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SUMMARY:Io e Lei (di M. S. Tognazzi)
DESCRIPTION:La regista Maria Sole Tognazzi incontra il pubblico \nIo e lei \ndi Maria Sole Tognazzi \nCon Sabrina Ferilli\, Margherita Buy\, Domenico Diele\, Ennio Fantastichini\, Alessia Barela\, Massimiliano Gallo\, Antonio Zavatteri\, Roberta Fiorentini. \nCommedia\, 97 min. – Italia 2015. \nMarina e Federica sono una coppia che convive da 5 anni. Marina è un’ex attrice e un’imprenditrice di successo che ha sempre saputo di essere lesbica\, Federica è architetto\, ha un figlio ormai adulto e dopo il divorzio si è innamorata di Marina. Ma non si considera lesbica e non gradisce che la sua convivenza diventi di dominio pubblico. Quando Federica si imbatte in una figura del proprio passato il rapporto fra le due si incrina e vengono alla luce tutte le loro fragilità. \nMaria Sole Tognazzi si cimenta ancora una volta con quelle figure femminili che popolano la realtà italiana contemporanea ma sembrano essere bandite dal nostro cinema: donne complesse\, contraddittorie\, non riducibili a un ruolo tradizionale ma in cerca di una propria identità da inventarsi ogni giorno\, scevra da compromessi e aspettative. Anche Io e lei è privo di moralismi e prese di posizione aprioristiche e sceglie di raccontare una storia d’amore che solo incidentalmente ha luogo fra persone appartenenti allo stesso sesso\, riproponendo dinamiche di coppia universalmente riconoscibili. L’irrequietezza di Federica\, donna adulta assai meno risolta di Marina\, è un modo di non accettare fino in fondo la propria natura profondamente anticonvenzionale\, che va ben al di là delle scelte sessuali. Per contro Marina rinuncia\, per amore\, a pretendere da Federica quella coerenza che a lei è costata non poca fatica. \n[…] Io e lei racconta la quotidianità di una coppia omosessuale senza cedere agli stereotipi\, esplorando la complessità degli equilibri fra persone che si amano ma che non per questo rinunciano alla propria unicità. La sceneggiatura è raffinata e credibile\, si declina su dimensioni socioculturali diverse e mantiene un tono divertito anche nei momenti dolorosi\, un sotto testo dolente anche nei momenti comici. \nIl cast corale funziona in modo magistrale e Margherita Buy mette a frutto la sua intrinseca vaghezza per rappresentare i dubbi esistenziali di Federica. Ma Io e lei appartiene a Sabrina Ferilli\, irresistibile nei panni di Marina\, una donna completa che non rinuncia alle proprie radici ma che ha voluto diventare la donna che sapeva da sempre di essere. […] La sua Marina è\, semplicemente\, una persona reale\, piena di tenerezza e ironia\, di passione e curiosità\, e non permette a nessuno di dirle chi è\, o chi deve amare. \nPaola Casella (www.mymovies.it)
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SUMMARY:Hitchcock/Truffaut (di K. Jones)
DESCRIPTION:Hitchcock/Truffaut \ndi Kent Jones \nCon Martin Scorsese\, Wes Anderson\, David Fincher\, Alfred Hitchcock\, Richard Linklater. \nDocumentario\, 79 min. – USA 2015. \n1962. François Truffaut e Alfred Hitchcock si siedono l’uno di fronte all’altro per un’intervista che durerà un’intera settimana durante la quale il grande registra inglese condividerà i segreti del suo cinema con il giovane ammiratore francese. Da quei giorni nascerà un’amicizia ventennale ed anche un libro definito da Truffaut “Hitchbook” La Bibbia del Cinema\, un’opera che destò scandalo perché lo stesso concetto di “cinema” venne totalmente sconvolto. \nIl film è la storia di un critico che divenne regista (Truffaut) e di un maestro del cinema all’apice della sua fama (Hitchcock). Ed è anche la storia di un appassionato dialogo e di un profondo confronto tra due idee molto diverse\, quasi opposte\, di cinema sia come arte che come industria. François Truffaut\, nel 1962 nelle vesti di critico cinematografico perché come regista era ancora agli inizi\, intervistò Hitchcock su ogni film della sua carriera con l’intenzione di mostrare ai critici americani che avevano sbagliato a sottovalutare i film di Hitchcock considerando i suoi lavori solo film di intrattenimento. Così Truffaut riuscì a far sì che Hitchcock venisse riconosciuto come un vero maestro della pellicola. \nLilly Leone (www.cubemagazine.it)
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SUMMARY:Guardie e Ladri (di Stenio e M. Monicelli) - INGRESSO GRATUITO
DESCRIPTION:Alessandro Boschi (Hollywood Party – radio 3) presenta il film \nGuardie e ladri \ndi Steno e Mario Monicelli \nCon Totò\, Pina Piovani\, Aldo Fabrizi e Ave Nichi. Soggetto Piero Tellini. Sceneggiatura Steno\, Monicelli\, Vitaliano Brancati\, Fabrizi\, Ennio Flaiano\, Ruggero Maccari. Fotografia Mario Bava. \nCommedia\, 105 min. – Italia 1951. Premio per la miglior sceneggiatura al Festival di Cannes 1952. \nLadro per necessità viene riconosciuto da una delle sue vittime\, ma riesce a sfuggire alla cattura. Il carabiniere che se lo è lasciato scappare viene minacciato di espulsione dall’Arma se non lo arresterà entro tre mesi. \nQuello tra Totò e Fabrizi per Guardie e ladri fu un rapporto stupendo. Si trattavano con grande civiltà\, con molto rispetto reciproco\, anzi\, fu proprio allora che capii come una delle grosse furbizie di un regista fosse quella di mettere assieme due grandissimi attori perché in quel caso ognuno dei grandissimi attori tende a dimostrare all’altro che è privo di meschinità e trabocca di fair play\, con la conclusione che il tutto sfocia in una lavorazione liscia come l’olio\, paradisiaca \nMario Monicelli \nIl soggetto era di Tellini\, su un’idea di Fellini. L’idea di farlo con Totò e Fabrizi fu di Ponti. Tra i due comici non ci furono scontri particolari\, benché il carattere di Fabrizi fosse tutt’altro che facile. Forse perché nella vita erano molto amici e anzi\, la sera uscivano insieme per andare al night. Spesso Fabrizi tentava di mettere bocca\, Totò comunque non ci dava peso. Erano duetti di due leoni. Ogni tanto\, quando uno dei due si sentiva sopraffatto dall’altro\, cavava fuori le sue astuzie di grande attore. Così Totò fregava Fabrizi con una battuta imprevista e Fabrizi fregava Totò mettendosi a ridere e interrompendogli la scena. \nSteno (L’avventurosa storia del cinema italiano)
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SUMMARY:Non Essere Cattivo (di C. Caligari)
DESCRIPTION:Non essere cattivo \ndi Claudio Caligari \nCon Luca Marinelli\, Alessandro Borghi\, Silvia D’Amico\, Roberta Mattei\, Alessandro Bernardini. \nDrammatico\, 100 min. – Italia 2015. \nOstia\, 1995. Vittorio e Cesare sono amici da sempre\, praticamente fratelli. Cresciuti in un quartiere degradato campano di espedienti\, si drogano\, bevono e si azzuffano con altri sbandati come loro. A casa Cesare ha una madre precocemente invecchiata che accudisce una nipotina malata. Vittorio invece sembra non avere nessuno al mondo\, e quando incontra Linda vede in lei una possibilità di costruire una vita normale. \nCon Non essere cattivo\, l’opera omnia di Caligari consta di tre film in tre decenni e mezzo\, e anche questo dà un’idea di cosa sia “il mondo del cinema”\, in particolare romano. Con l’ultimo\, prodotto grazie all’amicale devozione di Valerio Mastandrea\, Caligari ha come depurato la sua materia\, raggiungendo una misura artistica e umana alta e intimamente commossa\, oserei dire religiosa proprio nel senso della morale cristiana primaria dettata da una straziata pietà per i personaggi che mostra. Si parla di spacciatori di droga periferici\, che sono anche drogati\, e delle loro donne\, dei loro figli\, del loro habitat\, in una Ostia (già raccontata in Amore tossico: è evidente che il registra la conosce bene e sa di cosa parla) che è tanto assolata quanto squallida e provvisoria come tante periferie del mondo. L’ambiente e i personaggi sono pasoliniani (Accattone è il riferimento essenziale)\, però dimensionati in un oggi che è un eterno oggi\, dove le storie si ripetono di padri in figli e di generazione in generazione\, con le stesse ricorrenze. Una società nemica; un potere generalmente distante e dimentico salvo che per una polizia che reprime senza che niente cambi; un ambiente dove il lavoro è poco e non offre garanzie di sorta; donne supine che quando sono sveglie vengono presto ricondotte al loro essere secondarie anche nella marginalità\, anche nella sofferta solidarietà con i loro uomini; bambini vittime o destinati a ripetere le gesta degli adulti. […] La differenza con tanti film e libri che hanno cercato di raccontare questo purgatorio senza uscita è che Caligari lo conosce bene e ama i suoi personaggi\, anche i più trucidi\, perché sa vedere oltre e dentro. Perché sa\, mentre quasi sempre gli scrittori e i registi non sanno\, cioè vedono con gli occhi di chi sta fuori e non pensano neanche lontanamente a farsi carico di quei dilemmi\, di quella condanna. Non capiscono e non possono capire\, ma sono loro a costituire le schiere della “cultura” e i complici o difensori di fatto di quest’ordine delle cose\, quali che siano le loro opzioni ideologiche. \nGoffredo Fofi (www.internazionale.it)
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SUMMARY:Il Ponte delle Spie (di S. Spielberg)
DESCRIPTION:Il ponte delle spie \ndi Steven Spielberg \nCon Tom Hanks\, Mark Rylance\, Amy Ryan\, Sebastian Koch\, Alan Alda\, Billy Magnussen\, Eve Hewson\, Austin Stowell\, Domenick Lombardozzi\, Michael Gaston\, Stephen Kunken\, Peter McRobbie\, Marko Caka\, Joshua Harto\, Burghart Klaußner. \nThriller\, 140 min – USA 2015. Miglior attore non protagonista Oscar 2016. \nIn piena guerra fredda l’FBI cattura la spia sovietica Rudolf Abel\, scatenando un’escalation di paura e paranoia. L’agente sovietico rifiuta di collaborare e viene rinchiuso in un carcere federale in attesa del processo. Come avvocato gli sarà affidato James Donovan\, legale assicurativo con poca esperienza in casi così importanti\, ma abilissimo come negoziatore. I due instaureranno un rapporto di stima reciproca e Donovan si batterà contro tutti per i suoi diritti.  \n[…] Il Ponte delle Spie è un grande film\, scritto con asciutta efficacia da Matt Charman e dai fratelli Coen che abbandonano i loro tipici vezzi e guizzi per mettersi al servizio della storia (vera)\, interpretato da attori perfetti su cui svettano Hanks\, incarnazione di quell’America home of the braves che negli anni ’50 aveva trovato i suoi eroi in James Stewart e Jack Lemmon\, ed un grandissimo Mark Rylance\, attore teatrale il cui attonito aplomb offre della spia russa un inedito ritratto\, umano e quasi “tenero”. Steven Spielberg realizza una spy-story in cui la parola vince sull’azione\, non a caso il protagonista è un avvocato\, negazione anche fisica dell’uomo d’azione\, un uomo di mezza età che si ritrova catapultato in un mondo pericoloso ed incomprensibile\, e però riesce a interpretarlo per mezzo del dialogo e di una notevole dose di perizia tattico/politica. E che meraviglia riscoprire lo spionaggio analogico\, fatto di microbiglietti (come a scuola) e telefoni a disco\, pedinamenti a piedi (non coi satelliti) e dialoghi ambigui. Spielberg è ormai entrato nel novero dei registi “classici” (qualunque cosa voglia dire)\, il cui stile è al contempo personalissimo\, e dunque sempre riconoscibile\, ed universale\, e dunque sempre comprensibile\, con una chiarezza di intenti ed una pulizia narrativa che esaltano la forza morale dell’opera\, la riflessione sulla fragilità della democrazia minacciata da tentazioni forcaiole (ricorda niente?)\, la forza della ragione contrapposta all’isteria paranoide. Ma Il Ponte delle Spie non è soltanto una grande opera civile: è pure un efficace thriller spionistico\, che tiene incollati alla poltrona per due ore e venti emozionando e divertendo\, senza mai ammiccare ai cliché di genere\, senza cercare l’effetto o la facile sorpresa\, ma con la sola forza del racconto\, qui ai suoi massimi livelli\, dalla nitida fotografia del grande Kaminski alle sottolineature sinfoniche del sempiterno Williams. \nGiovanni Romani (www.cultframe.com)
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SUMMARY:Dio Esiste e Vive a Bruxelles (di J. Van Dormael)
DESCRIPTION:Dio esiste e vive a Bruxelles \ndi Jaco Van Dormael \nCon Pili Groyne\, Benoît Poelvoorde\, Catherine Deneuve\, François Damiens\, Yolande Moreau. \nCommedia\, 113 min. – Lussemburgo\, Francia\, Belgio 2015. \nDio esiste. È una persona in carne e ossa come tante e vive a Bruxelles\, ma non è un uomo come ci si aspetta. Con la sua famiglia è codardo e odioso. Ha una figlia un po’ ribelle che un giorno\, stanca di stare chiusa nel loro piccolo appartamento\, decide e di vendicarsi manomettendo il computer del padre. Con il suo gesto rivela a tutte le persone la propria data di morte\, provocando un caos totale. \nÈ un film stupefacente\, pieno di trovate e di gag\, con un tema altissimo e un sottotesto profondo e dolente\, insomma è quasi un capolavoro\, e usiamo il ‘quasi’ solo per prudenza. Immaginate una versione meno snob di Il favoloso mondo di Amélie arricchita dall’umorismo cosmico dei fratelli Coen\, con il copione riveduto da Charlie Kaufman\, lo sceneggiatore di Se mi lasci ti cancello e di altri film che mixano stili e piani narrativi in totale libertà. […] Dio esiste e vive a Bruxelles dura 113 minuti e contiene come minimo 113 idee folgoranti: non c’è una sequenza nella quale Van Dormael e il suo sceneggiatore Thomas Gunzig non si inventino qualcosa\, dal pento di vista visivo e da quello narrativo. […] Il film di Van Dormael\, nella sua apparenza spensierata e a tratti fragorosamente spassosa\, descrive un universo parallelo nel quale gli apostoli diventano 18 e le regole vengono rovesciate nell’opposto di se stesse. Vedendolo vi divertirete\, ma poi vi ritroverete alle prese con mille domande dalle risposte assai difficili. \nAlberto Crespi (L’Unità)
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SUMMARY:La Macchinazione (di D. Grieco)
DESCRIPTION:La macchinazione \nClaudio Ossani intervista il regista David Grieco \ndi David Grieco \nCon Massimo Ranieri\, Libero de Rienzo\, Roberto Citran\, Milena Vukotic\, Matteo Taranto\, François-Xavier Demaison\, Alessandro Sardelli\, Tony Laudadio\, Paolo Bonacelli\, Catrinel Marlon. \nNoir\, 100 min. – Italia 2016. \nEstate 1975. Pier Paolo Pasolini sta montando quello che sarà il suo ultimo film Salò o le 120 giornate di Sodoma. Da alcuni mesi ha avviato una relazione con Pino Pelosi\, un giovane borgataro romano che ha rapporti con la criminalità cittadina. Una notte degli amici di Pelosi rubano il negativo del film e chiedono inizialmente una cifra molto consistente per restituirlo. Si tratta però di un tentativo per attirare lo scrittore in una trappola mortale.  \nDavid Grieco riapre le discussioni e\, soprattutto\, le riflessioni sulla morte di Pier Paolo Pasolini. Era necessaria una buona dose di coraggio e di determinazione per affrontare nuovamente un tema che le inchieste a carattere documentaristico e il cinema di finzione hanno già ampiamente trattato. Ma Grieco ha dalla sua due forti motivazioni la prima (e decisamente più importante) quella di essere stato vicino allo scrittore sia come attore che come assistente e soprattutto amico. La seconda quella di aver rifiutato la proposta di collaborare alla sceneggiatura del Pasolini di Abel Ferrara quando ha capito che il regista puntava più al versante sessuale degli ultimi giorni di vita dello scrittore che non alla ricerca della verità sulla sua morte. Questo è invece ciò che interessa al regista che\, grazie alla collaborazione con il professor Guido Bulla che nel film ha anche il ruolo di segretario di una sezione del MSI\, ha scritto una sceneggiatura rigorosa così come rigoroso è il film che ne è conseguito. \nIl cinema italiano sembrava aver progressivamente perso\, nel corso dei decenni\, l’interesse a proporre ricostruzioni di fatti importanti come questo prestando attenzione al contempo alla contestualizzazione filologicamente accurata e a uno stile ben riconoscibile. Pareva quasi che in materia (fatte le dovute eccezioni) dovesse essere la televisione\, con il linguaggio che le è proprio\, ad occuparsene. Grieco ha una tesi e la espone in modo consequenziale: Pasolini dava fastidio a quelli che all’epoca ancora non venivano definiti come ‘poteri forti’ ma che di fatto lo erano. […] Questa rimessa in discussione del ‘caso’ non avrebbe però avuto la forza che invece gli va riconosciuta se davanti alla macchina da presa non ci fosse stato un Massimo Ranieri al top dell’immedesimazione\, sia fisica che caratteriale\, con il personaggio. Ranieri è capace di far scomparire l’attore nello scrittore e nell’uomo Pasolini tanto da far ricordare\, sul piano della prestazione\, il Gian Maria Volonté de Il caso Moro. \nGian Carlo Zappoli (www.mymovies.it)
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SUMMARY:Perfetti Sconosciuti (di P. Genovese)
DESCRIPTION:Perfetti Sconosciuti \ndi Paolo Genovese \nCon Giuseppe Battiston\, Anna Foglietta\, Marco Giallini\, Edoardo Leo\, Valerio Mastandrea\, Alba Rohrwacher\, Kasia Smutniak. \nCommedia\, 97 min. – Italia 2016. Miglior film e migliore sceneggiatura al David di Donatello 2016. \nQuante coppie si sfascerebbero se uno dei due guardasse nel cellulare dell’altro? È questa la premessa narrativa dietro la storia di un gruppo di amici di lunga data che si incontrano per una cena destinata a trasformarsi in un gioco al massacro… \n[…] Per una volta il numero degli sceneggiatori (cinque in questo caso\, fra cui lo stesso Genovese\, senza contare l’intervento importante degli attori che si sono cuciti addosso i rispettivi dialoghi) non denota caos e debolezza strutturale\, ma sforzo corale per raccontare una storia che è intrinsecamente fatta di frammenti (verrebbe da dire di bit\, byte e pixel)\, corsa ad aggiungere esempi sempre più calzanti tratti dal reale. […] \nIl tono è adeguato alla narrazione: non melodrammatico (alla L’ultimo bacio)\, non romanticamente nostalgico (alla Il nome del figlio)\, non farsesco\, non cinico\, ma comico al punto giusto\, con sfumature sarcastiche e iniezioni di dolore. Questa “cena delle beffe” attinge a molto cinema francese e americano\, ma la declinazione dei rapporti fra i commensali è italiana\, con continui riferimenti a un presente in cui il lavoro è precario\, i legami fragili e i sogni impossibili. La scrittura è crudele\, precisa\, disincantata\, e ha il coraggio di lasciare appese alcune linee narrative\, senza la compulsione televisiva a chiudere ogni scena. C’è anche una coda alla Sliding Doors che mostra come il “gioco” (prima che diventi al massacro) sia gestibile solo con l’ipocrisia e l’accettazione di certe regole non scritte: ed è questa la strada che più spesso scelgono gli esseri “frangibili”. \nQuello che ancora manca\, a ben guardare\, è quella profondità abissale\, quella vertigine di consapevolezza regalata agli spettatori senza preavviso dal miglior cinema italiano\, su tutti quello di Ettore Scola (non a caso anche qui c’è una terrazza). Ma questa non è colpa degli sceneggiatori o del regista\, è segno dei tempi\, giacché la “frangibilità” delle identità e dei rapporti consente al massimo la rivelazione di qualche doppiofondo\, non quella sospensione sull’orlo dell’abisso che\, come canta il bardo della nostra epoca inconsistente\, “non è paura di cadere ma voglia di volare”. \nPaola Casella (www.mymovies.it)
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SUMMARY:Sole Alto (di D. Matanic)
DESCRIPTION:Sole Alto \nL’attrice protagonista\, Tihana Lazovic\, sarà presente in Arena per incontrare il pubblico \ndi Dalibor Matanic \nCon Tihana Lazovic\, Goran Markovic\, Mira Banjac\, Nives Ivankovic\, Dado Cosic\, Trpimir Jurkic\, Slavko Sobin\, Lukrecija Tudor\, Stipe Radoja. \nDrammatico\, 123 min – Corazia / Serbia / Slovenia 2015. Premio della giuria Un Certain Regard al Festival di Cannes 2015. \nIl racconto dell’amore fra un ragazzo croato e una ragazza serba. Un amore che il regista moltiplica per tre volte nell’arco di tre decenni consecutivi: stessi attori\, ma coppie diverse\, dentro il cuore avvelenato di due villaggi balcanici. Il 1991 e l’ombra scura della guerra. Il 2001 e le cicatrici che devastano l’anima. Il 2011 e la possibile\, impervia\, rinascita. Un inno alla vita che ha trafitto i giurati di Cannes. \nPossono di più le divisioni create ad arte dagli uomini o i legami genuini che s’instaurano tra le persone? È la domanda elementare che sembra percorrere dall’inizio alla fine il croato Sole alto\, film che lo scorso anno si aggiudicò il Premio della Giuria di Un Certain Regard. \nIl lavoro di Dalibor Matanić (suo il cortometraggio pluripremiato Party) è diviso in tre atti\, corrispondenti a tre decenni distinti nella storia di un villaggio dei Balcani (1991\, 2001\, 2011). In scena\, con variazioni minime\, una relazione proibita tra una ragazza serba e un giovane croato. I nomi dei personaggi cambiano\, ma gli attori che li interpretano sono sempre gli stessi (gli ottimi Goran Marković e Tihana Lazović) a suggerire probabilmente la ciclicità e l’universalità della vicenda raccontata. La guerra rimane fuoricampo. Nel 1991 non era ancora esplosa\, nel 2001 era già finita. Il clima di conflittualità però era già presente prima e si sarebbe avvertito anche dopo. A Dalibor Matanić non interessa fare memoria\, scavare nelle divisioni etniche di ieri e di oggi. Vuole semmai sentirne l’aria\, isolare le pulsioni\, trasformare l’inquadratura in un campo magnetico di forze in lotta: un cinema\, il suo\, mosso da un violento impulso sensoriale\, una tensione erotica che né le forme della cultura né i retaggi della Storia – e qui sta l’ottimismo – sanno contenere. \nUna visione metastorica\, fisicista\, consegnata a uno scenario (un villaggio di confine) indefinito\, sospeso nel tempo e immerso in una luce calda\, estiva\, foriera di epifanie. Perfetta la chimica tra i due attori protagonisti: il modo in cui usano i corpi\, si lanciano occhiate\, si respingono e si annusano\, ha un che di bestiale\, autentico e straordinario. Bello il contrasto con la calma piatta della campagna intorno\, il bagno d’inquietudine nella placida neutralità della natura. Il mondo per Matanić esisteva prima di ogni io\, noi\, loro. È intero sotto la grande ferita. Verità condivisibile. Non lenisce ma almeno\, diceva qualcuno\, ci renderà liberi. \nGianluca Arnone (www.cinematografo.it)
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SUMMARY:Confessione di un Commissario di Polizia al Procuratore della Repubblica (di D. Damiani) - INGRESSO GRATUITO
DESCRIPTION:Confessione di un commissario di polizia al procuratore della Repubblica \ndi Damiano Damiani \nCon Claudio Gora\, Marilù Tolo\, Martin Balsam\, Franco Nero. Soggetto Fulvio Gicca Palli e Damiani. Sceneggiatura Damiani e Salvatore Laurani. Montaggio Antonio Siciliano. Musica Riz Ortolani. \nPoliziesco\, 106 min. – Italia 1971. \nIl magistrato Traini non condivide i metodi del commissario Bonavia: questi sostiene che contro la mafia la legge non basta e bisogna affrontarla al di fuori della legalità. \nNei film di questo periodo\, Damiani dava alla sequenze un grande ritmo interno. La gente sembrava parlasse tutta a doppia velocità; oggi invece parlano tutti al ralenti\, prima prendono posizione… Per Confessione\, il mio ritmo l’ho preso su Martin Balsam: essendo americano\, aveva dei tempi eccezionali\, io li ho presi e li ho riportati su Franco Neri e sugli altri. \nSapevo che Daminani non voleva uno sfronzolo in più\, nemmeno cinque fotogrammi in coda. Quando la gente camminava\, c’era subito l’attacco della battuta. Mi diceva sempre: “Leva\, taglia”. Ho impostato il montaggio in modo talmente preciso che alla fine in due giorni abbiamo revisionato il film. Intendiamoci: il film è bello e montato bene perché è girato intenzionalmente bene. I tempi li dava Damiani\, non io. Damiani\, su certe scenegiatture\, disegnava già l’impostazione della scena\, con i punti dove voleva mettere la macchina da presa […]. Le recensioni facevano molti complimenti al montaggio\, e Damiani mi disse: “Ma ti sei comprato tutti i giornalisti?” \nAntonio Siciliano in Alberto Pezzotta\, Regia Damiano Damiani \nUn giallo sociale di buon mestiere lubrificato a dovere negli snodi drammatici e spettacolari e con in più un coraggioso appello a lottare per un miglior futuro della Sicilia è Confessione di un commissario di polizia ad un procuratore della Repubblica di Damiano Damiani\, in cui vari ricordi dell’Indagine su un cittadino di Petri e di Mani sulla città di Francesco Rosi si innestano sul tronco del cinema dedicato alla mafia che grazie a Il giorno della civetta e La moglie più bella\, ha ormai in Damiani uno dei suoi alfieri più volenterosi […]. Da gran tempo il cinema ci ha abituati a questi gialli sostanzialmente cosmopoliti\, dove i dati caratteristici del costume locale e della psicologia sono assorbiti nel meccanismo dell’intreccio e dei colpi di scena […]. \nGiovanni Grazzini (Corriere della sera del 1 aprile 1971)
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SUMMARY:The Walk (di R. Zemeckis)
DESCRIPTION:The Walk \ndi Robert Zemeckis  \nCon Joseph Gordon-Levitt\, Ben Kingsley\, Patrick Baby\, Marie Turgeon\, Soleyman Pierini. \nDrammatico\, 100 min. – USA 2015. \n7 agosto 1974\, il funambolo Philippe Petit realizza il suo sogno: per quasi un’ora cammina su un cavo teso tra le Torri Gemelle. Lo guardano la sua donna\, gli amici\, la polizia\, la città e poi il mondo. Philippe cambia il modo in cui New York guarda ai suoi nuovi simboli\, li ammanta della magia dell’arte\, realizza il sogno nella terra dei sogni. Nel 2001\, un incubo riscriverà quello sguardo e quello spazio\, con un altro\, definitivo\, “per sempre”. \nCi sono due torri\, due paesi e due anime nel film di Zemeckis. C’è la Parigi della prima parte\, che pare uscita da un musical di Stanley Donen apparso fuori tempo massimo\, dove i protagonisti della storia più che arrampicarsi sul filo si arrampicano sugli specchi per giustificare il loro utilizzo dell’inglese\, dove la finzione scolora la realtà nonostante costumi e fotografia s’ingegnino per fare l’opposto\, dove accade esattamente ciò che non dovrebbe accadere sulla corda\, e cioè che si finge\, e questo – Philippe l’ha appreso dal suo mentore Papa Rudy – questo il pubblico lo sente.  \nPoi le cose cambiano\, attraversato l’oceano la prospettiva si ribalta: qui Zemeckis fa sul serio e anche questo il pubblico lo sente. Il “colpo” di Petit diventa il colpo del regista; la posta in gioco è ambiziosa e la tecnica è tutto. Scollati dal suolo\, a partire dalla notte sul tetto\, il sogno del funambolo francese e il cinema dell’americano s’incontrano\, sono fatti della stessa materia\, comandano la temporalità con le loro leggi particolari\, rubano il respiro\, gelano le mani per l’emozione e per la temperatura dell’aria del cielo all’alba.  \nSe nell’intro del film\, Petit/Gordon Levitt rifiutava di trovare un perché alla sua impresa\, facendosi bastare il richiamo della bellezza e dello spettacolo\, in coda\, al contrario\, Zemeckis sembra giustificare la sua scelta di girare The Walk col desiderio di partire da una storia vera per parlare di un’altra storia vera\, fatta anch’essa di ansia e di vertigine\, ma di segno opposto: una storia in cui l’equilibrio del mondo va in pezzi e i corpi precipitano anziché danzare sospesi. Quello rivolto all’undici settembre è un pensiero fin troppo evidente\, per quanto reso silenziosamente\, ma anche inevitabile. “La nostra civiltà – scriveva\, all’indomani della tragedia\, Paolo Lagazzi – è un sogno sospeso a un filo sottile”. \n Marianna Cappi (www.mymovies.it)
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SUMMARY:The Danish Girl (di T. Hooper)
DESCRIPTION:The Danish Girl \ndi Tom Hooper \nCon Eddie Redmayne\, Amber Heard\, Alicia Vikander\, Matthias Schoenaerts\, Adrian Schiller. \nBiografico\, 120 min. – UK / USA 2015. Miglior attrice non protagonista Oscar 2016. \nCopenhagen\, primi anni ‘20. L’artista danese Gerda Wegener dipinge un ritratto del marito Einar vestito da donna. Il dipinto raggiunge grande popolarità e Einar inizia a mantenere in modo permanente un’apparenza femminile\, mutando il suo nome in Lili Elbe. Spinto da ideali femministi e supportato dalla moglie\, Elbe tenta di effettuare il primo intervento per cambio di sesso da uomo a donna. L’intervento avrà grosse ripercussioni sul suo matrimonio e sulla sua identità. \nTom Hooper riesce dove molti altri registi falliscono. Trasforma in solido intrattenimento storie sfaccettate non perdendo di vista la complessità. Per molta parte della critica il suo approccio è semplicistico ed eccessivamente compiacente nei confronti del pubblico. In realtà il pubblico non è sempre sprovveduto e rendere chiaro (che non significa per forza spiegare\, sottolineare\, ridondare) è da considerarsi qualità e non il mero svolgimento di un compitino diligente. Anche perché tutto nella visione di Hooper concorre ad inserire i contenuti in un grande spettacolo. Al centro dei suoi interessi un senso di inadeguatezza con cui venire a patti: la balbuzie del Duca di York ne Il discorso del re\, il tentativo di rivalsa e redenzione di Jean Valjean ne Les Miserables […]. \nUn processo di cambiamento abilmente gestito nella sceneggiatura di Lucinda Coxon che mostra\, scava\, motiva\, cura ogni dettaglio psicologico\, costruendo un personaggio non solo credibile\, ma vivo e pulsante\, dando risalto sia alle luci che alle ombre. \nAnche la deriva lacrimevole non stona\, perché la storia è potente e la sceneggiatura si abbandona ad essa contrapponendo\, anche con una certa furbizia certo (l’inglese è parlato ovunque)\, la scoperta di sé con il grande amore. Hooper gestisce il racconto con la consueta minuziosità\, cerca il bello in ogni inquadratura\, l’armonia nella composizione delle immagini e si avvale di collaboratori eccellenti nella ricostruzione storica. L’andamento è pacato\, alla provocazione preferisce la comprensione\, che non evolve mai in odiosa tolleranza\, la tesi c’è\, ma è subordinata alla narrazione e non viceversa. Forse eccede in enfasi\, curando molto la confezione per rendere il tutto il più possibile appetibile\, ma si attiene al genere\, il melodramma\, prescelto. \nLuca Baroncini (www.spietati.it)
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SUMMARY:Lo Chiamavano Jeeg Robot (di G. Mainetti)
DESCRIPTION:Lo chiamavano Jeeg Robot \ndi Gabriele Mainetti\nCon Claudio Santamaria\, Luca Marinelli\, Ilenia Pastorelli\, Stefano Ambrogi\, Maurizio Tesei. \nFantascienza / Commedia\, 112 min. – Italia 2015. Miglior regista esordiente\, miglior produttore\, miglior attore e attrice protagonista\, miglior attore e attrice non protagonista al David di Donatello 2016 \nEnzo Ceccotti entra in contatto con una sostanza radioattiva. A causa di un incidente scopre di avere una forza sovraumana. Ombroso\, introverso e chiuso in sé stesso\, Enzo accoglie il dono dei nuovi poteri come una benedizione per la sua carriera di delinquente. Tutto cambia quando incontra Alessia\, convinta che lui sia l’eroe del famoso cartone animato giapponese Jeeg Robot d’acciaio. \nL’opera prima di Gabriele Mainetti è un autentico capolavoro che è destinato a restare indelebile nella storia del cinema nostrano. D’ora in avanti chi vorrà realizzare un film di questo genere dovrà per forza di cose ispirarsi al film con protagonista Claudio Santamaria nei panni dell’eroe Enzo Ceccotti\, che dopo una vita di difficoltà riceve in dono dalle acque del Tevere i superpoteri diventando Hiroshi Shiba. \n[…] Mainetti costruisce il suo protagonista come un ladruncolo della borgata romana\, andando ad indagare in una realtà difficile e rappresentata in modo crudo e realistico. Questo effetto realistico è esaltato dall’utilizzo minimo degli effetti speciali\, mentre sono le location e i dialoghi a dare una forza mai vista prima a questo film. Il cast può contare anche su una bravissima Ilenia Pastorelli\, fin troppo credibile nei panni di una fan con deficit psichici e amante di Jeeg Robot d’acciaio. Sarà lei a tirare fuori il buono da Enzo Ceccotti depurando il suo cuore e la propria voglia di utilizzare i suoi poteri per i meri scopi personali. Santamaria riesce a essere freddo e emozionante allo stesso tempo\, rendendo in modo perfetto i drammi interiori dell’eroe e l’evoluzione del suo rapporto con la ragazza. Impossibile poi esimersi dai complimenti alla gemma più luminosa di questo film: la follia di Luca Marinelli nell’interpretare Zingaro. L’attore romano è stato eccezionale nel non strafare riuscendo sempre e comunque a mantenere il controllo sulla schizofrenia e il bipolarismo del suo personaggio. […] Mainetti ha inserito una vena folle e coraggiosa che quando riesce ad esprimersi è in grado di far fare il salto di qualità ad un’opera rendendola semplicemente straordinaria\, un vero gioiello. \nThomas Cardinali (www.filmup.com)
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SUMMARY:Banksy Does New York (di C. Moukarbel)
DESCRIPTION:Banksy does New York \ndi Chris Moukarbel \nDocumentario\, 79 min. – USA 2014. \nIl film che celebra l’arte e l’originalità di Banksy\, l’artista più irriverente e brillante dell’ultima generazione\, conosciuto in tutto il mondo \nDal 1° al 31 ottobre 2013 il noto artista di strada Banksy realizzò un’opera al giorno in una location diversa di New York City: riuscì a riempire tutti e cinque i distretti della metropoli\, promuovendo una sorta di caccia al tesoro delle sue opere tanto sul web quanto per le strade. \nInstallazioni personalizzate\, stencil\, graffiti e sculture\, toccarono vari temi scostanti: dai salari nei fast-food\, all’ipocrisia nel mondo dell’arte\, fino alla violenza subita dagli animali nell’industria della carne e le vittime della guerra in Iraq. \nOgni opera venne svelata quotidianamente sull’account Instagram dell’artista @Banksyny e sul suo sito: la posizione però non era mai rivelata e migliaia di fan si scatenarono. \nNon mancarono certo reazioni contrastanti: man mano che i graffiti venivano trovati c’era chi\, come i negozianti\, cominciò a parlare di disturbo della quiete pubblica e di deturpazione della città. Addirittura intervenne l’allora sindaco\, Michael Bloomberg\, per il quale Banksy stava “imbrattando” New York senza apparente motivo\, e non si fecero attendere interventi della polizia per cancellare le suggestive creazioni. \nTutto questo è al centro del nuovo ed originale film-documentario di Chris Moukarbel\, Banksy Does New York: il racconto del mese di follia\, tra apprezzamenti\, contraddizioni\, critiche ed elogi\, del più irriverente e brillante artista dell’ultima generazione. \nDi lui\, è sempre bene ricordare\, non si conosce l’identità (sarebbe però nato nel 1974 e cresciuto a Bristol)\, cosa che alimenta il mistero e\, in un certo senso\, il valore della sua arte. \nIl film esce nello stesso breve periodo in cui sarà possibile accedere nel tenebroso e sarcastico parco divertimenti di Dismaland\, in Inghilterra\, lanciato il 21 agosto e già conosciuto il tutto il mondo. \n(www.urbanpost.it)
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SUMMARY:Regali da uno Sconosciuto - The Gift (di J. Edgerton)
DESCRIPTION:Regali da uno sconosciuto – The Gift \ndi Joel Edgerto \nCon Jason Bateman\, Rebecca Hall\, Joel Edgerton\, Allison Tolman\, Tim Griffin\, Busy Philipps\, Adam Lazarre-White\, Beau Knapp\, Wendell Pierce\, Mirrah Foulkes. \nThriller\, 108 min. – USA 2015. \nSimon e Robyn si trasferiscono a Chicago in una nuova e bellissima casa. In un centro commerciale si imbattono in Gordon\, un ex compagno di scuola di Simon: la coppia lo invita a cena e Gordon si comporta in maniera curiosa\, così come bizzarra è la sua abitudine di lasciare dei regali davanti al loro uscio di casa. Nel momento in cui la presenza di Gordon comincia a farsi troppo assidua\, Simon decide di parlargli e di chiedergli di non farsi più vedere.  \nUna prova sorprendente quella di Joel Edgerton\, qui in veste di regista\, sceneggiatore e attore\, nei panni del presunto stalker Gordon\, detto Gordo. Se per il ruolo adotta un look confuso e disturbante come il suo personaggio – orecchino\, tinta rossiccia dei capelli\, sguardo fisso – il lavoro a livello di messa in scena è mirabile. Edgerton confeziona un B-movie che non si vergogna dei propri ingombranti riferimenti – Cape Fear per il disturbo della quiete domestica\, Cattive compagnie per il rapporto che si instaura tra i due personaggi maschili – ma se esteriormente riprende tecniche di tensione e situazioni tipiche del thriller classico\, il lavoro sui simboli e su ciò che non si vede è molto più sottile. Tra Simon e Gordon da subito si instaura una dinamica servo-padrone sottolineata dall’uso delle inquadrature: Gordon occupa lo sfondo del campo o i suoi bordi\, si pone fisicamente ai margini del quadro\, come si è posto ai margini dell’esistenza. La sua è una natura remissiva\, benché disturbata\, il suo sentimento di rivalsa non si esprime secondo i binari consueti. Al contrario Simon e Robyn (o meglio l’idea che Simon ha di Robyn nella coppia) ostentano il loro successo sociale ed esistenziale attraverso una casa dove le finestre sostituiscono le pareti e sono sempre presenti ospiti gradevoli ed eleganti per festeggiare qualcosa. […] \nL’ambizione figlia dell’esasperata competitività del reaganismo\, che attraversava il succitato Cattive compagnie\, ha lasciato il posto a una coazione a ripetere insensata. Sembra che non si sappia più perché si sgomiti pur di “arrivare” a qualsiasi costo\, quasi si trattasse di una reazione pavloviana alla società\, più che qualcosa di pianificato. Questa insolita componente autodistruttiva\, che accompagna personaggi che vanno al di là delle loro maschere consuete\, porta a sorvolare su alcune manchevolezze e semplificazioni del plot\, che abbondano soprattutto nell’ultima parte\, facendo di Edgerton un’interessante voce nuova del contesto sub-hollywoodiano. \nEmanuele Sacchi (www.mymovies.it)
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SUMMARY:Ave Cesare (di E. e J. Coen)
DESCRIPTION:Ave\, Cesare! \ndi Ethan Coen\, Joel Coen \nCon Josh Brolin\, George Clooney\, Alden Ehrenreich\, Ralph Fiennes\, Scarlett Johansson\, Tilda Swinton\, Frances McDormand\, Channing Tatum\, Jonah Hill\, Veronica Osorio. \nCommedia nera\, 106 min. – USA 2016. \nMentre sull’atollo di Bikini gli Stati Uniti sono impegnati con gli esperimenti sulla bomba H\, a Hollywood Eddie Mannix si deve occupare di trovare una soluzione ad un altro tipo di problemi\, deve tenere lontani dagli scandali in cui si vanno a ficcare le star che stanno lavorando ai film di un grande Studio. Quando poi accade che scompaia il protagonista di un film su Gesù\, la situazione si complica. Anche perché costui è stato rapito da un gruppo di ferventi comunisti. \nSono davvero pochi i registi in attività forniti di una solida conoscenza di tutti i generi cinematografici e della loro evoluzione nel corso della storia del cinema. I fratelli Coen fanno di diritto parte di questa ristretta cerchia. Il loro pregio ulteriore è quello di saperli declinare secondo letture che vanno dal dramma di impianto intellettuale alla commedia più brillante.  \nNell’ormai lontano 1991 la vicenda hollywodiana dello sceneggiatore Barton Fink finiva tra fiamme allucinatorie. Oggi il fil rouge di critica allo star system si è affinato grazie ad un’ironia che non nasconde l’amore per il cinema del passato ma lo depura da qualsiasi sospetto di nostalgia rétro. Le vicende del cattolicissimo Eddie Mannix ci fanno entrare in un mondo che ci ricorda ciò che affermava un vero sceneggiatore\, Ben Hetch: “Io odio gli attori!”. Qui sono tutti adatti a un ruolo ma goffi e incapaci di vivere o di accettare possibili mutamenti di caratterizzazione. […] \nTra fondali finti e improbabili farm del West\, i Coen ci ricordano anche come la fabbrica della finzione si nutra di un pubblico che ha fame di affabulazioni che stanno dentro e fuori dallo schermo. A quelle ‘fuori’ pensano le due gemelle giornaliste\, sempre a caccia di quegli scandali che Eddie deve coprire per contratto. Così i due fratelli ci spingono a considerare quanto siano cambiati i costumi: oggi gli scandali delle star del mondo dello spettacolo non si nascondono\, si creano ad arte. Sanno però fare anche molto di più: chi pensava di non poter assistere nella vita a un dibattito teologico e/o a uno sul materialismo dialettico senza annoiarsi profondamente sarà costretto a ricredersi. Anche perché se nel film precedente (A proposito di Davis) il gatto la faceva da padrone qui\, davanti a un cane che si chiama Engels\, non si può fare a meno di divertirsi sapendo che\, come sempre con i Coen\, non si sta smettendo di pensare. \nGiancarlo Zappoli (www.mymovies.it)
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SUMMARY:I Vitelloni (di F. Fellini) - INGRESSO GRATUITO
DESCRIPTION:I vitelloni \ndi Federico Fellini \nCon Leopoldo Trieste\, Alberto Sordi\, Franco Interlenghi\, Franco Fabrizi. Soggetto Fellini\, Tullio Pinelli ed Ennio Flaiano. Sceneggiatura Fellini e Flaiano. Musica Nino Rota. Montaggio Rolando Benedetti. \nCommedia\, 104 min. – Italia 1953. Leone d’argento al festival di Venezia 1953. \nFausto\, Riccardo\, Alberto\, Leopoldo e Moraldo\, figli della piccola borghesia\, sprecano la loro gioventù nell’ozio più completo e nel vagheggiare sogni irrealizzabili \nPer Federico e per me fu molto difficile rifare cinema. Fellini aveva già pronta La strada ma non trovava nessun produttore disposto a farglielo fare dopo l’insuccesso di Lo sceicco bianco. Finalmente si imbatte in Pegoraro che gli disse “Ma non hai una cosa più fresca\, di ambiente giovane?”. Lui rispose affermativamente e così nacquero I vitelloni. Quando Federico fece il mio nome da inserire nel gruppo dei protagonisti l’ENIC gli rispose: “Cercane un altro\, perché mai vuoi proprio quello\, che respinge il pubblico?”. Federico insistette e alla fine la spuntò con la clausola che non avrebbe messo il mio nome nei manifesti \nAlberto Sordi (L’avventurosa storia del cinema italiano) \nVitellone è una parola inventata\, o accettata\, dal regista per designare il giovane perdigiorno\, già abbastanza stagionato\, che ha qualcuno che bene o male lo mantiene. Chi? “Un padre\, una madre – spiega Federico -\, una sorella\, una zia; una famiglia insomma\, e in famiglia\, si mangia\, si dorme\, si è vestiti e si riesce anche a scroccare un po’ di soldi per le sigarette e il cinematografo. Nessuno di loro sa cosa vorrebbe fare. I piccoli lavori\, le piccole occupazioni che la cittadina di provincia potrebbe offrire alla loro scarsa preparazione\, li disdegnano. Hanno fatto qualche studio ma non sono andati fino in fondo. Non hanno nessuna attitudine per nessuna cosa in modo speciale; aspettano sempre una lettera\, un’offerta\, una combinazione che li porti a Roma o a Milano per qualche incarico generico onorifico e redditizio; e aspettando sono giunti\, chi più chi meno\, verso i trent’anni\, passano la giornata a fare discorsi e scherzetti da ragazzini del ginnasio; e brillano nei tre mesi della stagione balneare la cui attesa e i cui ricordi occupano tutto il resto dell’anno. Sono i disoccupati della borghesia\, i figli di mamma\, i vitelloni”. \nMario Verdone (Fellini)
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SUMMARY:Pazza Gioia (di P. Virzì)
DESCRIPTION:La pazza gioia \ndi Paolo Virzì \nCon Valeria Bruni Tedeschi\, Micaela Ramazzotti\, Valentina Carnelutti\, Tommaso Ragno\, Bob Messini. \nCommedia drammatica\, 118 min. – Italia 2016. \nBeatrice è una chiacchierona istrionica\, sedicente contessa e a suo dire in intimità coi potenti della Terra. Donatella è una giovane donna tatuata\, fragile e silenziosa\, che custodisce un doloroso segreto. Sono ospiti di una comunità terapeutica per donne con disturbi mentali\, entrambe socialmente pericolose. Un’amicizia\, che le porterà ad una fuga strampalata e toccante\, alla ricerca di un po’ di felicità in quel manicomio a cielo aperto che è il mondo dei sani. \n[…] Storia di Beatrice (Valeria Bruni Tedeschi) e Donatella (Micaela Ramazzotti)\, due disgraziate diversamente sole e diversamente depresse\, finite entrambe in un centro di recupero nella campagna toscana. Beatrice ha tutta l’energia\, le parole e le iniziative che mancano a Donatella\, e Donatella porta sul corpo magrissimo e tatuato i segni del dolore di entrambe. \nDopo una mattina di lavoro in una serra\, il ritardo del pulmino che deve portarle indietro consente la fuga\, che diventa poi un viaggio a ritroso nelle loro vite\, un sentiero di conflitti\, divertimento e conoscenza. \nIl film vive su due piani. Uno è quello dell’incarnazione piena di passione delle sue interpreti\, appena caricaturali eppure pian piano credibili nelle vesti di queste donne disastrate\, a volte caute\, a volte rabbiose\, sempre vicine a una qualche forma di rottura\, in fuga ma dipendenti dal destino che le ha portate fin lì. L’altro è quello del percorso che alla fine le porta a una catarsi. \nEcco\, se il percorso è un po’ ingenuo perché lineare\, specie nel modo in cui Donatella si ritrova in faccia il suo passato […]\, dall’altra parte la catarsi\, quando arriva\, è dolcissima\, quasi straziante\, perché sommessa. \nEd è lì\, nel momento in cui infine il film cala la testa e dice quello che deve dire\, quando tutti fanno i conti con sé stessi\, che ti accorgi che quel che hai visto\, pur con i suoi momenti troppo pieni o le deviazioni che fanno storia a sé\, ha costruito un mondo\, dentro cui hai vissuto senza riserve. \nGiorgio Viaro (www.bestmovie.it)
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SUMMARY:Veloce come il Vento (di M. Rovere)
DESCRIPTION:Veloce come il vento \ndi Matteo Rovere \nCon Stefano Accorsi\, Matilda De Angelis\, Roberta Mattei\, Paolo Graziosi\, Lorenzo Gioielli\, Giulio Pugnaghi. \nAzione\, 119 min. – Italia 2016. \nLa passione per i motori scorre da sempre nelle vene di Giulia De Martino. Anche lei è un pilota\, un talento eccezionale che a soli 17 anni partecipa al Campionato GT\, sotto la guida del padre. Ma un giorno tutto cambia e si trova a dover affrontare da sola la pista e la vita. A complicare la situazione il ritorno del fratello Loris\, ex pilota ormai totalmente inaffidabile\, ma dotato di uno straordinario sesto senso per la guida. \n[…] Veloce come il vento è molto di più che un film sulle gare automobilistiche: le corse non sono che un pretesto per mettere in scena un dramma famigliare. E anche se qui la fatica e l’allenamento pesano sul corpo acerbo e il collo da colibrì di Giulia\, a giocarsi la seconda chance della vita è in realtà Loris\, loser da troppo tempo alla deriva. \nVolano sul serio le auto sul circuito di Monza\, Imola e Vallelunga e sulle strade cittadine di Matera con al volante piloti sprezzanti del pericolo\, o meglio disperati\, che si giocano il tutto per tutto e dove il circuito diventa metafora di quella strenua lotta che si ingaggia con se stessi e la vita. Da applauso anche la cura con cui si restituisce la liturgia della preparazione alla gara\, quando i due fratelli ripassano ogni centimetro e dettaglio della pista con relative scalate e accelerate. \nL’esordiente Matilda De Angelis\, ha il phisique-du-rôle perfetto per questo ruolo da piccola guerriera. Mix perfetto di fragilità e determinazione\, di bellezza e personalità\, fa da degno controcanto all’istrionica performance di uno strepitoso Stefano Accorsi\, che per l’occasione si è imbruttito con denti marci\, dimagrendo 10 kg e assumendo per la maggior parte del tempo un’espressione persa da vero tossico\, oltre ad aver recuperato accento e dialetto d’origine. \nNel rapporto sempre più stretto che si instaura tra maestro e allieva\, tra fratello maggiore e sorella minore\, c’è soprattutto l’invito ad assumersi dei rischi\, correndo magari all’impazzata in un centro abitato o tagliando il cordolo anche se la curva è pericolosa\, perché non ai pavidi ma ai temerari è destinata la vittoria. Sorretto da una buona sceneggiatura\, ispirata alla vita vera del pilota di rally Carlo Capone\, e che regala diversi momenti divertenti\, il film non solo dà lustro a una delle nostre eccellenze\, ma la cala nel suo tessuto sanguigno e verace\, colorandola con l’inflessione dialettale. \nMarita Toniolo (www.bestmovie.it)
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SUMMARY:Dalton Trumbo (di J. Roach)
DESCRIPTION:L’ultima parola – La vera storia di Dalton Trumbo \ndi Jay Roach \nCon Bryan Cranston\, Diane Lane\, Helen Mirren\, Louis C.K.\, Elle Fanning. \nBiografico\, 124 min. – USA 2015. \nLa storia in “odore di Oscar” di Dalton Trumbo (Bryan Cranston)\, lo sceneggiatore di “Vacanze romane” e “Spartacus” che venne processato e imprigionato solo perché “sospettato di comunismo”\, ma che non smise mai di lottare contro questa ingiustizia tornando alla fine a vincere il suo meritatissimo Oscar. Oltre a Cranston un cast d’eccezione per interpretare i protagonisti di questa vera storia hollywoodiana: Diane Lane\, Helen Mirren\, Louis C.K.\, Elle Fanning e John Goodman. \nLa Black List\, una delle pagine più controverse nella storia di Hollywood\, dunque degli USA. In questa finestra storica s’inserisce la vicenda di Dalton Trumbo\, uno che non aveva tempo di contarli i soldi che faceva ad Hollywood macinando sceneggiature. Ci fu un momento in cui divenne lo sceneggiatore più pagato di quel mondo lì\, nominato all’Oscar\, conteso da molti\, i più grandi. Poi\, appunto\, la Lista Nera: un comitato a tutela della nazione contro i suoi nemici sente profumo di Guerra Fredda e ne resta ubriacato: «via i comunisti dal nostro Paese!». Sì\, ma prima ancora che dal Paese\, via da quei centri attraverso cui è più facile diffondere l’infezione\, e poiché oramai il cinema è il medium più potente di tutti\, via i comunisti da Hollywood. Inutile appellarsi al primo emendamento\, ripetere che dirsi comunista non equivale ad essere filorussi\, che l’amor patrio può convivere e via discorrendo; la frenesia è già montata e la storia\, prima ancora che il governo\, bussa alla porta dei dieci. Sono i “Dieci di Hollywood”\, torchiati dal Congresso\, sotto la spinta del già citato Comitato per le Attività Anti-americane\, “venduti” da persone con cui il giorno prima condividevano la tavola. Sembrava inizialmente che la cosa sarebbe in qualche modo rientrata\, che ci sarebbe stato modo di aggirare l’accusa in secondo grado. Nulla da fare. Trumbo finisce in carcere. Con il suo approccio Jay Roach tenta di dribblare la seppur insita vocazione politica di questa storia\, soffermandosi sul Trumbo uomo\, dunque anzitutto marito e padre. Non è difficile cogliere da che parte si ponga\, perché\, è bene dirlo\, una parte viene presa; i persecutori di Trumbo vengono infatti dipinti come degli invasati patriottici\, che siano marionette (John Wayne) o promotori (Hedda Hopper). Invasati a dispetto del contegno di facciata\, ineludibile considerata la società dell’epoca\, ma senza dubbio personaggi negativi\, come il primo accusatore\, successivamente condannato per evasione fiscale\, o la perfida Hopper\, che assume su di sé il ruolo di primo inquisitore. \nAntonio Maria Abate (www.cineblog.it)
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SUMMARY:The Boy and the Beast (di M. Hosoda)
DESCRIPTION:The boy and the beast \ndi Mamoru Hosoda \nCon Pino Insegno\, Mirko Cannella\, Gaia Bolognesi\, Roisin Nicosia\, Gianfranco Miranda\, Simone d’Andrea. \nAnimazione\, 119 min. – Giappone 2015. \nRen\, dopo aver perso entrambi i genitori\, fugge per le strade di Shibuya dove incontra Kumatetsu\, un animale bipede\, misterioso e parlante. Kumatetsu è una delle Bestie (bakemono) più potenti di Jutenkai\, un mondo parallelo a Shibuya popolato solo da animali antropomorfi. Senza rimpianti per il mondo degli uomini\, Ren cresce tra le creature\, imparando l’arte della lotta. \nThe Boy and the Beast ha dalla sua la forza di raccontare il bildungsroman più antico del mondo riuscendo a regalare soluzioni inconsuete e personaggi memorabili. Merito soprattutto del viaggio nella dimensione magica dei bakemono (altrimenti detti Bestie)\, in cui valgono un senso dell’onore e un’etica non violenta inconcepibili nel corrispettivo mondo degli umani. Alle prese con questi ultimi il tratto di Hosoda si fa invece più convenzionale\, lasciando spazio a simbolismi pedagogici risaputi sul dramma di essere orfano o teenager\, dall’oscurità interiore alimentata dalla rabbia (il lato oscuro di Star Wars\, tra i tanti esempi possibili) al bullismo che affligge la scuola\, dettando regole di convivenza feroci e invisibili. \nKarate Kid\, Il libro della giungla e Il viaggio in Occidente – inseparabili amici di Kumatetsu sono un monaco dal viso porcino e una scimmia – sono le principali fonti di ispirazione di una parabola che parla a molti\, avvalendosi di una animazione a mano\, come da metodo antico\, che assottiglia la distanza tra pubblico e personaggi. Kumatetsu rappresenta la mascolinità adolescenziale al suo massimo: forza fisica\, indipendenza che si tramuta in sciatteria\, ombrosa solitudine. Ma la necessità di un riscatto\, unita alla volontà di poterlo ottenere comportandosi come un padre adottivo nei confronti di Ren\, aprono nella Bestia uno spiraglio sempre più dominante di generosità e senso di responsabilità. Peccato per il ruolo sostanzialmente marginale di Kaede\, innamorata di Ren e capace solo di consolare e stimolare l’eroe\, riservando ai rapporti tra i personaggi maschili\, e in particolare alla dinamica padre-figlio tra i due protagonisti\, i momenti fondamentali. \nForse è presto per definire Mamoru Hosoda il nuovo Miyazaki\, nonostante qualcuno già lo faccia\, vista la difficoltà nel controllo del minutaggio globale dell’opera e la convenzionalità di alcune scelte\, ma personaggi come Kumatetsu appartengono solo alla matita di un talento autentico. \nEmanuele Sacchi (www.mymovies.it)
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SUMMARY:Les Souvenirs (di J. Rouve)
DESCRIPTION:Souvenirs \ndi Jean-Paul Rouve \nCon Michel Blanc\, Annie Cordy\, Mathieu Spinosi\, Chantal Lauby\, William Lebghil. \nDrammatico\, 96 min. – Francia 2014. \nRomain ha 23 anni e vuole diventare scrittore\, ma per il momento si accontenta di lavorare in un albergo. Suo padre ha 62 anni è vicino alla pensione e apparentemente la cosa non lo scompone. Il suo coinquilino ha 24 anni e ha in mente una sola idea: sedurre qualsiasi ragazza. Sua nonna ha 85 anni e si ritrova\, suo malgrado\, in una casa di riposo. Un giorno il padre lo avvisa che la nonna è ‘evasa’. Romain parte alla sua ricerca\, in qualche luogo dei suoi ricordi. \nTre personaggi. Tre generazioni a confronto. Tre piccole storie ordinarie se non banali. La banalità che nasconde i grandi passaggi e a volte le grandi tragedie della vita\, su cui Les souvenirs cerca di posare uno sguardo disincantato e insieme partecipe. Come se in fondo fosse tutta una questione di distanza\, la famosa ‘giusta distanza’ che ci fa vedere e capire meglio ogni cosa. […] Sulla carta può funzionare\, non conosciamo il libro di David Foenkinos\, L’eroe quotidiano […]. Sullo schermo però ci vuole uno stile cristallino per non cadere nell’ovvio e nel dolciastro; o nel suo correlativo\, il sarcasmo venato di cinismo\, come capita appunto in questo film dall’apparenza ‘gentile’ in cui succedono cose tremende. […] a non convincere è […] il tono\, tra la derisione e la complicità\, con cui Rouve osserva i suoi personaggi (il doppiaggio non aiuta). \nFabio Ferzetti (Il Messaggero)
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SUMMARY:Mistress America (di N. Baumbach)
DESCRIPTION:Mistress America \nDi Noah Baumbach \nCon Greta Gerwig\, Lola Kirke\, Matthew Swear\, Jasmine Cephas-Jones\, Seth Barrish\, Michael Chernus\, Heather Lind\, Juliet Brett\, Rebecca Henderson. \nCommedia\, 84 min. – USA 2015. \nTracy\, matricola al college\, si è trasferita a New York e ha lasciato indietro un padre defunto e una madre in procinto di risposarsi. Mentre sogna di entrare in un prestigioso circolo letterario e di innamorare il nerd della porta accanto\, conosce Brooke\, la sorellastra che la madre le ha consigliato di contattare. Rapita dall’entusiasmo e dalla dinamicità di Brooke\, Tracy cambia passo e ritmo\, lasciandosi coinvolgere dalla vita della giovane donna… \n[…] Parla la nostra lingua\, Mistress America\, perché parla una lingua universale e contemporanea: la parola diretta e piatta della comunicazione tutto intorno a noi; la parola superficiale che insegue senza posa la profondità e l’autenticità del racconto\, rispondendo al desiderio di trasformare ogni evento\, anche il più banale\, nel tassello di un mosaico\, nella figura di una storia. \nNon parla della realtà\, Mistress America\, ma di come la parola\, oggi\, agisca sulla realtà. I suoi personaggi si incontrano\, conoscono e frequentano per diventare semplice materia da romanzo\, tasselli di una continua\, onnipresente operazione di storytelling che cannibalizza il quotidiano. Se c’era una maniera moderna di riprendere e adattare la screwball comedy\, Mistress America l’ha trovata: annientando il peso delle parole; replicando lo svilimento o\, al contrario\, l’eccessiva simbolizzazione a cui sono sottoposte. Trasformando\, ancora\, le parole nell’unica discriminante di relazioni in cui si parla e si scrive di continuo\, ma non si va mai a fondo\, si resta alla lettera\, incapaci di leggere fra righe ingombre di testo. \n[…] La mezza speranza che però Baumbach intravede in questa prigione del corpo\, della mente e anche dei sentimenti\, è che la realtà\, per quanto costantemente raccontata e quindi\, almeno in prospettiva\, compresa\, resta pur sempre inafferrabile. Se Baumbach parla di giovani che non conosce e non capisce\, è perché vede proprio in un reale cangiante il segno di una vitalità e mutevolezza che sfugge a ogni narrazione o incasellamento. Mistress America certifica la perdita di fiducia nella parola come base di ogni discorso contemporaneo: e di fronte a una sensazione di soffocamento evidente nel ritmo inutilmente concitato\, si chiede se non stia proprio nel vuoto\, nel fallimento dell’eterna rincorsa al tempo\, la mezza speranza. \nRoberto Manassero (www.cineforum.it)
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SUMMARY:Una Giornata Particolare (di E. Scola) - INGRESSO GRATUITO
DESCRIPTION:Una giornata particolare \ndi Ettore Scola \nCon Sophia Loren\, Marcello Mastroianni\, John Vernon e Françoise Berd. Soggetto e sceneggiatura Ruggero Maccari\, Scola\, Maurizio Costanzo. Fotografia Pasqualino De Santis. Scenografia Luciano Ricceri. \nDrammatico\, 105 min. – Italia / Canada 1977. \nRoma\, all’alba del 6 maggio 1938 la casalinga Antonietta sveglia il marito e i figli. È il giorno dell’arrivo di Hitler e tutti i fascisti sono mobilitati. Uscita la famiglia\, Antonietta si dedica alle sue consuete occupazioni ma il merlo di casa fugge e si va a posare sulla finestra di un coinquilino. La donna suona\, le apre Gabriele. La sua vita sta per cambiare. \nMarcello Mastroianni e Sophia Loren escono dalla corazza divistica in cui l’industria li ha imprigionati e si impegnano in un uno splendido gioco delle parti: probabilmente è la loro prova migliore. La scenografia\, tutta sottotono (in parte dal vero e in parte ricostruita) dall’abile Luciano Riccieri fornisce a Pasqualino De Santis il materiale appropriato per una fotografia di eccellente rilievo\, ambientale e psicologico. \nFernaldo Di Giammatteo e Cristina Bragaglia (Dizionario dei capolavori del cinema) \nPer quanto riguardo la fotografia\, ne abbiamo parlato molto con Ettore e Pasqualino De Santis. Volevamo che tutto sembrasse vero e la nostra idea\, basata sulle immagini della memoria\, che a quell’epoca era in bianco e nero o in grigio e che il colore nelle nostre vite è arrivato con gli americani […]. Per la Giornata\, originariamente Scola voleva fare un film tutto in bianco e nero\, ma Ponti si è opposto perché commercialmente lo riteneva un suicidio. Allora si pensò a un colore decolorato e Pasqualino trovò questa soluzione della flashatura: un processo di stampa che dà una patina di neutro\, toglie una gamma di colori. E in funzione di questa fotografia decolorata\, gli ambienti dovevano avere i toni più spenti possibili\, pareti grigie\, tutto così: bisognava ottenere un tono quasi monocromatico in cui le note di colore fossero pochissime e motivate\, come il pullover rosso di Marcello. Ricordo che abbiamo fatto un sacco di provini: io tiravo su dei teloni di un metro per due\, li ricoprivo con diverse carte da parati che ridipingevo sopra e Pasqualino fotografava per verificare l’effetto sulla pellicola finché non abbiamo ottenuto quello che volevamo. \nTestimonianza di Luciano Riccieri in Associazione Philip Morris Progetto Cinema. \nUna giornata particolare (a cura di Tullio Kezich e Alessandra Levantesi)
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SUMMARY:Gli Ultimi Saranno Ultimi (di M. Bruno)
DESCRIPTION:Gli ultimi saranno ultimi \ndi Massimiliano Bruno \nCon Paola Cortellesi\, Alessandro Gassmann\, Fabrizio Bentivoglio\, Stefano Fresi\, Ilaria Spada. \nCommedia\, 103 min. – Italia 2015. \nLuciana è una donna semplice che sogna una vita dignitosa insieme a suo marito Stefano. È proprio al coronamento del loro sogno d’amore\, quando la pancia di Luciana comincia a crescere\, che il suo mondo inizia a perdere pezzi: si troverà senza lavoro e deciderà di reclamare giustizia e diritti di fronte alla persona sbagliata\, proprio un ultimo come lei\, Antonio. \nLuciana vive ad Anguillara\, lavora in fabbrica ed è sposata con Stefano\, disoccupato cronico pieno di idee multimilionarie ma refrattario all’idea di “stare sotto padrone”. Da tempo desiderano un figlio che non arriva\, ma quando il loro sogno si avvera il datore di lavoro di Luciana si rifiuta di rinnovarle il contratto “a tempo determinato”\, vista la gravidanza in corso. Antonio è un poliziotto veneto trasferito ad Anguillara con disonore e accolto con scherno dai colleghi. Appena arrivato si confronta con le peculiarità del paese\, a cominciare dai ripetitori che trasmettono la messa dai citofoni e dai lavandini di casa (insieme a una serie di radiazioni pericolose). Il suo è un percorso di espiazione costellato dalle punizioni del capo e le mortificazioni dei compagni di pattuglia.\nFin dalla descrizione dei due protagonisti paralleli\, Gli ultimi saranno ultimi mostra come la sua storia potrebbe sconfinare ogni momento in farsa o in tragedia\, e infatti la narrazione cammina in bilico su questo crinale\, in quella tradizione del cinema italiano che attinge alla realtà e al carattere nazionale per declinarsi in tutte le sue sfumature tragicomiche. Gli ultimi saranno ultimi nasce come pièce teatrale ma nella trasposizione cinematografica attinge alla luminosità morbida e clemente della provincia laziale\, allargando lo spazio a molti caratteri riconoscibili: gli amici\, i vicini\, la single “collezionista”\, la poliziotta goffa e sfortunata\, la guardia giurata affettuosa (e quella letargica)\, l’apprendista ambiziosa (più per disperazione che per vocazione). Ognuno brilla grazie a una scrittura precisa e credibile\, e all’interpretazione esatta ed empatica di un cast di ottimi caratteristi.\n \nPaola Casella (www.mymovies.it)
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SUMMARY:Irrational Man (di W. Allen)
DESCRIPTION:Irrational man \ndi Woody Allen \nCon Emma Stone\, Joaquin Phoenix\, Jamie Blackley\, Parker Posey\, Meredith Hagner\, Ben Rosenfield\, Ethan Phillips\, Julie Ann Dawson. \nCommedia\, 96 min. – USA 2015. \nAbe Lucas\, professore di filosofia ormai privo di qualsiasi interesse per la vita\, si trasferisce nell’Università di una cittadina. Preceduto da una fama di seduttore incontra la collega Rita Richards che cerca di attrarlo a sé per mettersi alle spalle un matrimonio fallito. C’è però anche la migliore studentessa del corso\, Jill Pollard\, che subisce il suo fascino e progressivamente gli si avvicina.  \nWoody Allen torna a un presente che lui vede come eternamente ritornante perché ciò che riguarda il rapporto dell’essere umano con la propria esistenza può mutare nelle sue manifestazioni ma resta essenzialmente uguale. Da sempre Woody ci ricorda che Dio è morto\, Marx è morto e anche lui si sente\, esistenzialmente\, poco bene. I suoi personaggi sono testimonial di questo suo profondo disagio a proposito del quale non smette mai di interrogarsi. \nLa vita non ha senso e\, per cercare di attribuirgliene uno o almeno per non ricordarselo troppo spesso è necessario ‘distrarsi’. Per lui la distrazione è fare cinema. Per Abe potrebbe essere la filosofia di Kant\, di Kierkegaard e di tutti i pensatori le cui aporie sa illustrare con abilità ai suoi studenti. Il problema consiste però nel far aderire la teoria alla realtà. È allora che nascono i problemi perché un mondo kantiano privo della seppur minima menzogna sarebbe l’ideale ma comporterebbe\, ad esempio\, la denuncia della famiglia Frank dinanzi a una precisa domanda dei nazisti. Che fare allora quando l’altro sesso ti desidera ma tu non lo desideri più? Quando tutto ti appare come ormai privo di valore tanto da non temere una roulette russa? Forse allora ti trovi a dare ragione al Sartre che denuncia che “l’inferno sono gli altri” e individui nell’idea di fare del bene compiendo il male l’occasione per riprendere in mano la tua vita. La morte sembra diventare non più la signora con la falce di Amore e guerra ma uno strumento per risolvere le conflittualità. Abe ha dietro di sé una serie di partecipazioni ad attività umanitarie che gli hanno comunque lasciato il vuoto dentro perché gli sembra non abbiano portato a un vero cambiamento. Il suo bisogno di lasciare un segno lo accompagna in fondo da sempre. Tutto il resto gli appare come superficiale. Allen torna a focalizzarsi sulla morte come estrema ir-ratio per liberarsi o liberare altri dai problemi. […] \nGiancarlo Zappoli (www.mymovies.it)
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SUMMARY:Il Caso Spotlight (di T. McCarthy)
DESCRIPTION:Il caso Spotlight \ndi Thomas McCarthy \nCon Michael Keaton\, Mark Ruffalo\, Rachel McAdams\, Stanley Tucci\, Liev Schreiber\, Brian d’Arcy James\, John Slattery\, Billy Crudup\, Len Cariou\, Paul Guilfoyle\, Jamey Sheridan\, Billy Crudup. \nThriller\, 128 min. – USA 2015. Miglior film e miglior sceneggiatura originale Oscar 2016. \nAl ‘Boston Globe’ arriva un nuovo direttore\, deciso a far tornare il giornale in prima linea su tematiche scottanti\, liberando dalla routine i giornalisti investigativi che aggrega nel team ‘Spotlight’. Il primo caso di cui si vuole occupare è quello di un sacerdote che nel corso di 30 anni ha abusato di giovani senza subire provvedimenti. Nasce così l’inchiesta che ha portato alla luce un numero molto elevato di abusi su minori in ambito ecclesiale. \nLo scandalo che\, a cavallo tra il 2001 e il 2002\, travolse la diocesi di Boston diede il via a un’indispensabile\, anche se comunque sempre troppo tardiva\, presa di coscienza in ambito cattolico della piaga degli abusi di minori ad opera di sacerdoti. Il film di Thomas McCarthy\, rispettando in pieno le regole del filone che ricostruisce attività d’indagine giornalistiche che hanno segnato la storia della professione\, ha anche però il pregio di rivelarsi efficace nel distaccarsene almeno in parte. Perché i giornalisti del team non sono eroi senza macchia che combattono impavidi il Male ovunque si annidi. Qualcuno tra loro aveva avuto tra le mani materiale che avrebbe potuto far scoppiare il caso anni prima (evitando così le sofferenze di tanti piccoli) ma non lo ha fatto. Così come le alte sfere hanno taciuto e le vittime\, in molti casi\, hanno preferito non esibire con denunce le ferite impresse nel loro animo. \nUn film come Spotlight non è solo cinematograficamente efficace anche perché sorretto da un cast di attori tutti aderenti al ruolo\, in prima fila un Michael Keaton che sembra aver trovato una nuova giovinezza interpretativa\, ma anche perché finisce con l’affermare un dato di fatto incontrovertibile. La Chiesa Cattolica\, grazie ad alcuni suoi esponenti collocati ai livelli più alti della gerarchia\, ha creduto di ‘salvare la fede dei molti’ nascondendo la perversione di pochi. Ha invece ottenuto l’effetto contrario finendo con il far accomunare nel sospetto di un’opinione pubblica\, spesso pronta alla semplificazione\, un clero che nella sua stragrande maggioranza ha tutt’altra linea di condotta. \nGiancarlo Zappoli (www.mymovies.it)
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SUMMARY:Le Confessioni (di R. Andò)
DESCRIPTION:Le confessioni \ndi Roberto Andò \nCon Toni Servillo\, Connie Nielsen\, Pierfrancesco Favino\, Marie-Josée Croze\, Moritz Bleibtreu.  \nDrammatico\, 100 min. – Italia / Francia 2016. \nSiamo in Germania\, in un albergo di lusso dove sta per riunirsi un G8 dei ministri dell’economia pronto ad adottare una manovra segreta che avrà conseguenze molto pesanti per alcuni paesi. Con gli uomini di governo\, ci sono anche il direttore del FMI e tre ospiti: una celebre scrittrice\, una rock star e un monaco italiano. Accade però un fatto tragico e inatteso. In un clima di dubbio e di paura\, i ministri e il monaco ingaggiano una sfida sempre più serrata intorno al segreto. \nDopo il successo di Viva la libertà\, Roberto Andò affronta l’habitat politico-economico collocando i suoi personaggi nel pieno centro della scena\, ma anche costringendoli in una sorta di laboratorio di osservazione suddiviso in loculi. Gli otto ministri formano il pantheon della contemporaneità occidentale\, e come gli dèi dell’Olimpo sono fallibili e fallati\, dunque le loro decisioni hanno spesso ricadute nefaste sui mortali. Quando il loro Zeus viene a mancare scoprono di non avere né una guida né una direzione\, e ognuno comincia a reagire alla presenza del monaco portando alla coscienza (è il caso di dirlo) quel dubbio che ha fino a quel momento negato per obbedire alle leggi dell’economia e alla ragion di Stato\, anche dopo che la sovranità nazionale si è arresa alla sottomissione al Fondo monetario. Siamo in zona Todo modo ma anche nella cornice dechirichiana de Il divo: pochi potenti in uno spazio asettico e confinato chiamati a confrontarsi con la dimensione etica del proprio ruolo\, in un resort lussuoso e alienante che ricorda l’albergo termale di Youth\, ma in cui il rapporto trompe l’oeil fra interni ed esterni – che è come dire fra interiorità ed esteriorità – richiama anche la residenza isolana de L’uomo nell’ombra.  \n[…] Salus\, diversamente dal Don Gaetano di Todo Modo\, non ha i toni dell’inquisizione e non sollecita le confessioni di nessuno\, ma si limita a raccogliere lo spaesamento di questi potenti del nulla\, incapaci di portare i propri paesi fuori dalla crisi\, o anche solo di confessare pubblicamente la propria inadeguatezza. Salus fa da cartina di tornasole dei dubbi e dei rimorsi di tutti\, e i personaggi\, né più né meno dei luoghi che attraversano\, entrano ed escono da se stessi in un continuo gioco di sovrapposizioni e successivi disallineamenti fra (presa di) coscienza e reiterazione di un ruolo preconfezionato dalla Storia. […] \nPaola Casella (www.mymovies.it)
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SUMMARY:Francofonia (di A. Sokurov)
DESCRIPTION:Francofonia – Il Louvre sotto occupazione \ndi Aleksandr Sokurov \nCon Louis-Do de Lencquesaing\, Benjamin Utzerath\, Vincent Nemeth\, Johanna Korthals Altes. \nDrammatico\, 87 min. – Francia / Germania / Paesi Bassi 2015. \nStoria e finzione s’intrecciano per interrogarsi sul valore dell’arte e sulle responsabilità nei confronti della sua sopravvivenza. Sokurov svela l’incontro del 1943 durante il quale il conte F. Wolff-Metternich\, capo dell’amministrazione nazista\, e il direttore del Louvre J. Jaujard\, decisero le sorti dell’arte. Mentre i due discutono\, nelle sale del museo appaiono Marianne\, simbolo della Francia e Napoleone che ammira perplesso le opere che lo celebrano. \nFilm saggio\, a metà tra la riflessione storica e la privatezza diaristica\, dove la cinepresa diventa un’autentica caméra-stylo che mescola formati e percorsi con straordinaria (e affascinante) libertà\, questo Francofonia – che nelle intenzioni dichiarate doveva essere un film dedicato al museo parigino del Louvre\, un po’ come ‘Arca russa’ lo era stato sull’Ermitage di San Pietroburgo – nasconde dentro di sé suggestioni che si svelano allo spettatore a ogni visione. A Venezia […] mi aveva colpito l’intreccio di stili\, di tempi e di toni\, quasi una specie di prolungamento più articolato e concreto delle «elegie» girate a cavallo degli anni Novanta sul dissolvimento di un mondo e dei suoi valori: il Louvre e più in generale l’arte come baluardo della cultura in nome del quale la coerenza personale poteva mettere in discussione anche la fedeltà politica. Rivisto dopo sei mesi (e dopo l’incrudelirsi degli attacchi dell’Isis ai simboli dell’Occidente)\, Francofonia rivela una più radicale lettura dell’arte custodita al Louvre e nei musei europei e la difesa di un’idea dichiaratamente occidentale dei valori culturali. […] un viaggio pieno di fascino ed emozione\, tra metafore marinare e ricordi della Storia\, dove i musei («cosa sarebbe la Francia senza Louvre?» ci chiede il film) diventano il cuore di una civiltà orgogliosamente occidentale. Forse troppo.  \nPaolo Mereghetti (Corriere della Sera)
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SUMMARY:Wilde Salomé (di A. Pacino)
DESCRIPTION:Wilde Salomé \ndi Al Pacino \nCon Al Pacino\, Jessica Chastain\, Kevin Anderson\, Roxanne Hart\, Estelle Parsons\, Joe Roseto\, Barry Navidi\, Geoffrey Owens\, Adam Godley\, Jack Huston\, Phillip Rhys\, Natalie Stone\, Tony Schiena\, Serdar Kalsin. \nDrammatico\, 88 min. – USA 2010. \nAl Pacino rilegge “Salomè”\, l’opera teatrale più controversa di Oscar Wilde\, una storia\, scintillante ed allo stesso tempo cupa\, di lussuria ed avidità. Le tecniche utilizzate per il racconto sono una mescolanza di generi: dal documentario alla fiction\, dalla ripresa teatrale alla improvvisazione pura. \n Al Pacino a proposito di questo suo film dichiara: “Wilde Salomé è l’esplorazione di una pièce teatrale che mi ha impegnato per molto tempo. Ho spogliato l’opera di tutti i suoi costumi e scenari complessi\, presentandola e analizzandola nella sua essenza. Jessica Chastain è sensazionale nel ruolo di Salomè e mi ha aiutato molto nella mia personale scoperta del mondo di Oscar Wilde. Wilde Salomé non è un film narrativo tradizionale\, né un documentario. È sperimentale\, è l’emancipazione di un’opera che continua a vivere”. \nPacino qui sviluppa un percorso che tra le pagine del testo inserisce la vita del suo autore. L’attore\, regista di se stesso\, mette a nudo il suo desiderio di affrontare il rischio di molteplici salti mortali frutto dello stimolo intellettuale che l’opera torna a suscitargli. Gira infatti un documentario che vuole al contempo rendere conto di una messa in scena teatrale e di un film ‘da farsi’ sempre sullo stesso soggetto. E’ affascinato dalla figura di un autore ribelle e pronto a pagare di persona le proprie scelte anticonformiste. Individua in “Salomè” quasi la sintesi dell’universo letterario wildiano ed è ammaliato dalla perversa innocenza della protagonista. […] \nA differenza che nel passato Pacino libera la macchina da presa da un costante pedinamento della sua persona per indirizzarla sui volti e sui gesti degli attori. Nel modo in cui li riprende si legge la stima profonda che nutre per loro e il desiderio di valorizzarne sino in fondo le doti che ha trovato in loro. È un dono che non molti grandi del mondo dello spettacolo sono in grado di riservare ai colleghi. Pacino si dimostra più che mai consapevole che una star da sola non è sufficiente a portare alla luce le pieghe più nascoste di un testo immortale. Parte\, con una piccola produzione\, per un viaggio di cui l’approdo è incerto ma ha con sé dei compagni che contribuiscono a rendere questo documentario un esempio di come ricerca\, sperimentazione e cultura possano farsi Cinema. \nGiancarlo Zappoli (www.mymovies.it)
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