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SUMMARY:Mimì Metallurgico Ferito nell'Onore (di L. Wertmüller) - INGRESSO GRATUITO
DESCRIPTION:Mimì metallurgico ferito nell’onore \ndi Lina Wertmüller \nCon Giancarlo Giannini\, Mariangela Melato\, Turi Ferro\, Agostina Belli. Soggetto e sceneggiatura Wertmüller. Fotografia Dario Di Palma. Musica Piero Piccioni.\nCommedia\, 121 min. – Italia 1972. \n Un siciliano\, licenziato a causa delle sue idee politiche\, grazie all’intervento della mafia trova lavoro come metallurgico in una fabbrica di Torino. Qui diventa amante di una ragazza che gli dà un figlio; al suo ritorno a casa\, scopre che la consorte è incinta di un brigadiere… \nSfruttando il talento di Giannini\, e le sue straordinarie doti camaleontiche\, la Wertmüller costruisce un personaggio di opportunista che si iscrive perfettamente nella cornice di una società in confusa trasformazione\, e ad esso affianca un bel personaggio femminile\, interpretato con spavalda disinvoltura da Mariangela Melato. \nFernaldo Di Giammatteo e Cristina Bragaglia (Dizionario dei capolavori del cinema) \n  \nCuriosamente imparentato\, nella tematica del ‘richiamo del sangue’\, a Mafioso di Alberto Lattuada (1962)\, il film si sviluppa nel segno dell’eccesso e della ridondanza\, di quel grottesco portato alle estreme conseguenze che caratterizzerà buona parte del cinema della regista romana. È un’esuberanza stilistica e linguistica che mescola impunemente generi e sottogeneri ‒ dall’opera lirica al mélo\, dal cinema politico alla sceneggiata ‒ in un crogiuolo che stravolge i confini beffandosi delle convenzioni. La scelta dell’eccesso provocatorio si esplicita anche nel tratto caricaturale dei personaggi: dal trucco ‘chapliniano’ di Mimì alle figure mostruose di contorno che preparano una delle scene cult del film (l’accoppiamento bestiale fra Mimì e una straripante Elena Fiore)\, fino alla moltiplicazione di Turi Ferro nei panni dei tanti ‘cattivi’. \nAndrea Maioli (Enciclopedia del cinema Treccani) \n  \n 
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SUMMARY:Rock the Kasbah (di B. Levinson)
DESCRIPTION:Rock the Kasbah \ndi Barry Levinson \nCon Bill Murray\, Bruce Willis\, Kate Hudson\, Zooey Deschanel\, Leem Lubany. \nCommedia\, 116 min. – USA 2015. \nRichie Lanz\, manager musicale caduto in disgrazia\, è costretto a seguire il suo unico cliente per un tour in Afghanistan\, dove si imbatte inaspettatamente nella straordinaria voce di Salima\, una teenager Pashtun con il sogno di diventare la prima donna a partecipare a Afghan Star\, versione locale della famosa trasmissione American Idol. Richie cercherà di scardinare i radicati pregiudizi della cultura afgana e fare della giovane donna una star di successo. \n[…] Rock the Kasbah ha un sapore d’altri tempi\, tempi nei quali si poteva derogare alla verosimiglianza in nome dello spettacolo\, era un modo di stare al gioco\, d’altronde non si può candidare tutto all’Oscar e ogni tanto dovrebbe essere lecito potersi rilassare\, con un po’ di salti di sceneggiatura e una visione schiettamente parziale e fantasiosa del Medio Oriente\, com’è quella di Richie Lanz e del film di Levinson. \nPer dirla altrimenti\, saremmo noi stessi un po’ talebani se ci mettessimo a tirare le pietre a Rock the Kasbah perché smacchietta a destra e a manca e passa dal comico al sentimentale senza mettersi i guanti; è più sincero ammettere che\, nonostante tutto\, c’è qualcosa di efficace nel suo umorismo da fine del mondo e qualcosa di toccante nella storia di un uomo che sopravvive ammantandosi di un passato mitico che è a sua volta mito e menzogna e trova un po’ di verità su se stesso solo dall’altra parte del pianeta\, dove il villaggio che lo ospita è disposto a credere che “Smoke on the water” sia un canto tradizionale americano\, per quanto bizzarro. \nIl titolo\, come talvolta accade\, è emblematico. Ispirato al singolo dei Clash (“Rock the Casbah“)\, probabilmente originato dal divieto allora apposto da Khomeini all’ascolto della musica rock in Iran\, nelle analogie con la sua fonte non va oltre questa dubbia origine; per di più la kasba è tipicamente nordafricana e non afgana\, come fa notare al protagonista la figlia Dree. Lo spirito del film è dunque qui: nell’indebita appropriazione musicale (Richie non ha scoperto Madonna\, non ha scoperto nessuno) e in un’idea mitica e pregiudiziale\, scollata dalla realtà\, ennesima illusione di un’esistenza costruita sulle illusioni. Prendere o lasciare. Lascino gli scettici e i puristi\, prendano i fan della simpatia di Bill Murray\, qui nel ruolo di Richie Lanz\, e della bellezza di Leem Lubany (rivelata da Omar). Troveranno anche un Bruce Willis meccanico ed esilarante e una Kate Hudson sorprendentemente capace. \nMarianna Cappi (www.mymovies.it)
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SUMMARY:45 Anni (di A. Haigh)
DESCRIPTION:45 anni \ndi Andrew Haigh \nCon Charlotte Rampling\, Tom Courtenay\, Geraldine James\, Dolly Wells\, David Sibley\, Sam Alexander\, Richard Cunningham\, Hannah Chambers\, Camille Ucan\, Rufus Wright\, Max Rudd. \nDrammatico\, 94 min. – UK 2015. Migliore interpretazione maschile e femminile al Festival di Berlino 2015. \nKate e Geoff Mercer sono sposati da quarantacinque anni e sabato festeggeranno il loro anniversario. I preparativi fervono e Kate è occupata in città con l’organizzazione del rinfresco. A casa intanto Geoff riceve una lettera destinata a cambiare la loro routine e la loro relazione\, fino a quel momento dolce e imperturbabile. La lettera comunica a Mr. Mercer il ritrovamento del corpo della ex compagna\, conservato per cinquant’anni dai ghiacciai delle Alpi svizzere. \nUno sguardo\, un gesto\, un movimento quasi impercettibile degli occhi\, della bocca\, del corpo: Charlotte Rampling non è un’attrice\, è una donna di Picasso\, va vista da molteplici punti di vista\, interpretata come un libro; è un corpo da osservare e capire\, per chi la dirige e la sa tenere sotto controllo molto probabilmente è un’ossessione. \n45 Years\, il film di Andrew Haigh\, è un film con lei\, Charlotte Rampling. Ma soprattutto è su di lei\, e più ancora di lei: il magnetismo quasi minaccioso della sua presenza in scena riporta ai tempi diSotto la sabbia\, alla solitudine devastante dei suoi occhi\, al senso di paura\, smarrimento e fallimento che il suo volto racchiude\, trasmette e restituisce allo spettatore. […] \nAndrew Haigh – già regista del notevole Weekend (2011) e tra gli autori della serie Looking – racchiude nello spazio della casa la tensione quasi inepressa ma sottilissima fra i due personaggi: la Rampling che trattiene tutto\, che strappa ogni reazione (una mano tolta di scatto\, un sorriso forzato\, un corpo negate) e Tom Courtenay\, altrettanto straordinario\, che di rimando va in pezzi lentamente\, perdendo il controllo dei movimenti\, facendosi travolgere dal fantasma della vecchiaia\, della demenza\, dell’oscenità. \n45 Years è un film di fantasmi: fantasmi in scena\, fantasmi nel tempo\, fantasmi nelle immagini – una foto trovata e non vista\, una proiezione di diapositive riflessa sul muro e sul corpo della Rampling\, in un bellissimo\, controllattimo dialogo impossibile – fantasmi nella memoria di chi ha sempre nascosto tutto\, e non l’ha mai saputo. \nHaigh pecca forse di eccessivo controllo e non rinuncia all’idea di un cinema confezionato e girato perché nulla sconvolga veramente e tutto si fermi un secondo prima del crollo. Con un poco più di coraggio\, con un montaggio meno narrativo e più insistito sulla relazione fra i due protagonisti – che insieme allestistiscono momenti di cinema puro\, cinema di parola e di primi piani – avrebbe potuto girare un film ancora più spudorato\, ancora più nudo ed essenziale. Un film sulla relatività di tutto\, in questa vita lunga e lontana\, dall’amore al tempo alla vicinanza fisica. \nRoberto Manassero (www.cineforum.it)
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SUMMARY:Star Wars VII - Il Risveglio della Forza (di J. J. Abrams)
DESCRIPTION:Star Wars: Episodio VII – Il risveglio della forza \ndi  J.J. Abrams \nCon Harrison Ford\, Carrie Fisher\, Mark Hamill\, Anthony Daniels\, Peter Mayhew. \nFantastico\, 136 min. – USA 2015. \nLuke Skywalker è scomparso. La mappa con il luogo in cui si è nascosto suscita l’attenzione di molti. Quando Kylo Ren\, malvagia pantomima di Darth Vader\, scopre che la mappa si trova all’interno di un droide\, si scatena una caccia all’uomo senza tregua\, che coinvolgerà Finn\, uno Stormtrooper che ha deciso di non uccidere\, e Rey\, una ragazza che vive rivendendo cianfrusaglie recuperate da astronavi. \n Un tuffo nel passato che strizza l’occhio al moderno\, è questo il gioiello che J.J. Abrams (Star Trek) è riuscito a confezionare con il suo Star Wars – Il Risveglio della Forza\, una pellicola epica ricca di citazioni e di momenti nostalgici che non sfuggiranno ai fan della saga più famosa di tutti i tempi. […] The Force Awakens è un film imperdibile che trascina lo spettatore tra viaggi interstellari\, battaglie epiche e pianeti affascinanti\, tutto merito di una trama lineare e ben scritta su cui passato e presente si incrociano senza mai pestarsi i piedi\, anzi danzando in armonia fino a creare un intreccio perfetto. A dare un’aura di magnificenza ci pensano gli spettacolari effetti visivi perfettamente inseriti. Ma oltre alla trama e agli effetti visivi\, Il Risveglio della Forza ha dalla sua un cast e dei personaggi che affascinano e rendono un film già spettacolare ancora più incredibile. Partiamo dai nuovi characters: Rey interpretata dalla giovane Daisy Radley\, un personaggio che ricorda la determinazione di Leila ma che a differenza della Principessa è combattiva e forte\, una vera eroina; Finn\, il cui volto è quello di John Boyega\, è un ex seguace del Primo Ordine che rifiuta la crudeltà dell’esercito\, proprio la sua umanità lo porterà verso la Luce e Rey; dall’altro lato troviamo Kylo Ren\, discepolo del Lato Oscuro\, seguace delle gesta di Darth Vader e villain di questa nuova trilogia\, il personaggio interpretato da Adam Driver perde di fascino man mano che andiamo avanti con la storia\, cerca di essere un nuovo Lord Vader ma manca dell’appeal del suo precedessore un personaggio non più presente nella saga ma che schiaccia il giovane Kylo. Applausi per il “vecchio” cast che vede Mark Hamill e Carrie Fisher tornare nei ruoli di Luke e Leila Skywalker\, menzione a parte va fatta per Harrison Ford che veste a 38 anni di distanza il ruolo di Han Solo\, un personaggio che l’attore indossa come un guanto facendolo brillare più di qualunque stella\, un gradito ritorno che riempie lo schermo e affascina come nel capostipite della saga. \nLorenzo Colapietro (www.cinematographe.it)
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SUMMARY:Una Volta nella Vita (di M. Mention-Schaar)
DESCRIPTION:Una volta nella vita \ndi Marie-Castille Mention-Schaar \nCon Ariane Ascaride\, Ahmed Dramé\, Noémie Merlant\, Geneviève Mnich\, Stéphane Bak. \nDrammatico\, 105 min. – Francia 2014. \nLiceo Léon Blum di Créteil\, città nella banlieue sud-est di Parigi: una scuola che è un incrocio esplosivo di etnie\, confessioni religiose e conflitti sociali. La professoressa Anne Gueguen propone alla sua classe più problematica un progetto comune: partecipare a un concorso nazionale di storia dedicato alla Resistenza e alla Deportazione. Un incontro\, quello con la memoria della Shoah\, che cambierà per sempre la vita degli studenti. Basato su una storia vera. \n Superfluo dire che il titolo originale sottolinea il nodo centrale di questo lavoro del tutto straordinario\, fedelmente ispirato a una storia vera. E scritto per lo schermo\, con la regista\, da uno dei ragazzi che vissero quell’esperienza\, l’allora 16enne Ahmed Dramé\, oggi anche tra i protagonisti nei panni di Malik. La questione dell’eredità\, morale e materiale\, è infatti il centro di qualsiasi discorso sull’insegnamento e la formazione. Anche se spesso si fa finta di niente per concentrarsi sugli obiettivi pratici della scuola\, di per sé insufficienti a una vera formazione\, o su quelli ‘ideali’\, non meno fragili vista l’accelerazione storica e (multi)culturale in cui viviamo. Quale eredità trasmettere ai ragazzi di oggi\, dunque? Messa così la faccenda suona astratta. E la professoressa Gueguen (un’elettrizzante Ariane Ascaride) non ha tempo per le astrazioni. Deve prima conquistare l’attenzione e il rispetto dei suoi studenti\, come tutti i film contemporanei sulla scuola […] ci hanno insegnato. Deve convincerli\, senza dirlo\, che non stanno perdendo tempo. Che ciò che fanno gli sarà utile. Che vale la pena spegnere il cellulare\, togliersi le cuffie\, smettere di darsi lo smalto o di sfidarsi tra rivali\, per ascoltare. E magari\, utopia delle utopie\, fare qualcosa insieme. Tutti insieme\, possibilmente. Ma come unire ragazzi così arroccati nelle proprie divisioni (fisiche\, sociali\, culturali\, religiose)? Semplice: saltando il presente per tornare a un passato non così lontano che riguarda tutti ma proprio tutti. La seconda guerra mondiale. L’orrore dei campi nazisti. […] Mai visto evocare più fatti\, e emozioni\, con tanta forza e discrezione insieme. Non fosse una formula abusata\, diremmo che è davvero un film da non perdere. \nFabio Ferzetti (Il Messaggero) \n 
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SUMMARY:Ti Guardo (di L. Vigas)
DESCRIPTION:Ti guardo \ndi  Lorenzo Vigas \nCon Alfredo Castro\, Luis Silva\, Jericó Montilla\, Catherina Cardozo\, Marcos Moreno. \nDrammatico\, 93 min. – Venezuela / Messico 2015. Leone d’oro al Festival di Venezia 2015. \nArmando \, cinquantenne venezuelano\, nel tempo libero adesca ragazzi di strada che fa spogliare davanti a lui\, senza toccarli. Uno di questi è Elder\, che però non si lascia svestire\, e lo apostrofa dandogli della “checca”. Ma fra i due si instaura un legame che sfugge alle definizioni e che ha molto più a che fare con i rapporti di potere fra classi sociali destinate a rimanere rigidamente separate che con una sessualità per Armando. \n[…] Con grande controllo dell’immagine\, dalla palette dei colori sfumati al netto distacco fra sfondo e primo piano\, il regista venezuelano Lorenzo Vigas debutta al lungometraggio con un film intenso e perturbante sceneggiato sulla base di un soggetto coscritto insieme a Guillermo Arriaga. \nDesde allà\, titolo originale del film\, realizza cinematograficamente il sogno panamericano di Che Guevara poiché unisce le creatività del venezuelano Vigas\, del messicano Arriaga e del cileno Alfredo Castro\, l’attore feticcio di Pablo Larrain che qui incarna con lunare straniamento l’apatico Armando\, sempre pronto a produrre una mazzetta di bigliettoni con cui comprare gli esseri umani che rifiuta di toccare. \nArmando sa\, per formazione socioculturale\, che avrà sempre il coltello dalla parte del manico in un Venezuela diviso in caste destinate a non interagire\, se non in termini di violenza e sopraffazione. In quella struttura gerarchica non può esistere una terza possibilità di comunicare\, né con i corpi né con le parole\, cui spesso Vigas sostituisce genialmente i suoni d’ambiente – il trapano che sembra implorare pietà con il suo gemito stridulo e insistente\, il fruscio del denaro che sancisce l’accettazione fuori campo di uno scambio mercificatore. \nNiente di tutto questo è “normale” ma è tutto quotidiano\, e dimenticare i propri peccati\, come singoli e come nazione\, sembra la regola non scritta\, eppure da tutti ben compresa. Tutti meno Elder\, antieroe pasoliniano tracimante rabbia e tenerezza\, commovente nello sfoggiare la maglia numero 10 degli attaccanti e dei fantasisti del pallone\, e invece confinato a un’officina e a una baraccopoli di Caracas. In un Paese di cattivi padri ai figli\, e ai figli dei loro figli\, non resta spazio per trovare la propria umanità\, o la propria identità maschile. Ed è proibito colmare le distanze che fanno comodo a pochi: ma sono i pochi che contano. \nPaola Casella (www.mymovies.it)
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SUMMARY:If Only I Were That Warrior (di V. Ciriaci)
DESCRIPTION:If only I were that warrior \ndi Valerio Ciriaci \nDocumentario\, 72 min. – Italia / USA / Etiopia 2015. \nQuesto documentario ripercorre uno dei capitoli più controversi della storia coloniale italiana: quello dei crimini di guerra commessi dalle truppe fasciste durante l’invasione e la successiva occupazione dell’Etiopia nel 1935. \nVICE: Il tuo documentario prende le mosse da un episodio di cronaca: la costruzione del sacrario di Affile in onore di Rodolfo Graziani nel 2012. Perché hai scelto proprio questo punto di partenza? \nValerio Ciriaci: Quando nel 2012 è stato inaugurato ad Affile il monumento al gerarca fascista Rodolfo Graziani la notizia ha fatto subito il giro del mondo\, visto che Graziani è tristemente famoso per i crimini di guerra che ha commesso in Libia ed Etiopia e per la sua attiva e mai rinnegata partecipazione alla Repubblica di Salò. In Italia ne avevano parlato alcuni giornali\, ma a dare l’allarme erano state più che altro testate internazionali come il New York Times\, El País e la BBC.In quel periodo io vivevo a New York e sentendo parlare della questione ho deciso di andare a una conferenza sul tema organizzata dal Centro Primo Levi. In quell’occasione ho visto per la prima volta la furiosa indignazione di alcuni membri della comunità etiope presenti all’incontro\, le cui testimonianze riportavano alla luce le atrocità italiane in Etiopia e mi hanno fatto capire quanto poco si sappia delle guerre coloniali italiane\, le cui conseguenze si vedono ancora oggi. \n È stato difficile mettere insieme il materiale e le testimonianze? \nÈ stato un percorso lungo\, che ha richiesto molto lavoro di ricerca. Il documentario contiene molto materiale d’archivio\, che proviene principalmente dall’Archivio Centrale dello Stato—dove ho avuto accesso al Fondo Graziani […]. Molte di queste immagini non erano mai state pubblicate né utilizzate in un documentario: io le ho usate per ricostruire il contesto storico dell’occupazione dell’Etiopia. In totale\, quando è cominciato il montaggio mi sono ritrovato ad avere circa 100 ore di girato. Molte interviste\, molti personaggi e molte immagini d’archivio sono quindi state escluse. In futuro mi piacerebbe estendere questo progetto e utilizzare tutto quel materiale che per motivi di tempo è rimasto fuori dal documentario finito. \nMattia Salvia (www.vice.com/it)
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SUMMARY:L'Onorevole Angelina (di L. Zampa) - INGRESSO GRATUITO
DESCRIPTION:L’onorevole Angelina \ndi Luigi Zampa \nCon Anna Magnani\, Ave Ninchi\, Nando Bruno e Ernesto Almirante. Soggetto Zampa\, Piero Tellini e Suso Cecchi. Sceneggiatura Zampa\, Tellini\, Cecchi e Magnani. Fotografia Mario Craveri. Scenografia Piero Filippone.\nCommedia\, 95 min. – Italia 1947. Coppa Volpi al Festival di Venezia per la miglior interpretazione femminile 1947. \n Una popolana\, Angelina\, guida le sue vicine nella lotta contro gli speculatori\, i negozianti ladri e i padroni di casa avari; ciò le procura una vasta popolarità e sembra sicuro che alle prossime elezioni\, Angelina verrà eletta deputato. \n Un riassunto commosso e sorridente delle angustie del dopoguerra\, fotografato in una borgata tiberina\, alle porte di Roma. Pronta all’invettiva e al lazzo\, la sora Angelina del film di Zampa sta tra Masaniello e Pasquino; capeggia le sommosse delle popolane un po’ schernendo gli sfruttatori e un po’ imprecando. La sua idea\, che sbigottisce il bonario marito\, è che la giustizia tocca a chi se la fa […]. È una commedia dialettale piena di sapori forti. A Venezia\, nell’ultima mostra\, piacque soprattutto l’interpretazione di Anna Magnani\, che ha l’irruenza\, la mordacità e la sguaiataggine volute dalla parte […]. Ma il meglio del film è in ciò che una volta si chiamava il “bozzetto”: ossia l’episodica e lo schizzo d’ambiente. Non senza superficialità\, ma con sapido gusto le traversie della povera gente\, costretta tra bisogni essenziali e le esosità degli speculatori\, vi sono veristicamente descritte. \nIan (Corriere della sera del 26 novembre 1947)
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SUMMARY:Zootropolis (di B. Howard e R. Moore)
DESCRIPTION:Zootropolis \ndi Byron Howard\, Rich Moore\, Jared Bush \nCon Massimo Lopez\, Paolo Ruffini\, Nicola Savino\, Frank Matano\, Diego Abatantuono. \nAnimazione\, 108 min. – USA 2016. \nIl mondo animale è cambiato: non è più diviso in due fra docili prede e feroci predatori\, ma armoniosamente coabitato da entrambi. Judy è una coniglietta dalle grandi ambizioni che sogna di diventare poliziotta. Nick è una volpe che vive di espedienti nella capitale\, Zootropolis\, dove Judy\, approda come ausiliaria del traffico. Toccherà a loro\, inaspettatamente uniti\, risolvere il mistero dei 14 animali scomparsi che tutta la città sta cercando. \n Zootropolis\, cartone Disney supervisionato dall’onnipotente John Lasseter\, affronta di petto la tematica più attuale di tutte: l’uso della paura come strumento di governo. E va a toccare un altro degli argomenti più sensibili in ogni epoca\, ovvero l’esistenza (o meno) di una predisposizione biologica al crimine per alcune razze e alcune etnie. Ma si spinge anche oltre\, andando ad analizzare il rapporto fra massa ed élite\, nonché l’opportunità (o meno) di sopprimere la natura selvaggia e istintiva sacrificandola all’ordine sociale\, flirtando con l’eterno dilemma se nella formazione degli individui\, e delle società\, conti maggiormente la natura o la cultura. […] \nNaturalmente quello che conta in Zootropolis è il modo in cui questi temi vengono sviluppati\, sia a livello di narrazione che di espedienti visivi. E se la sceneggiatura mostra un gioco di semina\, di echi e di rimandi fin troppo calibrato\, la regia\, si sbizzarrisce in fughe rocambolesche\, inseguimenti\, esplosioni\, battaglie ed equilibrismi attraverso ben quattro ambienti distinti: campagna\, città\, vette innevate e foresta tropicale. La vera forza del film però è l’escalation di battute sia nell’interazione fra Judy e Nick\, nati per creare la chimica perfetta\, sia nella caratterizzazione di decine di specie animali\, fra cui spiccano i bradipi impiegati alla motorizzazione (a riprova che la burocrazia è esasperante a qualunque latitudine) e l’equino hippie doppiato in italiano da Paolo Ruffini. Ci sono anche il roditore che cita il Padrino\, la donnola che vende cd taroccati\, l’elefantessa maestra di yoga\, i lupi che ululano a sproposito\, come i cani di Up “biologicamente” predisposti a puntare ogni loro simile di passaggio\, il leone sindaco\, il bufalo muschiato capitano di polizia\, persino la gazzella superstar che ha la voce e le movenze sensuali di Shakira. Tutti indossano abiti umani\, camminano in posizione eretta\, spippolano sugli smartphone (che recano sul retro il simbolo di un ortaggio morsicato)\, comunicano via Skype e scaricano App per inventarsi identità virtuali. \nPaola Casella (www.mymovies.it)
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SUMMARY:Carol (di T. Haynes)
DESCRIPTION:Carol \ndi Todd Haynes \nCon Cate Blanchett\, Rooney Mara\, Kyle Chandler\, Jake Lacy\, Sarah Paulson. \nDrammatico\, 118 min. – UK / USA 2015. \nTherese Belivet (Rooney Mara) è una ventenne che lavora come impiegata in un grande magazzino a Manhattan sognando una vita più gratificante. Un giorno incontra Carol\, una donna attraente intrappolata in un matrimonio di convenienza e senza amore. Tra loro scatta immediatamente un’intesa\, e l’innocenza del loro primo incontro piano piano svanisce al progressivo approfondirsi del loro legame. \nDue donne si incontrano in un grande magazzino o meglio: sono i loro occhi a incontrarsi\, ed è tutto in una messa in scena di sguardi che si racchiude il senso profondo e l’esile trama di Carol\, film magnifico e impalpabile\, sensuale e astratto. \nTodd Haynes affresca un impossibile amore lesbico calandolo in una realtà ostile e senza tempo. […] Costruisce un film tutto in levare\, al cui centro incastona una – l’unica – scena fisica di un amore che per il resto del tempo è negato\, nascosto\, soffuso\, sciolto. Ma quel che risalta vedendo Carol è la capacità sorprendente di Haynes di ricostruire un clima\, uno stile\, un ambiente – grazie anche ai costumi\, miracolosamente intonati a ogni luce in ogni scena\, e alla fotografia che sa inseguire e disegnare i volti delle protagoniste tra finestrini\, campi lunghissimi costruiti in spazi anodini\, arredamenti al tempo stesso umani e gelidi – senza mai cedere a un superficiale gusto vintage. […] L’amore di due donne\, costretto a una sorta di apostasia dal simulacro di una condanna morale e da un mondo maschile dedito all’apparenza\, è descritto come un fatto urgente e incontenibile ed è raccontato attraverso una distillazione emotiva che spezza il fiato. Le attrici diventano così gli strumenti di narrazione di Haynes\, che\, senza rinunciare a un tormento emozionale\, ci racconta la storia di una passione recisa cui non è concessa fuga o respiro raggiungendo nella specularità dello sguardo amoroso un’intensità che amplifica ogni tormento. Carol e Therese siamo noi: ora\, qui\, per sempre. Nascoste e compresse da un perbenismo che non ammette libertà; testimonianza di un cinema che non ci permette di ignorarle. \nFederico Pedroni (www.cineforum.it)
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SUMMARY:Dove Eravamo Rimasti (di J. Demme)
DESCRIPTION:Dove eravamo rimasti \ndi Jonathan Demme \nCon Meryl Streep\, Mamie Gummer\, Rick Springfield\, Kevin Kline\, Audra McDonald\, Sebastian Stan\, Ben Platt\, Charlotte Rae\, Maria Di Angelis\, Lisa Joyce\, Li Jun Li\, Carmen Carrera. \nDrammatico\, 100 min. – USA 2015. \nRick è la front woman di una band rock che entusiasma un non foltissimo pubblico di appassionati. Non è più giovanissima e ha lasciato da molti anni il marito e i tre figli per inseguire il suo sogno musicale. La brusca rottura del matrimonio della figlia Julie la spinge a ‘tornare a casa’cioè a raggiungere l’ex marito che vive con la nuova compagna in una lussuosa villa. L’incontro con l’ormai cresciuta prole avrà luci ed ombre. \n[…] Jonathan Demme e la sua sceneggiatrice Diablo Cody sembrano guardare agli anni ’80 (prontamente evocati durante uno scambio di battute)\, al cinema di famiglie\, di matrimoni e di rapporti di sangue in crisi\, ai luoghi comuni e agli sviluppi del caso più prevedibili. Eppure mi pare che Dove eravamo rimasti (titolo italiano stranamente indovinato\, tutto sommato) giunga a conclusioni ben diverse da quelle che contemplava il cinema hollywoodiano di trent’anni fa\, benché la struttura\, fatta di ritorni e di confronti\, vi appartenga con evidenza. \nQui si piange\, si litiga\, si canta e si balla con un’idea di generazioni a confronto che allora ambiva generalmente alla riconciliazione o quantomeno alla comprensione degli opposti\, mentre oggi i mondi e le generazioni rimangono ben distinti\, non sono reciprocamente risolutivi\, e se si capiscono\, nondimeno non garantiscono la serenità comune. Ciò non significa adagiarsi nel cinismo o nel rifiuto degli affetti: c’è un bisogno di riscoprire il sentimento\, in Dove eravamo rimasti\, che non è banalmente la necessità dell’amore ritrovato\, ma una più profonda (e profondamente americana) esigenza di una vicinanza. \nQuesto film non dà niente per scontato\, nonostante i luoghi comuni utilizzati; non celebra niente\, casomai reclama il diritto ad avere qualcuno con sé e per sé. Al riguardo\, credo sia uno dei film più sinceramente commoventi degli ultimi anni\, perché si completa soltanto nella formazione di coppie di fatto che implicano il recupero di una prossimità – fisica\, emozionale\, sentimentale – al di là di qualunque registro istituzionale (perfino al di là degli stessi luoghi comuni: vedere com’è risolto il personaggio del figlio gay). Prossimità anche nel senso di ripresa della propria serenità\, riavvicinamento a una certa qual quiete di sé (la figlia abbandonata dal marito). Nessuno aiuta nessuno\, a conti fatti\, tuttavia ognuno riscopre l’importanza di una contiguità\, senza retorica\, senza troppe scene madri. \n[…] Ecco\, se gli anni ’80 devono tornare (lo vediamo e sentiamo un po’ ovunque\, non solo in sala)\, questo modo\, e con questo cinema\, è il modo migliore\, il modo più onesto. E legittimo. \nPier Maria Bocchi (www.cineforum.it)
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SUMMARY:Miracolo a Milano (di V. De Sica) - INGRESSO GRATUITO
DESCRIPTION:Miracolo a Milano \ndi Vittorio De Sica \nCon Paolo Stoppa\, Alba Arnova\, Emma Gramatica\, Guglielmo Barnabò. Soggetto Cesare Zavattini. Sceneggiatura Zavattini e De Sica. Fotografia Aldo Graziati. Effetti speciali Ned Mann.\nFantastico\, 100 min. – Italia 1951. Palma d’oro al Festival di Cannes 1951. \n Totò nasce sotto un cavolo e viene adottato da una buona vecchina che purtroppo muore troppo presto. Però il suo spirito non abbandona mai il buon Totò e gli viene in aiuto nei momenti più difficili. Soprattutto quando un ricco commendatore tenta di scacciare Totò e i suoi amici dal terreno sul quale vivono perché vi ha trovato il petrolio. \n Ho lavorato tanto a Miracolo a Milano! L’ideazione\, certo\, riguarda me\, e la costruzione. La regia riguarda davvero Vittorio\, e Vittorio ha dimostrato di saper fare tutto quello che credeva di non quando invece io non avevo mai dubitato della sua capacità a farlo. \nCesare Zavattini \nIl direttore dell’ENIC (coproduttore del film)\, per tema di avere delle noie con il governo\, aveva voluto che si cambiasse il titolo del film tratto da Totò il buono\, e che era stato deciso da me e da Zavattini\, cioè I poveri disturbano\, in Miracolo a Milano\, che non ebbe l’esito finanziario del film precedente\, in quanto tutti credevano che fosse un film religioso. Invece si trattava di un tentativo di portare lo stile neorealista a tutte le forme di spettacolo\, dalla commedia borghese alla commedia musicale\, alla fiaba. Volevamo che il neorealismo non diventasse una formula\, e volevamo adottare lo stile a tutti i generi di spettacolo. Ma un articolo di un noto teorico del cinema\, Guido Aristarco\, parlò d’involuzione. Zavattini specialmente ma anche io ci spaventammo e facemmo marcia indietro. E sbagliammo. Perché Miracolo a Milano piacque in tutto il mondo. Conservo ancora una lettera di Delanoy\, il quale mi scrisse che alla prima del film\, all’uscita dal cinema\, non riusciva a infilare la chiave nel cruscotto della sua macchina. \nVittorio De Sica (L’avventurosa storia del cinema italiano) \n 
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