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SUMMARY:The Walk (di R. Zemeckis)
DESCRIPTION:The Walk \ndi Robert Zemeckis  \nCon Joseph Gordon-Levitt\, Ben Kingsley\, Patrick Baby\, Marie Turgeon\, Soleyman Pierini. \nDrammatico\, 100 min. – USA 2015. \n7 agosto 1974\, il funambolo Philippe Petit realizza il suo sogno: per quasi un’ora cammina su un cavo teso tra le Torri Gemelle. Lo guardano la sua donna\, gli amici\, la polizia\, la città e poi il mondo. Philippe cambia il modo in cui New York guarda ai suoi nuovi simboli\, li ammanta della magia dell’arte\, realizza il sogno nella terra dei sogni. Nel 2001\, un incubo riscriverà quello sguardo e quello spazio\, con un altro\, definitivo\, “per sempre”. \nCi sono due torri\, due paesi e due anime nel film di Zemeckis. C’è la Parigi della prima parte\, che pare uscita da un musical di Stanley Donen apparso fuori tempo massimo\, dove i protagonisti della storia più che arrampicarsi sul filo si arrampicano sugli specchi per giustificare il loro utilizzo dell’inglese\, dove la finzione scolora la realtà nonostante costumi e fotografia s’ingegnino per fare l’opposto\, dove accade esattamente ciò che non dovrebbe accadere sulla corda\, e cioè che si finge\, e questo – Philippe l’ha appreso dal suo mentore Papa Rudy – questo il pubblico lo sente.  \nPoi le cose cambiano\, attraversato l’oceano la prospettiva si ribalta: qui Zemeckis fa sul serio e anche questo il pubblico lo sente. Il “colpo” di Petit diventa il colpo del regista; la posta in gioco è ambiziosa e la tecnica è tutto. Scollati dal suolo\, a partire dalla notte sul tetto\, il sogno del funambolo francese e il cinema dell’americano s’incontrano\, sono fatti della stessa materia\, comandano la temporalità con le loro leggi particolari\, rubano il respiro\, gelano le mani per l’emozione e per la temperatura dell’aria del cielo all’alba.  \nSe nell’intro del film\, Petit/Gordon Levitt rifiutava di trovare un perché alla sua impresa\, facendosi bastare il richiamo della bellezza e dello spettacolo\, in coda\, al contrario\, Zemeckis sembra giustificare la sua scelta di girare The Walk col desiderio di partire da una storia vera per parlare di un’altra storia vera\, fatta anch’essa di ansia e di vertigine\, ma di segno opposto: una storia in cui l’equilibrio del mondo va in pezzi e i corpi precipitano anziché danzare sospesi. Quello rivolto all’undici settembre è un pensiero fin troppo evidente\, per quanto reso silenziosamente\, ma anche inevitabile. “La nostra civiltà – scriveva\, all’indomani della tragedia\, Paolo Lagazzi – è un sogno sospeso a un filo sottile”. \n Marianna Cappi (www.mymovies.it)
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SUMMARY:The Danish Girl (di T. Hooper)
DESCRIPTION:The Danish Girl \ndi Tom Hooper \nCon Eddie Redmayne\, Amber Heard\, Alicia Vikander\, Matthias Schoenaerts\, Adrian Schiller. \nBiografico\, 120 min. – UK / USA 2015. Miglior attrice non protagonista Oscar 2016. \nCopenhagen\, primi anni ‘20. L’artista danese Gerda Wegener dipinge un ritratto del marito Einar vestito da donna. Il dipinto raggiunge grande popolarità e Einar inizia a mantenere in modo permanente un’apparenza femminile\, mutando il suo nome in Lili Elbe. Spinto da ideali femministi e supportato dalla moglie\, Elbe tenta di effettuare il primo intervento per cambio di sesso da uomo a donna. L’intervento avrà grosse ripercussioni sul suo matrimonio e sulla sua identità. \nTom Hooper riesce dove molti altri registi falliscono. Trasforma in solido intrattenimento storie sfaccettate non perdendo di vista la complessità. Per molta parte della critica il suo approccio è semplicistico ed eccessivamente compiacente nei confronti del pubblico. In realtà il pubblico non è sempre sprovveduto e rendere chiaro (che non significa per forza spiegare\, sottolineare\, ridondare) è da considerarsi qualità e non il mero svolgimento di un compitino diligente. Anche perché tutto nella visione di Hooper concorre ad inserire i contenuti in un grande spettacolo. Al centro dei suoi interessi un senso di inadeguatezza con cui venire a patti: la balbuzie del Duca di York ne Il discorso del re\, il tentativo di rivalsa e redenzione di Jean Valjean ne Les Miserables […]. \nUn processo di cambiamento abilmente gestito nella sceneggiatura di Lucinda Coxon che mostra\, scava\, motiva\, cura ogni dettaglio psicologico\, costruendo un personaggio non solo credibile\, ma vivo e pulsante\, dando risalto sia alle luci che alle ombre. \nAnche la deriva lacrimevole non stona\, perché la storia è potente e la sceneggiatura si abbandona ad essa contrapponendo\, anche con una certa furbizia certo (l’inglese è parlato ovunque)\, la scoperta di sé con il grande amore. Hooper gestisce il racconto con la consueta minuziosità\, cerca il bello in ogni inquadratura\, l’armonia nella composizione delle immagini e si avvale di collaboratori eccellenti nella ricostruzione storica. L’andamento è pacato\, alla provocazione preferisce la comprensione\, che non evolve mai in odiosa tolleranza\, la tesi c’è\, ma è subordinata alla narrazione e non viceversa. Forse eccede in enfasi\, curando molto la confezione per rendere il tutto il più possibile appetibile\, ma si attiene al genere\, il melodramma\, prescelto. \nLuca Baroncini (www.spietati.it)
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SUMMARY:Lo Chiamavano Jeeg Robot (di G. Mainetti)
DESCRIPTION:Lo chiamavano Jeeg Robot \ndi Gabriele Mainetti\nCon Claudio Santamaria\, Luca Marinelli\, Ilenia Pastorelli\, Stefano Ambrogi\, Maurizio Tesei. \nFantascienza / Commedia\, 112 min. – Italia 2015. Miglior regista esordiente\, miglior produttore\, miglior attore e attrice protagonista\, miglior attore e attrice non protagonista al David di Donatello 2016 \nEnzo Ceccotti entra in contatto con una sostanza radioattiva. A causa di un incidente scopre di avere una forza sovraumana. Ombroso\, introverso e chiuso in sé stesso\, Enzo accoglie il dono dei nuovi poteri come una benedizione per la sua carriera di delinquente. Tutto cambia quando incontra Alessia\, convinta che lui sia l’eroe del famoso cartone animato giapponese Jeeg Robot d’acciaio. \nL’opera prima di Gabriele Mainetti è un autentico capolavoro che è destinato a restare indelebile nella storia del cinema nostrano. D’ora in avanti chi vorrà realizzare un film di questo genere dovrà per forza di cose ispirarsi al film con protagonista Claudio Santamaria nei panni dell’eroe Enzo Ceccotti\, che dopo una vita di difficoltà riceve in dono dalle acque del Tevere i superpoteri diventando Hiroshi Shiba. \n[…] Mainetti costruisce il suo protagonista come un ladruncolo della borgata romana\, andando ad indagare in una realtà difficile e rappresentata in modo crudo e realistico. Questo effetto realistico è esaltato dall’utilizzo minimo degli effetti speciali\, mentre sono le location e i dialoghi a dare una forza mai vista prima a questo film. Il cast può contare anche su una bravissima Ilenia Pastorelli\, fin troppo credibile nei panni di una fan con deficit psichici e amante di Jeeg Robot d’acciaio. Sarà lei a tirare fuori il buono da Enzo Ceccotti depurando il suo cuore e la propria voglia di utilizzare i suoi poteri per i meri scopi personali. Santamaria riesce a essere freddo e emozionante allo stesso tempo\, rendendo in modo perfetto i drammi interiori dell’eroe e l’evoluzione del suo rapporto con la ragazza. Impossibile poi esimersi dai complimenti alla gemma più luminosa di questo film: la follia di Luca Marinelli nell’interpretare Zingaro. L’attore romano è stato eccezionale nel non strafare riuscendo sempre e comunque a mantenere il controllo sulla schizofrenia e il bipolarismo del suo personaggio. […] Mainetti ha inserito una vena folle e coraggiosa che quando riesce ad esprimersi è in grado di far fare il salto di qualità ad un’opera rendendola semplicemente straordinaria\, un vero gioiello. \nThomas Cardinali (www.filmup.com)
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SUMMARY:Banksy Does New York (di C. Moukarbel)
DESCRIPTION:Banksy does New York \ndi Chris Moukarbel \nDocumentario\, 79 min. – USA 2014. \nIl film che celebra l’arte e l’originalità di Banksy\, l’artista più irriverente e brillante dell’ultima generazione\, conosciuto in tutto il mondo \nDal 1° al 31 ottobre 2013 il noto artista di strada Banksy realizzò un’opera al giorno in una location diversa di New York City: riuscì a riempire tutti e cinque i distretti della metropoli\, promuovendo una sorta di caccia al tesoro delle sue opere tanto sul web quanto per le strade. \nInstallazioni personalizzate\, stencil\, graffiti e sculture\, toccarono vari temi scostanti: dai salari nei fast-food\, all’ipocrisia nel mondo dell’arte\, fino alla violenza subita dagli animali nell’industria della carne e le vittime della guerra in Iraq. \nOgni opera venne svelata quotidianamente sull’account Instagram dell’artista @Banksyny e sul suo sito: la posizione però non era mai rivelata e migliaia di fan si scatenarono. \nNon mancarono certo reazioni contrastanti: man mano che i graffiti venivano trovati c’era chi\, come i negozianti\, cominciò a parlare di disturbo della quiete pubblica e di deturpazione della città. Addirittura intervenne l’allora sindaco\, Michael Bloomberg\, per il quale Banksy stava “imbrattando” New York senza apparente motivo\, e non si fecero attendere interventi della polizia per cancellare le suggestive creazioni. \nTutto questo è al centro del nuovo ed originale film-documentario di Chris Moukarbel\, Banksy Does New York: il racconto del mese di follia\, tra apprezzamenti\, contraddizioni\, critiche ed elogi\, del più irriverente e brillante artista dell’ultima generazione. \nDi lui\, è sempre bene ricordare\, non si conosce l’identità (sarebbe però nato nel 1974 e cresciuto a Bristol)\, cosa che alimenta il mistero e\, in un certo senso\, il valore della sua arte. \nIl film esce nello stesso breve periodo in cui sarà possibile accedere nel tenebroso e sarcastico parco divertimenti di Dismaland\, in Inghilterra\, lanciato il 21 agosto e già conosciuto il tutto il mondo. \n(www.urbanpost.it)
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SUMMARY:Regali da uno Sconosciuto - The Gift (di J. Edgerton)
DESCRIPTION:Regali da uno sconosciuto – The Gift \ndi Joel Edgerto \nCon Jason Bateman\, Rebecca Hall\, Joel Edgerton\, Allison Tolman\, Tim Griffin\, Busy Philipps\, Adam Lazarre-White\, Beau Knapp\, Wendell Pierce\, Mirrah Foulkes. \nThriller\, 108 min. – USA 2015. \nSimon e Robyn si trasferiscono a Chicago in una nuova e bellissima casa. In un centro commerciale si imbattono in Gordon\, un ex compagno di scuola di Simon: la coppia lo invita a cena e Gordon si comporta in maniera curiosa\, così come bizzarra è la sua abitudine di lasciare dei regali davanti al loro uscio di casa. Nel momento in cui la presenza di Gordon comincia a farsi troppo assidua\, Simon decide di parlargli e di chiedergli di non farsi più vedere.  \nUna prova sorprendente quella di Joel Edgerton\, qui in veste di regista\, sceneggiatore e attore\, nei panni del presunto stalker Gordon\, detto Gordo. Se per il ruolo adotta un look confuso e disturbante come il suo personaggio – orecchino\, tinta rossiccia dei capelli\, sguardo fisso – il lavoro a livello di messa in scena è mirabile. Edgerton confeziona un B-movie che non si vergogna dei propri ingombranti riferimenti – Cape Fear per il disturbo della quiete domestica\, Cattive compagnie per il rapporto che si instaura tra i due personaggi maschili – ma se esteriormente riprende tecniche di tensione e situazioni tipiche del thriller classico\, il lavoro sui simboli e su ciò che non si vede è molto più sottile. Tra Simon e Gordon da subito si instaura una dinamica servo-padrone sottolineata dall’uso delle inquadrature: Gordon occupa lo sfondo del campo o i suoi bordi\, si pone fisicamente ai margini del quadro\, come si è posto ai margini dell’esistenza. La sua è una natura remissiva\, benché disturbata\, il suo sentimento di rivalsa non si esprime secondo i binari consueti. Al contrario Simon e Robyn (o meglio l’idea che Simon ha di Robyn nella coppia) ostentano il loro successo sociale ed esistenziale attraverso una casa dove le finestre sostituiscono le pareti e sono sempre presenti ospiti gradevoli ed eleganti per festeggiare qualcosa. […] \nL’ambizione figlia dell’esasperata competitività del reaganismo\, che attraversava il succitato Cattive compagnie\, ha lasciato il posto a una coazione a ripetere insensata. Sembra che non si sappia più perché si sgomiti pur di “arrivare” a qualsiasi costo\, quasi si trattasse di una reazione pavloviana alla società\, più che qualcosa di pianificato. Questa insolita componente autodistruttiva\, che accompagna personaggi che vanno al di là delle loro maschere consuete\, porta a sorvolare su alcune manchevolezze e semplificazioni del plot\, che abbondano soprattutto nell’ultima parte\, facendo di Edgerton un’interessante voce nuova del contesto sub-hollywoodiano. \nEmanuele Sacchi (www.mymovies.it)
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SUMMARY:Ave Cesare (di E. e J. Coen)
DESCRIPTION:Ave\, Cesare! \ndi Ethan Coen\, Joel Coen \nCon Josh Brolin\, George Clooney\, Alden Ehrenreich\, Ralph Fiennes\, Scarlett Johansson\, Tilda Swinton\, Frances McDormand\, Channing Tatum\, Jonah Hill\, Veronica Osorio. \nCommedia nera\, 106 min. – USA 2016. \nMentre sull’atollo di Bikini gli Stati Uniti sono impegnati con gli esperimenti sulla bomba H\, a Hollywood Eddie Mannix si deve occupare di trovare una soluzione ad un altro tipo di problemi\, deve tenere lontani dagli scandali in cui si vanno a ficcare le star che stanno lavorando ai film di un grande Studio. Quando poi accade che scompaia il protagonista di un film su Gesù\, la situazione si complica. Anche perché costui è stato rapito da un gruppo di ferventi comunisti. \nSono davvero pochi i registi in attività forniti di una solida conoscenza di tutti i generi cinematografici e della loro evoluzione nel corso della storia del cinema. I fratelli Coen fanno di diritto parte di questa ristretta cerchia. Il loro pregio ulteriore è quello di saperli declinare secondo letture che vanno dal dramma di impianto intellettuale alla commedia più brillante.  \nNell’ormai lontano 1991 la vicenda hollywodiana dello sceneggiatore Barton Fink finiva tra fiamme allucinatorie. Oggi il fil rouge di critica allo star system si è affinato grazie ad un’ironia che non nasconde l’amore per il cinema del passato ma lo depura da qualsiasi sospetto di nostalgia rétro. Le vicende del cattolicissimo Eddie Mannix ci fanno entrare in un mondo che ci ricorda ciò che affermava un vero sceneggiatore\, Ben Hetch: “Io odio gli attori!”. Qui sono tutti adatti a un ruolo ma goffi e incapaci di vivere o di accettare possibili mutamenti di caratterizzazione. […] \nTra fondali finti e improbabili farm del West\, i Coen ci ricordano anche come la fabbrica della finzione si nutra di un pubblico che ha fame di affabulazioni che stanno dentro e fuori dallo schermo. A quelle ‘fuori’ pensano le due gemelle giornaliste\, sempre a caccia di quegli scandali che Eddie deve coprire per contratto. Così i due fratelli ci spingono a considerare quanto siano cambiati i costumi: oggi gli scandali delle star del mondo dello spettacolo non si nascondono\, si creano ad arte. Sanno però fare anche molto di più: chi pensava di non poter assistere nella vita a un dibattito teologico e/o a uno sul materialismo dialettico senza annoiarsi profondamente sarà costretto a ricredersi. Anche perché se nel film precedente (A proposito di Davis) il gatto la faceva da padrone qui\, davanti a un cane che si chiama Engels\, non si può fare a meno di divertirsi sapendo che\, come sempre con i Coen\, non si sta smettendo di pensare. \nGiancarlo Zappoli (www.mymovies.it)
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SUMMARY:I Vitelloni (di F. Fellini) - INGRESSO GRATUITO
DESCRIPTION:I vitelloni \ndi Federico Fellini \nCon Leopoldo Trieste\, Alberto Sordi\, Franco Interlenghi\, Franco Fabrizi. Soggetto Fellini\, Tullio Pinelli ed Ennio Flaiano. Sceneggiatura Fellini e Flaiano. Musica Nino Rota. Montaggio Rolando Benedetti. \nCommedia\, 104 min. – Italia 1953. Leone d’argento al festival di Venezia 1953. \nFausto\, Riccardo\, Alberto\, Leopoldo e Moraldo\, figli della piccola borghesia\, sprecano la loro gioventù nell’ozio più completo e nel vagheggiare sogni irrealizzabili \nPer Federico e per me fu molto difficile rifare cinema. Fellini aveva già pronta La strada ma non trovava nessun produttore disposto a farglielo fare dopo l’insuccesso di Lo sceicco bianco. Finalmente si imbatte in Pegoraro che gli disse “Ma non hai una cosa più fresca\, di ambiente giovane?”. Lui rispose affermativamente e così nacquero I vitelloni. Quando Federico fece il mio nome da inserire nel gruppo dei protagonisti l’ENIC gli rispose: “Cercane un altro\, perché mai vuoi proprio quello\, che respinge il pubblico?”. Federico insistette e alla fine la spuntò con la clausola che non avrebbe messo il mio nome nei manifesti \nAlberto Sordi (L’avventurosa storia del cinema italiano) \nVitellone è una parola inventata\, o accettata\, dal regista per designare il giovane perdigiorno\, già abbastanza stagionato\, che ha qualcuno che bene o male lo mantiene. Chi? “Un padre\, una madre – spiega Federico -\, una sorella\, una zia; una famiglia insomma\, e in famiglia\, si mangia\, si dorme\, si è vestiti e si riesce anche a scroccare un po’ di soldi per le sigarette e il cinematografo. Nessuno di loro sa cosa vorrebbe fare. I piccoli lavori\, le piccole occupazioni che la cittadina di provincia potrebbe offrire alla loro scarsa preparazione\, li disdegnano. Hanno fatto qualche studio ma non sono andati fino in fondo. Non hanno nessuna attitudine per nessuna cosa in modo speciale; aspettano sempre una lettera\, un’offerta\, una combinazione che li porti a Roma o a Milano per qualche incarico generico onorifico e redditizio; e aspettando sono giunti\, chi più chi meno\, verso i trent’anni\, passano la giornata a fare discorsi e scherzetti da ragazzini del ginnasio; e brillano nei tre mesi della stagione balneare la cui attesa e i cui ricordi occupano tutto il resto dell’anno. Sono i disoccupati della borghesia\, i figli di mamma\, i vitelloni”. \nMario Verdone (Fellini)
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SUMMARY:Pazza Gioia (di P. Virzì)
DESCRIPTION:La pazza gioia \ndi Paolo Virzì \nCon Valeria Bruni Tedeschi\, Micaela Ramazzotti\, Valentina Carnelutti\, Tommaso Ragno\, Bob Messini. \nCommedia drammatica\, 118 min. – Italia 2016. \nBeatrice è una chiacchierona istrionica\, sedicente contessa e a suo dire in intimità coi potenti della Terra. Donatella è una giovane donna tatuata\, fragile e silenziosa\, che custodisce un doloroso segreto. Sono ospiti di una comunità terapeutica per donne con disturbi mentali\, entrambe socialmente pericolose. Un’amicizia\, che le porterà ad una fuga strampalata e toccante\, alla ricerca di un po’ di felicità in quel manicomio a cielo aperto che è il mondo dei sani. \n[…] Storia di Beatrice (Valeria Bruni Tedeschi) e Donatella (Micaela Ramazzotti)\, due disgraziate diversamente sole e diversamente depresse\, finite entrambe in un centro di recupero nella campagna toscana. Beatrice ha tutta l’energia\, le parole e le iniziative che mancano a Donatella\, e Donatella porta sul corpo magrissimo e tatuato i segni del dolore di entrambe. \nDopo una mattina di lavoro in una serra\, il ritardo del pulmino che deve portarle indietro consente la fuga\, che diventa poi un viaggio a ritroso nelle loro vite\, un sentiero di conflitti\, divertimento e conoscenza. \nIl film vive su due piani. Uno è quello dell’incarnazione piena di passione delle sue interpreti\, appena caricaturali eppure pian piano credibili nelle vesti di queste donne disastrate\, a volte caute\, a volte rabbiose\, sempre vicine a una qualche forma di rottura\, in fuga ma dipendenti dal destino che le ha portate fin lì. L’altro è quello del percorso che alla fine le porta a una catarsi. \nEcco\, se il percorso è un po’ ingenuo perché lineare\, specie nel modo in cui Donatella si ritrova in faccia il suo passato […]\, dall’altra parte la catarsi\, quando arriva\, è dolcissima\, quasi straziante\, perché sommessa. \nEd è lì\, nel momento in cui infine il film cala la testa e dice quello che deve dire\, quando tutti fanno i conti con sé stessi\, che ti accorgi che quel che hai visto\, pur con i suoi momenti troppo pieni o le deviazioni che fanno storia a sé\, ha costruito un mondo\, dentro cui hai vissuto senza riserve. \nGiorgio Viaro (www.bestmovie.it)
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SUMMARY:Veloce come il Vento (di M. Rovere)
DESCRIPTION:Veloce come il vento \ndi Matteo Rovere \nCon Stefano Accorsi\, Matilda De Angelis\, Roberta Mattei\, Paolo Graziosi\, Lorenzo Gioielli\, Giulio Pugnaghi. \nAzione\, 119 min. – Italia 2016. \nLa passione per i motori scorre da sempre nelle vene di Giulia De Martino. Anche lei è un pilota\, un talento eccezionale che a soli 17 anni partecipa al Campionato GT\, sotto la guida del padre. Ma un giorno tutto cambia e si trova a dover affrontare da sola la pista e la vita. A complicare la situazione il ritorno del fratello Loris\, ex pilota ormai totalmente inaffidabile\, ma dotato di uno straordinario sesto senso per la guida. \n[…] Veloce come il vento è molto di più che un film sulle gare automobilistiche: le corse non sono che un pretesto per mettere in scena un dramma famigliare. E anche se qui la fatica e l’allenamento pesano sul corpo acerbo e il collo da colibrì di Giulia\, a giocarsi la seconda chance della vita è in realtà Loris\, loser da troppo tempo alla deriva. \nVolano sul serio le auto sul circuito di Monza\, Imola e Vallelunga e sulle strade cittadine di Matera con al volante piloti sprezzanti del pericolo\, o meglio disperati\, che si giocano il tutto per tutto e dove il circuito diventa metafora di quella strenua lotta che si ingaggia con se stessi e la vita. Da applauso anche la cura con cui si restituisce la liturgia della preparazione alla gara\, quando i due fratelli ripassano ogni centimetro e dettaglio della pista con relative scalate e accelerate. \nL’esordiente Matilda De Angelis\, ha il phisique-du-rôle perfetto per questo ruolo da piccola guerriera. Mix perfetto di fragilità e determinazione\, di bellezza e personalità\, fa da degno controcanto all’istrionica performance di uno strepitoso Stefano Accorsi\, che per l’occasione si è imbruttito con denti marci\, dimagrendo 10 kg e assumendo per la maggior parte del tempo un’espressione persa da vero tossico\, oltre ad aver recuperato accento e dialetto d’origine. \nNel rapporto sempre più stretto che si instaura tra maestro e allieva\, tra fratello maggiore e sorella minore\, c’è soprattutto l’invito ad assumersi dei rischi\, correndo magari all’impazzata in un centro abitato o tagliando il cordolo anche se la curva è pericolosa\, perché non ai pavidi ma ai temerari è destinata la vittoria. Sorretto da una buona sceneggiatura\, ispirata alla vita vera del pilota di rally Carlo Capone\, e che regala diversi momenti divertenti\, il film non solo dà lustro a una delle nostre eccellenze\, ma la cala nel suo tessuto sanguigno e verace\, colorandola con l’inflessione dialettale. \nMarita Toniolo (www.bestmovie.it)
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SUMMARY:Dalton Trumbo (di J. Roach)
DESCRIPTION:L’ultima parola – La vera storia di Dalton Trumbo \ndi Jay Roach \nCon Bryan Cranston\, Diane Lane\, Helen Mirren\, Louis C.K.\, Elle Fanning. \nBiografico\, 124 min. – USA 2015. \nLa storia in “odore di Oscar” di Dalton Trumbo (Bryan Cranston)\, lo sceneggiatore di “Vacanze romane” e “Spartacus” che venne processato e imprigionato solo perché “sospettato di comunismo”\, ma che non smise mai di lottare contro questa ingiustizia tornando alla fine a vincere il suo meritatissimo Oscar. Oltre a Cranston un cast d’eccezione per interpretare i protagonisti di questa vera storia hollywoodiana: Diane Lane\, Helen Mirren\, Louis C.K.\, Elle Fanning e John Goodman. \nLa Black List\, una delle pagine più controverse nella storia di Hollywood\, dunque degli USA. In questa finestra storica s’inserisce la vicenda di Dalton Trumbo\, uno che non aveva tempo di contarli i soldi che faceva ad Hollywood macinando sceneggiature. Ci fu un momento in cui divenne lo sceneggiatore più pagato di quel mondo lì\, nominato all’Oscar\, conteso da molti\, i più grandi. Poi\, appunto\, la Lista Nera: un comitato a tutela della nazione contro i suoi nemici sente profumo di Guerra Fredda e ne resta ubriacato: «via i comunisti dal nostro Paese!». Sì\, ma prima ancora che dal Paese\, via da quei centri attraverso cui è più facile diffondere l’infezione\, e poiché oramai il cinema è il medium più potente di tutti\, via i comunisti da Hollywood. Inutile appellarsi al primo emendamento\, ripetere che dirsi comunista non equivale ad essere filorussi\, che l’amor patrio può convivere e via discorrendo; la frenesia è già montata e la storia\, prima ancora che il governo\, bussa alla porta dei dieci. Sono i “Dieci di Hollywood”\, torchiati dal Congresso\, sotto la spinta del già citato Comitato per le Attività Anti-americane\, “venduti” da persone con cui il giorno prima condividevano la tavola. Sembrava inizialmente che la cosa sarebbe in qualche modo rientrata\, che ci sarebbe stato modo di aggirare l’accusa in secondo grado. Nulla da fare. Trumbo finisce in carcere. Con il suo approccio Jay Roach tenta di dribblare la seppur insita vocazione politica di questa storia\, soffermandosi sul Trumbo uomo\, dunque anzitutto marito e padre. Non è difficile cogliere da che parte si ponga\, perché\, è bene dirlo\, una parte viene presa; i persecutori di Trumbo vengono infatti dipinti come degli invasati patriottici\, che siano marionette (John Wayne) o promotori (Hedda Hopper). Invasati a dispetto del contegno di facciata\, ineludibile considerata la società dell’epoca\, ma senza dubbio personaggi negativi\, come il primo accusatore\, successivamente condannato per evasione fiscale\, o la perfida Hopper\, che assume su di sé il ruolo di primo inquisitore. \nAntonio Maria Abate (www.cineblog.it)
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SUMMARY:The Boy and the Beast (di M. Hosoda)
DESCRIPTION:The boy and the beast \ndi Mamoru Hosoda \nCon Pino Insegno\, Mirko Cannella\, Gaia Bolognesi\, Roisin Nicosia\, Gianfranco Miranda\, Simone d’Andrea. \nAnimazione\, 119 min. – Giappone 2015. \nRen\, dopo aver perso entrambi i genitori\, fugge per le strade di Shibuya dove incontra Kumatetsu\, un animale bipede\, misterioso e parlante. Kumatetsu è una delle Bestie (bakemono) più potenti di Jutenkai\, un mondo parallelo a Shibuya popolato solo da animali antropomorfi. Senza rimpianti per il mondo degli uomini\, Ren cresce tra le creature\, imparando l’arte della lotta. \nThe Boy and the Beast ha dalla sua la forza di raccontare il bildungsroman più antico del mondo riuscendo a regalare soluzioni inconsuete e personaggi memorabili. Merito soprattutto del viaggio nella dimensione magica dei bakemono (altrimenti detti Bestie)\, in cui valgono un senso dell’onore e un’etica non violenta inconcepibili nel corrispettivo mondo degli umani. Alle prese con questi ultimi il tratto di Hosoda si fa invece più convenzionale\, lasciando spazio a simbolismi pedagogici risaputi sul dramma di essere orfano o teenager\, dall’oscurità interiore alimentata dalla rabbia (il lato oscuro di Star Wars\, tra i tanti esempi possibili) al bullismo che affligge la scuola\, dettando regole di convivenza feroci e invisibili. \nKarate Kid\, Il libro della giungla e Il viaggio in Occidente – inseparabili amici di Kumatetsu sono un monaco dal viso porcino e una scimmia – sono le principali fonti di ispirazione di una parabola che parla a molti\, avvalendosi di una animazione a mano\, come da metodo antico\, che assottiglia la distanza tra pubblico e personaggi. Kumatetsu rappresenta la mascolinità adolescenziale al suo massimo: forza fisica\, indipendenza che si tramuta in sciatteria\, ombrosa solitudine. Ma la necessità di un riscatto\, unita alla volontà di poterlo ottenere comportandosi come un padre adottivo nei confronti di Ren\, aprono nella Bestia uno spiraglio sempre più dominante di generosità e senso di responsabilità. Peccato per il ruolo sostanzialmente marginale di Kaede\, innamorata di Ren e capace solo di consolare e stimolare l’eroe\, riservando ai rapporti tra i personaggi maschili\, e in particolare alla dinamica padre-figlio tra i due protagonisti\, i momenti fondamentali. \nForse è presto per definire Mamoru Hosoda il nuovo Miyazaki\, nonostante qualcuno già lo faccia\, vista la difficoltà nel controllo del minutaggio globale dell’opera e la convenzionalità di alcune scelte\, ma personaggi come Kumatetsu appartengono solo alla matita di un talento autentico. \nEmanuele Sacchi (www.mymovies.it)
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SUMMARY:Les Souvenirs (di J. Rouve)
DESCRIPTION:Souvenirs \ndi Jean-Paul Rouve \nCon Michel Blanc\, Annie Cordy\, Mathieu Spinosi\, Chantal Lauby\, William Lebghil. \nDrammatico\, 96 min. – Francia 2014. \nRomain ha 23 anni e vuole diventare scrittore\, ma per il momento si accontenta di lavorare in un albergo. Suo padre ha 62 anni è vicino alla pensione e apparentemente la cosa non lo scompone. Il suo coinquilino ha 24 anni e ha in mente una sola idea: sedurre qualsiasi ragazza. Sua nonna ha 85 anni e si ritrova\, suo malgrado\, in una casa di riposo. Un giorno il padre lo avvisa che la nonna è ‘evasa’. Romain parte alla sua ricerca\, in qualche luogo dei suoi ricordi. \nTre personaggi. Tre generazioni a confronto. Tre piccole storie ordinarie se non banali. La banalità che nasconde i grandi passaggi e a volte le grandi tragedie della vita\, su cui Les souvenirs cerca di posare uno sguardo disincantato e insieme partecipe. Come se in fondo fosse tutta una questione di distanza\, la famosa ‘giusta distanza’ che ci fa vedere e capire meglio ogni cosa. […] Sulla carta può funzionare\, non conosciamo il libro di David Foenkinos\, L’eroe quotidiano […]. Sullo schermo però ci vuole uno stile cristallino per non cadere nell’ovvio e nel dolciastro; o nel suo correlativo\, il sarcasmo venato di cinismo\, come capita appunto in questo film dall’apparenza ‘gentile’ in cui succedono cose tremende. […] a non convincere è […] il tono\, tra la derisione e la complicità\, con cui Rouve osserva i suoi personaggi (il doppiaggio non aiuta). \nFabio Ferzetti (Il Messaggero)
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SUMMARY:Mistress America (di N. Baumbach)
DESCRIPTION:Mistress America \nDi Noah Baumbach \nCon Greta Gerwig\, Lola Kirke\, Matthew Swear\, Jasmine Cephas-Jones\, Seth Barrish\, Michael Chernus\, Heather Lind\, Juliet Brett\, Rebecca Henderson. \nCommedia\, 84 min. – USA 2015. \nTracy\, matricola al college\, si è trasferita a New York e ha lasciato indietro un padre defunto e una madre in procinto di risposarsi. Mentre sogna di entrare in un prestigioso circolo letterario e di innamorare il nerd della porta accanto\, conosce Brooke\, la sorellastra che la madre le ha consigliato di contattare. Rapita dall’entusiasmo e dalla dinamicità di Brooke\, Tracy cambia passo e ritmo\, lasciandosi coinvolgere dalla vita della giovane donna… \n[…] Parla la nostra lingua\, Mistress America\, perché parla una lingua universale e contemporanea: la parola diretta e piatta della comunicazione tutto intorno a noi; la parola superficiale che insegue senza posa la profondità e l’autenticità del racconto\, rispondendo al desiderio di trasformare ogni evento\, anche il più banale\, nel tassello di un mosaico\, nella figura di una storia. \nNon parla della realtà\, Mistress America\, ma di come la parola\, oggi\, agisca sulla realtà. I suoi personaggi si incontrano\, conoscono e frequentano per diventare semplice materia da romanzo\, tasselli di una continua\, onnipresente operazione di storytelling che cannibalizza il quotidiano. Se c’era una maniera moderna di riprendere e adattare la screwball comedy\, Mistress America l’ha trovata: annientando il peso delle parole; replicando lo svilimento o\, al contrario\, l’eccessiva simbolizzazione a cui sono sottoposte. Trasformando\, ancora\, le parole nell’unica discriminante di relazioni in cui si parla e si scrive di continuo\, ma non si va mai a fondo\, si resta alla lettera\, incapaci di leggere fra righe ingombre di testo. \n[…] La mezza speranza che però Baumbach intravede in questa prigione del corpo\, della mente e anche dei sentimenti\, è che la realtà\, per quanto costantemente raccontata e quindi\, almeno in prospettiva\, compresa\, resta pur sempre inafferrabile. Se Baumbach parla di giovani che non conosce e non capisce\, è perché vede proprio in un reale cangiante il segno di una vitalità e mutevolezza che sfugge a ogni narrazione o incasellamento. Mistress America certifica la perdita di fiducia nella parola come base di ogni discorso contemporaneo: e di fronte a una sensazione di soffocamento evidente nel ritmo inutilmente concitato\, si chiede se non stia proprio nel vuoto\, nel fallimento dell’eterna rincorsa al tempo\, la mezza speranza. \nRoberto Manassero (www.cineforum.it)
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SUMMARY:Una Giornata Particolare (di E. Scola) - INGRESSO GRATUITO
DESCRIPTION:Una giornata particolare \ndi Ettore Scola \nCon Sophia Loren\, Marcello Mastroianni\, John Vernon e Françoise Berd. Soggetto e sceneggiatura Ruggero Maccari\, Scola\, Maurizio Costanzo. Fotografia Pasqualino De Santis. Scenografia Luciano Ricceri. \nDrammatico\, 105 min. – Italia / Canada 1977. \nRoma\, all’alba del 6 maggio 1938 la casalinga Antonietta sveglia il marito e i figli. È il giorno dell’arrivo di Hitler e tutti i fascisti sono mobilitati. Uscita la famiglia\, Antonietta si dedica alle sue consuete occupazioni ma il merlo di casa fugge e si va a posare sulla finestra di un coinquilino. La donna suona\, le apre Gabriele. La sua vita sta per cambiare. \nMarcello Mastroianni e Sophia Loren escono dalla corazza divistica in cui l’industria li ha imprigionati e si impegnano in un uno splendido gioco delle parti: probabilmente è la loro prova migliore. La scenografia\, tutta sottotono (in parte dal vero e in parte ricostruita) dall’abile Luciano Riccieri fornisce a Pasqualino De Santis il materiale appropriato per una fotografia di eccellente rilievo\, ambientale e psicologico. \nFernaldo Di Giammatteo e Cristina Bragaglia (Dizionario dei capolavori del cinema) \nPer quanto riguardo la fotografia\, ne abbiamo parlato molto con Ettore e Pasqualino De Santis. Volevamo che tutto sembrasse vero e la nostra idea\, basata sulle immagini della memoria\, che a quell’epoca era in bianco e nero o in grigio e che il colore nelle nostre vite è arrivato con gli americani […]. Per la Giornata\, originariamente Scola voleva fare un film tutto in bianco e nero\, ma Ponti si è opposto perché commercialmente lo riteneva un suicidio. Allora si pensò a un colore decolorato e Pasqualino trovò questa soluzione della flashatura: un processo di stampa che dà una patina di neutro\, toglie una gamma di colori. E in funzione di questa fotografia decolorata\, gli ambienti dovevano avere i toni più spenti possibili\, pareti grigie\, tutto così: bisognava ottenere un tono quasi monocromatico in cui le note di colore fossero pochissime e motivate\, come il pullover rosso di Marcello. Ricordo che abbiamo fatto un sacco di provini: io tiravo su dei teloni di un metro per due\, li ricoprivo con diverse carte da parati che ridipingevo sopra e Pasqualino fotografava per verificare l’effetto sulla pellicola finché non abbiamo ottenuto quello che volevamo. \nTestimonianza di Luciano Riccieri in Associazione Philip Morris Progetto Cinema. \nUna giornata particolare (a cura di Tullio Kezich e Alessandra Levantesi)
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SUMMARY:Gli Ultimi Saranno Ultimi (di M. Bruno)
DESCRIPTION:Gli ultimi saranno ultimi \ndi Massimiliano Bruno \nCon Paola Cortellesi\, Alessandro Gassmann\, Fabrizio Bentivoglio\, Stefano Fresi\, Ilaria Spada. \nCommedia\, 103 min. – Italia 2015. \nLuciana è una donna semplice che sogna una vita dignitosa insieme a suo marito Stefano. È proprio al coronamento del loro sogno d’amore\, quando la pancia di Luciana comincia a crescere\, che il suo mondo inizia a perdere pezzi: si troverà senza lavoro e deciderà di reclamare giustizia e diritti di fronte alla persona sbagliata\, proprio un ultimo come lei\, Antonio. \nLuciana vive ad Anguillara\, lavora in fabbrica ed è sposata con Stefano\, disoccupato cronico pieno di idee multimilionarie ma refrattario all’idea di “stare sotto padrone”. Da tempo desiderano un figlio che non arriva\, ma quando il loro sogno si avvera il datore di lavoro di Luciana si rifiuta di rinnovarle il contratto “a tempo determinato”\, vista la gravidanza in corso. Antonio è un poliziotto veneto trasferito ad Anguillara con disonore e accolto con scherno dai colleghi. Appena arrivato si confronta con le peculiarità del paese\, a cominciare dai ripetitori che trasmettono la messa dai citofoni e dai lavandini di casa (insieme a una serie di radiazioni pericolose). Il suo è un percorso di espiazione costellato dalle punizioni del capo e le mortificazioni dei compagni di pattuglia.\nFin dalla descrizione dei due protagonisti paralleli\, Gli ultimi saranno ultimi mostra come la sua storia potrebbe sconfinare ogni momento in farsa o in tragedia\, e infatti la narrazione cammina in bilico su questo crinale\, in quella tradizione del cinema italiano che attinge alla realtà e al carattere nazionale per declinarsi in tutte le sue sfumature tragicomiche. Gli ultimi saranno ultimi nasce come pièce teatrale ma nella trasposizione cinematografica attinge alla luminosità morbida e clemente della provincia laziale\, allargando lo spazio a molti caratteri riconoscibili: gli amici\, i vicini\, la single “collezionista”\, la poliziotta goffa e sfortunata\, la guardia giurata affettuosa (e quella letargica)\, l’apprendista ambiziosa (più per disperazione che per vocazione). Ognuno brilla grazie a una scrittura precisa e credibile\, e all’interpretazione esatta ed empatica di un cast di ottimi caratteristi.\n \nPaola Casella (www.mymovies.it)
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SUMMARY:Irrational Man (di W. Allen)
DESCRIPTION:Irrational man \ndi Woody Allen \nCon Emma Stone\, Joaquin Phoenix\, Jamie Blackley\, Parker Posey\, Meredith Hagner\, Ben Rosenfield\, Ethan Phillips\, Julie Ann Dawson. \nCommedia\, 96 min. – USA 2015. \nAbe Lucas\, professore di filosofia ormai privo di qualsiasi interesse per la vita\, si trasferisce nell’Università di una cittadina. Preceduto da una fama di seduttore incontra la collega Rita Richards che cerca di attrarlo a sé per mettersi alle spalle un matrimonio fallito. C’è però anche la migliore studentessa del corso\, Jill Pollard\, che subisce il suo fascino e progressivamente gli si avvicina.  \nWoody Allen torna a un presente che lui vede come eternamente ritornante perché ciò che riguarda il rapporto dell’essere umano con la propria esistenza può mutare nelle sue manifestazioni ma resta essenzialmente uguale. Da sempre Woody ci ricorda che Dio è morto\, Marx è morto e anche lui si sente\, esistenzialmente\, poco bene. I suoi personaggi sono testimonial di questo suo profondo disagio a proposito del quale non smette mai di interrogarsi. \nLa vita non ha senso e\, per cercare di attribuirgliene uno o almeno per non ricordarselo troppo spesso è necessario ‘distrarsi’. Per lui la distrazione è fare cinema. Per Abe potrebbe essere la filosofia di Kant\, di Kierkegaard e di tutti i pensatori le cui aporie sa illustrare con abilità ai suoi studenti. Il problema consiste però nel far aderire la teoria alla realtà. È allora che nascono i problemi perché un mondo kantiano privo della seppur minima menzogna sarebbe l’ideale ma comporterebbe\, ad esempio\, la denuncia della famiglia Frank dinanzi a una precisa domanda dei nazisti. Che fare allora quando l’altro sesso ti desidera ma tu non lo desideri più? Quando tutto ti appare come ormai privo di valore tanto da non temere una roulette russa? Forse allora ti trovi a dare ragione al Sartre che denuncia che “l’inferno sono gli altri” e individui nell’idea di fare del bene compiendo il male l’occasione per riprendere in mano la tua vita. La morte sembra diventare non più la signora con la falce di Amore e guerra ma uno strumento per risolvere le conflittualità. Abe ha dietro di sé una serie di partecipazioni ad attività umanitarie che gli hanno comunque lasciato il vuoto dentro perché gli sembra non abbiano portato a un vero cambiamento. Il suo bisogno di lasciare un segno lo accompagna in fondo da sempre. Tutto il resto gli appare come superficiale. Allen torna a focalizzarsi sulla morte come estrema ir-ratio per liberarsi o liberare altri dai problemi. […] \nGiancarlo Zappoli (www.mymovies.it)
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SUMMARY:Il Caso Spotlight (di T. McCarthy)
DESCRIPTION:Il caso Spotlight \ndi Thomas McCarthy \nCon Michael Keaton\, Mark Ruffalo\, Rachel McAdams\, Stanley Tucci\, Liev Schreiber\, Brian d’Arcy James\, John Slattery\, Billy Crudup\, Len Cariou\, Paul Guilfoyle\, Jamey Sheridan\, Billy Crudup. \nThriller\, 128 min. – USA 2015. Miglior film e miglior sceneggiatura originale Oscar 2016. \nAl ‘Boston Globe’ arriva un nuovo direttore\, deciso a far tornare il giornale in prima linea su tematiche scottanti\, liberando dalla routine i giornalisti investigativi che aggrega nel team ‘Spotlight’. Il primo caso di cui si vuole occupare è quello di un sacerdote che nel corso di 30 anni ha abusato di giovani senza subire provvedimenti. Nasce così l’inchiesta che ha portato alla luce un numero molto elevato di abusi su minori in ambito ecclesiale. \nLo scandalo che\, a cavallo tra il 2001 e il 2002\, travolse la diocesi di Boston diede il via a un’indispensabile\, anche se comunque sempre troppo tardiva\, presa di coscienza in ambito cattolico della piaga degli abusi di minori ad opera di sacerdoti. Il film di Thomas McCarthy\, rispettando in pieno le regole del filone che ricostruisce attività d’indagine giornalistiche che hanno segnato la storia della professione\, ha anche però il pregio di rivelarsi efficace nel distaccarsene almeno in parte. Perché i giornalisti del team non sono eroi senza macchia che combattono impavidi il Male ovunque si annidi. Qualcuno tra loro aveva avuto tra le mani materiale che avrebbe potuto far scoppiare il caso anni prima (evitando così le sofferenze di tanti piccoli) ma non lo ha fatto. Così come le alte sfere hanno taciuto e le vittime\, in molti casi\, hanno preferito non esibire con denunce le ferite impresse nel loro animo. \nUn film come Spotlight non è solo cinematograficamente efficace anche perché sorretto da un cast di attori tutti aderenti al ruolo\, in prima fila un Michael Keaton che sembra aver trovato una nuova giovinezza interpretativa\, ma anche perché finisce con l’affermare un dato di fatto incontrovertibile. La Chiesa Cattolica\, grazie ad alcuni suoi esponenti collocati ai livelli più alti della gerarchia\, ha creduto di ‘salvare la fede dei molti’ nascondendo la perversione di pochi. Ha invece ottenuto l’effetto contrario finendo con il far accomunare nel sospetto di un’opinione pubblica\, spesso pronta alla semplificazione\, un clero che nella sua stragrande maggioranza ha tutt’altra linea di condotta. \nGiancarlo Zappoli (www.mymovies.it)
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SUMMARY:Le Confessioni (di R. Andò)
DESCRIPTION:Le confessioni \ndi Roberto Andò \nCon Toni Servillo\, Connie Nielsen\, Pierfrancesco Favino\, Marie-Josée Croze\, Moritz Bleibtreu.  \nDrammatico\, 100 min. – Italia / Francia 2016. \nSiamo in Germania\, in un albergo di lusso dove sta per riunirsi un G8 dei ministri dell’economia pronto ad adottare una manovra segreta che avrà conseguenze molto pesanti per alcuni paesi. Con gli uomini di governo\, ci sono anche il direttore del FMI e tre ospiti: una celebre scrittrice\, una rock star e un monaco italiano. Accade però un fatto tragico e inatteso. In un clima di dubbio e di paura\, i ministri e il monaco ingaggiano una sfida sempre più serrata intorno al segreto. \nDopo il successo di Viva la libertà\, Roberto Andò affronta l’habitat politico-economico collocando i suoi personaggi nel pieno centro della scena\, ma anche costringendoli in una sorta di laboratorio di osservazione suddiviso in loculi. Gli otto ministri formano il pantheon della contemporaneità occidentale\, e come gli dèi dell’Olimpo sono fallibili e fallati\, dunque le loro decisioni hanno spesso ricadute nefaste sui mortali. Quando il loro Zeus viene a mancare scoprono di non avere né una guida né una direzione\, e ognuno comincia a reagire alla presenza del monaco portando alla coscienza (è il caso di dirlo) quel dubbio che ha fino a quel momento negato per obbedire alle leggi dell’economia e alla ragion di Stato\, anche dopo che la sovranità nazionale si è arresa alla sottomissione al Fondo monetario. Siamo in zona Todo modo ma anche nella cornice dechirichiana de Il divo: pochi potenti in uno spazio asettico e confinato chiamati a confrontarsi con la dimensione etica del proprio ruolo\, in un resort lussuoso e alienante che ricorda l’albergo termale di Youth\, ma in cui il rapporto trompe l’oeil fra interni ed esterni – che è come dire fra interiorità ed esteriorità – richiama anche la residenza isolana de L’uomo nell’ombra.  \n[…] Salus\, diversamente dal Don Gaetano di Todo Modo\, non ha i toni dell’inquisizione e non sollecita le confessioni di nessuno\, ma si limita a raccogliere lo spaesamento di questi potenti del nulla\, incapaci di portare i propri paesi fuori dalla crisi\, o anche solo di confessare pubblicamente la propria inadeguatezza. Salus fa da cartina di tornasole dei dubbi e dei rimorsi di tutti\, e i personaggi\, né più né meno dei luoghi che attraversano\, entrano ed escono da se stessi in un continuo gioco di sovrapposizioni e successivi disallineamenti fra (presa di) coscienza e reiterazione di un ruolo preconfezionato dalla Storia. […] \nPaola Casella (www.mymovies.it)
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SUMMARY:Francofonia (di A. Sokurov)
DESCRIPTION:Francofonia – Il Louvre sotto occupazione \ndi Aleksandr Sokurov \nCon Louis-Do de Lencquesaing\, Benjamin Utzerath\, Vincent Nemeth\, Johanna Korthals Altes. \nDrammatico\, 87 min. – Francia / Germania / Paesi Bassi 2015. \nStoria e finzione s’intrecciano per interrogarsi sul valore dell’arte e sulle responsabilità nei confronti della sua sopravvivenza. Sokurov svela l’incontro del 1943 durante il quale il conte F. Wolff-Metternich\, capo dell’amministrazione nazista\, e il direttore del Louvre J. Jaujard\, decisero le sorti dell’arte. Mentre i due discutono\, nelle sale del museo appaiono Marianne\, simbolo della Francia e Napoleone che ammira perplesso le opere che lo celebrano. \nFilm saggio\, a metà tra la riflessione storica e la privatezza diaristica\, dove la cinepresa diventa un’autentica caméra-stylo che mescola formati e percorsi con straordinaria (e affascinante) libertà\, questo Francofonia – che nelle intenzioni dichiarate doveva essere un film dedicato al museo parigino del Louvre\, un po’ come ‘Arca russa’ lo era stato sull’Ermitage di San Pietroburgo – nasconde dentro di sé suggestioni che si svelano allo spettatore a ogni visione. A Venezia […] mi aveva colpito l’intreccio di stili\, di tempi e di toni\, quasi una specie di prolungamento più articolato e concreto delle «elegie» girate a cavallo degli anni Novanta sul dissolvimento di un mondo e dei suoi valori: il Louvre e più in generale l’arte come baluardo della cultura in nome del quale la coerenza personale poteva mettere in discussione anche la fedeltà politica. Rivisto dopo sei mesi (e dopo l’incrudelirsi degli attacchi dell’Isis ai simboli dell’Occidente)\, Francofonia rivela una più radicale lettura dell’arte custodita al Louvre e nei musei europei e la difesa di un’idea dichiaratamente occidentale dei valori culturali. […] un viaggio pieno di fascino ed emozione\, tra metafore marinare e ricordi della Storia\, dove i musei («cosa sarebbe la Francia senza Louvre?» ci chiede il film) diventano il cuore di una civiltà orgogliosamente occidentale. Forse troppo.  \nPaolo Mereghetti (Corriere della Sera)
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SUMMARY:Wilde Salomé (di A. Pacino)
DESCRIPTION:Wilde Salomé \ndi Al Pacino \nCon Al Pacino\, Jessica Chastain\, Kevin Anderson\, Roxanne Hart\, Estelle Parsons\, Joe Roseto\, Barry Navidi\, Geoffrey Owens\, Adam Godley\, Jack Huston\, Phillip Rhys\, Natalie Stone\, Tony Schiena\, Serdar Kalsin. \nDrammatico\, 88 min. – USA 2010. \nAl Pacino rilegge “Salomè”\, l’opera teatrale più controversa di Oscar Wilde\, una storia\, scintillante ed allo stesso tempo cupa\, di lussuria ed avidità. Le tecniche utilizzate per il racconto sono una mescolanza di generi: dal documentario alla fiction\, dalla ripresa teatrale alla improvvisazione pura. \n Al Pacino a proposito di questo suo film dichiara: “Wilde Salomé è l’esplorazione di una pièce teatrale che mi ha impegnato per molto tempo. Ho spogliato l’opera di tutti i suoi costumi e scenari complessi\, presentandola e analizzandola nella sua essenza. Jessica Chastain è sensazionale nel ruolo di Salomè e mi ha aiutato molto nella mia personale scoperta del mondo di Oscar Wilde. Wilde Salomé non è un film narrativo tradizionale\, né un documentario. È sperimentale\, è l’emancipazione di un’opera che continua a vivere”. \nPacino qui sviluppa un percorso che tra le pagine del testo inserisce la vita del suo autore. L’attore\, regista di se stesso\, mette a nudo il suo desiderio di affrontare il rischio di molteplici salti mortali frutto dello stimolo intellettuale che l’opera torna a suscitargli. Gira infatti un documentario che vuole al contempo rendere conto di una messa in scena teatrale e di un film ‘da farsi’ sempre sullo stesso soggetto. E’ affascinato dalla figura di un autore ribelle e pronto a pagare di persona le proprie scelte anticonformiste. Individua in “Salomè” quasi la sintesi dell’universo letterario wildiano ed è ammaliato dalla perversa innocenza della protagonista. […] \nA differenza che nel passato Pacino libera la macchina da presa da un costante pedinamento della sua persona per indirizzarla sui volti e sui gesti degli attori. Nel modo in cui li riprende si legge la stima profonda che nutre per loro e il desiderio di valorizzarne sino in fondo le doti che ha trovato in loro. È un dono che non molti grandi del mondo dello spettacolo sono in grado di riservare ai colleghi. Pacino si dimostra più che mai consapevole che una star da sola non è sufficiente a portare alla luce le pieghe più nascoste di un testo immortale. Parte\, con una piccola produzione\, per un viaggio di cui l’approdo è incerto ma ha con sé dei compagni che contribuiscono a rendere questo documentario un esempio di come ricerca\, sperimentazione e cultura possano farsi Cinema. \nGiancarlo Zappoli (www.mymovies.it)
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SUMMARY:Mimì Metallurgico Ferito nell'Onore (di L. Wertmüller) - INGRESSO GRATUITO
DESCRIPTION:Mimì metallurgico ferito nell’onore \ndi Lina Wertmüller \nCon Giancarlo Giannini\, Mariangela Melato\, Turi Ferro\, Agostina Belli. Soggetto e sceneggiatura Wertmüller. Fotografia Dario Di Palma. Musica Piero Piccioni.\nCommedia\, 121 min. – Italia 1972. \n Un siciliano\, licenziato a causa delle sue idee politiche\, grazie all’intervento della mafia trova lavoro come metallurgico in una fabbrica di Torino. Qui diventa amante di una ragazza che gli dà un figlio; al suo ritorno a casa\, scopre che la consorte è incinta di un brigadiere… \nSfruttando il talento di Giannini\, e le sue straordinarie doti camaleontiche\, la Wertmüller costruisce un personaggio di opportunista che si iscrive perfettamente nella cornice di una società in confusa trasformazione\, e ad esso affianca un bel personaggio femminile\, interpretato con spavalda disinvoltura da Mariangela Melato. \nFernaldo Di Giammatteo e Cristina Bragaglia (Dizionario dei capolavori del cinema) \n  \nCuriosamente imparentato\, nella tematica del ‘richiamo del sangue’\, a Mafioso di Alberto Lattuada (1962)\, il film si sviluppa nel segno dell’eccesso e della ridondanza\, di quel grottesco portato alle estreme conseguenze che caratterizzerà buona parte del cinema della regista romana. È un’esuberanza stilistica e linguistica che mescola impunemente generi e sottogeneri ‒ dall’opera lirica al mélo\, dal cinema politico alla sceneggiata ‒ in un crogiuolo che stravolge i confini beffandosi delle convenzioni. La scelta dell’eccesso provocatorio si esplicita anche nel tratto caricaturale dei personaggi: dal trucco ‘chapliniano’ di Mimì alle figure mostruose di contorno che preparano una delle scene cult del film (l’accoppiamento bestiale fra Mimì e una straripante Elena Fiore)\, fino alla moltiplicazione di Turi Ferro nei panni dei tanti ‘cattivi’. \nAndrea Maioli (Enciclopedia del cinema Treccani) \n  \n 
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SUMMARY:Rock the Kasbah (di B. Levinson)
DESCRIPTION:Rock the Kasbah \ndi Barry Levinson \nCon Bill Murray\, Bruce Willis\, Kate Hudson\, Zooey Deschanel\, Leem Lubany. \nCommedia\, 116 min. – USA 2015. \nRichie Lanz\, manager musicale caduto in disgrazia\, è costretto a seguire il suo unico cliente per un tour in Afghanistan\, dove si imbatte inaspettatamente nella straordinaria voce di Salima\, una teenager Pashtun con il sogno di diventare la prima donna a partecipare a Afghan Star\, versione locale della famosa trasmissione American Idol. Richie cercherà di scardinare i radicati pregiudizi della cultura afgana e fare della giovane donna una star di successo. \n[…] Rock the Kasbah ha un sapore d’altri tempi\, tempi nei quali si poteva derogare alla verosimiglianza in nome dello spettacolo\, era un modo di stare al gioco\, d’altronde non si può candidare tutto all’Oscar e ogni tanto dovrebbe essere lecito potersi rilassare\, con un po’ di salti di sceneggiatura e una visione schiettamente parziale e fantasiosa del Medio Oriente\, com’è quella di Richie Lanz e del film di Levinson. \nPer dirla altrimenti\, saremmo noi stessi un po’ talebani se ci mettessimo a tirare le pietre a Rock the Kasbah perché smacchietta a destra e a manca e passa dal comico al sentimentale senza mettersi i guanti; è più sincero ammettere che\, nonostante tutto\, c’è qualcosa di efficace nel suo umorismo da fine del mondo e qualcosa di toccante nella storia di un uomo che sopravvive ammantandosi di un passato mitico che è a sua volta mito e menzogna e trova un po’ di verità su se stesso solo dall’altra parte del pianeta\, dove il villaggio che lo ospita è disposto a credere che “Smoke on the water” sia un canto tradizionale americano\, per quanto bizzarro. \nIl titolo\, come talvolta accade\, è emblematico. Ispirato al singolo dei Clash (“Rock the Casbah“)\, probabilmente originato dal divieto allora apposto da Khomeini all’ascolto della musica rock in Iran\, nelle analogie con la sua fonte non va oltre questa dubbia origine; per di più la kasba è tipicamente nordafricana e non afgana\, come fa notare al protagonista la figlia Dree. Lo spirito del film è dunque qui: nell’indebita appropriazione musicale (Richie non ha scoperto Madonna\, non ha scoperto nessuno) e in un’idea mitica e pregiudiziale\, scollata dalla realtà\, ennesima illusione di un’esistenza costruita sulle illusioni. Prendere o lasciare. Lascino gli scettici e i puristi\, prendano i fan della simpatia di Bill Murray\, qui nel ruolo di Richie Lanz\, e della bellezza di Leem Lubany (rivelata da Omar). Troveranno anche un Bruce Willis meccanico ed esilarante e una Kate Hudson sorprendentemente capace. \nMarianna Cappi (www.mymovies.it)
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SUMMARY:45 Anni (di A. Haigh)
DESCRIPTION:45 anni \ndi Andrew Haigh \nCon Charlotte Rampling\, Tom Courtenay\, Geraldine James\, Dolly Wells\, David Sibley\, Sam Alexander\, Richard Cunningham\, Hannah Chambers\, Camille Ucan\, Rufus Wright\, Max Rudd. \nDrammatico\, 94 min. – UK 2015. Migliore interpretazione maschile e femminile al Festival di Berlino 2015. \nKate e Geoff Mercer sono sposati da quarantacinque anni e sabato festeggeranno il loro anniversario. I preparativi fervono e Kate è occupata in città con l’organizzazione del rinfresco. A casa intanto Geoff riceve una lettera destinata a cambiare la loro routine e la loro relazione\, fino a quel momento dolce e imperturbabile. La lettera comunica a Mr. Mercer il ritrovamento del corpo della ex compagna\, conservato per cinquant’anni dai ghiacciai delle Alpi svizzere. \nUno sguardo\, un gesto\, un movimento quasi impercettibile degli occhi\, della bocca\, del corpo: Charlotte Rampling non è un’attrice\, è una donna di Picasso\, va vista da molteplici punti di vista\, interpretata come un libro; è un corpo da osservare e capire\, per chi la dirige e la sa tenere sotto controllo molto probabilmente è un’ossessione. \n45 Years\, il film di Andrew Haigh\, è un film con lei\, Charlotte Rampling. Ma soprattutto è su di lei\, e più ancora di lei: il magnetismo quasi minaccioso della sua presenza in scena riporta ai tempi diSotto la sabbia\, alla solitudine devastante dei suoi occhi\, al senso di paura\, smarrimento e fallimento che il suo volto racchiude\, trasmette e restituisce allo spettatore. […] \nAndrew Haigh – già regista del notevole Weekend (2011) e tra gli autori della serie Looking – racchiude nello spazio della casa la tensione quasi inepressa ma sottilissima fra i due personaggi: la Rampling che trattiene tutto\, che strappa ogni reazione (una mano tolta di scatto\, un sorriso forzato\, un corpo negate) e Tom Courtenay\, altrettanto straordinario\, che di rimando va in pezzi lentamente\, perdendo il controllo dei movimenti\, facendosi travolgere dal fantasma della vecchiaia\, della demenza\, dell’oscenità. \n45 Years è un film di fantasmi: fantasmi in scena\, fantasmi nel tempo\, fantasmi nelle immagini – una foto trovata e non vista\, una proiezione di diapositive riflessa sul muro e sul corpo della Rampling\, in un bellissimo\, controllattimo dialogo impossibile – fantasmi nella memoria di chi ha sempre nascosto tutto\, e non l’ha mai saputo. \nHaigh pecca forse di eccessivo controllo e non rinuncia all’idea di un cinema confezionato e girato perché nulla sconvolga veramente e tutto si fermi un secondo prima del crollo. Con un poco più di coraggio\, con un montaggio meno narrativo e più insistito sulla relazione fra i due protagonisti – che insieme allestistiscono momenti di cinema puro\, cinema di parola e di primi piani – avrebbe potuto girare un film ancora più spudorato\, ancora più nudo ed essenziale. Un film sulla relatività di tutto\, in questa vita lunga e lontana\, dall’amore al tempo alla vicinanza fisica. \nRoberto Manassero (www.cineforum.it)
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SUMMARY:Star Wars VII - Il Risveglio della Forza (di J. J. Abrams)
DESCRIPTION:Star Wars: Episodio VII – Il risveglio della forza \ndi  J.J. Abrams \nCon Harrison Ford\, Carrie Fisher\, Mark Hamill\, Anthony Daniels\, Peter Mayhew. \nFantastico\, 136 min. – USA 2015. \nLuke Skywalker è scomparso. La mappa con il luogo in cui si è nascosto suscita l’attenzione di molti. Quando Kylo Ren\, malvagia pantomima di Darth Vader\, scopre che la mappa si trova all’interno di un droide\, si scatena una caccia all’uomo senza tregua\, che coinvolgerà Finn\, uno Stormtrooper che ha deciso di non uccidere\, e Rey\, una ragazza che vive rivendendo cianfrusaglie recuperate da astronavi. \n Un tuffo nel passato che strizza l’occhio al moderno\, è questo il gioiello che J.J. Abrams (Star Trek) è riuscito a confezionare con il suo Star Wars – Il Risveglio della Forza\, una pellicola epica ricca di citazioni e di momenti nostalgici che non sfuggiranno ai fan della saga più famosa di tutti i tempi. […] The Force Awakens è un film imperdibile che trascina lo spettatore tra viaggi interstellari\, battaglie epiche e pianeti affascinanti\, tutto merito di una trama lineare e ben scritta su cui passato e presente si incrociano senza mai pestarsi i piedi\, anzi danzando in armonia fino a creare un intreccio perfetto. A dare un’aura di magnificenza ci pensano gli spettacolari effetti visivi perfettamente inseriti. Ma oltre alla trama e agli effetti visivi\, Il Risveglio della Forza ha dalla sua un cast e dei personaggi che affascinano e rendono un film già spettacolare ancora più incredibile. Partiamo dai nuovi characters: Rey interpretata dalla giovane Daisy Radley\, un personaggio che ricorda la determinazione di Leila ma che a differenza della Principessa è combattiva e forte\, una vera eroina; Finn\, il cui volto è quello di John Boyega\, è un ex seguace del Primo Ordine che rifiuta la crudeltà dell’esercito\, proprio la sua umanità lo porterà verso la Luce e Rey; dall’altro lato troviamo Kylo Ren\, discepolo del Lato Oscuro\, seguace delle gesta di Darth Vader e villain di questa nuova trilogia\, il personaggio interpretato da Adam Driver perde di fascino man mano che andiamo avanti con la storia\, cerca di essere un nuovo Lord Vader ma manca dell’appeal del suo precedessore un personaggio non più presente nella saga ma che schiaccia il giovane Kylo. Applausi per il “vecchio” cast che vede Mark Hamill e Carrie Fisher tornare nei ruoli di Luke e Leila Skywalker\, menzione a parte va fatta per Harrison Ford che veste a 38 anni di distanza il ruolo di Han Solo\, un personaggio che l’attore indossa come un guanto facendolo brillare più di qualunque stella\, un gradito ritorno che riempie lo schermo e affascina come nel capostipite della saga. \nLorenzo Colapietro (www.cinematographe.it)
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SUMMARY:Una Volta nella Vita (di M. Mention-Schaar)
DESCRIPTION:Una volta nella vita \ndi Marie-Castille Mention-Schaar \nCon Ariane Ascaride\, Ahmed Dramé\, Noémie Merlant\, Geneviève Mnich\, Stéphane Bak. \nDrammatico\, 105 min. – Francia 2014. \nLiceo Léon Blum di Créteil\, città nella banlieue sud-est di Parigi: una scuola che è un incrocio esplosivo di etnie\, confessioni religiose e conflitti sociali. La professoressa Anne Gueguen propone alla sua classe più problematica un progetto comune: partecipare a un concorso nazionale di storia dedicato alla Resistenza e alla Deportazione. Un incontro\, quello con la memoria della Shoah\, che cambierà per sempre la vita degli studenti. Basato su una storia vera. \n Superfluo dire che il titolo originale sottolinea il nodo centrale di questo lavoro del tutto straordinario\, fedelmente ispirato a una storia vera. E scritto per lo schermo\, con la regista\, da uno dei ragazzi che vissero quell’esperienza\, l’allora 16enne Ahmed Dramé\, oggi anche tra i protagonisti nei panni di Malik. La questione dell’eredità\, morale e materiale\, è infatti il centro di qualsiasi discorso sull’insegnamento e la formazione. Anche se spesso si fa finta di niente per concentrarsi sugli obiettivi pratici della scuola\, di per sé insufficienti a una vera formazione\, o su quelli ‘ideali’\, non meno fragili vista l’accelerazione storica e (multi)culturale in cui viviamo. Quale eredità trasmettere ai ragazzi di oggi\, dunque? Messa così la faccenda suona astratta. E la professoressa Gueguen (un’elettrizzante Ariane Ascaride) non ha tempo per le astrazioni. Deve prima conquistare l’attenzione e il rispetto dei suoi studenti\, come tutti i film contemporanei sulla scuola […] ci hanno insegnato. Deve convincerli\, senza dirlo\, che non stanno perdendo tempo. Che ciò che fanno gli sarà utile. Che vale la pena spegnere il cellulare\, togliersi le cuffie\, smettere di darsi lo smalto o di sfidarsi tra rivali\, per ascoltare. E magari\, utopia delle utopie\, fare qualcosa insieme. Tutti insieme\, possibilmente. Ma come unire ragazzi così arroccati nelle proprie divisioni (fisiche\, sociali\, culturali\, religiose)? Semplice: saltando il presente per tornare a un passato non così lontano che riguarda tutti ma proprio tutti. La seconda guerra mondiale. L’orrore dei campi nazisti. […] Mai visto evocare più fatti\, e emozioni\, con tanta forza e discrezione insieme. Non fosse una formula abusata\, diremmo che è davvero un film da non perdere. \nFabio Ferzetti (Il Messaggero) \n 
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SUMMARY:Ti Guardo (di L. Vigas)
DESCRIPTION:Ti guardo \ndi  Lorenzo Vigas \nCon Alfredo Castro\, Luis Silva\, Jericó Montilla\, Catherina Cardozo\, Marcos Moreno. \nDrammatico\, 93 min. – Venezuela / Messico 2015. Leone d’oro al Festival di Venezia 2015. \nArmando \, cinquantenne venezuelano\, nel tempo libero adesca ragazzi di strada che fa spogliare davanti a lui\, senza toccarli. Uno di questi è Elder\, che però non si lascia svestire\, e lo apostrofa dandogli della “checca”. Ma fra i due si instaura un legame che sfugge alle definizioni e che ha molto più a che fare con i rapporti di potere fra classi sociali destinate a rimanere rigidamente separate che con una sessualità per Armando. \n[…] Con grande controllo dell’immagine\, dalla palette dei colori sfumati al netto distacco fra sfondo e primo piano\, il regista venezuelano Lorenzo Vigas debutta al lungometraggio con un film intenso e perturbante sceneggiato sulla base di un soggetto coscritto insieme a Guillermo Arriaga. \nDesde allà\, titolo originale del film\, realizza cinematograficamente il sogno panamericano di Che Guevara poiché unisce le creatività del venezuelano Vigas\, del messicano Arriaga e del cileno Alfredo Castro\, l’attore feticcio di Pablo Larrain che qui incarna con lunare straniamento l’apatico Armando\, sempre pronto a produrre una mazzetta di bigliettoni con cui comprare gli esseri umani che rifiuta di toccare. \nArmando sa\, per formazione socioculturale\, che avrà sempre il coltello dalla parte del manico in un Venezuela diviso in caste destinate a non interagire\, se non in termini di violenza e sopraffazione. In quella struttura gerarchica non può esistere una terza possibilità di comunicare\, né con i corpi né con le parole\, cui spesso Vigas sostituisce genialmente i suoni d’ambiente – il trapano che sembra implorare pietà con il suo gemito stridulo e insistente\, il fruscio del denaro che sancisce l’accettazione fuori campo di uno scambio mercificatore. \nNiente di tutto questo è “normale” ma è tutto quotidiano\, e dimenticare i propri peccati\, come singoli e come nazione\, sembra la regola non scritta\, eppure da tutti ben compresa. Tutti meno Elder\, antieroe pasoliniano tracimante rabbia e tenerezza\, commovente nello sfoggiare la maglia numero 10 degli attaccanti e dei fantasisti del pallone\, e invece confinato a un’officina e a una baraccopoli di Caracas. In un Paese di cattivi padri ai figli\, e ai figli dei loro figli\, non resta spazio per trovare la propria umanità\, o la propria identità maschile. Ed è proibito colmare le distanze che fanno comodo a pochi: ma sono i pochi che contano. \nPaola Casella (www.mymovies.it)
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SUMMARY:If Only I Were That Warrior (di V. Ciriaci)
DESCRIPTION:If only I were that warrior \ndi Valerio Ciriaci \nDocumentario\, 72 min. – Italia / USA / Etiopia 2015. \nQuesto documentario ripercorre uno dei capitoli più controversi della storia coloniale italiana: quello dei crimini di guerra commessi dalle truppe fasciste durante l’invasione e la successiva occupazione dell’Etiopia nel 1935. \nVICE: Il tuo documentario prende le mosse da un episodio di cronaca: la costruzione del sacrario di Affile in onore di Rodolfo Graziani nel 2012. Perché hai scelto proprio questo punto di partenza? \nValerio Ciriaci: Quando nel 2012 è stato inaugurato ad Affile il monumento al gerarca fascista Rodolfo Graziani la notizia ha fatto subito il giro del mondo\, visto che Graziani è tristemente famoso per i crimini di guerra che ha commesso in Libia ed Etiopia e per la sua attiva e mai rinnegata partecipazione alla Repubblica di Salò. In Italia ne avevano parlato alcuni giornali\, ma a dare l’allarme erano state più che altro testate internazionali come il New York Times\, El País e la BBC.In quel periodo io vivevo a New York e sentendo parlare della questione ho deciso di andare a una conferenza sul tema organizzata dal Centro Primo Levi. In quell’occasione ho visto per la prima volta la furiosa indignazione di alcuni membri della comunità etiope presenti all’incontro\, le cui testimonianze riportavano alla luce le atrocità italiane in Etiopia e mi hanno fatto capire quanto poco si sappia delle guerre coloniali italiane\, le cui conseguenze si vedono ancora oggi. \n È stato difficile mettere insieme il materiale e le testimonianze? \nÈ stato un percorso lungo\, che ha richiesto molto lavoro di ricerca. Il documentario contiene molto materiale d’archivio\, che proviene principalmente dall’Archivio Centrale dello Stato—dove ho avuto accesso al Fondo Graziani […]. Molte di queste immagini non erano mai state pubblicate né utilizzate in un documentario: io le ho usate per ricostruire il contesto storico dell’occupazione dell’Etiopia. In totale\, quando è cominciato il montaggio mi sono ritrovato ad avere circa 100 ore di girato. Molte interviste\, molti personaggi e molte immagini d’archivio sono quindi state escluse. In futuro mi piacerebbe estendere questo progetto e utilizzare tutto quel materiale che per motivi di tempo è rimasto fuori dal documentario finito. \nMattia Salvia (www.vice.com/it)
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SUMMARY:L'Onorevole Angelina (di L. Zampa) - INGRESSO GRATUITO
DESCRIPTION:L’onorevole Angelina \ndi Luigi Zampa \nCon Anna Magnani\, Ave Ninchi\, Nando Bruno e Ernesto Almirante. Soggetto Zampa\, Piero Tellini e Suso Cecchi. Sceneggiatura Zampa\, Tellini\, Cecchi e Magnani. Fotografia Mario Craveri. Scenografia Piero Filippone.\nCommedia\, 95 min. – Italia 1947. Coppa Volpi al Festival di Venezia per la miglior interpretazione femminile 1947. \n Una popolana\, Angelina\, guida le sue vicine nella lotta contro gli speculatori\, i negozianti ladri e i padroni di casa avari; ciò le procura una vasta popolarità e sembra sicuro che alle prossime elezioni\, Angelina verrà eletta deputato. \n Un riassunto commosso e sorridente delle angustie del dopoguerra\, fotografato in una borgata tiberina\, alle porte di Roma. Pronta all’invettiva e al lazzo\, la sora Angelina del film di Zampa sta tra Masaniello e Pasquino; capeggia le sommosse delle popolane un po’ schernendo gli sfruttatori e un po’ imprecando. La sua idea\, che sbigottisce il bonario marito\, è che la giustizia tocca a chi se la fa […]. È una commedia dialettale piena di sapori forti. A Venezia\, nell’ultima mostra\, piacque soprattutto l’interpretazione di Anna Magnani\, che ha l’irruenza\, la mordacità e la sguaiataggine volute dalla parte […]. Ma il meglio del film è in ciò che una volta si chiamava il “bozzetto”: ossia l’episodica e lo schizzo d’ambiente. Non senza superficialità\, ma con sapido gusto le traversie della povera gente\, costretta tra bisogni essenziali e le esosità degli speculatori\, vi sono veristicamente descritte. \nIan (Corriere della sera del 26 novembre 1947)
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SUMMARY:Zootropolis (di B. Howard e R. Moore)
DESCRIPTION:Zootropolis \ndi Byron Howard\, Rich Moore\, Jared Bush \nCon Massimo Lopez\, Paolo Ruffini\, Nicola Savino\, Frank Matano\, Diego Abatantuono. \nAnimazione\, 108 min. – USA 2016. \nIl mondo animale è cambiato: non è più diviso in due fra docili prede e feroci predatori\, ma armoniosamente coabitato da entrambi. Judy è una coniglietta dalle grandi ambizioni che sogna di diventare poliziotta. Nick è una volpe che vive di espedienti nella capitale\, Zootropolis\, dove Judy\, approda come ausiliaria del traffico. Toccherà a loro\, inaspettatamente uniti\, risolvere il mistero dei 14 animali scomparsi che tutta la città sta cercando. \n Zootropolis\, cartone Disney supervisionato dall’onnipotente John Lasseter\, affronta di petto la tematica più attuale di tutte: l’uso della paura come strumento di governo. E va a toccare un altro degli argomenti più sensibili in ogni epoca\, ovvero l’esistenza (o meno) di una predisposizione biologica al crimine per alcune razze e alcune etnie. Ma si spinge anche oltre\, andando ad analizzare il rapporto fra massa ed élite\, nonché l’opportunità (o meno) di sopprimere la natura selvaggia e istintiva sacrificandola all’ordine sociale\, flirtando con l’eterno dilemma se nella formazione degli individui\, e delle società\, conti maggiormente la natura o la cultura. […] \nNaturalmente quello che conta in Zootropolis è il modo in cui questi temi vengono sviluppati\, sia a livello di narrazione che di espedienti visivi. E se la sceneggiatura mostra un gioco di semina\, di echi e di rimandi fin troppo calibrato\, la regia\, si sbizzarrisce in fughe rocambolesche\, inseguimenti\, esplosioni\, battaglie ed equilibrismi attraverso ben quattro ambienti distinti: campagna\, città\, vette innevate e foresta tropicale. La vera forza del film però è l’escalation di battute sia nell’interazione fra Judy e Nick\, nati per creare la chimica perfetta\, sia nella caratterizzazione di decine di specie animali\, fra cui spiccano i bradipi impiegati alla motorizzazione (a riprova che la burocrazia è esasperante a qualunque latitudine) e l’equino hippie doppiato in italiano da Paolo Ruffini. Ci sono anche il roditore che cita il Padrino\, la donnola che vende cd taroccati\, l’elefantessa maestra di yoga\, i lupi che ululano a sproposito\, come i cani di Up “biologicamente” predisposti a puntare ogni loro simile di passaggio\, il leone sindaco\, il bufalo muschiato capitano di polizia\, persino la gazzella superstar che ha la voce e le movenze sensuali di Shakira. Tutti indossano abiti umani\, camminano in posizione eretta\, spippolano sugli smartphone (che recano sul retro il simbolo di un ortaggio morsicato)\, comunicano via Skype e scaricano App per inventarsi identità virtuali. \nPaola Casella (www.mymovies.it)
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SUMMARY:Carol (di T. Haynes)
DESCRIPTION:Carol \ndi Todd Haynes \nCon Cate Blanchett\, Rooney Mara\, Kyle Chandler\, Jake Lacy\, Sarah Paulson. \nDrammatico\, 118 min. – UK / USA 2015. \nTherese Belivet (Rooney Mara) è una ventenne che lavora come impiegata in un grande magazzino a Manhattan sognando una vita più gratificante. Un giorno incontra Carol\, una donna attraente intrappolata in un matrimonio di convenienza e senza amore. Tra loro scatta immediatamente un’intesa\, e l’innocenza del loro primo incontro piano piano svanisce al progressivo approfondirsi del loro legame. \nDue donne si incontrano in un grande magazzino o meglio: sono i loro occhi a incontrarsi\, ed è tutto in una messa in scena di sguardi che si racchiude il senso profondo e l’esile trama di Carol\, film magnifico e impalpabile\, sensuale e astratto. \nTodd Haynes affresca un impossibile amore lesbico calandolo in una realtà ostile e senza tempo. […] Costruisce un film tutto in levare\, al cui centro incastona una – l’unica – scena fisica di un amore che per il resto del tempo è negato\, nascosto\, soffuso\, sciolto. Ma quel che risalta vedendo Carol è la capacità sorprendente di Haynes di ricostruire un clima\, uno stile\, un ambiente – grazie anche ai costumi\, miracolosamente intonati a ogni luce in ogni scena\, e alla fotografia che sa inseguire e disegnare i volti delle protagoniste tra finestrini\, campi lunghissimi costruiti in spazi anodini\, arredamenti al tempo stesso umani e gelidi – senza mai cedere a un superficiale gusto vintage. […] L’amore di due donne\, costretto a una sorta di apostasia dal simulacro di una condanna morale e da un mondo maschile dedito all’apparenza\, è descritto come un fatto urgente e incontenibile ed è raccontato attraverso una distillazione emotiva che spezza il fiato. Le attrici diventano così gli strumenti di narrazione di Haynes\, che\, senza rinunciare a un tormento emozionale\, ci racconta la storia di una passione recisa cui non è concessa fuga o respiro raggiungendo nella specularità dello sguardo amoroso un’intensità che amplifica ogni tormento. Carol e Therese siamo noi: ora\, qui\, per sempre. Nascoste e compresse da un perbenismo che non ammette libertà; testimonianza di un cinema che non ci permette di ignorarle. \nFederico Pedroni (www.cineforum.it)
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