Truffaut “Hitchbook” La Bibbia del Cinema\, un’opera che destò scandalo perché lo stesso concetto di “cinema” venne totalmente sconvolto. \nIl film è la storia di un critico che divenne regista (Truffaut) e di un maestro del cinema all’apice della sua fama (Hitchcock). Ed è anche la storia di un appassionato dialogo e di un profondo confronto tra due idee molto diverse\, quasi opposte\, di cinema sia come arte che come industria. François Truffaut\, nel 1962 nelle vesti di critico cinematografico perché come regista era ancora agli inizi\, intervistò Hitchcock su ogni film della sua carriera con l’intenzione di mostrare ai critici americani che avevano sbagliato a sottovalutare i film di Hitchcock considerando i suoi lavori solo film di intrattenimento. Così Truffaut riuscì a far sì che Hitchcock venisse riconosciuto come un vero maestro della pellicola. \nLilly Leone (www.cubemagazine.it)
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SUMMARY:Guardie e Ladri (di Stenio e M. Monicelli) - INGRESSO GRATUITO
DESCRIPTION:Alessandro Boschi (Hollywood Party – radio 3) presenta il film \nGuardie e ladri \ndi Steno e Mario Monicelli \nCon Totò\, Pina Piovani\, Aldo Fabrizi e Ave Nichi. Soggetto Piero Tellini. Sceneggiatura Steno\, Monicelli\, Vitaliano Brancati\, Fabrizi\, Ennio Flaiano\, Ruggero Maccari. Fotografia Mario Bava. \nCommedia\, 105 min. – Italia 1951. Premio per la miglior sceneggiatura al Festival di Cannes 1952. \nLadro per necessità viene riconosciuto da una delle sue vittime\, ma riesce a sfuggire alla cattura. Il carabiniere che se lo è lasciato scappare viene minacciato di espulsione dall’Arma se non lo arresterà entro tre mesi. \nQuello tra Totò e Fabrizi per Guardie e ladri fu un rapporto stupendo. Si trattavano con grande civiltà\, con molto rispetto reciproco\, anzi\, fu proprio allora che capii come una delle grosse furbizie di un regista fosse quella di mettere assieme due grandissimi attori perché in quel caso ognuno dei grandissimi attori tende a dimostrare all’altro che è privo di meschinità e trabocca di fair play\, con la conclusione che il tutto sfocia in una lavorazione liscia come l’olio\, paradisiaca \nMario Monicelli \nIl soggetto era di Tellini\, su un’idea di Fellini. L’idea di farlo con Totò e Fabrizi fu di Ponti. Tra i due comici non ci furono scontri particolari\, benché il carattere di Fabrizi fosse tutt’altro che facile. Forse perché nella vita erano molto amici e anzi\, la sera uscivano insieme per andare al night. Spesso Fabrizi tentava di mettere bocca\, Totò comunque non ci dava peso. Erano duetti di due leoni. Ogni tanto\, quando uno dei due si sentiva sopraffatto dall’altro\, cavava fuori le sue astuzie di grande attore. Così Totò fregava Fabrizi con una battuta imprevista e Fabrizi fregava Totò mettendosi a ridere e interrompendogli la scena. \nSteno (L’avventurosa storia del cinema italiano)
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SUMMARY:Non Essere Cattivo (di C. Caligari)
DESCRIPTION:Non essere cattivo \ndi Claudio Caligari \nCon Luca Marinelli\, Alessandro Borghi\, Silvia D’Amico\, Roberta Mattei\, Alessandro Bernardini. \nDrammatico\, 100 min. – Italia 2015. \nOstia\, 1995. Vittorio e Cesare sono amici da sempre\, praticamente fratelli. Cresciuti in un quartiere degradato campano di espedienti\, si drogano\, bevono e si azzuffano con altri sbandati come loro. A casa Cesare ha una madre precocemente invecchiata che accudisce una nipotina malata. Vittorio invece sembra non avere nessuno al mondo\, e quando incontra Linda vede in lei una possibilità di costruire una vita normale. \nCon Non essere cattivo\, l’opera omnia di Caligari consta di tre film in tre decenni e mezzo\, e anche questo dà un’idea di cosa sia “il mondo del cinema”\, in particolare romano. Con l’ultimo\, prodotto grazie all’amicale devozione di Valerio Mastandrea\, Caligari ha come depurato la sua materia\, raggiungendo una misura artistica e umana alta e intimamente commossa\, oserei dire religiosa proprio nel senso della morale cristiana primaria dettata da una straziata pietà per i personaggi che mostra. Si parla di spacciatori di droga periferici\, che sono anche drogati\, e delle loro donne\, dei loro figli\, del loro habitat\, in una Ostia (già raccontata in Amore tossico: è evidente che il registra la conosce bene e sa di cosa parla) che è tanto assolata quanto squallida e provvisoria come tante periferie del mondo. L’ambiente e i personaggi sono pasoliniani (Accattone è il riferimento essenziale)\, però dimensionati in un oggi che è un eterno oggi\, dove le storie si ripetono di padri in figli e di generazione in generazione\, con le stesse ricorrenze. Una società nemica; un potere generalmente distante e dimentico salvo che per una polizia che reprime senza che niente cambi; un ambiente dove il lavoro è poco e non offre garanzie di sorta; donne supine che quando sono sveglie vengono presto ricondotte al loro essere secondarie anche nella marginalità\, anche nella sofferta solidarietà con i loro uomini; bambini vittime o destinati a ripetere le gesta degli adulti. […] La differenza con tanti film e libri che hanno cercato di raccontare questo purgatorio senza uscita è che Caligari lo conosce bene e ama i suoi personaggi\, anche i più trucidi\, perché sa vedere oltre e dentro. Perché sa\, mentre quasi sempre gli scrittori e i registi non sanno\, cioè vedono con gli occhi di chi sta fuori e non pensano neanche lontanamente a farsi carico di quei dilemmi\, di quella condanna. Non capiscono e non possono capire\, ma sono loro a costituire le schiere della “cultura” e i complici o difensori di fatto di quest’ordine delle cose\, quali che siano le loro opzioni ideologiche. \nGoffredo Fofi (www.internazionale.it)
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SUMMARY:Il Ponte delle Spie (di S. Spielberg)
DESCRIPTION:Il ponte delle spie \ndi Steven Spielberg \nCon Tom Hanks\, Mark Rylance\, Amy Ryan\, Sebastian Koch\, Alan Alda\, Billy Magnussen\, Eve Hewson\, Austin Stowell\, Domenick Lombardozzi\, Michael Gaston\, Stephen Kunken\, Peter McRobbie\, Marko Caka\, Joshua Harto\, Burghart Klaußner. \nThriller\, 140 min – USA 2015. Miglior attore non protagonista Oscar 2016. \nIn piena guerra fredda l’FBI cattura la spia sovietica Rudolf Abel\, scatenando un’escalation di paura e paranoia. L’agente sovietico rifiuta di collaborare e viene rinchiuso in un carcere federale in attesa del processo. Come avvocato gli sarà affidato James Donovan\, legale assicurativo con poca esperienza in casi così importanti\, ma abilissimo come negoziatore. I due instaureranno un rapporto di stima reciproca e Donovan si batterà contro tutti per i suoi diritti.  \n[…] Il Ponte delle Spie è un grande film\, scritto con asciutta efficacia da Matt Charman e dai fratelli Coen che abbandonano i loro tipici vezzi e guizzi per mettersi al servizio della storia (vera)\, interpretato da attori perfetti su cui svettano Hanks\, incarnazione di quell’America home of the braves che negli anni ’50 aveva trovato i suoi eroi in James Stewart e Jack Lemmon\, ed un grandissimo Mark Rylance\, attore teatrale il cui attonito aplomb offre della spia russa un inedito ritratto\, umano e quasi “tenero”. Steven Spielberg realizza una spy-story in cui la parola vince sull’azione\, non a caso il protagonista è un avvocato\, negazione anche fisica dell’uomo d’azione\, un uomo di mezza età che si ritrova catapultato in un mondo pericoloso ed incomprensibile\, e però riesce a interpretarlo per mezzo del dialogo e di una notevole dose di perizia tattico/politica. E che meraviglia riscoprire lo spionaggio analogico\, fatto di microbiglietti (come a scuola) e telefoni a disco\, pedinamenti a piedi (non coi satelliti) e dialoghi ambigui. Spielberg è ormai entrato nel novero dei registi “classici” (qualunque cosa voglia dire)\, il cui stile è al contempo personalissimo\, e dunque sempre riconoscibile\, ed universale\, e dunque sempre comprensibile\, con una chiarezza di intenti ed una pulizia narrativa che esaltano la forza morale dell’opera\, la riflessione sulla fragilità della democrazia minacciata da tentazioni forcaiole (ricorda niente?)\, la forza della ragione contrapposta all’isteria paranoide. Ma Il Ponte delle Spie non è soltanto una grande opera civile: è pure un efficace thriller spionistico\, che tiene incollati alla poltrona per due ore e venti emozionando e divertendo\, senza mai ammiccare ai cliché di genere\, senza cercare l’effetto o la facile sorpresa\, ma con la sola forza del racconto\, qui ai suoi massimi livelli\, dalla nitida fotografia del grande Kaminski alle sottolineature sinfoniche del sempiterno Williams. \nGiovanni Romani (www.cultframe.com)
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SUMMARY:Dio Esiste e Vive a Bruxelles (di J. Van Dormael)
DESCRIPTION:Dio esiste e vive a Bruxelles \ndi Jaco Van Dormael \nCon Pili Groyne\, Benoît Poelvoorde\, Catherine Deneuve\, François Damiens\, Yolande Moreau. \nCommedia\, 113 min. – Lussemburgo\, Francia\, Belgio 2015. \nDio esiste. È una persona in carne e ossa come tante e vive a Bruxelles\, ma non è un uomo come ci si aspetta. Con la sua famiglia è codardo e odioso. Ha una figlia un po’ ribelle che un giorno\, stanca di stare chiusa nel loro piccolo appartamento\, decide e di vendicarsi manomettendo il computer del padre. Con il suo gesto rivela a tutte le persone la propria data di morte\, provocando un caos totale. \nÈ un film stupefacente\, pieno di trovate e di gag\, con un tema altissimo e un sottotesto profondo e dolente\, insomma è quasi un capolavoro\, e usiamo il ‘quasi’ solo per prudenza. Immaginate una versione meno snob di Il favoloso mondo di Amélie arricchita dall’umorismo cosmico dei fratelli Coen\, con il copione riveduto da Charlie Kaufman\, lo sceneggiatore di Se mi lasci ti cancello e di altri film che mixano stili e piani narrativi in totale libertà. […] Dio esiste e vive a Bruxelles dura 113 minuti e contiene come minimo 113 idee folgoranti: non c’è una sequenza nella quale Van Dormael e il suo sceneggiatore Thomas Gunzig non si inventino qualcosa\, dal pento di vista visivo e da quello narrativo. […] Il film di Van Dormael\, nella sua apparenza spensierata e a tratti fragorosamente spassosa\, descrive un universo parallelo nel quale gli apostoli diventano 18 e le regole vengono rovesciate nell’opposto di se stesse. Vedendolo vi divertirete\, ma poi vi ritroverete alle prese con mille domande dalle risposte assai difficili. \nAlberto Crespi (L’Unità)
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SUMMARY:La Macchinazione (di D. Grieco)
DESCRIPTION:La macchinazione \nClaudio Ossani intervista il regista David Grieco \ndi David Grieco \nCon Massimo Ranieri\, Libero de Rienzo\, Roberto Citran\, Milena Vukotic\, Matteo Taranto\, François-Xavier Demaison\, Alessandro Sardelli\, Tony Laudadio\, Paolo Bonacelli\, Catrinel Marlon. \nNoir\, 100 min. – Italia 2016. \nEstate 1975. Pier Paolo Pasolini sta montando quello che sarà il suo ultimo film Salò o le 120 giornate di Sodoma. Da alcuni mesi ha avviato una relazione con Pino Pelosi\, un giovane borgataro romano che ha rapporti con la criminalità cittadina. Una notte degli amici di Pelosi rubano il negativo del film e chiedono inizialmente una cifra molto consistente per restituirlo. Si tratta però di un tentativo per attirare lo scrittore in una trappola mortale.  \nDavid Grieco riapre le discussioni e\, soprattutto\, le riflessioni sulla morte di Pier Paolo Pasolini. Era necessaria una buona dose di coraggio e di determinazione per affrontare nuovamente un tema che le inchieste a carattere documentaristico e il cinema di finzione hanno già ampiamente trattato. Ma Grieco ha dalla sua due forti motivazioni la prima (e decisamente più importante) quella di essere stato vicino allo scrittore sia come attore che come assistente e soprattutto amico. La seconda quella di aver rifiutato la proposta di collaborare alla sceneggiatura del Pasolini di Abel Ferrara quando ha capito che il regista puntava più al versante sessuale degli ultimi giorni di vita dello scrittore che non alla ricerca della verità sulla sua morte. Questo è invece ciò che interessa al regista che\, grazie alla collaborazione con il professor Guido Bulla che nel film ha anche il ruolo di segretario di una sezione del MSI\, ha scritto una sceneggiatura rigorosa così come rigoroso è il film che ne è conseguito. \nIl cinema italiano sembrava aver progressivamente perso\, nel corso dei decenni\, l’interesse a proporre ricostruzioni di fatti importanti come questo prestando attenzione al contempo alla contestualizzazione filologicamente accurata e a uno stile ben riconoscibile. Pareva quasi che in materia (fatte le dovute eccezioni) dovesse essere la televisione\, con il linguaggio che le è proprio\, ad occuparsene. Grieco ha una tesi e la espone in modo consequenziale: Pasolini dava fastidio a quelli che all’epoca ancora non venivano definiti come ‘poteri forti’ ma che di fatto lo erano. […] Questa rimessa in discussione del ‘caso’ non avrebbe però avuto la forza che invece gli va riconosciuta se davanti alla macchina da presa non ci fosse stato un Massimo Ranieri al top dell’immedesimazione\, sia fisica che caratteriale\, con il personaggio. Ranieri è capace di far scomparire l’attore nello scrittore e nell’uomo Pasolini tanto da far ricordare\, sul piano della prestazione\, il Gian Maria Volonté de Il caso Moro. \nGian Carlo Zappoli (www.mymovies.it)
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SUMMARY:Perfetti Sconosciuti (di P. Genovese)
DESCRIPTION:Perfetti Sconosciuti \ndi Paolo Genovese \nCon Giuseppe Battiston\, Anna Foglietta\, Marco Giallini\, Edoardo Leo\, Valerio Mastandrea\, Alba Rohrwacher\, Kasia Smutniak. \nCommedia\, 97 min. – Italia 2016. Miglior film e migliore sceneggiatura al David di Donatello 2016. \nQuante coppie si sfascerebbero se uno dei due guardasse nel cellulare dell’altro? È questa la premessa narrativa dietro la storia di un gruppo di amici di lunga data che si incontrano per una cena destinata a trasformarsi in un gioco al massacro… \n[…] Per una volta il numero degli sceneggiatori (cinque in questo caso\, fra cui lo stesso Genovese\, senza contare l’intervento importante degli attori che si sono cuciti addosso i rispettivi dialoghi) non denota caos e debolezza strutturale\, ma sforzo corale per raccontare una storia che è intrinsecamente fatta di frammenti (verrebbe da dire di bit\, byte e pixel)\, corsa ad aggiungere esempi sempre più calzanti tratti dal reale. […] \nIl tono è adeguato alla narrazione: non melodrammatico (alla L’ultimo bacio)\, non romanticamente nostalgico (alla Il nome del figlio)\, non farsesco\, non cinico\, ma comico al punto giusto\, con sfumature sarcastiche e iniezioni di dolore. Questa “cena delle beffe” attinge a molto cinema francese e americano\, ma la declinazione dei rapporti fra i commensali è italiana\, con continui riferimenti a un presente in cui il lavoro è precario\, i legami fragili e i sogni impossibili. La scrittura è crudele\, precisa\, disincantata\, e ha il coraggio di lasciare appese alcune linee narrative\, senza la compulsione televisiva a chiudere ogni scena. C’è anche una coda alla Sliding Doors che mostra come il “gioco” (prima che diventi al massacro) sia gestibile solo con l’ipocrisia e l’accettazione di certe regole non scritte: ed è questa la strada che più spesso scelgono gli esseri “frangibili”. \nQuello che ancora manca\, a ben guardare\, è quella profondità abissale\, quella vertigine di consapevolezza regalata agli spettatori senza preavviso dal miglior cinema italiano\, su tutti quello di Ettore Scola (non a caso anche qui c’è una terrazza). Ma questa non è colpa degli sceneggiatori o del regista\, è segno dei tempi\, giacché la “frangibilità” delle identità e dei rapporti consente al massimo la rivelazione di qualche doppiofondo\, non quella sospensione sull’orlo dell’abisso che\, come canta il bardo della nostra epoca inconsistente\, “non è paura di cadere ma voglia di volare”. \nPaola Casella (www.mymovies.it)
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SUMMARY:Sole Alto (di D. Matanic)
DESCRIPTION:Sole Alto \nL’attrice protagonista\, Tihana Lazovic\, sarà presente in Arena per incontrare il pubblico \ndi Dalibor Matanic \nCon Tihana Lazovic\, Goran Markovic\, Mira Banjac\, Nives Ivankovic\, Dado Cosic\, Trpimir Jurkic\, Slavko Sobin\, Lukrecija Tudor\, Stipe Radoja. \nDrammatico\, 123 min – Corazia / Serbia / Slovenia 2015. Premio della giuria Un Certain Regard al Festival di Cannes 2015. \nIl racconto dell’amore fra un ragazzo croato e una ragazza serba. Un amore che il regista moltiplica per tre volte nell’arco di tre decenni consecutivi: stessi attori\, ma coppie diverse\, dentro il cuore avvelenato di due villaggi balcanici. Il 1991 e l’ombra scura della guerra. Il 2001 e le cicatrici che devastano l’anima. Il 2011 e la possibile\, impervia\, rinascita. Un inno alla vita che ha trafitto i giurati di Cannes. \nPossono di più le divisioni create ad arte dagli uomini o i legami genuini che s’instaurano tra le persone? È la domanda elementare che sembra percorrere dall’inizio alla fine il croato Sole alto\, film che lo scorso anno si aggiudicò il Premio della Giuria di Un Certain Regard. \nIl lavoro di Dalibor Matanić (suo il cortometraggio pluripremiato Party) è diviso in tre atti\, corrispondenti a tre decenni distinti nella storia di un villaggio dei Balcani (1991\, 2001\, 2011). In scena\, con variazioni minime\, una relazione proibita tra una ragazza serba e un giovane croato. I nomi dei personaggi cambiano\, ma gli attori che li interpretano sono sempre gli stessi (gli ottimi Goran Marković e Tihana Lazović) a suggerire probabilmente la ciclicità e l’universalità della vicenda raccontata. La guerra rimane fuoricampo. Nel 1991 non era ancora esplosa\, nel 2001 era già finita. Il clima di conflittualità però era già presente prima e si sarebbe avvertito anche dopo. A Dalibor Matanić non interessa fare memoria\, scavare nelle divisioni etniche di ieri e di oggi. Vuole semmai sentirne l’aria\, isolare le pulsioni\, trasformare l’inquadratura in un campo magnetico di forze in lotta: un cinema\, il suo\, mosso da un violento impulso sensoriale\, una tensione erotica che né le forme della cultura né i retaggi della Storia – e qui sta l’ottimismo – sanno contenere. \nUna visione metastorica\, fisicista\, consegnata a uno scenario (un villaggio di confine) indefinito\, sospeso nel tempo e immerso in una luce calda\, estiva\, foriera di epifanie. Perfetta la chimica tra i due attori protagonisti: il modo in cui usano i corpi\, si lanciano occhiate\, si respingono e si annusano\, ha un che di bestiale\, autentico e straordinario. Bello il contrasto con la calma piatta della campagna intorno\, il bagno d’inquietudine nella placida neutralità della natura. Il mondo per Matanić esisteva prima di ogni io\, noi\, loro. È intero sotto la grande ferita. Verità condivisibile. Non lenisce ma almeno\, diceva qualcuno\, ci renderà liberi. \nGianluca Arnone (www.cinematografo.it)
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SUMMARY:Confessione di un Commissario di Polizia al Procuratore della Repubblica (di D. Damiani) - INGRESSO GRATUITO
DESCRIPTION:Confessione di un commissario di polizia al procuratore della Repubblica \ndi Damiano Damiani \nCon Claudio Gora\, Marilù Tolo\, Martin Balsam\, Franco Nero. Soggetto Fulvio Gicca Palli e Damiani. Sceneggiatura Damiani e Salvatore Laurani. Montaggio Antonio Siciliano. Musica Riz Ortolani. \nPoliziesco\, 106 min. – Italia 1971. \nIl magistrato Traini non condivide i metodi del commissario Bonavia: questi sostiene che contro la mafia la legge non basta e bisogna affrontarla al di fuori della legalità. \nNei film di questo periodo\, Damiani dava alla sequenze un grande ritmo interno. La gente sembrava parlasse tutta a doppia velocità; oggi invece parlano tutti al ralenti\, prima prendono posizione… Per Confessione\, il mio ritmo l’ho preso su Martin Balsam: essendo americano\, aveva dei tempi eccezionali\, io li ho presi e li ho riportati su Franco Neri e sugli altri. \nSapevo che Daminani non voleva uno sfronzolo in più\, nemmeno cinque fotogrammi in coda. Quando la gente camminava\, c’era subito l’attacco della battuta. Mi diceva sempre: “Leva\, taglia”. Ho impostato il montaggio in modo talmente preciso che alla fine in due giorni abbiamo revisionato il film. Intendiamoci: il film è bello e montato bene perché è girato intenzionalmente bene. I tempi li dava Damiani\, non io. Damiani\, su certe scenegiatture\, disegnava già l’impostazione della scena\, con i punti dove voleva mettere la macchina da presa […]. Le recensioni facevano molti complimenti al montaggio\, e Damiani mi disse: “Ma ti sei comprato tutti i giornalisti?” \nAntonio Siciliano in Alberto Pezzotta\, Regia Damiano Damiani \nUn giallo sociale di buon mestiere lubrificato a dovere negli snodi drammatici e spettacolari e con in più un coraggioso appello a lottare per un miglior futuro della Sicilia è Confessione di un commissario di polizia ad un procuratore della Repubblica di Damiano Damiani\, in cui vari ricordi dell’Indagine su un cittadino di Petri e di Mani sulla città di Francesco Rosi si innestano sul tronco del cinema dedicato alla mafia che grazie a Il giorno della civetta e La moglie più bella\, ha ormai in Damiani uno dei suoi alfieri più volenterosi […]. Da gran tempo il cinema ci ha abituati a questi gialli sostanzialmente cosmopoliti\, dove i dati caratteristici del costume locale e della psicologia sono assorbiti nel meccanismo dell’intreccio e dei colpi di scena […]. \nGiovanni Grazzini (Corriere della sera del 1 aprile 1971)
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