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SUMMARY:Spectre - 007 (di S. Mendes)
DESCRIPTION:Spectre \ndi Sam Mendes  \nCon Daniel Craig\, Léa Seydoux\, Ralph Fiennes\, Ben Whishaw\, Naomie Harris. \nSpionaggio\, 148 min. – USA 2015. \nUn misterioso messaggio conduce James Bond in una missione che lo porta da Città del Messico a Roma\, dove scopre l’esistenza di una organizzazione nota come Spectre. Mentre il nuovo M\, continua a combattere le pressioni politiche che minacciano l’MI6\, Bond capisce che l’unico modo per fermare la cospirazione è proteggere Madeleine Swan\, figlia della sua vecchia nemesi\, Mr. White. Costretto ad agire in segreto\, Bond dovrà affrontare un nemico proveniente dal suo passato. \nErnst Stavro Blofeld è tornato. Il risvolto privato e familiare del suo rapporto con 007 è inaccettabile per qualunque bondiano. Rimosso questo\, e la terribile canzone dei titoli di Sam Smith\, possiamo pensare al film. Che ha elementi di grande interesse\, prima di tutto lo spessore cinematografico: ritorno alla pellicola dopo il digitale di Skyfall\, un prologo tra i più emozionanti della serie\, aperto da un pianosequenza che attraverso movimenti di macchina in verticale e orizzontale anticipa la vertigine della scena in elicottero; una sequenza in treno altrettanto ‘fisica’\, una visione di Roma cupa e notturna come quella di Suburra […]\, il giusto peso a tutti i caratteri\, senza strafare nella ‘nolanizzazione’\, seguendo il gusto originale\, a volte poco ortodosso\, dello shakespeariano Sam Mendes. Poi\, Léa Seydoux: la migliore Bond girl dai tempi di Carole Bouquet/Melina Havelock. Tornano\, con successione piacevolmente antologica\, i luoghi topici della serie: l’elicottero (Solo per i tuoi occhi)\, il treno (A 007\, dalla Russia con amore\, Vivi e lascia morire)\, la clinica alpina (Al servizio segreto di sua maestà)\, la base nel deserto meteoritico (Una cascata di diamanti)\, i motoscafi sul Tamigi (Il mondo non basta). Il resto è azione\, è James Bond: non siamo ai livelli di Casino Royale (per me il miglior 007 di Craig) ma il franchise è in ottima forma. \n Mauro Gervasini (www.filmtv.it)
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SUMMARY:La Grande Scommessa (di A. McKay)
DESCRIPTION:La grande scommessa *Premio Oscar 2016 alla migliore sceneggiatura non originale* \ndi Adam McKay  \nCon rad Pitt\, Christian Bale\, Ryan Gosling\, Steve Carell\, Marisa Tomei\, Melissa Leo\, Tracy Letts\, Hamish Linklater\, John Magaro\, Byron Mann\, Rafe Spall\, Jeremy Strong\, Finn Wittrock \nDrammatico\, 130 min. – USA 2015 \nNell’anno 2005\, il mercato immobiliare americano appariva più stabile e florido che mai. Chiunque chiedesse un mutuo\, preferibilmente a tasso variabile\, era quasi certo di ottenerlo. Per questo\, quando Michael Burry si presentò in diverse banche per scommettere sostanzialmente contro l’andamento del mercato\, nessuno gli negò la possibilità di farlo\, e anzi gli risero alle spalle. Michael Burry\, però\, aveva visto quello che il mondo non vedeva ancora… \nIl film racconta dunque la scoperta più o meno contemporanea da parte di alcuni uomini della gigantesca “bolla” cresciuta in seno al mercato immobiliare e destinata a scoppiare un paio d’anni dopo con effetti disastrosi. Com’è possibile conciliare lo spettacolo cinematografico\, e il tasso fisso d’intrattenimento che deve assicurare\, con il racconto di un crack finanziario\, dove i protagonisti hanno nomi quali CDO e AAA e la cosa si fa appassionante man mano che si complica? Beh\, The Big Short (letteralmente: “il grande scoperto”) dimostra che è possibile; scommette contro le regole date per marmoree del racconto filmico mainstream e vince. Anzi\, dati il paradosso a monte e la sorpresa a valle\, si può affermare che il film di Adam McKay stravinca\, lasciando lo spettatore piacevolmente preso in contropiede.  \nQuesto gioco al ribaltamento sulle aspettative di un pubblico ignaro e impreparato\, che funziona bene ad una prima visione\, non esaurisce però i meriti del film\, che poggia invece su un’architettura narrativa solidissima\, ispirata dal libro di Michael Lewis che sta alla base del copione\, e su un potente e stratificato ritratto dei personaggi\, dove la dimensione della star platealmente travestita e trasformata si assomma al personaggio socialmente eccentrico (ma\, in fondo\, più vero e all’opposto dello stereotipo) e ad un’avvisaglia di back-story\, tutt’altro che leggera\, nei casi di Christian Bale e Steve Carell\, che li conferma protagonisti assoluti.  \nVerboso e nevrotico\, il film di McKay è anche punteggiato di alcune riuscite trovate autoironiche\, quali la scelta di lasciare le spiegazioni più tecniche a Margot Robbie o Selena Gomez\, riprese in contesti vergognosamente deputati al lusso e al piacere\, e interpellate col loro nome\, “bucando” così la parete della mezza finzione per sconfinare comunque in un altro artificio.  \nAlla fine dei conti\, però\, l’affondo che porta il film alla vittoria\, riporta il castello di carte ad un terreno di scontro umano e comune: alla scelta personale che Baum/Carell è obbligato a compiere al termine della sua crociata e all’epilogo storico e giuridico della grande truffa delle banche. Un epilogo onesto e amaro\, in cui il tasso variabile che oscilla più spaventosamente non è quello del mutuo ma della morale. \nMarianna Cappi (www.mymovies.it)
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SUMMARY:Quel Fantastico Peggior Anno della mia Vita (di A. Gomez-Rejon)
DESCRIPTION:Quel fantastico peggior anno della mia vita \ndi Alfonso Gomez-Rejon \nCon Thomas Mann\, RJ Cyler\, Olivia Cooke\, Nick Offerman\, Jon Bernthal. \n Drammatico\, 104 min. – USA 2015. Premio speciale della giuria al Sundance Film Festival 2015. \nGreg è un ragazzo di talento ma incapace di relazionarsi con il prossimo. Preferisce sfuggire la profondità nei rapporti e crogiolarsi nella sua eterna adolescenza insieme a Earl\, il suo migliore amico\, da lui definito solo “collega”. Quando la madre di Greg lo costringe a far compagnia a Rachel\, una ragazza del suo liceo malata di leucemia\, le barriere emozionali di Greg cominciano lentamente a crollare\, lasciando spazio a un’inaspettata maturità. \n \nIl cinema di formazione è da sempre uno dei più generi più fecondi del cinema americano. In questi ultimi anni tanti piccoli o grandi epigoni di John Hughes escono dal Sundance\, poi\, con storie che alimentano l’archetipo del cinema ambientato nelle high school\, che racconta il decisivo periodo scolastico. Sarà una casualità\, o lo spirito dei tempi\, ma arriva ora Quel fantastico peggior anno della mia vita\, un altro film\, dopo Colpa delle stelle\, che inserisce la tematica della malattia\, il cancer movie\, all’interno del suddetto genere. Ma qui\, sia detto subito\, c’è una capacità di elaborazione formale di altro livello. \nSenza indugiare troppo sull’aberrazione del titolo italiano\, quello originale Me and Earl and the Dying Girl sintetizza la vicenda raccontata. Greg è un liceale all’ultimo anno che vuole essere amico di tutti e di nessuno\, anonimo nella massa\, per diplomarsi senza troppi danni e iscriversi all’università. Passa l’adolescenza con il suo migliore amico di sempre\, Earl\, con cui si dilettano a rifare alcuni grandi classici della storia del cinema\, parodiandone i titoli. Per essere precisi per lui Earl è un collega\, più che un amico. La madre un giorno la obbliga a passare del tempo con Rachel\, una sua compagna di classe fino ad allora bellamente ignorata\, a cui è stata diagnosticata una leucemia. […] \nIl rischio in queste storie è sicuramente quello di esagerare con l’induzione alla commozione\, da una parte\, ma anche con il cinismo o l’elemento comico. Si nota il lodevole lavoro di Gomez-Rejon nel bilanciare il tutto\, nel trovare un equilibrio sottile all’insegna della credibilità e dell’umanità dei personaggi. Quel fantastico peggior anno della mia vita è un film seducente e originale\, nel quale siamo condotti dalla voce fuori campo di Greg\, che sembra convinto del fatto suo. Ci presenta i diversi gruppi sociali che popolano la giungla dell’high school\, con tutti che convergono verso il luogo comune rappresentato dalla mensa\, popolata da animali feroci e insicuri. \n[…]L’high school movie indipendente americano torna a dimostrare di essere vitale e capace di rigenerarsi. Far (sor)ridere e piangere nello stesso momento: se non è il nirvana di ogni autore poco ci manca. E Gomez-Rejon riesce nell’ardua impresa\, evitando i rischi della bella confezione furbetta e modaiola o il ricatto emotivo da cancer movie. \nMauro Donzelli (www.comingsoon.it)
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SUMMARY:La Felicità è un Sistema Complesso (di G. Zanasi)
DESCRIPTION:La felicità è un sistema complesso \ndi Gianni Zanasi \nCon Valerio Mastandrea\, Hadas Yaron\, Giuseppe Battiston\, Paolo Briguglia\, Maurizio Donadoni\, Filippo De Carli\, Teco Celio\, Camilla Martini. \nCommedia\, 117 min. – Italia 2015. \nEnrico Giusti avvicina per lavoro dei dirigenti incompetenti e irresponsabili che rischiano di mandare in rovina le imprese che gestiscono. Lui li frequenta\, gli diventa amico e infine li convince ad andarsene evitando così il fallimento delle aziende. Quando Filippo e Camilla\, due fratelli di 18 e 13 anni\, rimangono orfani Enrico deve impedire che due adolescenti possano diventare i dirigenti di un gruppo industriale d’importanza nazionale. \n[…] Pellicola intensa\, a tratti molto profonda\, incentrata sull’esistenza difficile di quattro persone di età diverse che il destino fa incontrare e che crescono insieme prendendo esempio l’uno dall’altra. C’è Enrico\, che sfugge da un passato turbolento legato alla fuga del padre e cerca di convincersi di essere utile alla società con il suo strano lavoro. Nel suo solitario e organizzato quotidiano irrompe Achrinoam\, fragile sognatrice dallo sguardo profondo che con la sua semplicità lo colpirà a fondo costringendolo a riflettere su se stesso. C’è Filippo\, che nonostante la giovane età rappresenta quella purezza che Enrico è convinto di perseguire ma che non ha mai veramente trovato. Da lontano li osserva Camilla\, che entra in contatto con Achrinoam e le apre il suo cuore di adolescente\, straziato da una parte dall’assenza dei genitori\, dall’altra dal senso di colpa per la loro morte. \nUna storia seria e delicata con episodi leggeri a volte anche esilaranti. Un ritmo a volte lento ma ravvivato con frequenti digressioni condite da una colonna sonora eccezionale per potenza e vitalità (firmata da Niccolò Contessa). Unita a una fotografia stupefacente e creativa messa in opera da Vladimir Radovic\, confezionano un bel prodotto\, gradevole e interessante. Alla fine resta la brillante recitazione di Mastrandrea\, sempre in bilico tra il serio e l’ironico\, a tratti un po’ goffo ma sempre vitale. Notevole interpretazione di Hadas Yaron\, vincitrice della Coppa Volpi 2012 per La sposa promessa\, bravissima a far arrivare tutta la potenza di Achinoam. Fragile ma determinata che come personaggio ricorda molto\, anche nella voce\, la Penelope Cruz di Non ti muovere. \nBello e fresco il personaggio di Filippo\, giovane scanzonato ma con la testa sulle spalle pronto a reagire dopo che la vita gli ha appena inferto un colpo durissimo\, che avrebbe messo chiunque al tappeto. \nPietro Tola (www.cinefilos.it)
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SUMMARY:Il Club (di P. Larrain)
DESCRIPTION:Il club \ndi Pablo Larraín \nCon Roberto Farías\, Antonia Zegers\, Alfredo Castro\, Alejandro Goic\, Alejandro Sieveking. \n Drammatico\, 97 min. – Cile 2015. Gran premio della giuria Festival di Berlino 2015. \nQuattro sacerdoti vivono insieme in una casa isolata in una piccola città sul mare. Ciascuno di loro è stato inviato in questo luogo per cancellare i peccati commessi in passato. Vivono sotto l’occhio vigile di una sorvegliante\, osservando un regime rigoroso\, quando arriva un quinto uomo\, appena caduto in disgrazia\, che porta con sé il suo passato oscuro. \nL’universo di Pablo Larraín – come anche\, soprattutto\, in Tony Manero e Post Mortem – vive al solito della distorsione percettiva ed emotiva di sé e dell’esterno\, degli altri e del senso etico e morale. Una deformazione che irradia dai “corpi disonesti” dei quattro preti\, che vibra violentemente fin dall’inizio in un’apertura tesa e insostenibile che ha il tessuto sensitivo dell’home invasion – perché è proprio questo l’effetto della cantilena appiattita e agghiacciante di un intruso esterno\, le sue parole che penetrano e rimbalzano contro i muri della casa e i suoi abitanti come una sventagliata di pallottole\, che a nostra volta ci sentiamo appiccicare addosso. \nLui è Sandokan (un nome infelice\, un nome ingrato\, un nome che è la prima di tante\, atroci beffe)\, è un senzatetto problematico con un profondo ritardo mentale e sociale\, è incarnazione collaterale e sintomatologica di una vergogna che sta dietro alle ombre dei quattro come una scia di sangue ininterrotta. Per Sandokan\, il reale stesso è una scissione folle e feroce (dal verbo all’atto fisico\, per lui è tutto disfunzionale e storto)\, e non potrebbe essere altrimenti: chi pratica il bene ti ha rovinato la vita\, la maschera intoccabile della santità ti ha spaccato l’anima\, violato la carne e sputato via il senno. \nSandokan è il corpo onesto – di un’onestà terribile\, necessaria\, indefessa\, prossima\, urgente\, esistente al di là di noi –\, la verità brancolante che sbava\, scontornandolo\, sull’assetto ordinato e anestetizzante di un’istituzionalizzata sistemazione sociale che vede i colpevoli privilegiati isolati dal mondo\, ma convinti di una propria alienante (e alienata) verità\, sprovvisti di un percorso di autocoscienza (sballati\, spersi e sbandati alla pari\, sotto questo aspetto\, di Sandokan)\, propagazioni carnivore e triturate da/di un sistema che nasconde l’unghia incarnita sotto la manica dell’abito lindo\, l’organo malfunzionante e cancerogeno in fondo alle viscere\, i lupi sulle sponde del mare\, lupi che come unica fonte di svago cercano il lucrativo nell’aggressività estroiettata (le corse coi cani)\, mantengono salda a sé la convinzione ideologica\, si costruiscono una scarnificata struttura interiore di sopravvivenza e di lettura dell’esistente (strepitoso il padre Vidal del come sempre immenso Alfredo Castro). Non esiste elevazione spirituale\, tutto in Il Club è luridamente terreno\, dal rumore che fa il sangue spazzato via a fatica dagli sporchi gradini passando per le litanie religiose pronunciate in sincrono come una recita punitiva fino alla carne espiatoria finale\, dove ancora una volta è il corpo dei deboli (del prossimo nostro minore\, reietto\, sacrificabile) a pagare per ristabilire la vile normalità. \nDavanti a tutto questo\, allo squarcio sulla piaga endemica dell’orrore\, ecco che il volenteroso indagatore della ‘Nuova Chiesa’\, posto di fronte a intorcigliamenti etici e fratture morali\, preferisce aspettare\, ascoltare in silenzio\, assistere alla propagazione dell’orrore per far rientrare nei ranghi silenziati l’istituzione a cui si è ormai assuefatti. E provvede a detergere le ferite e impartire una pena di contrappasso che annega i residui umani in un tragicomico\, malato\, sterile ribaltamento. Inizio pena mai\, fine pena mai; e senza che anima alcuna se ne accorga. \nVincitore del Gran Premio della Giuria al Festival di Berlino 2015. \nFiaba Di Martino (www.bestmovie.it)
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SUMMARY:Accattone (di P. P. Pasolini) - INGRESSO GRATUITO
DESCRIPTION:Accattone \ndi Pier Paolo Pasolini \nCon Franco Citti\, Franca Pasut\, Silvana Corsini\, Paola Guidi. Soggetto e sceneggiatura Pasolini (con la collaborazione ai dialoghi di Sergio Citti). Fotografia Tonino Delli Colli. Scenografia Flavio Mogherini. \nDrammatico\, 116 min. – Italia 1961. \nRoma\, lo chiamano Accattone perché campa di espedienti. Ha una moglie (con un figlioletto) che non vuole più vederselo intorno. Vive alle spalle di Maddalena\, una prostituta che prima era legata a un lestofante napoletano finito in galera. \nNel 1961 Pasolini affronta l’esperienza cinematografica\, che si rivelerà fondamentale per lo sviluppo della sua poetica\, grazie al coraggio del produttore indipendente Alfredo Bini […]. Alle azioni e alla psicologia di Accattone Pasolini applica un linguaggio visivo elementare che Dell Colli\, collaboratore prezioso\, traduce in un bianco e nero grezzo\, calcinato e senza fronzoli. L’impasto di protervia\, religione pagana\, fragilità e ignoranza offre al protagonista e a quelli che lo circondano il mezzo espressivo idoneo alla rappresentazione di una metaforica via crucis. Il cinema\, per Pasolini\, si rivela un veicolo comunicativo assai più potente della narrativa letteraria\, il modello di Ingrid Bergman aiutando \nFernaldo Di Giammatteo e Cristina Bragaglia (Dizionario dei capolavori del cinema) \nPasolini nel girare Accattone\, metteva le mani in una ferita aperta nella pseudo coscienza borghese\, quella dell’esistenza di due Italie\, una ufficiale\, l’Italia da esportazione\, onesta\, né povera\, né ricca ma allegra e sincera\, quella oleografica dell’antica nobiltà e dei mangiatori di maccheroni\, e un’Italia miserrima\, in cui tutto\, dalla lingua ai codici morali\, era fermo ad un passato mai risolto di carognesca vitalità senza scampo\, in cui neppure un debole riflesso della prima poteva filtrare attraverso il duro codice pre-borghese della sopravvivenza\, della vita alla giornata. \nSerafino Murri (Pier Paolo Pasolini)
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SUMMARY:Revenant - Redivivo (di A. G. Iñárritu)
DESCRIPTION:Revenant – Redivivo \ndi Alejandro González Iñárritu \nCon Leonardo Di Caprio\, Tom Hardy\, Will Poulter\, Domhnall Gleeson\, Brad Carter. \nAvventura\, 156 min. – USA 2015. Miglior regia\, miglior attore protagonista\, miglior fotografia Oscar 2016. \nAgli inizi del XIX secolo\, Hugh Glass (Leonardo DiCaprio)\, un cacciatore di pellicce\, viene attaccato da un orso durante una battuta di caccia. I suoi compagni lo abbandonano al suo destino\, convinti che non possa sopravvivere. Salvatosi dall’incidente\, Hugh elaborerà un piano di vendetta nei confronti di coloro che lo hanno tradito. \n“Questa è la storia vera di Hugh Glass. Di come è stato abbandonato da compagni che credeva amici e invece erano traditori. Di come è sfuggito alla morte quando tutti lo pensavano spacciato. Di come è sopravvissuto a un’odissea di tremila miglia nell’immensità ostile della Frontiera americana. Questa è una storia di salvezza e avventura\, di ferocia e redenzione. Questa è la storia di una vendetta”. \nQuesto è Revenant di Michael Burke (edito da Einaudi)\, libro da cui il regista premio Oscar Alejandro G. Iñárritu è partito per realizzare il suo nuovo film. Coadiuvato ancora una volta (dopo Birdman) dallo straordinario apporto di Emmanuel Lubezki\, direttore della fotografia chiamato nuovamente a superare se stesso (oltre ai consueti movimenti di macchina\, qui a lasciare senza fiato è l’utilizzo delle luci naturali)\, il regista messicano sembra volersi mettere sulle tracce del cinema che rese celebre Terrence Malick (prima dei suggestivi\, seppur deliranti Tree of Life e To the Wonder): ambientato nella zona intorno al bacino del Missouri\, negli anni 20 dell’800\, il film è stato girato in diverse\, inospitali location (dal Kananaskis Country canadese\, con temperature di -30°\, fino alla Tierra del Fuego argentina) e segue l’odissea del leggendario esploratore Hugh Glass (Di Caprio\, al quale neanche auguriamo più di vincere un Oscar sperando che magari sia la volta buona…). Attaccato da un grizzly e moribondo\, viene abbandonato dai compagni\, in fin di vita e ferito oltre ogni limite\, nel profondo\, dall’uccisione del proprio amato figlio. Per il quale è pronto a sfidare la morte e mettersi sulle tracce del suo aguzzino (Tom Hardy\, all’ennesima grande prova). \nWestern d’altri tempi\, survival e revenge movie s’intrecciano: Revenant fonde l’epica del cinema maestoso con l’estetica della violenza e della sofferenza\, non ci risparmia nulla (l’attacco dell’orso è spaventoso\, per non parlare dello sbudellamento di un cavallo morto\, da utilizzare come involucro per trascorrere la notte durante una tormenta di neve…) e in più di un’occasione antepone la forza della natura alla debolezza dell’uomo\, senza però abbandonarlo mai. \nValerio Sammarco (www.cinematografo.it)
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SUMMARY:The Nice Guys (di S. Black)
DESCRIPTION:The nice guys \ndi Shane Black \nCon Russell Crowe\, Ryan Gosling\, Angourie Rice\, Matt Bomer\, Margaret Qualley. \nCommedia\, 93 min. – USA 2016. \nNella Los Angeles degli anni 70\, libertina\, stravagante e decisamente trendy\, un investigatore privato\, Holland March\, e un detective senza scrupoli\, Jackson Healy\, si alleano per risolvere il caso di una ragazza scomparsa e la morte di una porno star che apparentemente non sembrerebbero correlate: scopriranno che un semplice omicidio nasconde il caso del secolo. \nIl buddy movie è una ragione di vita professionale per Shane Black\, uno dei maggiori sceneggiatori del genere\, vedi Arma letale. Dopo il suo esordio alla regia nel 2009 con il convincente Kiss Kiss Bang Bang con la coppia Robert Downey Jr e Val Kilmer\, si affida in The Nice Guys a un nuovo duetto improbabile il compito di girare in tondo per le colline di Los Angeles. I due sono Jackson Healy (Russell Crowe)\, picchiatore su commissione\, e il goffo detective privato Holland March (Ryan Gosling)\, che dopo essersele date per un po’ si trovano alleati in due casi: alla ricerca di Amelia\, una ragazza scomparsa che aveva coinvolto entrambi\, e della verità sulla morte di una nota attrice porno. Due casi che non sembrano avere niente a che fare\, ma risulteranno legati strettamente uno con l’altro\, sullo sfondo del cinema porno indipendente – con tanto di trama e impegno sociale – e con un mandante ad alti livelli politici che affida a perfidi killer la soluzione della questione\, con le buone o con le cattive. \nIl film funziona perché funziona la coppia di protagonisti\, che mettono a frutto dialoghi frizzanti grazie a un’alchimia non scontata. Il bruto e il sofisticato\, il piazzato e lo smilzo\, in realtà ugualmente mezzi idioti con cinismo\, Gosling e Crowe si danno continui assist in un film pieno di scazzottate vecchio stile\, cadute da ogni altezza\, gag fisiche alla Peter Sellers. Una formula che si ripete all’estremo\, continuando a mescolare pistolettate e risse\, coinvolgendo più o meno sempre gli stessi personaggi in varie location. Fortuna che in loro soccorso arriva la mente\, la tredicenne figlia del personaggio di Gosling. Parlando di femme fatale\, Kim Basinger ritrova Crowe in una cornice simile\, ma vent’anni dopo e virata al parodistico\, rispetto al loro precedente L.A. Confidential\, tratto da Ellroy. \nLa trama è semplice grimaldello con cui aprire la scatola dei ricordi e proiettarsi alla riscoperta degli archetipi e delle atmosfere del cinema action anni ’70\, quello di Arthur Penn o di Schrader\, ibridandolo con gli insegnamenti della letteratura hard boiled\, quella dell’angeleno Philip Marlowe. Criminali perfidi fra il noir e il cinema di blaxploitation\, dark lady senza scupoli\, The Nice Guys ci porta in una Los Angeles del 1977 non troppo lontana da quella attuale\, in cui le macchine esplodono al primo contatto\, i corpi dei protagonisti vengono devastati in ogni modo\, ma nessuno muore – o almeno “nessuno soffre troppo” – e le musiche sono un’appassionante giro di jukebox fra il soul e la nascente disco.  \n Mauro Donzelli (www.comingsoon.it)
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SUMMARY:L'Abbiamo Fatta Grossa (di C. Verdone)
DESCRIPTION:L’abbiamo fatta grossa \ndi Carlo Verdone \nCon Carlo Verdone\, Antonio Albanese\, Anna Kasyan\, Francesca Fiume\, Clotilde Sabatino. \nCommedia\, 112 min. – Italia 2016. \nYuri Pelagatti è un attore di teatro che\, traumatizzato dalla separazione\, non riesce più a ricordare le battute. Arturo Merlino è un investigatore squattrinato che vive a casa della vecchia zia vedova. Yuri vuole le prove dell’infedeltà della ex moglie ed assume Arturo\, che però non ne fa una giusta! Per errore entrano in possesso di una misteriosa valigetta che contiene: 1 milione di euro! Una serie di guai e di rocambolesche avventure\, fino a un finale imprevedibile. \nUn cinema che nasce dall’osservazione comica della realtà e dalla costruzione puntuale\, ironica e affettuosa di “caratteri” non può mai rimanere uguale a sé stesso. […] Per questo\, da trentasette anni\, Carlo Verdone si premura di cambiare scenario\, inventando personaggi attanagliati da angosce sempre diverse\, perseguitati da rompiscatole sempre diversi\, afflitti da viziacci sempre diversi. \nOra\, è una verità universalmente riconosciuta che\, rispetto al 1979\, la nostra società sia meno interessante\, più squallida e anche più cattiva\, e quindi è logico che il regista romano abbia abbandonato da tempo i grandiosi Enzo\, Ruggero\, Mimmo\, eccetera di Bianco\, rosso e Verdone e Un sacco bello\, assestandosi su uomini più normali spesso accomunati da quell’ipocondria e malinconia di fondo che così inconfondibilmente gli appartengono. […] \nL’abbiamo fatta grossa è un film nuovo\, di rottura\, un’opera che si prende per esempio il rischio di abbandonare camere e cucine per inoltrarsi fra le strade di una Roma poco frequentata dal cinema\, città pasoliniana e nello stesso tempo un po’ francese e un po’ alla Woody Allen che la fotografia di Arnaldo Catinari magnificamente esalta. \nLaddove però il nostro Carletto nazionale osa di più\, è nella scelta di avere come coprotagonista del suo venticinquesimo film il Cetto La Qualunque del piccolo e grande schermo. […] \nDopotutto è di uno dei miti del cinema comico italiano che si parla\, e siamo sicuri che\, senza andare in terapia\, i nuovi fidanzati un po’ stempiati della squadra Filmauro troveranno in futuro un’intesa fantastica. Questa\, almeno\, è la speranza che coltiviamo.  \nCarola Proto (www.comingsoon.it)
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SUMMARY:The Wolfpack (di C. Moselle)
DESCRIPTION:The Wolfpack \ndi Crystal Moselle \nCon Bhagavan Angulo\, Govinda Angulo\, Jagadisa Angulo\, Krsna Angulo\, Mukunda Angulo. \nDocumentario\, 80 min. – USA 2015. Premio speciale della giuria al Sundance Film Festival 2015. \nSei fratelli rinchiusi in casa dal padre. Protetti da un mondo che può soltanto fargli male.\nCon il cinema come unica finestra sul mondo. \nFigli di un peruviano affascinato dalla cultura Hare Krishna e di una ex hippie originaria del Michigan\, gli Angulo sono sei fratelli nati tutti nel corso degli anni ’90 e vissuti\, fino al 2010\, reclusi con la sorella mentalmente disagiata nell’appartamento di famiglia a Manhattan. Senza uscire mai d’inverno e facendolo molto di rado\, e rigorosamente sotto scorta\, d’estate\, hanno imparato a conoscere il mondo\, oltre che guardandolo dalla finestra\, studiando alla tv i grandi classici ed i cult di genere di cui il padre comprava dvd a iosa. Spaventato dal disagio e dalla violenza visti in giro per le strade\, il genitore aveva proibito loro di uscire da soli\, preferendo altresì all’istruzione scolastica – che li avrebbe ‘contaminati’ – gli insegnamenti casalinghi della madre\, succube educatrice\, da integrare con la trasmissione delle proprie passioni: religione\, musica e cinema. \nIl primo incontro tra la giovane regista Crystal Moselle e i sei fratelli Angulo coincide con la loro prima uscita di gruppo\, quando prendono a scorrazzare per le strade di Manhattan vestiti come i protagonisti di Reservoir Dogs di Tarantino\, con tanto di pistole di cartone. A quell’incontro\, casuale\, seguono cinque anni di riprese utili a documentare i loro primi approcci con il mondo esterno\, a seguire il loro graduale percorso di emancipazione\, a testimoniare la loro avidità di conoscenza\, la loro curiosità ed il loro entusiasmo\, il loro bisogno di mettersi in gioco\, di costruire\, di vivere. E tra le pieghe di una regia tanto leggera da apparire invisibile\, emerge con forza il legame empatico che ha permesso da subito a Moselle di mettersi totalmente al servizio di una storia assurda e sorprendente astenendosi dall’emettere giudizi lapidari\, anzi cercando di cogliere il lato umano (ed in quanto tale fallibile) di ogni gesto\, e puntando ad una salomonica comprensione laddove risulta ostica la condivisione. \nPazuzu (www.filmtv.it)
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SUMMARY:Io e Lei (di M. S. Tognazzi)
DESCRIPTION:La regista Maria Sole Tognazzi incontra il pubblico \nIo e lei \ndi Maria Sole Tognazzi \nCon Sabrina Ferilli\, Margherita Buy\, Domenico Diele\, Ennio Fantastichini\, Alessia Barela\, Massimiliano Gallo\, Antonio Zavatteri\, Roberta Fiorentini. \nCommedia\, 97 min. – Italia 2015. \nMarina e Federica sono una coppia che convive da 5 anni. Marina è un’ex attrice e un’imprenditrice di successo che ha sempre saputo di essere lesbica\, Federica è architetto\, ha un figlio ormai adulto e dopo il divorzio si è innamorata di Marina. Ma non si considera lesbica e non gradisce che la sua convivenza diventi di dominio pubblico. Quando Federica si imbatte in una figura del proprio passato il rapporto fra le due si incrina e vengono alla luce tutte le loro fragilità. \nMaria Sole Tognazzi si cimenta ancora una volta con quelle figure femminili che popolano la realtà italiana contemporanea ma sembrano essere bandite dal nostro cinema: donne complesse\, contraddittorie\, non riducibili a un ruolo tradizionale ma in cerca di una propria identità da inventarsi ogni giorno\, scevra da compromessi e aspettative. Anche Io e lei è privo di moralismi e prese di posizione aprioristiche e sceglie di raccontare una storia d’amore che solo incidentalmente ha luogo fra persone appartenenti allo stesso sesso\, riproponendo dinamiche di coppia universalmente riconoscibili. L’irrequietezza di Federica\, donna adulta assai meno risolta di Marina\, è un modo di non accettare fino in fondo la propria natura profondamente anticonvenzionale\, che va ben al di là delle scelte sessuali. Per contro Marina rinuncia\, per amore\, a pretendere da Federica quella coerenza che a lei è costata non poca fatica. \n[…] Io e lei racconta la quotidianità di una coppia omosessuale senza cedere agli stereotipi\, esplorando la complessità degli equilibri fra persone che si amano ma che non per questo rinunciano alla propria unicità. La sceneggiatura è raffinata e credibile\, si declina su dimensioni socioculturali diverse e mantiene un tono divertito anche nei momenti dolorosi\, un sotto testo dolente anche nei momenti comici. \nIl cast corale funziona in modo magistrale e Margherita Buy mette a frutto la sua intrinseca vaghezza per rappresentare i dubbi esistenziali di Federica. Ma Io e lei appartiene a Sabrina Ferilli\, irresistibile nei panni di Marina\, una donna completa che non rinuncia alle proprie radici ma che ha voluto diventare la donna che sapeva da sempre di essere. […] La sua Marina è\, semplicemente\, una persona reale\, piena di tenerezza e ironia\, di passione e curiosità\, e non permette a nessuno di dirle chi è\, o chi deve amare. \nPaola Casella (www.mymovies.it)
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SUMMARY:Hitchcock/Truffaut (di K. Jones)
DESCRIPTION:Hitchcock/Truffaut \ndi Kent Jones \nCon Martin Scorsese\, Wes Anderson\, David Fincher\, Alfred Hitchcock\, Richard Linklater. \nDocumentario\, 79 min. – USA 2015. \n1962. François Truffaut e Alfred Hitchcock si siedono l’uno di fronte all’altro per un’intervista che durerà un’intera settimana durante la quale il grande registra inglese condividerà i segreti del suo cinema con il giovane ammiratore francese. Da quei giorni nascerà un’amicizia ventennale ed anche un libro definito da Truffaut “Hitchbook” La Bibbia del Cinema\, un’opera che destò scandalo perché lo stesso concetto di “cinema” venne totalmente sconvolto. \nIl film è la storia di un critico che divenne regista (Truffaut) e di un maestro del cinema all’apice della sua fama (Hitchcock). Ed è anche la storia di un appassionato dialogo e di un profondo confronto tra due idee molto diverse\, quasi opposte\, di cinema sia come arte che come industria. François Truffaut\, nel 1962 nelle vesti di critico cinematografico perché come regista era ancora agli inizi\, intervistò Hitchcock su ogni film della sua carriera con l’intenzione di mostrare ai critici americani che avevano sbagliato a sottovalutare i film di Hitchcock considerando i suoi lavori solo film di intrattenimento. Così Truffaut riuscì a far sì che Hitchcock venisse riconosciuto come un vero maestro della pellicola. \nLilly Leone (www.cubemagazine.it)
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SUMMARY:Guardie e Ladri (di Stenio e M. Monicelli) - INGRESSO GRATUITO
DESCRIPTION:Alessandro Boschi (Hollywood Party – radio 3) presenta il film \nGuardie e ladri \ndi Steno e Mario Monicelli \nCon Totò\, Pina Piovani\, Aldo Fabrizi e Ave Nichi. Soggetto Piero Tellini. Sceneggiatura Steno\, Monicelli\, Vitaliano Brancati\, Fabrizi\, Ennio Flaiano\, Ruggero Maccari. Fotografia Mario Bava. \nCommedia\, 105 min. – Italia 1951. Premio per la miglior sceneggiatura al Festival di Cannes 1952. \nLadro per necessità viene riconosciuto da una delle sue vittime\, ma riesce a sfuggire alla cattura. Il carabiniere che se lo è lasciato scappare viene minacciato di espulsione dall’Arma se non lo arresterà entro tre mesi. \nQuello tra Totò e Fabrizi per Guardie e ladri fu un rapporto stupendo. Si trattavano con grande civiltà\, con molto rispetto reciproco\, anzi\, fu proprio allora che capii come una delle grosse furbizie di un regista fosse quella di mettere assieme due grandissimi attori perché in quel caso ognuno dei grandissimi attori tende a dimostrare all’altro che è privo di meschinità e trabocca di fair play\, con la conclusione che il tutto sfocia in una lavorazione liscia come l’olio\, paradisiaca \nMario Monicelli \nIl soggetto era di Tellini\, su un’idea di Fellini. L’idea di farlo con Totò e Fabrizi fu di Ponti. Tra i due comici non ci furono scontri particolari\, benché il carattere di Fabrizi fosse tutt’altro che facile. Forse perché nella vita erano molto amici e anzi\, la sera uscivano insieme per andare al night. Spesso Fabrizi tentava di mettere bocca\, Totò comunque non ci dava peso. Erano duetti di due leoni. Ogni tanto\, quando uno dei due si sentiva sopraffatto dall’altro\, cavava fuori le sue astuzie di grande attore. Così Totò fregava Fabrizi con una battuta imprevista e Fabrizi fregava Totò mettendosi a ridere e interrompendogli la scena. \nSteno (L’avventurosa storia del cinema italiano)
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SUMMARY:Non Essere Cattivo (di C. Caligari)
DESCRIPTION:Non essere cattivo \ndi Claudio Caligari \nCon Luca Marinelli\, Alessandro Borghi\, Silvia D’Amico\, Roberta Mattei\, Alessandro Bernardini. \nDrammatico\, 100 min. – Italia 2015. \nOstia\, 1995. Vittorio e Cesare sono amici da sempre\, praticamente fratelli. Cresciuti in un quartiere degradato campano di espedienti\, si drogano\, bevono e si azzuffano con altri sbandati come loro. A casa Cesare ha una madre precocemente invecchiata che accudisce una nipotina malata. Vittorio invece sembra non avere nessuno al mondo\, e quando incontra Linda vede in lei una possibilità di costruire una vita normale. \nCon Non essere cattivo\, l’opera omnia di Caligari consta di tre film in tre decenni e mezzo\, e anche questo dà un’idea di cosa sia “il mondo del cinema”\, in particolare romano. Con l’ultimo\, prodotto grazie all’amicale devozione di Valerio Mastandrea\, Caligari ha come depurato la sua materia\, raggiungendo una misura artistica e umana alta e intimamente commossa\, oserei dire religiosa proprio nel senso della morale cristiana primaria dettata da una straziata pietà per i personaggi che mostra. Si parla di spacciatori di droga periferici\, che sono anche drogati\, e delle loro donne\, dei loro figli\, del loro habitat\, in una Ostia (già raccontata in Amore tossico: è evidente che il registra la conosce bene e sa di cosa parla) che è tanto assolata quanto squallida e provvisoria come tante periferie del mondo. L’ambiente e i personaggi sono pasoliniani (Accattone è il riferimento essenziale)\, però dimensionati in un oggi che è un eterno oggi\, dove le storie si ripetono di padri in figli e di generazione in generazione\, con le stesse ricorrenze. Una società nemica; un potere generalmente distante e dimentico salvo che per una polizia che reprime senza che niente cambi; un ambiente dove il lavoro è poco e non offre garanzie di sorta; donne supine che quando sono sveglie vengono presto ricondotte al loro essere secondarie anche nella marginalità\, anche nella sofferta solidarietà con i loro uomini; bambini vittime o destinati a ripetere le gesta degli adulti. […] La differenza con tanti film e libri che hanno cercato di raccontare questo purgatorio senza uscita è che Caligari lo conosce bene e ama i suoi personaggi\, anche i più trucidi\, perché sa vedere oltre e dentro. Perché sa\, mentre quasi sempre gli scrittori e i registi non sanno\, cioè vedono con gli occhi di chi sta fuori e non pensano neanche lontanamente a farsi carico di quei dilemmi\, di quella condanna. Non capiscono e non possono capire\, ma sono loro a costituire le schiere della “cultura” e i complici o difensori di fatto di quest’ordine delle cose\, quali che siano le loro opzioni ideologiche. \nGoffredo Fofi (www.internazionale.it)
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SUMMARY:Il Ponte delle Spie (di S. Spielberg)
DESCRIPTION:Il ponte delle spie \ndi Steven Spielberg \nCon Tom Hanks\, Mark Rylance\, Amy Ryan\, Sebastian Koch\, Alan Alda\, Billy Magnussen\, Eve Hewson\, Austin Stowell\, Domenick Lombardozzi\, Michael Gaston\, Stephen Kunken\, Peter McRobbie\, Marko Caka\, Joshua Harto\, Burghart Klaußner. \nThriller\, 140 min – USA 2015. Miglior attore non protagonista Oscar 2016. \nIn piena guerra fredda l’FBI cattura la spia sovietica Rudolf Abel\, scatenando un’escalation di paura e paranoia. L’agente sovietico rifiuta di collaborare e viene rinchiuso in un carcere federale in attesa del processo. Come avvocato gli sarà affidato James Donovan\, legale assicurativo con poca esperienza in casi così importanti\, ma abilissimo come negoziatore. I due instaureranno un rapporto di stima reciproca e Donovan si batterà contro tutti per i suoi diritti.  \n[…] Il Ponte delle Spie è un grande film\, scritto con asciutta efficacia da Matt Charman e dai fratelli Coen che abbandonano i loro tipici vezzi e guizzi per mettersi al servizio della storia (vera)\, interpretato da attori perfetti su cui svettano Hanks\, incarnazione di quell’America home of the braves che negli anni ’50 aveva trovato i suoi eroi in James Stewart e Jack Lemmon\, ed un grandissimo Mark Rylance\, attore teatrale il cui attonito aplomb offre della spia russa un inedito ritratto\, umano e quasi “tenero”. Steven Spielberg realizza una spy-story in cui la parola vince sull’azione\, non a caso il protagonista è un avvocato\, negazione anche fisica dell’uomo d’azione\, un uomo di mezza età che si ritrova catapultato in un mondo pericoloso ed incomprensibile\, e però riesce a interpretarlo per mezzo del dialogo e di una notevole dose di perizia tattico/politica. E che meraviglia riscoprire lo spionaggio analogico\, fatto di microbiglietti (come a scuola) e telefoni a disco\, pedinamenti a piedi (non coi satelliti) e dialoghi ambigui. Spielberg è ormai entrato nel novero dei registi “classici” (qualunque cosa voglia dire)\, il cui stile è al contempo personalissimo\, e dunque sempre riconoscibile\, ed universale\, e dunque sempre comprensibile\, con una chiarezza di intenti ed una pulizia narrativa che esaltano la forza morale dell’opera\, la riflessione sulla fragilità della democrazia minacciata da tentazioni forcaiole (ricorda niente?)\, la forza della ragione contrapposta all’isteria paranoide. Ma Il Ponte delle Spie non è soltanto una grande opera civile: è pure un efficace thriller spionistico\, che tiene incollati alla poltrona per due ore e venti emozionando e divertendo\, senza mai ammiccare ai cliché di genere\, senza cercare l’effetto o la facile sorpresa\, ma con la sola forza del racconto\, qui ai suoi massimi livelli\, dalla nitida fotografia del grande Kaminski alle sottolineature sinfoniche del sempiterno Williams. \nGiovanni Romani (www.cultframe.com)
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SUMMARY:Dio Esiste e Vive a Bruxelles (di J. Van Dormael)
DESCRIPTION:Dio esiste e vive a Bruxelles \ndi Jaco Van Dormael \nCon Pili Groyne\, Benoît Poelvoorde\, Catherine Deneuve\, François Damiens\, Yolande Moreau. \nCommedia\, 113 min. – Lussemburgo\, Francia\, Belgio 2015. \nDio esiste. È una persona in carne e ossa come tante e vive a Bruxelles\, ma non è un uomo come ci si aspetta. Con la sua famiglia è codardo e odioso. Ha una figlia un po’ ribelle che un giorno\, stanca di stare chiusa nel loro piccolo appartamento\, decide e di vendicarsi manomettendo il computer del padre. Con il suo gesto rivela a tutte le persone la propria data di morte\, provocando un caos totale. \nÈ un film stupefacente\, pieno di trovate e di gag\, con un tema altissimo e un sottotesto profondo e dolente\, insomma è quasi un capolavoro\, e usiamo il ‘quasi’ solo per prudenza. Immaginate una versione meno snob di Il favoloso mondo di Amélie arricchita dall’umorismo cosmico dei fratelli Coen\, con il copione riveduto da Charlie Kaufman\, lo sceneggiatore di Se mi lasci ti cancello e di altri film che mixano stili e piani narrativi in totale libertà. […] Dio esiste e vive a Bruxelles dura 113 minuti e contiene come minimo 113 idee folgoranti: non c’è una sequenza nella quale Van Dormael e il suo sceneggiatore Thomas Gunzig non si inventino qualcosa\, dal pento di vista visivo e da quello narrativo. […] Il film di Van Dormael\, nella sua apparenza spensierata e a tratti fragorosamente spassosa\, descrive un universo parallelo nel quale gli apostoli diventano 18 e le regole vengono rovesciate nell’opposto di se stesse. Vedendolo vi divertirete\, ma poi vi ritroverete alle prese con mille domande dalle risposte assai difficili. \nAlberto Crespi (L’Unità)
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SUMMARY:La Macchinazione (di D. Grieco)
DESCRIPTION:La macchinazione \nClaudio Ossani intervista il regista David Grieco \ndi David Grieco \nCon Massimo Ranieri\, Libero de Rienzo\, Roberto Citran\, Milena Vukotic\, Matteo Taranto\, François-Xavier Demaison\, Alessandro Sardelli\, Tony Laudadio\, Paolo Bonacelli\, Catrinel Marlon. \nNoir\, 100 min. – Italia 2016. \nEstate 1975. Pier Paolo Pasolini sta montando quello che sarà il suo ultimo film Salò o le 120 giornate di Sodoma. Da alcuni mesi ha avviato una relazione con Pino Pelosi\, un giovane borgataro romano che ha rapporti con la criminalità cittadina. Una notte degli amici di Pelosi rubano il negativo del film e chiedono inizialmente una cifra molto consistente per restituirlo. Si tratta però di un tentativo per attirare lo scrittore in una trappola mortale.  \nDavid Grieco riapre le discussioni e\, soprattutto\, le riflessioni sulla morte di Pier Paolo Pasolini. Era necessaria una buona dose di coraggio e di determinazione per affrontare nuovamente un tema che le inchieste a carattere documentaristico e il cinema di finzione hanno già ampiamente trattato. Ma Grieco ha dalla sua due forti motivazioni la prima (e decisamente più importante) quella di essere stato vicino allo scrittore sia come attore che come assistente e soprattutto amico. La seconda quella di aver rifiutato la proposta di collaborare alla sceneggiatura del Pasolini di Abel Ferrara quando ha capito che il regista puntava più al versante sessuale degli ultimi giorni di vita dello scrittore che non alla ricerca della verità sulla sua morte. Questo è invece ciò che interessa al regista che\, grazie alla collaborazione con il professor Guido Bulla che nel film ha anche il ruolo di segretario di una sezione del MSI\, ha scritto una sceneggiatura rigorosa così come rigoroso è il film che ne è conseguito. \nIl cinema italiano sembrava aver progressivamente perso\, nel corso dei decenni\, l’interesse a proporre ricostruzioni di fatti importanti come questo prestando attenzione al contempo alla contestualizzazione filologicamente accurata e a uno stile ben riconoscibile. Pareva quasi che in materia (fatte le dovute eccezioni) dovesse essere la televisione\, con il linguaggio che le è proprio\, ad occuparsene. Grieco ha una tesi e la espone in modo consequenziale: Pasolini dava fastidio a quelli che all’epoca ancora non venivano definiti come ‘poteri forti’ ma che di fatto lo erano. […] Questa rimessa in discussione del ‘caso’ non avrebbe però avuto la forza che invece gli va riconosciuta se davanti alla macchina da presa non ci fosse stato un Massimo Ranieri al top dell’immedesimazione\, sia fisica che caratteriale\, con il personaggio. Ranieri è capace di far scomparire l’attore nello scrittore e nell’uomo Pasolini tanto da far ricordare\, sul piano della prestazione\, il Gian Maria Volonté de Il caso Moro. \nGian Carlo Zappoli (www.mymovies.it)
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SUMMARY:Perfetti Sconosciuti (di P. Genovese)
DESCRIPTION:Perfetti Sconosciuti \ndi Paolo Genovese \nCon Giuseppe Battiston\, Anna Foglietta\, Marco Giallini\, Edoardo Leo\, Valerio Mastandrea\, Alba Rohrwacher\, Kasia Smutniak. \nCommedia\, 97 min. – Italia 2016. Miglior film e migliore sceneggiatura al David di Donatello 2016. \nQuante coppie si sfascerebbero se uno dei due guardasse nel cellulare dell’altro? È questa la premessa narrativa dietro la storia di un gruppo di amici di lunga data che si incontrano per una cena destinata a trasformarsi in un gioco al massacro… \n[…] Per una volta il numero degli sceneggiatori (cinque in questo caso\, fra cui lo stesso Genovese\, senza contare l’intervento importante degli attori che si sono cuciti addosso i rispettivi dialoghi) non denota caos e debolezza strutturale\, ma sforzo corale per raccontare una storia che è intrinsecamente fatta di frammenti (verrebbe da dire di bit\, byte e pixel)\, corsa ad aggiungere esempi sempre più calzanti tratti dal reale. […] \nIl tono è adeguato alla narrazione: non melodrammatico (alla L’ultimo bacio)\, non romanticamente nostalgico (alla Il nome del figlio)\, non farsesco\, non cinico\, ma comico al punto giusto\, con sfumature sarcastiche e iniezioni di dolore. Questa “cena delle beffe” attinge a molto cinema francese e americano\, ma la declinazione dei rapporti fra i commensali è italiana\, con continui riferimenti a un presente in cui il lavoro è precario\, i legami fragili e i sogni impossibili. La scrittura è crudele\, precisa\, disincantata\, e ha il coraggio di lasciare appese alcune linee narrative\, senza la compulsione televisiva a chiudere ogni scena. C’è anche una coda alla Sliding Doors che mostra come il “gioco” (prima che diventi al massacro) sia gestibile solo con l’ipocrisia e l’accettazione di certe regole non scritte: ed è questa la strada che più spesso scelgono gli esseri “frangibili”. \nQuello che ancora manca\, a ben guardare\, è quella profondità abissale\, quella vertigine di consapevolezza regalata agli spettatori senza preavviso dal miglior cinema italiano\, su tutti quello di Ettore Scola (non a caso anche qui c’è una terrazza). Ma questa non è colpa degli sceneggiatori o del regista\, è segno dei tempi\, giacché la “frangibilità” delle identità e dei rapporti consente al massimo la rivelazione di qualche doppiofondo\, non quella sospensione sull’orlo dell’abisso che\, come canta il bardo della nostra epoca inconsistente\, “non è paura di cadere ma voglia di volare”. \nPaola Casella (www.mymovies.it)
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SUMMARY:Sole Alto (di D. Matanic)
DESCRIPTION:Sole Alto \nL’attrice protagonista\, Tihana Lazovic\, sarà presente in Arena per incontrare il pubblico \ndi Dalibor Matanic \nCon Tihana Lazovic\, Goran Markovic\, Mira Banjac\, Nives Ivankovic\, Dado Cosic\, Trpimir Jurkic\, Slavko Sobin\, Lukrecija Tudor\, Stipe Radoja. \nDrammatico\, 123 min – Corazia / Serbia / Slovenia 2015. Premio della giuria Un Certain Regard al Festival di Cannes 2015. \nIl racconto dell’amore fra un ragazzo croato e una ragazza serba. Un amore che il regista moltiplica per tre volte nell’arco di tre decenni consecutivi: stessi attori\, ma coppie diverse\, dentro il cuore avvelenato di due villaggi balcanici. Il 1991 e l’ombra scura della guerra. Il 2001 e le cicatrici che devastano l’anima. Il 2011 e la possibile\, impervia\, rinascita. Un inno alla vita che ha trafitto i giurati di Cannes. \nPossono di più le divisioni create ad arte dagli uomini o i legami genuini che s’instaurano tra le persone? È la domanda elementare che sembra percorrere dall’inizio alla fine il croato Sole alto\, film che lo scorso anno si aggiudicò il Premio della Giuria di Un Certain Regard. \nIl lavoro di Dalibor Matanić (suo il cortometraggio pluripremiato Party) è diviso in tre atti\, corrispondenti a tre decenni distinti nella storia di un villaggio dei Balcani (1991\, 2001\, 2011). In scena\, con variazioni minime\, una relazione proibita tra una ragazza serba e un giovane croato. I nomi dei personaggi cambiano\, ma gli attori che li interpretano sono sempre gli stessi (gli ottimi Goran Marković e Tihana Lazović) a suggerire probabilmente la ciclicità e l’universalità della vicenda raccontata. La guerra rimane fuoricampo. Nel 1991 non era ancora esplosa\, nel 2001 era già finita. Il clima di conflittualità però era già presente prima e si sarebbe avvertito anche dopo. A Dalibor Matanić non interessa fare memoria\, scavare nelle divisioni etniche di ieri e di oggi. Vuole semmai sentirne l’aria\, isolare le pulsioni\, trasformare l’inquadratura in un campo magnetico di forze in lotta: un cinema\, il suo\, mosso da un violento impulso sensoriale\, una tensione erotica che né le forme della cultura né i retaggi della Storia – e qui sta l’ottimismo – sanno contenere. \nUna visione metastorica\, fisicista\, consegnata a uno scenario (un villaggio di confine) indefinito\, sospeso nel tempo e immerso in una luce calda\, estiva\, foriera di epifanie. Perfetta la chimica tra i due attori protagonisti: il modo in cui usano i corpi\, si lanciano occhiate\, si respingono e si annusano\, ha un che di bestiale\, autentico e straordinario. Bello il contrasto con la calma piatta della campagna intorno\, il bagno d’inquietudine nella placida neutralità della natura. Il mondo per Matanić esisteva prima di ogni io\, noi\, loro. È intero sotto la grande ferita. Verità condivisibile. Non lenisce ma almeno\, diceva qualcuno\, ci renderà liberi. \nGianluca Arnone (www.cinematografo.it)
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SUMMARY:Confessione di un Commissario di Polizia al Procuratore della Repubblica (di D. Damiani) - INGRESSO GRATUITO
DESCRIPTION:Confessione di un commissario di polizia al procuratore della Repubblica \ndi Damiano Damiani \nCon Claudio Gora\, Marilù Tolo\, Martin Balsam\, Franco Nero. Soggetto Fulvio Gicca Palli e Damiani. Sceneggiatura Damiani e Salvatore Laurani. Montaggio Antonio Siciliano. Musica Riz Ortolani. \nPoliziesco\, 106 min. – Italia 1971. \nIl magistrato Traini non condivide i metodi del commissario Bonavia: questi sostiene che contro la mafia la legge non basta e bisogna affrontarla al di fuori della legalità. \nNei film di questo periodo\, Damiani dava alla sequenze un grande ritmo interno. La gente sembrava parlasse tutta a doppia velocità; oggi invece parlano tutti al ralenti\, prima prendono posizione… Per Confessione\, il mio ritmo l’ho preso su Martin Balsam: essendo americano\, aveva dei tempi eccezionali\, io li ho presi e li ho riportati su Franco Neri e sugli altri. \nSapevo che Daminani non voleva uno sfronzolo in più\, nemmeno cinque fotogrammi in coda. Quando la gente camminava\, c’era subito l’attacco della battuta. Mi diceva sempre: “Leva\, taglia”. Ho impostato il montaggio in modo talmente preciso che alla fine in due giorni abbiamo revisionato il film. Intendiamoci: il film è bello e montato bene perché è girato intenzionalmente bene. I tempi li dava Damiani\, non io. Damiani\, su certe scenegiatture\, disegnava già l’impostazione della scena\, con i punti dove voleva mettere la macchina da presa […]. Le recensioni facevano molti complimenti al montaggio\, e Damiani mi disse: “Ma ti sei comprato tutti i giornalisti?” \nAntonio Siciliano in Alberto Pezzotta\, Regia Damiano Damiani \nUn giallo sociale di buon mestiere lubrificato a dovere negli snodi drammatici e spettacolari e con in più un coraggioso appello a lottare per un miglior futuro della Sicilia è Confessione di un commissario di polizia ad un procuratore della Repubblica di Damiano Damiani\, in cui vari ricordi dell’Indagine su un cittadino di Petri e di Mani sulla città di Francesco Rosi si innestano sul tronco del cinema dedicato alla mafia che grazie a Il giorno della civetta e La moglie più bella\, ha ormai in Damiani uno dei suoi alfieri più volenterosi […]. Da gran tempo il cinema ci ha abituati a questi gialli sostanzialmente cosmopoliti\, dove i dati caratteristici del costume locale e della psicologia sono assorbiti nel meccanismo dell’intreccio e dei colpi di scena […]. \nGiovanni Grazzini (Corriere della sera del 1 aprile 1971)
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SUMMARY:The Walk (di R. Zemeckis)
DESCRIPTION:The Walk \ndi Robert Zemeckis  \nCon Joseph Gordon-Levitt\, Ben Kingsley\, Patrick Baby\, Marie Turgeon\, Soleyman Pierini. \nDrammatico\, 100 min. – USA 2015. \n7 agosto 1974\, il funambolo Philippe Petit realizza il suo sogno: per quasi un’ora cammina su un cavo teso tra le Torri Gemelle. Lo guardano la sua donna\, gli amici\, la polizia\, la città e poi il mondo. Philippe cambia il modo in cui New York guarda ai suoi nuovi simboli\, li ammanta della magia dell’arte\, realizza il sogno nella terra dei sogni. Nel 2001\, un incubo riscriverà quello sguardo e quello spazio\, con un altro\, definitivo\, “per sempre”. \nCi sono due torri\, due paesi e due anime nel film di Zemeckis. C’è la Parigi della prima parte\, che pare uscita da un musical di Stanley Donen apparso fuori tempo massimo\, dove i protagonisti della storia più che arrampicarsi sul filo si arrampicano sugli specchi per giustificare il loro utilizzo dell’inglese\, dove la finzione scolora la realtà nonostante costumi e fotografia s’ingegnino per fare l’opposto\, dove accade esattamente ciò che non dovrebbe accadere sulla corda\, e cioè che si finge\, e questo – Philippe l’ha appreso dal suo mentore Papa Rudy – questo il pubblico lo sente.  \nPoi le cose cambiano\, attraversato l’oceano la prospettiva si ribalta: qui Zemeckis fa sul serio e anche questo il pubblico lo sente. Il “colpo” di Petit diventa il colpo del regista; la posta in gioco è ambiziosa e la tecnica è tutto. Scollati dal suolo\, a partire dalla notte sul tetto\, il sogno del funambolo francese e il cinema dell’americano s’incontrano\, sono fatti della stessa materia\, comandano la temporalità con le loro leggi particolari\, rubano il respiro\, gelano le mani per l’emozione e per la temperatura dell’aria del cielo all’alba.  \nSe nell’intro del film\, Petit/Gordon Levitt rifiutava di trovare un perché alla sua impresa\, facendosi bastare il richiamo della bellezza e dello spettacolo\, in coda\, al contrario\, Zemeckis sembra giustificare la sua scelta di girare The Walk col desiderio di partire da una storia vera per parlare di un’altra storia vera\, fatta anch’essa di ansia e di vertigine\, ma di segno opposto: una storia in cui l’equilibrio del mondo va in pezzi e i corpi precipitano anziché danzare sospesi. Quello rivolto all’undici settembre è un pensiero fin troppo evidente\, per quanto reso silenziosamente\, ma anche inevitabile. “La nostra civiltà – scriveva\, all’indomani della tragedia\, Paolo Lagazzi – è un sogno sospeso a un filo sottile”. \n Marianna Cappi (www.mymovies.it)
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SUMMARY:The Danish Girl (di T. Hooper)
DESCRIPTION:The Danish Girl \ndi Tom Hooper \nCon Eddie Redmayne\, Amber Heard\, Alicia Vikander\, Matthias Schoenaerts\, Adrian Schiller. \nBiografico\, 120 min. – UK / USA 2015. Miglior attrice non protagonista Oscar 2016. \nCopenhagen\, primi anni ‘20. L’artista danese Gerda Wegener dipinge un ritratto del marito Einar vestito da donna. Il dipinto raggiunge grande popolarità e Einar inizia a mantenere in modo permanente un’apparenza femminile\, mutando il suo nome in Lili Elbe. Spinto da ideali femministi e supportato dalla moglie\, Elbe tenta di effettuare il primo intervento per cambio di sesso da uomo a donna. L’intervento avrà grosse ripercussioni sul suo matrimonio e sulla sua identità. \nTom Hooper riesce dove molti altri registi falliscono. Trasforma in solido intrattenimento storie sfaccettate non perdendo di vista la complessità. Per molta parte della critica il suo approccio è semplicistico ed eccessivamente compiacente nei confronti del pubblico. In realtà il pubblico non è sempre sprovveduto e rendere chiaro (che non significa per forza spiegare\, sottolineare\, ridondare) è da considerarsi qualità e non il mero svolgimento di un compitino diligente. Anche perché tutto nella visione di Hooper concorre ad inserire i contenuti in un grande spettacolo. Al centro dei suoi interessi un senso di inadeguatezza con cui venire a patti: la balbuzie del Duca di York ne Il discorso del re\, il tentativo di rivalsa e redenzione di Jean Valjean ne Les Miserables […]. \nUn processo di cambiamento abilmente gestito nella sceneggiatura di Lucinda Coxon che mostra\, scava\, motiva\, cura ogni dettaglio psicologico\, costruendo un personaggio non solo credibile\, ma vivo e pulsante\, dando risalto sia alle luci che alle ombre. \nAnche la deriva lacrimevole non stona\, perché la storia è potente e la sceneggiatura si abbandona ad essa contrapponendo\, anche con una certa furbizia certo (l’inglese è parlato ovunque)\, la scoperta di sé con il grande amore. Hooper gestisce il racconto con la consueta minuziosità\, cerca il bello in ogni inquadratura\, l’armonia nella composizione delle immagini e si avvale di collaboratori eccellenti nella ricostruzione storica. L’andamento è pacato\, alla provocazione preferisce la comprensione\, che non evolve mai in odiosa tolleranza\, la tesi c’è\, ma è subordinata alla narrazione e non viceversa. Forse eccede in enfasi\, curando molto la confezione per rendere il tutto il più possibile appetibile\, ma si attiene al genere\, il melodramma\, prescelto. \nLuca Baroncini (www.spietati.it)
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SUMMARY:Lo Chiamavano Jeeg Robot (di G. Mainetti)
DESCRIPTION:Lo chiamavano Jeeg Robot \ndi Gabriele Mainetti\nCon Claudio Santamaria\, Luca Marinelli\, Ilenia Pastorelli\, Stefano Ambrogi\, Maurizio Tesei. \nFantascienza / Commedia\, 112 min. – Italia 2015. Miglior regista esordiente\, miglior produttore\, miglior attore e attrice protagonista\, miglior attore e attrice non protagonista al David di Donatello 2016 \nEnzo Ceccotti entra in contatto con una sostanza radioattiva. A causa di un incidente scopre di avere una forza sovraumana. Ombroso\, introverso e chiuso in sé stesso\, Enzo accoglie il dono dei nuovi poteri come una benedizione per la sua carriera di delinquente. Tutto cambia quando incontra Alessia\, convinta che lui sia l’eroe del famoso cartone animato giapponese Jeeg Robot d’acciaio. \nL’opera prima di Gabriele Mainetti è un autentico capolavoro che è destinato a restare indelebile nella storia del cinema nostrano. D’ora in avanti chi vorrà realizzare un film di questo genere dovrà per forza di cose ispirarsi al film con protagonista Claudio Santamaria nei panni dell’eroe Enzo Ceccotti\, che dopo una vita di difficoltà riceve in dono dalle acque del Tevere i superpoteri diventando Hiroshi Shiba. \n[…] Mainetti costruisce il suo protagonista come un ladruncolo della borgata romana\, andando ad indagare in una realtà difficile e rappresentata in modo crudo e realistico. Questo effetto realistico è esaltato dall’utilizzo minimo degli effetti speciali\, mentre sono le location e i dialoghi a dare una forza mai vista prima a questo film. Il cast può contare anche su una bravissima Ilenia Pastorelli\, fin troppo credibile nei panni di una fan con deficit psichici e amante di Jeeg Robot d’acciaio. Sarà lei a tirare fuori il buono da Enzo Ceccotti depurando il suo cuore e la propria voglia di utilizzare i suoi poteri per i meri scopi personali. Santamaria riesce a essere freddo e emozionante allo stesso tempo\, rendendo in modo perfetto i drammi interiori dell’eroe e l’evoluzione del suo rapporto con la ragazza. Impossibile poi esimersi dai complimenti alla gemma più luminosa di questo film: la follia di Luca Marinelli nell’interpretare Zingaro. L’attore romano è stato eccezionale nel non strafare riuscendo sempre e comunque a mantenere il controllo sulla schizofrenia e il bipolarismo del suo personaggio. […] Mainetti ha inserito una vena folle e coraggiosa che quando riesce ad esprimersi è in grado di far fare il salto di qualità ad un’opera rendendola semplicemente straordinaria\, un vero gioiello. \nThomas Cardinali (www.filmup.com)
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SUMMARY:Banksy Does New York (di C. Moukarbel)
DESCRIPTION:Banksy does New York \ndi Chris Moukarbel \nDocumentario\, 79 min. – USA 2014. \nIl film che celebra l’arte e l’originalità di Banksy\, l’artista più irriverente e brillante dell’ultima generazione\, conosciuto in tutto il mondo \nDal 1° al 31 ottobre 2013 il noto artista di strada Banksy realizzò un’opera al giorno in una location diversa di New York City: riuscì a riempire tutti e cinque i distretti della metropoli\, promuovendo una sorta di caccia al tesoro delle sue opere tanto sul web quanto per le strade. \nInstallazioni personalizzate\, stencil\, graffiti e sculture\, toccarono vari temi scostanti: dai salari nei fast-food\, all’ipocrisia nel mondo dell’arte\, fino alla violenza subita dagli animali nell’industria della carne e le vittime della guerra in Iraq. \nOgni opera venne svelata quotidianamente sull’account Instagram dell’artista @Banksyny e sul suo sito: la posizione però non era mai rivelata e migliaia di fan si scatenarono. \nNon mancarono certo reazioni contrastanti: man mano che i graffiti venivano trovati c’era chi\, come i negozianti\, cominciò a parlare di disturbo della quiete pubblica e di deturpazione della città. Addirittura intervenne l’allora sindaco\, Michael Bloomberg\, per il quale Banksy stava “imbrattando” New York senza apparente motivo\, e non si fecero attendere interventi della polizia per cancellare le suggestive creazioni. \nTutto questo è al centro del nuovo ed originale film-documentario di Chris Moukarbel\, Banksy Does New York: il racconto del mese di follia\, tra apprezzamenti\, contraddizioni\, critiche ed elogi\, del più irriverente e brillante artista dell’ultima generazione. \nDi lui\, è sempre bene ricordare\, non si conosce l’identità (sarebbe però nato nel 1974 e cresciuto a Bristol)\, cosa che alimenta il mistero e\, in un certo senso\, il valore della sua arte. \nIl film esce nello stesso breve periodo in cui sarà possibile accedere nel tenebroso e sarcastico parco divertimenti di Dismaland\, in Inghilterra\, lanciato il 21 agosto e già conosciuto il tutto il mondo. \n(www.urbanpost.it)
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SUMMARY:Regali da uno Sconosciuto - The Gift (di J. Edgerton)
DESCRIPTION:Regali da uno sconosciuto – The Gift \ndi Joel Edgerto \nCon Jason Bateman\, Rebecca Hall\, Joel Edgerton\, Allison Tolman\, Tim Griffin\, Busy Philipps\, Adam Lazarre-White\, Beau Knapp\, Wendell Pierce\, Mirrah Foulkes. \nThriller\, 108 min. – USA 2015. \nSimon e Robyn si trasferiscono a Chicago in una nuova e bellissima casa. In un centro commerciale si imbattono in Gordon\, un ex compagno di scuola di Simon: la coppia lo invita a cena e Gordon si comporta in maniera curiosa\, così come bizzarra è la sua abitudine di lasciare dei regali davanti al loro uscio di casa. Nel momento in cui la presenza di Gordon comincia a farsi troppo assidua\, Simon decide di parlargli e di chiedergli di non farsi più vedere.  \nUna prova sorprendente quella di Joel Edgerton\, qui in veste di regista\, sceneggiatore e attore\, nei panni del presunto stalker Gordon\, detto Gordo. Se per il ruolo adotta un look confuso e disturbante come il suo personaggio – orecchino\, tinta rossiccia dei capelli\, sguardo fisso – il lavoro a livello di messa in scena è mirabile. Edgerton confeziona un B-movie che non si vergogna dei propri ingombranti riferimenti – Cape Fear per il disturbo della quiete domestica\, Cattive compagnie per il rapporto che si instaura tra i due personaggi maschili – ma se esteriormente riprende tecniche di tensione e situazioni tipiche del thriller classico\, il lavoro sui simboli e su ciò che non si vede è molto più sottile. Tra Simon e Gordon da subito si instaura una dinamica servo-padrone sottolineata dall’uso delle inquadrature: Gordon occupa lo sfondo del campo o i suoi bordi\, si pone fisicamente ai margini del quadro\, come si è posto ai margini dell’esistenza. La sua è una natura remissiva\, benché disturbata\, il suo sentimento di rivalsa non si esprime secondo i binari consueti. Al contrario Simon e Robyn (o meglio l’idea che Simon ha di Robyn nella coppia) ostentano il loro successo sociale ed esistenziale attraverso una casa dove le finestre sostituiscono le pareti e sono sempre presenti ospiti gradevoli ed eleganti per festeggiare qualcosa. […] \nL’ambizione figlia dell’esasperata competitività del reaganismo\, che attraversava il succitato Cattive compagnie\, ha lasciato il posto a una coazione a ripetere insensata. Sembra che non si sappia più perché si sgomiti pur di “arrivare” a qualsiasi costo\, quasi si trattasse di una reazione pavloviana alla società\, più che qualcosa di pianificato. Questa insolita componente autodistruttiva\, che accompagna personaggi che vanno al di là delle loro maschere consuete\, porta a sorvolare su alcune manchevolezze e semplificazioni del plot\, che abbondano soprattutto nell’ultima parte\, facendo di Edgerton un’interessante voce nuova del contesto sub-hollywoodiano. \nEmanuele Sacchi (www.mymovies.it)
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SUMMARY:Ave Cesare (di E. e J. Coen)
DESCRIPTION:Ave\, Cesare! \ndi Ethan Coen\, Joel Coen \nCon Josh Brolin\, George Clooney\, Alden Ehrenreich\, Ralph Fiennes\, Scarlett Johansson\, Tilda Swinton\, Frances McDormand\, Channing Tatum\, Jonah Hill\, Veronica Osorio. \nCommedia nera\, 106 min. – USA 2016. \nMentre sull’atollo di Bikini gli Stati Uniti sono impegnati con gli esperimenti sulla bomba H\, a Hollywood Eddie Mannix si deve occupare di trovare una soluzione ad un altro tipo di problemi\, deve tenere lontani dagli scandali in cui si vanno a ficcare le star che stanno lavorando ai film di un grande Studio. Quando poi accade che scompaia il protagonista di un film su Gesù\, la situazione si complica. Anche perché costui è stato rapito da un gruppo di ferventi comunisti. \nSono davvero pochi i registi in attività forniti di una solida conoscenza di tutti i generi cinematografici e della loro evoluzione nel corso della storia del cinema. I fratelli Coen fanno di diritto parte di questa ristretta cerchia. Il loro pregio ulteriore è quello di saperli declinare secondo letture che vanno dal dramma di impianto intellettuale alla commedia più brillante.  \nNell’ormai lontano 1991 la vicenda hollywodiana dello sceneggiatore Barton Fink finiva tra fiamme allucinatorie. Oggi il fil rouge di critica allo star system si è affinato grazie ad un’ironia che non nasconde l’amore per il cinema del passato ma lo depura da qualsiasi sospetto di nostalgia rétro. Le vicende del cattolicissimo Eddie Mannix ci fanno entrare in un mondo che ci ricorda ciò che affermava un vero sceneggiatore\, Ben Hetch: “Io odio gli attori!”. Qui sono tutti adatti a un ruolo ma goffi e incapaci di vivere o di accettare possibili mutamenti di caratterizzazione. […] \nTra fondali finti e improbabili farm del West\, i Coen ci ricordano anche come la fabbrica della finzione si nutra di un pubblico che ha fame di affabulazioni che stanno dentro e fuori dallo schermo. A quelle ‘fuori’ pensano le due gemelle giornaliste\, sempre a caccia di quegli scandali che Eddie deve coprire per contratto. Così i due fratelli ci spingono a considerare quanto siano cambiati i costumi: oggi gli scandali delle star del mondo dello spettacolo non si nascondono\, si creano ad arte. Sanno però fare anche molto di più: chi pensava di non poter assistere nella vita a un dibattito teologico e/o a uno sul materialismo dialettico senza annoiarsi profondamente sarà costretto a ricredersi. Anche perché se nel film precedente (A proposito di Davis) il gatto la faceva da padrone qui\, davanti a un cane che si chiama Engels\, non si può fare a meno di divertirsi sapendo che\, come sempre con i Coen\, non si sta smettendo di pensare. \nGiancarlo Zappoli (www.mymovies.it)
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SUMMARY:I Vitelloni (di F. Fellini) - INGRESSO GRATUITO
DESCRIPTION:I vitelloni \ndi Federico Fellini \nCon Leopoldo Trieste\, Alberto Sordi\, Franco Interlenghi\, Franco Fabrizi. Soggetto Fellini\, Tullio Pinelli ed Ennio Flaiano. Sceneggiatura Fellini e Flaiano. Musica Nino Rota. Montaggio Rolando Benedetti. \nCommedia\, 104 min. – Italia 1953. Leone d’argento al festival di Venezia 1953. \nFausto\, Riccardo\, Alberto\, Leopoldo e Moraldo\, figli della piccola borghesia\, sprecano la loro gioventù nell’ozio più completo e nel vagheggiare sogni irrealizzabili \nPer Federico e per me fu molto difficile rifare cinema. Fellini aveva già pronta La strada ma non trovava nessun produttore disposto a farglielo fare dopo l’insuccesso di Lo sceicco bianco. Finalmente si imbatte in Pegoraro che gli disse “Ma non hai una cosa più fresca\, di ambiente giovane?”. Lui rispose affermativamente e così nacquero I vitelloni. Quando Federico fece il mio nome da inserire nel gruppo dei protagonisti l’ENIC gli rispose: “Cercane un altro\, perché mai vuoi proprio quello\, che respinge il pubblico?”. Federico insistette e alla fine la spuntò con la clausola che non avrebbe messo il mio nome nei manifesti \nAlberto Sordi (L’avventurosa storia del cinema italiano) \nVitellone è una parola inventata\, o accettata\, dal regista per designare il giovane perdigiorno\, già abbastanza stagionato\, che ha qualcuno che bene o male lo mantiene. Chi? “Un padre\, una madre – spiega Federico -\, una sorella\, una zia; una famiglia insomma\, e in famiglia\, si mangia\, si dorme\, si è vestiti e si riesce anche a scroccare un po’ di soldi per le sigarette e il cinematografo. Nessuno di loro sa cosa vorrebbe fare. I piccoli lavori\, le piccole occupazioni che la cittadina di provincia potrebbe offrire alla loro scarsa preparazione\, li disdegnano. Hanno fatto qualche studio ma non sono andati fino in fondo. Non hanno nessuna attitudine per nessuna cosa in modo speciale; aspettano sempre una lettera\, un’offerta\, una combinazione che li porti a Roma o a Milano per qualche incarico generico onorifico e redditizio; e aspettando sono giunti\, chi più chi meno\, verso i trent’anni\, passano la giornata a fare discorsi e scherzetti da ragazzini del ginnasio; e brillano nei tre mesi della stagione balneare la cui attesa e i cui ricordi occupano tutto il resto dell’anno. Sono i disoccupati della borghesia\, i figli di mamma\, i vitelloni”. \nMario Verdone (Fellini)
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SUMMARY:Pazza Gioia (di P. Virzì)
DESCRIPTION:La pazza gioia \ndi Paolo Virzì \nCon Valeria Bruni Tedeschi\, Micaela Ramazzotti\, Valentina Carnelutti\, Tommaso Ragno\, Bob Messini. \nCommedia drammatica\, 118 min. – Italia 2016. \nBeatrice è una chiacchierona istrionica\, sedicente contessa e a suo dire in intimità coi potenti della Terra. Donatella è una giovane donna tatuata\, fragile e silenziosa\, che custodisce un doloroso segreto. Sono ospiti di una comunità terapeutica per donne con disturbi mentali\, entrambe socialmente pericolose. Un’amicizia\, che le porterà ad una fuga strampalata e toccante\, alla ricerca di un po’ di felicità in quel manicomio a cielo aperto che è il mondo dei sani. \n[…] Storia di Beatrice (Valeria Bruni Tedeschi) e Donatella (Micaela Ramazzotti)\, due disgraziate diversamente sole e diversamente depresse\, finite entrambe in un centro di recupero nella campagna toscana. Beatrice ha tutta l’energia\, le parole e le iniziative che mancano a Donatella\, e Donatella porta sul corpo magrissimo e tatuato i segni del dolore di entrambe. \nDopo una mattina di lavoro in una serra\, il ritardo del pulmino che deve portarle indietro consente la fuga\, che diventa poi un viaggio a ritroso nelle loro vite\, un sentiero di conflitti\, divertimento e conoscenza. \nIl film vive su due piani. Uno è quello dell’incarnazione piena di passione delle sue interpreti\, appena caricaturali eppure pian piano credibili nelle vesti di queste donne disastrate\, a volte caute\, a volte rabbiose\, sempre vicine a una qualche forma di rottura\, in fuga ma dipendenti dal destino che le ha portate fin lì. L’altro è quello del percorso che alla fine le porta a una catarsi. \nEcco\, se il percorso è un po’ ingenuo perché lineare\, specie nel modo in cui Donatella si ritrova in faccia il suo passato […]\, dall’altra parte la catarsi\, quando arriva\, è dolcissima\, quasi straziante\, perché sommessa. \nEd è lì\, nel momento in cui infine il film cala la testa e dice quello che deve dire\, quando tutti fanno i conti con sé stessi\, che ti accorgi che quel che hai visto\, pur con i suoi momenti troppo pieni o le deviazioni che fanno storia a sé\, ha costruito un mondo\, dentro cui hai vissuto senza riserve. \nGiorgio Viaro (www.bestmovie.it)
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SUMMARY:Veloce come il Vento (di M. Rovere)
DESCRIPTION:Veloce come il vento \ndi Matteo Rovere \nCon Stefano Accorsi\, Matilda De Angelis\, Roberta Mattei\, Paolo Graziosi\, Lorenzo Gioielli\, Giulio Pugnaghi. \nAzione\, 119 min. – Italia 2016. \nLa passione per i motori scorre da sempre nelle vene di Giulia De Martino. Anche lei è un pilota\, un talento eccezionale che a soli 17 anni partecipa al Campionato GT\, sotto la guida del padre. Ma un giorno tutto cambia e si trova a dover affrontare da sola la pista e la vita. A complicare la situazione il ritorno del fratello Loris\, ex pilota ormai totalmente inaffidabile\, ma dotato di uno straordinario sesto senso per la guida. \n[…] Veloce come il vento è molto di più che un film sulle gare automobilistiche: le corse non sono che un pretesto per mettere in scena un dramma famigliare. E anche se qui la fatica e l’allenamento pesano sul corpo acerbo e il collo da colibrì di Giulia\, a giocarsi la seconda chance della vita è in realtà Loris\, loser da troppo tempo alla deriva. \nVolano sul serio le auto sul circuito di Monza\, Imola e Vallelunga e sulle strade cittadine di Matera con al volante piloti sprezzanti del pericolo\, o meglio disperati\, che si giocano il tutto per tutto e dove il circuito diventa metafora di quella strenua lotta che si ingaggia con se stessi e la vita. Da applauso anche la cura con cui si restituisce la liturgia della preparazione alla gara\, quando i due fratelli ripassano ogni centimetro e dettaglio della pista con relative scalate e accelerate. \nL’esordiente Matilda De Angelis\, ha il phisique-du-rôle perfetto per questo ruolo da piccola guerriera. Mix perfetto di fragilità e determinazione\, di bellezza e personalità\, fa da degno controcanto all’istrionica performance di uno strepitoso Stefano Accorsi\, che per l’occasione si è imbruttito con denti marci\, dimagrendo 10 kg e assumendo per la maggior parte del tempo un’espressione persa da vero tossico\, oltre ad aver recuperato accento e dialetto d’origine. \nNel rapporto sempre più stretto che si instaura tra maestro e allieva\, tra fratello maggiore e sorella minore\, c’è soprattutto l’invito ad assumersi dei rischi\, correndo magari all’impazzata in un centro abitato o tagliando il cordolo anche se la curva è pericolosa\, perché non ai pavidi ma ai temerari è destinata la vittoria. Sorretto da una buona sceneggiatura\, ispirata alla vita vera del pilota di rally Carlo Capone\, e che regala diversi momenti divertenti\, il film non solo dà lustro a una delle nostre eccellenze\, ma la cala nel suo tessuto sanguigno e verace\, colorandola con l’inflessione dialettale. \nMarita Toniolo (www.bestmovie.it)
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SUMMARY:Dalton Trumbo (di J. Roach)
DESCRIPTION:L’ultima parola – La vera storia di Dalton Trumbo \ndi Jay Roach \nCon Bryan Cranston\, Diane Lane\, Helen Mirren\, Louis C.K.\, Elle Fanning. \nBiografico\, 124 min. – USA 2015. \nLa storia in “odore di Oscar” di Dalton Trumbo (Bryan Cranston)\, lo sceneggiatore di “Vacanze romane” e “Spartacus” che venne processato e imprigionato solo perché “sospettato di comunismo”\, ma che non smise mai di lottare contro questa ingiustizia tornando alla fine a vincere il suo meritatissimo Oscar. Oltre a Cranston un cast d’eccezione per interpretare i protagonisti di questa vera storia hollywoodiana: Diane Lane\, Helen Mirren\, Louis C.K.\, Elle Fanning e John Goodman. \nLa Black List\, una delle pagine più controverse nella storia di Hollywood\, dunque degli USA. In questa finestra storica s’inserisce la vicenda di Dalton Trumbo\, uno che non aveva tempo di contarli i soldi che faceva ad Hollywood macinando sceneggiature. Ci fu un momento in cui divenne lo sceneggiatore più pagato di quel mondo lì\, nominato all’Oscar\, conteso da molti\, i più grandi. Poi\, appunto\, la Lista Nera: un comitato a tutela della nazione contro i suoi nemici sente profumo di Guerra Fredda e ne resta ubriacato: «via i comunisti dal nostro Paese!». Sì\, ma prima ancora che dal Paese\, via da quei centri attraverso cui è più facile diffondere l’infezione\, e poiché oramai il cinema è il medium più potente di tutti\, via i comunisti da Hollywood. Inutile appellarsi al primo emendamento\, ripetere che dirsi comunista non equivale ad essere filorussi\, che l’amor patrio può convivere e via discorrendo; la frenesia è già montata e la storia\, prima ancora che il governo\, bussa alla porta dei dieci. Sono i “Dieci di Hollywood”\, torchiati dal Congresso\, sotto la spinta del già citato Comitato per le Attività Anti-americane\, “venduti” da persone con cui il giorno prima condividevano la tavola. Sembrava inizialmente che la cosa sarebbe in qualche modo rientrata\, che ci sarebbe stato modo di aggirare l’accusa in secondo grado. Nulla da fare. Trumbo finisce in carcere. Con il suo approccio Jay Roach tenta di dribblare la seppur insita vocazione politica di questa storia\, soffermandosi sul Trumbo uomo\, dunque anzitutto marito e padre. Non è difficile cogliere da che parte si ponga\, perché\, è bene dirlo\, una parte viene presa; i persecutori di Trumbo vengono infatti dipinti come degli invasati patriottici\, che siano marionette (John Wayne) o promotori (Hedda Hopper). Invasati a dispetto del contegno di facciata\, ineludibile considerata la società dell’epoca\, ma senza dubbio personaggi negativi\, come il primo accusatore\, successivamente condannato per evasione fiscale\, o la perfida Hopper\, che assume su di sé il ruolo di primo inquisitore. \nAntonio Maria Abate (www.cineblog.it)
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