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SUMMARY:La Mia Vita da Zucchina (di C. Barras)
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SUMMARY:Un Appuntamento per la Sposa (di R. Burshtein)
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SUMMARY:Animali Fantastici e Dove Trovarli (di D. Yates)
DESCRIPTION:Animali fantastici e dove trovarli \ndi David Yates \nFantasy\, 133’ UK\, USA e Palestina 2016 \nCon Eddie Redmayne\, Katherine Waterston\, Dan Fogler\, Alison Sudol e Jon Voight\nOscar per i migliori costumi \nAFDT ci porta alla scoperta di una nuova era del magico mondo di J.K. Rowling\, ambientata decenni prima di Harry Potter. Siamo nel 1926\, il magico mondo Newyorkese è minacciato da pericoli sempre crescenti. Qualcosa di misterioso sta seminando la distruzione per le strade\, rischiando di far uscire allo scoperto la comunità magica dinanzi ai No-Mag (termine americano per Babbani). Ignaro delle crescenti tensioni\, Newt Scamander arriva in città quasi alla fine di un viaggio intorno al globo alla ricerca e al salvataggio di creature magiche. \nDifficilmente vi aspettereste di trovare il primo film anti Trump in un prequel di Harry Potter. Ma questo è: un film non così innocuo nato dalla penna di J.K. Rowling che parla di costruire un muro\, metaforicamente e letteralmente\, per tenere lontane strane creature spaventose che le persone non possono comprendere e accettare. Gli immigranti in questo caso sono animali fantastici che sono scappati dalla magica valigia di Newt Scamander\, magizoologo espulso da Hogwarts\, e che corrono liberi per New York\, anno 1926.\nLa Rowling è stata sempre paladina degli outsider\, di quelli segregati e demonizzati e i mercanti xenofobi che Newt incontra quando la sua nave approda negli States vi suoneranno piuttosto familiari.\nVi innamorerete del cattivo e beccuto Niffler\, e dell’alberello Pickett. I bambini li troveranno sicuramente molto carini. Ma Animali Fantastici e Dove Trovarli\, nome che avrà anche il libro su cui studierà Harry a Hogwarts\, è un film che cattura perfettamente un modo senza equilibrio e pieno di malessere\, non distante dai tweet che ci appaiono sulla timeline.\nPeter Travers – rollingstone.it \nPeter Travers – rollingstone.it
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SUMMARY:Lion (di G. Davis)
DESCRIPTION:Lion – La strada verso casa \ndi Garth Davis \nDrammatico\, 129’\, USA\, Australia\, Gran Bretagna 2016.\nCon Dev Patel\, Rooney Mara\, Nicole Kidman\, David Wenham\, Nawazuddin Siddiqui. \nIl film racconta l’incredibile storia vera di Saroo\, un bambino di Madras in India che a 5 anni finisce sul treno sbagliato e si perde a Calcutta. Viene ritrovato dalle autorità ma non riesce a spiegare il suo luogo di provenienza\, ha soltanto in mente l’immagine della stazione dalla quale era partito. Viene quindi adottato da una coppia australiana. Molti anni dopo\, ormai adulto\, decide utilizzando Google Earth\, di analizzare una per una tutte le stazioni ferroviarie dell’India finché non riesce a trovare quella giusta… \nSulla carta\, una storia del genere pareva presentarsi da sola\, restava da decidere se aver voglia o meno di piangere tutte le proprie lacrime per una versione ancora più incredibile\, per quanto vera di The Millionaire. I meno scettici si potevano aggrappare al nome del regista\, Garth Davis per sperare in qualche sorpresa. Per una volta\, invece\, c’è di più. Tutta la prima parte\, che vede protagonista il piccolo Sunny Pawar\, ha un che di magnetico. Si resta incollati alla forza d’animo del bambino\, al suo sguardo attento\, al suo cuore gonfio\, mentre viene catapultato suo malgrado dal nulla della casa d’origine alla vastità della megalopoli e della sua disumanità. Davis racconta bene come lo sguardo di Saroo si aggrappa a quello degli altri bambini\, in cerca di una fratellanza\, sullo sfondo di un mondo adulto ambiguo se non meschino.\nLion è perciò un oggetto particolare\, un film da Oscar che dei film da Oscar evita tutti i soliti difetti. Una grande narrazione a lieto fine ma nel quale il risarcimento emotivo non è completo e lascia dietro di sé e nello spettatore degli strascichi; un film in cui le immancabili rimonte di sceneggiatura sono gestite con eleganza non comune\, senza che quasi che ne accorgiamo\, e così il destino di Saroo è raccontato come una storia nella storia\, quella di un cucchiaio immaginario che diventa un reale e anglofono “spoon” e del quale si deve liberare\, tornando ad usare il naan\, il pane indiano\, come un cucchiaio\, per poter tornare a toccare il proprio sé. \nMarianna Cappi – Mymovies.it
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SUMMARY:Codice Criminale (di A. Smith)
DESCRIPTION:Codice criminale \ndi Adam Smith \nAzione\, Drammatico\, Thriller\, 99 ‘\,Gran Bretagna 2016 \ncon Michael Fassbender\, Brendan Gleeson\, Sean Harris\, Rory Kinnear\, \nCriminali da generazioni\, i Cutler non riconoscono nessuna legge e vivono di rapine\, corse d’auto ed inseguimenti con la polizia. Quando Chad (Michael Fassbender)\, figlio del capobanda Colby (Brendan Gleeson)\, decide di abbandonare la sua vecchia vita per offrire un futuro diverso ai suoi figli\, deve scontrarsi con la rabbia del padre e con un sistema che non sembra permettere alcuna redenzione. \nL’opera prima di Adam Smith ci trasporta nella periferia rurale e povera dell’Inghilterra\, offrendo spunti di riflessione importanti verso un gruppo sociale spesso dimenticato\, emarginato e problematico quale i nomadi (qui i nativi inglesi).  Trespass against us (frase tratta dalla preghiera del ‘Padre Nostro’) offre agli spettatori uno spaccato molto vivido della vita di un gruppo che sopravvive dedicandosi a piccoli crimini. \nUn colpo grosso finito male metterà la polizia definitivamente sulle tracce dei Cutler. Ed è a questo punto che il film prende una svolta anticonformista e alquanto singolare\, portando ognuno dei suoi protagonisti a confrontarsi con se stesso e con le proprie azioni\, ma finendo per rivendicare la propria appartenenza comunitaria e il proprio stile di vita\, anarchico e sregolato. Qui allora si ritrova la parte più debole della chiave di lettura di Smith\, che non vuole mai distaccare completamente i suoi protagonisti da un fato prescritto e inespugnabile. \nPregio notevole del film è che riesce a farti entrare nel vivo della situazione: il merito va ad una sceneggiatura ben scritta e al lavoro di attori rinomati. Qui\, vi troviamo infatti un perfetto Brendan Gleeson e un formidabile Michael Fassbender nei ruoli rispettivamente di padre e figlio \nTrespass Against Us si pone come un esempio di cinema indipendente di ottima fattura\, con gli elementi tipici dell’arthouse: realismo sociale ed enfasi nei confronti dei protagonisti principali. \nUn film d’impatto\,  dal punto di vista dei contenuti ma anche dell’apparato tecnico\, che tuttavia fallisce nell’intento di approfondire lo spinoso argomento del nomadismo restando in superficie e optando per raccontare in modo sicuro e certo il dramma famigliare che unisce e logora i protagonisti. \nashtray_bliss\,  mymovies.it
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SUMMARY:Acquarius (di K. M. Filho)
DESCRIPTION:Aquarius \nDi Kleber Mendonça Filho \nDrammatico\, 140’ Brasile 2016 \nCon Sônia Braga\, Maeve Jinkings\, Jeff Rosick e Irandhir Santos \nFenix film (premio ai film latinoamericani\, spagnoli e portoghesi) per la miglior regia e per la miglior attrice \n65enne\, vedova e critica musicale in pensione\, Clara è cresciuta in un’agiata famiglia di Recife\, Brasile. E’ l’ultima condomina di un originale complesso residenziale costruito negli anni ’40 e prospiciente il mare: tutti i rimanenti appartamenti sono stati acquistati da una società di palazzinari intesi a radere al suolo l’area per costruire ex novo. Eppure\, Clara non cede\, non vuole vendere: la lotta per Aquarius darà nuovo vigore alla sua esistenza e\, insieme\, la farà riflettere sulla sua famiglia e il suo essere al mondo. \nNella figura di Clara\, donna 65enne assediata e insidiata da una spregiudicata compagnia immobiliare che intende demolire la sua abitazione per rimpiazzarla con un lussuoso grattacielo\, si fondono insieme tre componenti strutturali del cinema di Mendonça Filho: l’analisi particolareggiata di un personaggio cocciuto e tutt’altro che accondiscendente\, l’identificazione della protagonista con l’edificio che custodisce la sua storia e\, infine\, l’inseparabilità del soggetto dal luogo che oggettiva affettivamente la sua esistenza. Difficile non riconoscere in questa triplice alleanza tra individuo\, storia e spazio affettivo un autoritratto dello stesso Mendonça Filho: ostinatamente aggrappato alla sua città natale\, il regista pernambucano rivendica con Aquarius\, film radicale se mai ve n’è stato uno\, un’indipendenza irriducibile e non negoziabile\, incidendo sul corpo della sua protagonista i segni di un passato tanto vulnerato quanto vittorioso. In questo senso l’imperfezione estetica si dà a leggere fin troppo facilmente come cicatrice di vitalità e indisponibilità al compromesso: segno di gloria imperfetta che testimonia l’irriducibilità a uniformarsi\, anche se questo comporta un minor potere di seduzione (l’episodio dell’uomo che si ritrae subito dopo aver saputo della sua operazione chirurgica). Una donna e un cinema senza plastica e trucchi cosmetici\, insomma\, ma irriducibilmente personali\, combattivi e vitali. \nAlessandro Baratti – www.spietati.it
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SUMMARY:Amori e Inganni (di W. Stillman)
DESCRIPTION:Amori e inganni \ndi Whit Stillman \nCommedia\, drammatico\, sentimentale\, 92’\, Irlanda\, Francia\, Paesi Bassi\, 2016 \nCon Kate Beckinsale\, Xavier Samuel\, Morfydd Clark\, Emma Greenwell\, Tom Bennett. continua» James Fleet\, Jemma Redgrave\, Justin Edwards\, Jenn Murray\, Stephen Fry\, Chloë Sevigny\, Kelly Campbell\, Conor Lambert\, Conor MacNeill\, Ross Mac Mahon \nLangford\, Regno Unito\, fine XVIII secolo. Lady Susan è rimasta vedova per l’improvvisa morte del marito. Lascia quindi la residenza di Langford insieme alla figlia Frederica per stabilirsi a Churchill\, dai parenti del defunto consorte. La cognata Catherine diffida fortemente di Lady Susan\, ma sembra non potere nulla contro lo schema della fascinosa vedova\, che intende sedurre il fratello di Catherine\, Reginald\, e maritare la figlia con il ricchissimo ma ebete Sir James Martin. \n  \nC’è poco da fare: tra le migliori e più feconde autrici di soggetti per il cinema non possiamo che annoverare Jane Austen\, la grande scrittrice inglese settecentesca vissuta a cavallo tra le ultime istanze del buon gusto e del buon senso illuminista e i primi sussulti dell’impeto romantico. (…) \nA differenza di tante altre eroine austeniane\, giovani e di belle speranze\, la Lady Susan di Amore e inganni è una vedova cinica e opportunista\, ancora piacente e soprattutto intenzionata a sistemare se stessa e la figlia adolescente\, l’ingenua Frederica\, con un matrimonio vantaggioso. Vicino\, per certi aspetti\, più all’impianto ideologico del Barry Lyndon di Kubrick che alle precedenti riduzioni austeniane\, tendenti a esaltare l’aspetto “romantico” delle trame\, il film di Stillman condivide con il capolavoro kubrickiano la descrizione di una società belluina e feroce\, quella dell’Inghilterra di fine settecento\, celata sotto i paludamenti di una cortesia tanto splendida e inerte quanto ipocrita. Una società ancora impastoiata nelle convenzioni sociali e nella rigida ripartizione\, anche sessuale\, dei ruoli\, laddove la donna\, cui non si addice “andare a lavorare”\, può trovare una via di fuga e una parvenza di riscatto unicamente attraverso l’intrigo e la dissimulazione. Amara analisi finale per un film\, peraltro\, diretto con sicuro mestiere ma privo di picchi emotivi e stilistici\, ben sorretto tuttavia dall’ottimo lavoro della fotografia e dalle musiche\, in equilibrio tra composizioni originali e brani d’epoca. \nGianfrancesco Iacono (www.cinematografo.it/recensioni/amore-e-inganni/)
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SUMMARY:Il Padre d'Italia (di F. Mollo)
DESCRIPTION:Il Padre d’Italia \ndi Fabio Mollo \nDrammatico\, 106’\, Italia\, 2017\nCon Luca Marinelli\, Isabella Ragonese\, Anna Ferruzzo\, Mario Sgueglia\, Federica de Cola\, Miriam Karlkvist\, Esther Elisha\, Sara Putignano\, Filippo Gattuso\, Franca Maresa \nPaolo ha 30 anni e conduce una vita solitaria\, quasi a volersi nascondere dal mondo. Il suo passato è segnato da un dolore che non riesce a superare. Una notte\, per puro caso\, incontra Mia\, una prorompente e problematica coetanea al sesto mese di gravidanza\, che mette la sua vita sottosopra. Spinto dalla volontà di riaccompagnarla a casa\, Paolo comincia un viaggio al suo fianco che porterà entrambi ad attraversare l’Italia e a scoprire il loro irrefrenabile desiderio di vivere. \nEnnesima dimostrazione del fatto che quanto di più interessante\, stimolante\, curioso\, nuovo nel cinema italiano odierno non proviene dal flusso della commedia. Purtroppo. Dispiace\, perché la commedia costituisce quantitativamente sempre più la principale massa critica della nostra produzione; ma anche perché è una forma di espressione radicata profondamente nel dna del cinema italiano. Ma gli spunti di maggior interesse non provengono da lì. Il problema semmai è che riescano a farsi strada fino al pubblico e che il pubblico li riconosca. ‘Il padre d’Italia’ mette un sacco di carne al fuoco\, con un ventaglio di temi tutti maiuscoli: omosessualità\, paternità e maternità\, maturità\, condizione di giovani uomini e donne\, sentimento del futuro e della costruzione. Ma nel film non troverete un’esposizione di temi. Troverete due personaggi. Un uomo e una donna coetanei\, su per giù trentenni. Non una narrazione lineare\, tantomeno pedantemente esplicativa\, ma molti salti che evitano il superfluo e conservano l’essenziale. Poche pennellate sicure. (…) Isabella Ragonese (Mia) parte svantaggiata con l’onere\, che sorregge con molto onore\, di un ruolo più visto e convenzionale\, oltre che segnato dalla negatività di tutti i possibili velleitarismi generazionali. Luca Marinelli (Paolo) si avvantaggia di un personaggio più inusuale\, più imprevedibile; e in ogni caso si conferma tra gli interpreti di maggior spessore della sua età nel panorama italiano. II regista è Fabio Mollo\, che governa con sapienza i suoi personaggi e i suoi interpreti\, qui al suo secondo lungometraggio. Una bella sorpresa. \nPaolo D’Agostini (La Repubblica\, 9 marzo 2017)
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SUMMARY:Jackie (di P. Larraín) - PROIEZIONE IN LINGUA ORIGINALE
DESCRIPTION:Jackie \ndi Pablo Larraín \nBiografico\, 91’\, USA-Cile 2016.\nCon Natalie Portman\, Peter Sarsgaard\, Greta Gerwig\, Billy Crudup\, John Hurt\, Richard E. Grant. \nSono passati cinque giorni dalla morte di John Kennedy e la stampa bussa alla porta di Jackie per chiedere il (reso)conto. Una relazione particolareggiata dei fatti di Dallas. Sigaretta dopo sigaretta\, Jackie ristabilirà la verità e stabilirà la sua storia attraverso le domande di Theodore H. White\, giornalista politico di “Life”… \nTra la verità e la favola c’è Jackie. Quella di Pablo Larraín\, isolata in una giornata d’autunno\, dopo l’assassinio del consorte e prima del ritiro dalla vita pubblica. Un intervallo spazio temporale che l’autore cileno ricostruisce in un film storico-vestimentario\, cercando l’identità personale dietro quella fittizia\, lungo i corridoi e le stanze della Casa Bianca\, sotto la seta e i tailleurs di crêpe\, di fronte ai manichini inarticolati vestiti da Chanel. E nella silhouette di un manichino\, che la protagonista osserva nelle vetrine di una boutique\, batte il cuore di un ritratto inflessibile che si contrappone a quello rotondo di Neruda. Diversi nel segno le due opere procedono tuttavia vigorosamente tra Storia e finzione\, dominati da una sorta di insolenza che soggiace al cinema dell’autore. Da una parte la celebrazione della creazione artistica\, della sua aspirazione al sublime e dei suoi compromessi con la realtà (Neruda)\, dall’altra il gesto espressivo che sviluppa uno stile personale e costruisce un’immagine pubblica\, una condotta verbale e non verbale fatta di gesti\, acconciature\, abiti\, gioielli e attitudini (Jackie). […] L’incertezza è il fondamento stesso di Jackie. È quanto serve di base a una straordinaria creazione di finzione che Larraín consacra alla relazione intercorrente tra corpo e abito. \nMarzia Gandolfi – mymovies.it
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SUMMARY:17 anni (e come uscirne vivi) (di K. F. Craig)
DESCRIPTION:17 anni e come uscirne vivi \ndi Kelly Fremon \nCommedia\, 104’ USA 2016 \nCon Hailee Steinfeld\, Woody Harrelson\, Haley Lu Richardson e Kyra Sedgwick \nCrescere non è facile e certe stagioni sembrano non passare mai\, specie quella attorno ai diciassette anni\, età di confine e crogiolo di aspettative\, delusioni e infiniti rilanci. In questo panorama\, l’unico conforto di Nadine è la sua migliore amica\, Krista\, apparsa come un faro nella sua vita nel momento più buio. Quando\, però\, Krista si fidanza con suo fratello\, l’essere che Nadine più invidia e disprezza\, anche quell’amicizia sembra arrivata al capolinea. Nonostante la sofferenza e la solitudine Nadine non sembra disposta a perdonarla. \nIn quella spietata landa di nessuno che è il cinema da high school\, in cui pochissimo di rigoglioso è in grado di crescere e quel poco che davvero fiorisce rimane solo nel nulla\, 17 Anni sopravvive alla spietata medietà del proprio titolo italiano con invidiabile classe ed eleganza. Il fatto che poi il film abbia anche una signora sceneggiatura è un plus che quasi sembrava troppo chiedere.\nSe la seconda parte (rifarsi una vita nella giungla sociale) è il gancio pop che tiene avvinti\, con il suo repertorio di figure convenzionali da high school\, tentativi di rimorchio\, feste andate male\, il carismatico e cinico professore-amico e via dicendo\, è invece la prima (il conflitto familiare) a costituire la sezione ritmica che batte in sottofondo e dà un senso a tutto\, quella che crea la frequenza vera del ritmo del film.\nPerché l’ordinario problema della scarsa sintonia con la famiglia e la gelosia del rapporto amica-fratello\, diventa quasi subito la rappresentazione di un altro conflitto\, quello tra l’identità che si è scelta per sè e il rapporto di opposizione con il resto del mondo.\n17 Anni sembra insomma accettare più di altri film l’evidenza che qualsiasi commedia adolescenziale\, a prescindere dalla propria trama\, non fa che rimettere in scena in versioni diverse la medesima ricerca dell’identità personale tramite l’opposizione a qualcosa (sistema\, sottoculture\, adulti\, altri compagni). \nGabriele Niola\nbadtaste.it
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SUMMARY:La battaglia di Hacksaw Ridge (di M. Gibson)
DESCRIPTION:La battaglia di Hacksaw Ridge \ndi Mel Gibson \nGuerra\, 131’\, Australia-USA 2016.\nCon Andrew Garfield\, Teresa Palmer\, Hugo Weaving\, Rachel Griffiths\, Luke Bracey\, Vince Vaughn. \nDesmond Doss decide di arruolarsi e di servire il suo Paese. Cristiano avventista e obiettore di coscienza\, il ragazzo rifiuta di impugnare il fucile e uccidere un uomo. Fosse anche nemico. Arruolato come soccorritore medico combatterà contro l’esercito nipponico\, contro il pregiudizio dei compagni e contro i fantasmi di dentro che urlano più forte nel clangore della battaglia. \nLa battaglia di Hacksaw Ridge è un esempio di film ideologicamente radicale. E poco importa che si tratti di un film radicalmente reazionario e conservatore. […] Mel Gibson è stato l’unico cineasta capace fino ad ora di assumere fino in fondo l’estremismo di una visione parziale. La cosa non dovrebbe certo stupire: Mel Gibson è infatti un regista pienamente ideologico. […] Gibson è interessante proprio perché è un estremista conservatore. […] Il problema\, secondo Doss\, è che i suoi compagni soldati combattono soltanto con le armi\, ma dimenticano quella che è l’arma più importante: cioè la fede in Dio. È solo quando l’intero battaglione diventa consapevole dell’importanza della fede – allegorizzata da una splendida scena finale in cui il battaglione intero attende che Doss concluda le proprie preghiere per sferrare l’attacco finale al fronte nemico – che la guerra può essere vinta. Il problema della guerra\, sembrerebbe dirci Gibson\, non è militare\, ma è etico. È solo quando una posizione etica vittoriosa viene raggiunta che è allora possibile conquistare anche la vittoria militare. La battaglia di Hacksaw Ridge non è allora un film pacifista\, ma non è nemmeno un’apologia della guerra fine a sé stessa. È un film che attraverso la guerra vuole porre un problema di etica e di posizione soggettiva (è lo showdown “cristico” di Doss che si lava via il sangue con una sorta di acqua battesimale ce lo mostra nella maniera più inequivocabile possibile). La qualità e il contenuto di questa posizione potranno magari non piacere a chi è allergico per ragioni politiche contingenti all’estremismo conservatore americano\, ma è indubbio che Gibson riesca a costruire questo sguardo con un coinvolgimento che difficilmente può farci rimanere “neutrali” e distaccati. \nPietro Bianchi – cineforum.it
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SUMMARY:Smetto Quando Voglio - Masterclass (di S. Sibilia)
DESCRIPTION:Smetto quando voglio – Masterclass\ndi Sydney Sibilia \nCommedia\, 118’\, Italia\, 2017\nCon Edoardo Leo\, Valerio Aprea\, Paolo Calabresi\, Libero De Rienzo\, Stefano Fresi\, Lorenzo Lavia\, Pietro Sermonti\, Marco Bonini\, Rosario Lisma\, Giampaolo Morelli\, Luigi Lo Cascio\, Greta Scarano\, Valeria Solarino\, Neri Marcorè \nLa banda dei ricercatori è tornata. Se per sopravvivere avevano lavorato alla creazione di una droga legale diventando poi dei criminali\, adesso è la legge ad aver bisogno di loro. Agire nell’ombra per ottenere la fedina penale pulita: questo è il patto. Per portare a termine questa missione dovranno rinforzarsi\, riportando in Italia nuove reclute tra i “cervelli in fuga” scappati all’estero. La banda criminale si troverà ad affrontare imprevisti e nemici sempre più cattivi tra incidenti\, inseguimenti\, esplosioni\, assalti e rocambolesche situazioni come al solito “stupefacenti”. \nRicomincio quando voglio. Come i suoi eroi\, Sibilia non solo non lascia ma raddoppia\, girando due seguiti in un colpo solo. E va bene così: la banda dei ricercatori era così ben congegnata e ricca di spunti\, su tutti i livelli\, che accettare la sfida del sequel era doveroso. Per il terzo episodio ci sarà da aspettare qualche mese. Ma il secondo\, ‘Masterclass’\, è (quasi) tutto da godere\, con qualche riserva ampiamente riscattata dalle sorprese. Cominciamo dalle riserve dunque\, perché anche il film è a carburazione lenta. L’inizio è un poco macchinoso\, i dialoghi prevalgono sull’azione\, bisogna ricapitolare\, introdurre i nuovi personaggi\, costruire il congegno che riunirà la banda. Su basi nuove ma non troppo diverse. (…) il lato (simpaticamente) macchinoso della faccenda (…) decolla davvero nella seconda parte\, quando Sibilia e i suoi co-sceneggiatori (…) catapultano la nuova banda\, con i suoi vecchi vizi e i punti deboli che ben conosciamo\, in un film d’azione all’americana\, o quasi (in quel ‘quasi’ sta il bello). Con inseguimenti\, scazzottate\, edifici distrutti\, combattimenti su treni in corsa. Arricchiti da ingredienti e ironia di casa nostra. (…) Non tutto fila alla perfezione\, è vero\, ma è ancora più vero che Sibilia\, sorretto da un’efficiente macchina produttiva\, tenta una direzione insolita e decisamente spericolata con padronanza\, inventiva e divertimento. Appuntamento al terzo episodio. Confidando in un’esecuzione ancora più accurata. \nFabio Ferzetti (Il Messaggero\, 2 febbraio 2017)
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SUMMARY:Paterson (di J. Jarmusch)
DESCRIPTION:Paterson \ndi Jim Jarmusch \nDrammatico\, 113’\, USA 2016.\nCon Adam Driver\, Golshifteh Farahani\, Kara Hayward\, Sterling Jerins\, Jared Gilman\, Luis Da Silva Jr. \nPaterson vive a Paterson\, New Jersey\, con la moglie Laura e il cane Marvin. Ogni giorno guida l’autobus per le vie della città\, ogni sera porta fuori il cane e beve una birra nel pub dell’isolato. Mentre la moglie colleziona progetti fantasiosi e fuori portata\, e decora ininterrottamente la loro casa\, Paterson appunta umilmente le sue poesie su un taccuino\, che porta sempre con sé. \nNon è la prima volta che Jim Jarmusch usa il reaction shot di un cane (Ghost Dog – Il codice del samurai). Ma in Paterson ce ne sono tanti\, insistiti. E sono reazioni che appartengono allo sguardo di un bulldog brontolone e geloso\, pigro ma non disattento: la reazione di fronte all’obliquità della realtà.\nUn fuori asse ostinato\, il centro scentrato: Jarmusch ne ha sempre fatto la sua ideologia. In Paterson\, che sembra tornare all’aneddotica del Jarmusch dei primi anni Novanta (ma senza dimenticare Coffee and Cigarettes) e che invece prosegue la geografia dei sentimenti del capolavoro Solo gli amanti sopravvivono\, stare ai margini della vita\, su una poltrona\, fra uno sbadiglio e un pisolino\, non significa non farne parte: a tal punto che la rottura della coerenza e della prevedibilità parte da lui\, dal bulldog protagonista\, Marvin\, il responsabile della “non correttezza” della cassetta delle lettere della casa in cui vive\, e di altro ancora. È Marvin il primo testimone dei dialoghi fra i suoi padroni Paterson (Adam Driver) e Laura (Golshifteh Farahani)\, il primo osservatore privilegiato delle invenzioni artistiche della donna\, il colpevole di un “azzeramento” conclusivo che obbliga a voltare letteralmente pagina (e la pagina nuova è bianca\, vergine\, in attesa di inchiostro): i cani di Jarmusch osservano il corso delle cose ma fanno qualcosa di più\, intervengono. Jarmusch\, che è nato artisticamente negli anni Ottanta e che nell’indipendenza senza coordinate e senza padroni ha costruito la sua forza punk\, cerca in Paterson la simmetria di una visione equilibrata ma è costretto ad abdicare in favore dell’irregolarità: la perfezione di un verso poetico lascia il posto a un’espressione onomatopeica di sorpresa. […] \nPier Maria Bocchi – cineforum.it
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SUMMARY:Quello che So di Lei (di M. Provost)
DESCRIPTION:Quello che so di Lei \nDi Martin Provost \nDrammatico\, 117’ Francia 2017 \nCon Catherine Frot\, Catherine Deneuve\, Olivier Gourmet\, Quentin Dolmaire\, Mylène Demongeot \nClaire è un’ostetrica che ama la propria professione. Proprio in un momento difficile per il suo lavoro (si sta per chiudere il reparto maternità) ricompare dal passato una donna che l’aveva fatta soffrire quando era giovane. Si tratta di Béatrice\, colei per cui suo padre aveva lasciato la famiglia. Béatrice è malata e ha bisogno di aiuto anche se non ha perso del tutto la vitalità di un tempo. Claire\, che ha anche un figlio ormai grande e anche lui in una fase di svolta della propria vita\, deve decidere cosa fare. \nIl titolo originale Sage femme rimanda al nome con cui in Francia sono tradizionalmente chiamate le ostetriche\, il cui antico sapere ha aiutato a nascere milioni di bambini e che Claire (Catherine Frot) nel film porta avanti con orgoglio. Il reparto maternità di un ospedale della periferia parigina in cui lavora sta chiudendo\, e mentre deve decidere se passare a un nuovo fiammante sforna pargoli da 4000 nascite all’anno\, riceve la telefonata di una donna\, Béatrice (Catherine Deneuve)\, che arriva dritta dal suo passato. Sono trent’anni da quando è sparita\, dalla vita di Claire e del padre\, con cui aveva una relazione. Ora ritorna perché malata\, lei che ha sempre affrontato la vita con sfrontatezza bohemienne\, vivendo in pieno senza rimpianti e godendo di ogni possibile gioia\, pronta a sopportare le inevitabili cadute. \nQuello che so di lei regala un ritratto di due donne completamente diverse: una rigorosa e sempre razionale\, tutta dedita alla missione di far nascere nuove creature; l’altra irresponsabile\, senza aver mai lavorato un giorno\, pronta a giocarsi tutto al tavolo da gioco. Claire si fa convincere da Béatrice a prendere la vita meno sul serio\, a colorarla di un sorriso infantile o di un bicchiere di troppo. Elogio dell’edonismo del buon vivere\, della sigaretta come sinonimo di libertà\, della carne rossa e del buon vino\, si fa apprezzare soprattutto per le due grandi performance che ne sono il cuore pulsante\, senza dimenticare il risveglio sensoriale per Claire rappresentato dal sanguigno camionista Olivier Gourmet. \nMauro Donzelli\, comingsoon.it
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SUMMARY:La Tenerezza (di G. Amelio)
DESCRIPTION:La Tenerezza \nDi Gianni Amelio \nDrammatico\, 103’\, Italia 2017 \nCon Elio Germano\, Giovanna Mezzogiorno\, Micaela Ramazzotti\, Greta Scacchi\, Renato Carpentieri \nChe tenerezza La tenerezza\, e che struggimento che vien fuori vedendolo\, non uno struggimento da Sturm und drang (letteralmente “tempesta e assalto”)\, ma una tumultuosa dolcezza intrisa di malinconia e permeata di una sincerità disarmante. La sincerità di Gianni Amelio\, innanzitutto\, che sceglie un protagonista suo coetaneo in cui far traboccare stille del suo io più irrequieto e insofferente dinanzi al passare del tempo e che racconta la bellezza di noi uomini ma anche la nostra sgradevolezza\, la nostra insofferenza\, la nostra incapacità di amare fino in fondo e\, sopra ogni cosa\, il coraggio che dimostriamo nell’ammetterlo. \nE la bellezza dei personaggi non proprio inventati dal regista (che ha preso spunto da un romanzo) ma da lui riplasmati è proprio questa dolorosa autoconsapevolezza: la capacità di riconoscere\, in conversazioni grondanti verità o in dialoghi più brevi – e con una franchezza disarmante – di non essere all’altezza del proprio ruolo sociale e delle altrui aspettative. Succede così che un anziano avvocato con il volto di Renato Carpentieri ammetta di non aver amato la donna che ha sposato e che un timido uomo venuto dal nord impersonato da Elio Germano dichiari di non aver nulla da dire ai suoi bambini\, vergognandosi un po’. \nE’ un film di andirivieni il nuovo lavoro del regista de Lamerica\, a cui però interessa soprattutto sottolineare il momento del ritorno\, perché la felicità per lui è una casa in cui riandare\, magari cambiati\, ma incuranti della velocità supersonica di un presente che rischia di farci annaspare e di un futuro che magari non si vuole esplorare. In questa dimora metaforica\, la famiglia – tante volte esplorata da Gianni Amelio – minaccia di dissolversi. Oppure può ritrovarsi e ricrearsi dal nulla\, perché famiglia non è solo il nucleo in cui si nasce e di genitori\, fratelli e figli se ne incontrano molti nell’arco dell’esistenza. Ci sono tante giovani donne come la Michela di Micaela Ramazzotti\, insomma\, a cui fare da padri\, così come infinite possibilità di inventarsi un gesto che possa cerare empatia\, un gesto generoso come quello del bambino di Ladri di biciclette\, che cerca di confortare un papà umiliato e offeso. \nBene illuminato dalla fotografia di Luca Bigazzi\, La tenerezza si nutre anche degli sguardi e del “gioco” di attori che si sono lasciati andare a una direzione pacata e non competitiva e che hanno avvicinato con pietas i personaggi che hanno avuto in dono: in particolare Germano\, alle prese con un ruolo di difficilissima interpretazione e Carpentieri\, immenso nella graduale transizione del suo Lorenzo dalla ruvidezza all’abbandono. Da buon alter-ego di Amelio\, e di chiunque senta di assomigliargli\, quest’ultimo occupa orgogliosamente quasi ogni scena\, alla faccia di chi davanti alla macchina da presa si ostina a mettere i soliti volti giovani e noti ai più\, volti spesso acerbi che non hanno una storia scritta nelle rughe. \nCarola Proto\, comingsoon.it
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SUMMARY:La Fiamma del Peccato (di B. Wilder) - INGRESSO GRATUITO
DESCRIPTION:La fiamma del peccato \nDi Billy Wilder \nUSA\, 1944\, 107’\nSceneggiatura di Raymond Chandler e B. Wilder\, fotografia di John F. Seitz\, montaggio di Doane Harrison\, scenografia di Hans Dreier e Hal Pereira e musica di Miklós Rózsa.\nCon Fred McMurray\, Barbara Stranwyck\, Edward G. Robinson e Porter Hall. \n“Ho ucciso per denaro e per una donna e non ho preso il denaro e non ho preso la donna. Bell’affare”.\n Il magistrale incipit di Wilder ci porta a Los Angeles. Mortalmente ferito\, l’agente assicurativo Walter Neff confessa al magnetofono il delitto che ha commesso. In casa di Dietrichson\, dove si era recato per il rinnovo della polizza di assicurazione sull’auto\, incontra Phyllis\, la sua seducente moglie. Che ha in mente un piano e lo lascia intuire a Neff: proporre al marito un’assicurazione sulla vita che preveda una doppia indennità. Stipulato il contratto\, non sarà difficile uccidere il vecchio…. \nLa storia di un delitto incorniciata dalla confessione e dalla morte del protagonista. Come Viale del tramonto\, che Wilder girerà sei anni dopo: qui parla un moribondo\, là un morto. Il soggetto deriva dal romanzo omonimo di James Cain ed è sceneggiato dal regista insieme a Raymond Chandler. Al fondo di tutto\, un destino implacabile\, com’è nella tradizione più pura del noir. Al centro troviamo il personaggio emblematico della misoginia degli autori di gialli: la dark lady\, impersonata da una conturbante Barbara Stranwyck.\nFernaldo Di Giammatteo e Cristina Bragaglia – Dizionario dei capolavori del cinema \nLo spessore\, la polivalenza\, l’ambiguità stessa dei rapporti\, di questo primo film nero wilderiano\, ne formano\, dunque\, l’ossatura stessa della drammaticità filmica. La messa in scena si basa su una profondità\, anche fotografica\, che sarà proprio usuale in Wilder\, ma che ritroveremo\, non a caso in Lost Week-End e in Sunset Boulevard\, film girati con John Seitz. La maestria di Wilder\, nel taglio delle scene\, nel ritmo\, nei dialoghi è già assoluta\, come pure la capacità di scegliere e dirigere gli attori: qui soprattutto un’indimenticabile Stanwyck. Intensamente\, furiosamente\, quasi nel presentimento che nonostante tutto il cinema stia per cambiare\, Wilder vive la sua stagione di classico. \nAlessandro Cappabianca – Billy Wilder\, Il Castoro \n“È molto più facile tecnicamente girare a Hollywood. Se dovete subire un’operazione difficile\, perché non andare nel miglior ospedale?”
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SUMMARY:La Legge della Notte (di B. Affleck)
DESCRIPTION:La legge della notte \nDi Ben Affleck \nCon Ben Affleck\, Scott Eastwood\, Elle Fanning\, Zoe Saldana e Remo Girone\nNoir\, 128’ USA 2016 \nBoston\, 1926. Il proibizionismo ha fatto nascere una rete infinita di distillerie clandestine\, favorendo la malavita e la corruzione. Joe Coughlin\, figlio di un importante capitano della polizia\, ha da tempo voltato le spalle alla rigorosa e corretta educazione ricevuta. Joe vive infatti l’ebbrezza dell’essere un fuorilegge\, imbarcandosi in una vertiginosa scalata al potere tra amici fedeli e nemici spietati. \nLa legge della notte raggiunge esiti non troppo diversi da quelli di un film come The Town e conferma il talento del regista nel girare sequenze d’azione e nel guidare un cast corale. Inoltre la ricostruzione storica\, grazie al contributo di Jess Gonchor alle scenografie è riuscita\, e come sempre l’apporto di Robert Richardson alla fotografia è notevole.\nBen Affleck continua a seguire la via del maestro Clint Eastwood\, realizzando stavolta un noir che lo porta in territori vicini anche al cinema di Michael Mann\, di Sergio Leone o dei fratelli Coen. Però forse il film di cui fa più piacere ritrovare l’influenza è\, nella sequenza del sermone\, Il figlio di Giuda\, capolavoro del 1960 di Richard Brooks\, con una magnifica Jean Simmons che interpretava Sorella Sharon Falconer\, qui emulata dalla Fanning. Attore più maturo rispetto ai tempi di “Gigli”\, è anche generoso nel valorizzare la partecipazione di veterani come Chris Cooper e Brendan Gleeson\, senza dimenticare il ruolo di spalla\, assegnato a Chris Messina\, anche se a spiccare alla fine è soprattutto il terzetto di signore che accompagna il protagonista nel suo percorso. \nondacinema.it
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SUMMARY:Famiglia all'Improvviso (di H. Gélin)
DESCRIPTION:Famiglia all’improvviso \ndi Hugo Gélin \nCon Omar Sy\, Gloria Colston\, Clémence Poésy\, Antoine Bertrand\, Susan Fordham\, Richard Banks\, Anna Cottis\, Attila G. Kerekes\nCommedia\, 115 min.\, Francia 2016 \nSamuel vive la sua vita senza legami o responsabilità in riva al mare nel sud della Francia\, circondato dalla gente che ama e con cui lavora. Tutto fila liscio fino a quando una vecchia fiamma non gli lascia in braccio una bimba di pochi mesi: Gloria\, sua figlia. Incapace di prendersi cura della bambina\, Samuel vorrebbe restituirla alla madre precipitandosi a Londra per rintracciarla\, ma non ha successo. Otto anni dopo\, mentre Samuel e Gloria sono diventati inseparabili\, la madre della piccola torna nelle loro vite per riprendersi la figlia. \n\nOmar Sy è oramai considerato il re d’Oltralpe\, dopo una parentesi hollywoodiana\, ritorna in patria\, con famiglia all’improvviso\, Samuel è un autista di piccole gite in costa azzurra\, scapolo e seduttore\, vive alla giornata e di feste\, finché una delle sue conquiste Kristine\, si presenta improvvisamente con una bambina in braccio\, rivelandogli che è sua figlia\, mollandola senza una spiegazione. Tenta di ritrovarla la donna a Londra senza successo\, disperato\, viene ingaggiato da Bernie\, un produttore che gli trova lavoro come stuntman e cresce la bambina il meglio possibile! \nFamiglia all’improvviso è una commedia o tragicommedia che si rivela essere piena di sfumature ma invita a riflettere sul tempo e sulle scelte improvvise\, non è banale e non annoia anzi\, ci si diverte e ci aiuta a paragonarci alle scelte del protagonista\, portandoci a un finale\, possiamo anche dirlo abbastanza furbo. \nSorretto benissimo dal protagonista e dalla piccola co-protagonista\, con il tocco leggero e colori fiabeschi e irreali come i set dove Samuel fa lo stunt man\, rende il tutto reale o non reale\, cose è vero cosa non lo è\, perfino facebook\, viene concepito come lo strumento per manipolare la realtà\, seguendo la storia con varie domande fino a una spiegazione possibile…cosa fareste voi se aveste un figlio e renderlo felice? \n(http://www.bestmovie.it/recensioni/famiglia-allimprovviso-istruzioni-non-incluse-la-recensione-di-francesjulia/595796/) \n 
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SUMMARY:Elle (di P. Verhoeven) - PROIEZIONE IN LINGUA ORIGINALE
DESCRIPTION:Elle \ndi Paul Verhoeven \n  \nDrammatico\, 130’\, Francia 2016.\nCon Isabelle Huppert\, Laurent Lafitte\, Anne Consigny\, Charles Berling\, Virginie Efira\, Christian Berkel. \nMichelle è la proprietaria di una società che produce videogiochi ed è una donna capace di giudizi taglienti sia in ambito lavorativo che nella vita privata. Vittima di uno stupro nella sua abitazione non denuncia l’accaduto e continua la sua vita come se nulla fosse accaduto… \nIl senso della vergogna è uno stile che siamo stati educati a esercitare\, così come quello della morale\, del pudore e della colpa. Ci viene insegnato che prima o poi la coscienza si fa sentire\, chiedendo il conto. La civiltà quale rispetto del pensiero della tradizione\, prima di ogni religione\, prima dell’essere cristiano. Una tradizione\, però\, che risale a un passato talmente lontano da aver perso ogni connotato: la diamo per scontata\, e viviamo dandole retta. Il sesso e i sessi\, a questo proposito\, dovrebbero rappresentare dei totem. E le dinamiche che li legano\, esprimendone caratteristiche e privilegi\, non sarebbero altro che un automatismo. Ma Paul Verhoeven non c’è mai stato. E non ci sta neppure con Elle\, che recupera in diversa forma i sismi del gender cercati e applicati soprattutto con Spetters (Spruzzi) (1979)\, Il quarto uomo (1984) e Basic Instinct (1992) (che sono i tre punti cardinali dell’intera filmografia del regista\, senza i quali è difficile mettere in proporzione tutto il resto). […] Elle è ancora una volta un film verhoeveniano che sceglie di guardare la relazione fra gli individui minandone alla base certezze e rassicurazioni. Saltano per aria borghesia e fede\, figure retoriche e voti\, immagini sacre e immagini etiche. Il significato vero della realtà di Verhoeven non è banalmente né il nonsense né il grottesco\, bensì la negazione a priori di ciò che ormai è consueto chiamare – con un certo qualunquismo – correttezza politica\, e che potremmo meglio definire ideologia sociale. […] \nPier Maria Bocchi – cineforum.it
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SUMMARY:Neruda (di P. Larraín)
DESCRIPTION:Neruda\nDi Pablo Larrain\nBiografico\, 107’\, Argentina – Cile – Spagna – Francia 2016\nCon Gael García Bernal\, Alfredo Castro\, Luis Gnecco\, Mercedes Morán \nFenix film (premio ai film latinoamericani\, spagnoli e portoghesi) per il miglior film\, migliori costumi\, miglior montaggio.\n\nCile\, 1948. Il governo di Gabriel Gonzalez Videla\, eletto grazie ai voti della sinistra\, sceglie di abbracciare la politica statunitense e di condannare il comunismo alla clandestinità. Pablo Neruda\, poeta\, senatore e massima personalità artistica del Paese\, avversa decisamente questa decisione\, fino a diventare il ricercato numero 1. In accordo con il partito comunista\, Neruda sceglie l’esilio anziché il carcere\, ma per riuscire a fuggire deve fare i conti con Oscar Peluchonneau\, l’ispettore di polizia che Videla sguinzaglia contro di lui. \nLarrain si conferma cantore ineguagliabile della storia del suo Paese e delle sue molteplici contraddizioni\, capace in ogni occasione di adottare un registro differente (cruda provocazione in Tony Manero\, l’astrazione del marketing dalla tragedia in No – I giorni dell’arcobaleno). Per Neruda sceglie l’estetica del cinema noir classico americano – fino a ricorrere alla rear projection nelle sequenze in automobile – e la cala in un contesto quasi onirico\, leggero e veloce come i versi del poeta\, magari pronunciati in un bordello di quart’ordine tra fiumi di alcol.\nI movimenti di macchina sono talora bruschi e talora fluidi\, provano a replicare il saliscendi di emozioni dei personaggi. Senza mai aderire\, come in un biopic prevedibile\, alla soggettiva dell’uno o dell’altro protagonista. La prospettiva è sempre originale\, asimmetrica\, spesso inverosimile. E il crescendo conduce progressivamente verso un confronto tra due uomini che si temono e si rispettano\, benché sia chiaro fin dall’inizio come uno dei due sia subalterno rispetto all’altro.\nLarrain con Neruda trova l’equilibrio perfetto tra esigenza di verità sugli eventi drammatici che hanno caratterizzato la storia cilena e narrazione allegorica. Realismo nei fatti\, onirismo nella forma\, in un mirabile e perfettamente bilanciato connubio. \nEmanuele Sacchi – mymovies.it
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SUMMARY:Libere Disobbedienti Innamorate (di M. Hamoud)
DESCRIPTION:Libere disobbedienti innamorate – In Between \ndi Maysaloun Hamoud \nDrammatico\, 96’\, Israele\, Francia 2016.\nCon Mouna Hawa\, Sana Jammelieh\, Shaden Kanboura\, Mahmud Shalaby\, Riyad Sliman. \nCosa fanno tre ragazze arabe a Tel Aviv? Fanno quello che farebbero tutte le ragazze del mondo: cercano di costruire il perimetro dentro cui affermare la propria identità. Amano\, ridono\, piangono\, inseguono desideri\, s’inciampano\, si rialzano. Amano e ridono ancora\, magari bevendo\, fumando canne e ballando\, in attesa dell’alba… \nSe il luogo fosse in Italia\, la regista e gli interpreti italiani\, il film sarebbe una piacevole commedia come tante. Ma In between si svolge a Tel Aviv\, nella comunità arabo israeliana: ambiente borghese di origine palestinese e di religione musulmana\, tra laicità e tradizione. Forse per molti di noi Islam vuole dire donne chiuse nella hiyab o sepolte nel burka\, vittime di Boko Haram\, muri per isolare la Palestina\, e soprattutto terrorismo ovunque. Per questo\, oltre che per la grazia della sue interpreti questo film è molto interessante\, rivelandoci un mondo sconosciuto che non è tanto diverso da quello di Sex and the city\, ambientato a New York\, serie ormai vecchia di quasi vent’anni.\nCon i loro amici\, le amiche passano le sere ballando\, fumano marijuana\, si vestono arditamente\, non saprebbero neppure come velarsi alla musulmana. Ma desiderare la libertà e cercare di viverla non è così semplice\, come del resto non lo è per tante donne ovunque. In fondo le tre giovani donne vogliono anche l’amore\, ma non solo per loro musulmane\, non è così facile.\nTra le tre giovani donne resta l’amicizia\, resta la dignità\, nessun pensiero che forse era meglio sottomettersi per non restare isolate: un personaggio chiede “ma davvero credi che qui per noi le cose cambieranno? Non succederà mai”. Ma la momentanea solitudine che le amiche affrontano insieme una notte sul balcone\, passandosi una sigaretta\, bevendo una birra\, consente loro sentirsi sicure che il futuro che sognano ci sarà. \nNatalia Aspesi – La Repubblica
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SUMMARY:Your Name (di M. Shinkai)
DESCRIPTION:Your Name – Kimi no Na wa \ndi Makoto Shinkai \nAnimazione\, 106 min. – Giappone 2016\nCon Ryûnosuke Kamiki\, Mone Kamishiraishi\, Ryô Narita\, Aoi Yuki\, Nobunaga Shimazaki.  \nFilm d’animazione che ruota intorno a due personaggi: Mitsuha\, una studentessa delle superiori che vive in una cittadina di montagna con la sorellina\, la nonna e il padre; e Taki\, anche lui studente\, che vive nel centro di Tokyo e svolge un lavoro part-time in un ristorante italiano. Un giorno\, Mitsuha ha un sogno in cui lei è un ragazzo che vive a Tokyo. Taki fa anche lui un sogno in cui è una studentessa di un liceo femminile in un paese di montagna che non ha mai visto. Quale sarà il segreto che si cela dietro questi sogni?  \n(…) Nella sua doppia natura di riflessione esistenziale e oggetto di intrattenimento per adolescenti\, Your Name. non sottovaluta mai le esigenze narrative. Nella prima metà del film\, Shinkai si avvale di un registro leggero: i ragazzi imparano a conoscere i corpi altrui e a sviluppare un sentimento che assomiglia sempre più all’amore\, prima che tutto – sfasamenti compresi – acquisisca un senso. La svolta drammatica che seguirà\, il cui parallelismo con la storia recente giapponese è più che evidente\, mescola le carte e chiarisce l’intento di Shinkai\, che dalla minuscola vicenda di Mitsuha e Taki arriva a sondare misteri universali e insieme estremamente “locali”. Il contrasto tra tradizione e modernità\, tra campagna e metropoli\, tra riti millenari – in cui il sakè viene sputato e poi conservato – e il dominio degli smartphone\, viene evidenziato e scandito da porte scorrevoli (o sliding doors\, per dirla con un altro film incentrato sulle vie imperscrutabili del destino) che Shinkai sceglie di riprendere perpendicolarmente\, da una visuale opposta a quella consueta. Come a raccontare la storia più semplice possibile\, quella di un amore che nasce e di due sconosciuti che tali non sono più\, nella maniera più peculiare\, fantasiosa e contemporanea che si possa immaginare. Miyazaki Hayao non ha eredi e forse è sciocco ostinarsi a cercarne. Shinkai Makoto è innanzitutto Shinkai Makoto: una voce nuova\, originale\, unica. \nEmanuele Sacchi – mymovies.it
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SUMMARY:Anatomia di un Rapimento (di A. Kurosawa) - INGRESSO GRATUITO
DESCRIPTION:Anatomia di un rapimento \nDi Akira Kurosawa \nGiappone\, 1963\, 143’\nSceneggiatura di Ryuzo Kikushima\, Hideo Oguni e A. Kurosawa\, fotografia di Asakazu Nakai\, montaggio di A. Kurosawa\, scenografia di Yoshiro Muraki e musica di Masaru Salo.\nCon Toshiro Mifune\, Kyoko Kagawa\, Tsutomo Yamazaki e Tatsuya Nakadai.\n\nIl ricco imprenditore Kingo Gondo\, dopo aver preso in prestito un’ingente somma\, è in procinto di compiere il passo più importante della propria carriera: acquisire il controllo dell’importante fabbrica di scarpe in cui lavora da sempre estromettendo il resto del consiglio di amministrazione\, a lui apertamente ostile. Ma una chiamata al telefono interrompe i suoi progetti: una voce gli comunica che suo figlio Jun è stato rapito e che\, se vuole rivederlo vivo\, dovrà pagare un riscatto pari a trenta milioni di yen\, cosa che gli renderebbe impossibile la scalata azionaria. \nLiberamente tratto da un giallo di Ed McBain (Una grossa somma)\, il quarto e ultimo giallo di Kurosawa ha un titolo alternative – Tra cielo e inferno – che descrive molto bene il cinema di questo specialista dei bassifondi innamorato dei contrasti e degli estremi […]. Pur mutuando dal romanziere americano personaggi e situazioni\, Kurosawa adatta il soggetto alle sue corde: la storia di un sequestro sui generis gli serve da pretesto per una nuova indagine sul male\, il delitto\, la complementarietà dei destini umani\, i legami segreti che sottendono i rapporti tra vittima e carnefice. Dostoevskij viene qui riletto alla luce di McBain. […] Ci meraviglia che le televisioni non ripropongano mai un’opera così tesa\, coinvolgente\, inquietante che sul tema dei rapimenti\, ha detto davvero qualcosa di definitivo […]. Liquidare questo film accusandolo di essere un thriller all’americana è una solenne stupidaggine; rivisto oggi nella durata integrale\, Anatomia di un rapimento si rivela un’opera di una prodigiosa attualità\, impeccabile sul piano visivo\, tecnico\, spettacolare. \nAldo Tassone – Akira Kusosawa\, Il Castoro \n“Le riprese non devono limitarsi a un calco di quanto è stato notato dallo script\, bisogna sempre lasciare una porta aperta al caso; i momenti più belli di un film sono quelli in cui qualcosa comincia improvvisamente a dilatarsi\, a crescere.”
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SUMMARY:Moonlight (di B. Jenkins) - IN LINGUA ORIGINALE
DESCRIPTION:Moonlight\ndi Barry Jenkins \nDrammatico\, 110’\, USA 2016\ncon Mahershala Ali\, Naomie Harris\, Janelle Monáe\, André Holland \nOscar miglior film e miglior sceneggiatura non originale\, Golden Globe miglior film drammatico e migliore attore non protagonista \nMoonlight è un film di formazione che racconta infanzia\, adolescenza\, età adulta di Chiron\, afroamericano gay che viene dai quartieri poveri di Miami. Cresciuto senza padre e con una madre tossicodipendente (Naomie Harris)\, vessato dai compagni fin dall’infanzia\, Chiron (Alex Hibbert) trova nel malavitoso locale (Mahershala Ali) e in sua moglie (Janelle Monáe) un’inedita famiglia adottiva. Da adolescente Chiron (Ashton Sanders) perderà l’innocenza; da adulto (Trevante Rhodes) cercherà l’amore.\nLe tre età con tre infelicità del nero Chiron a Miami che si fa strada fra bulli e razzismi\, finché s’accorge che Kevin è davvero l’unico amore della sua vita. Film bello sull’identità perduta con qualche zona di maniera ma con un finale che chiude un grammo puro di poesia e verità. Due ruoli per sei attori\, nell’infinita armonia del Tempo.\nMaurizio Porro – Corriere della Sera \nIl tema dell’omosessualità tra maschi afroamericani poveri è talmente rivoluzionario da smontare\, anche nei gesti più piccoli\, l’idea di comunità a cui siamo stati abituati da Spike Lee in avanti. Anche solo il saluto (una di quelle strette di mano articolate) che si scambiano Chiron e Kevin sembra fatto solo per ribadire legami virili tra maschi dello stesso clan\, e non per il corteggiamento. L’idea che due ragazzi neri cresciuti tra le crack house possano amarsi tra di loro è ovviamente un pilastro del film\, ma allo stesso tempo Moonlight racconta una storia d’amore forte e struggente\, al di là di quello che gli sta intorno. Per fortuna però Moonlight si tiene lontano da film come Precious\, The help o The butler. Perché a differenza di questi melodrammi civili strappalacrime\, punta sul lirismo e su un’estetica originale più che sul sentimento di popolo. \nMatteo Bordone – Internazionale
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SUMMARY:La La Land (di D. Chazelle)
DESCRIPTION:La La Land \ndi Damien Chazelle	 \nCommedia\, drammatico\, musicale\, sentimentale\, 128′\, USA 2016\nCon Ryan Gosling\, Emma Stone\, J.K. Simmons\, Finn Wittrock\, Sonoya Mizuno\, Rosemarie DeWitt\, Josh Pence\, Jason Fuchs\n-FILM D’APERTURA\, IN CONCORSO\, DELLA 73. MOSTRA INTERNAZIONALE D’ARTE CINEMATOGRAFICA DI VENEZIA (2016); COPPA VOLPI PER LA MIGLIORE ATTRICE A EMMA STONE.\n– GOLDEN GLOBES 2017 PER: MIGLIOR FILM COMMEDIA/MUSICAL\, REGISTA\, ATTORE (RYAN GOSLING) E ATTRICE (EMMA STONE) PROTAGONISTI\, SCENEGGIATURA\, COLONNA SONORA E CANZONE ORIGINALE (“CITY OF STARS”).\n– OSCAR 2017 PER: MIGLIOR REGIA\, ATTRICE PROTAGONISTA (EMMA STONE)\, FOTOGRAFIA\, COLONNA SONORA\, SCENOGRAFIA E CANZONE ORIGINALE (“CITY OF STARS”) \nMia (Emma Stone)\, un’aspirante attrice\, e Sebastian (Ryan Gosling)\, pianista jazz\, incrociano le loro strade a Los Angeles. Entrambi sognatori\, si innamorano e si ritrovano a condividere sogni\, speranze e illusioni. Così come li ha uniti\, la città può anche distruggerli: bilanciare amore e arte può risultare essere più difficile di quanto credevano. \nDelizioso\, non sapevo se guardarlo o se leccarlo”\, scrive Lane sul New Yorker. Però mette una gran voglia\, speriamo anche a chi non ama i musical e fa confusione tra Vincente Minnelli e Liza Minnelli.\nÈ una meraviglia\, un film che segna la differenza tra chi ama il cinema e chi non lo ama. Magari lo tollera\, magari lo va a vedere\, magari pensa che faccia parte di un minimo bagaglio culturale assieme a qualche romanzo\, magari pensa che debba essere insegnato nelle scuole\, magari lo vuole anche scrivere o girare o recitare. Ma non lo ama per davvero\, e non è pronto a sopportare tanti brutti film per guadagnarsi un simile gioiello. Lo ha scritto e diretto Damien Chazelle\, poco più che trentenne. Sembrava avesse fatto il botto con “Whiplash”. E invece rilancia\, con un film che nessuno voleva produrre e che ha messo insieme 14 candidature agli Oscar. Emma Stone (da “Birdland”) e Ryan Gosling (da “Drive”) sono bellissimi e di sublime eleganza. Quando studiano la parte e la partitura incolonnati in macchina. Quando litigano sul jazz. Quando lei tira fuori le scarpette dalla borsa per ballare il tip tap\, davanti a un tramonto losangelino rosa e viola. “Sprecato per noi\, altri due si sarebbero innamorati”\, dicono le parole della canzone\, una delle tante che si canticchiano uscendo dal cinema. Quando la proiezione di “Gioventù bruciata” si interrompe\, e vanno al Planetario visto sullo schermo. Una favola per i nostri tempi? Niente affatto: è un film realista e contemporaneo\, informato sulla vita e sull’arte. Molto più delle storie vere – e a tendenza ricattatoria – candidate all’Oscar. \nMariarosa Mancuso (www.ilfoglio.it)
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SUMMARY:Silence (di M. Scorsese)
DESCRIPTION:Silence \ndi Martin Scorsese \nDrammatico\, 161’\, USA 2016.\nCon Andrew Garfield\, Adam Driver\, Liam Neeson\, Tadanobu Asano\, Ciarán Hinds\, Issei Ogata. \nDue preti gesuiti in viaggio nel Giappone delle persecuzioni ai cristiani. La ricerca della fede li porterà a scoprire le necessità del mondo. Un’opera di eccezionale valore estetico e morale\, che mantiene un equilibrio commovente tra laicità e misticismo. \nCome si scardina il fondamentalismo religioso? Come si obbliga un mistico a scendere a patti con la realtà\, cioè con le diversità antropologiche\, sociali\, linguistiche\, culturali che stanno dentro al mondo e ci distinguono? […] L’abiura richiesta a loro e a Sebastian è\, nella sostanza\, una formalità: calpestare una mattonella con il volto di Cristo. E in quanto formalità\, esprime una necessità del tutto pratica\, quella di tagliare le radici a una forma di misticismo che rischia di mettere in crisi il progetto dello shogunato.\nLa distinzione è molto importante\, perché il movimento del film è un movimento di separazione linguistica: le priorità dell’inquisitore sono politiche\, quelle del gesuita spirituali. […]\nAlla separazione linguistica corrisponde poi una separazione percettiva\, ed è in questa che avviene il vero miracolo del film\, ovvero il suo essere perfettamente laico o perfettamente cristiano a seconda dell’osservatore. Un ateo sbigottisce di fronte ai contadini pronti a farsi ammazzare per non mettere i calcagni su una tavoletta\, e tanto più di fronte a un prete disposto a lasciarli morire in nome di una forma di misticismo. Il credente vede in questo la prova estrema della fede\, cioè il martirio. Scorsese trova dentro a questo conflitto un equilibrio commovente\, che è la prova della sua frattura e della sua ricerca della sua onestà; il regista che doveva diventare sacerdote\, l’autore che ha costruito una carriera intera\, e capolavori su capolavori\, sulla ricerca dell’identità e i complessi di colpa. \nGiorgio Viaro – bestmovie.it
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SUMMARY:Fai Bei Sogni (di M. Bellocchio) - REGISTA IN SALA
DESCRIPTION:Fai bei sogni \ndi Marco Bellocchio \nDrammatico\, 134’\, Italia\, Francia 2016.\nCon Valerio Mastandrea\, Bérénice Bejo\, Nicolò Cabras\, Roberto Herlitzka\, Barbara Ronchi\, Guido Caprino \nStoria dell’omonimo romanzo autobiografico del giornalista Massimo Gramellini sembrava distante dall’universo cinematografico di Marco Bellocchio: troppo emotiva la storia\, per il cinema così cerebrale del regista piacentino. Che sul rapporto con la madre ha spesso imbastito opere acri e contestatrici\, da I pugni in tasca a L’ora di religione\, tanto che per questo progetto su commissione non sembrava la scelta ideale. Bellocchio\, in effetti\, raffredda la materia raccontata; ma fino a un certo punto. \nVentiduesimo film del regista ormai 77enne\, Fai bei sogni trova in alcune scelte stilistiche (la fotografia spenta e decolorata\, i personaggi dai volti costantemente tirati e rigidi) il perimetro di una storia dolorosa\, resa ancora più angosciante dall’impressione del protagonista di non esser stato mai messo al corrente di come davvero andarono le cose. Alcune libertà sono felici (il riferimento pauroso e intrigante alla figura di Belfagor\, personaggio di una seria tv di successo degli anni 70)\, i continui salti nel tempo rendono invece non sempre scorrevole il racconto\, e alcuni episodi non sono ben gestiti. In generale\, convince di più la narrazione su Massimo bambino e sulla sua famiglia\, che la parte con il giovane e poi l’uomo interpretato da un bravo e sofferto Valerio Mastandrea che fa bene il suo compito\, di uomo permeato dal dolore e colpito da attacchi di panico che lo portano a iniziare un rapporto con una bella dottoressa francese: ma siamo sul piano della “recita”\, più che dell’incarnare davvero un personaggio. Forse l’unico momento forte – e di una retorica che è più di Gramellini e pochissimo di Bellocchio – è quello della lettera in risposta a un lettore\, in cui Massimo finalmente sembra iniziare a sciogliere quel grumo di indicibile. Un momento\, appunto\, in un film che vive di sprazzi un po’ isolati\, senza riuscire a diventare un’opera densa e coerente. E che pure alla fine non dispiace\, nella sua natura “ibrida”\, forse in particolare proprio agli spettatori più distanti da Bellocchio che ai fan che si ritrovano solo in parte. \nAntonio Autieri (http://www.sentieridelcinema.it/fai-bei-sogni/)
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SUMMARY:Sing Street (di J. Carney)
DESCRIPTION:Sing Street \ndi John Carney \nDrammatico\, 106’\, Irlanda 2016.\nCon Lucy Boynton\, Maria Doyle Kennedy\, Aidan Gillen\, Jack Reynor\, Kelly Thornton\, Ferdia Wash-Peelo. \nÈ la storia di Ferro e Cate\, due ragazzi come tanti\, ai giorni nostri. Una gravidanza inattesa e il mondo che inizia ad andare contromano: la famiglia\, la scuola e i fatidici esami di maturità\, gli amici\, il lavoro. Tra tentennamenti e salti nel buio\, prese di responsabilità e bagni di incoscienza\, i due protagonisti attraverseranno i nove mesi più emozionanti e complicati della loro vita\, cercando di non perdere la loro purezza e quello sguardo poetico che li rende così speciali. \n[…] Regista dal pedigree musicale\, Carney l’abbiamo amato nell’opera Once\, apprezzato in Tutto può cambiare ma é con Sing Street a sfiorare il paradiso\, naturalmente nel genere teen-musical-romance-dramedy. Difficile infattia è trovare simili equilibri di levità e profondità nel pur ricco panorama contemporaneo del cinema su/per adolescenti. Rielaborando il proprio know-how sugli ’80 a tutto tondo e la vibrante tradizione anglosassone del romanzo di formazione unita al musical\, Carney riesce nel piccolo grande miracolo di comporre un ensemble divertente ed intelligente\, ricco di trovate musicali-narrative che fanno il verso a band di culto dell’epoca di cui imita sound e look adattati alla freschezza di simpatici e ingenui teenager. Non a caso il gruppo da loro creato si chiama Sing Street\, laddove la strada diventa lo stage primigenio\, la loro palestra umana ed educativa.\n[…] Sing Street scorre nel suo tempo come meglio non potrebbe\, e mostrandoci amori acerbi ma sinceri\, speranze intatte e sogni folli\, naviga sicuro attraverso le turbolente acque dell’adolescenza. Lodevole il cast\, specie il giovanissimo protagonista Ferdia Walsh-Peelo. \nAnna Maria Pasetti – mymovies.it
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SUMMARY:La Ragazza del Treno (di T. Taylor)
DESCRIPTION:La ragazza del treno \ndi Tate Taylor \nThriller\, 112’\, USA 2016.\nCast Emily Blunt\, Haley Bennett\, Rebecca Ferguson\, Justin Theroux\, Luke Evans. \nRachel è una donna in crisi: divorziata\, ancora innamorata del marito nonostante questi abbia una nuova famiglia\, trova rifugio nell’alcol. Durante i suoi viaggi in treno per andare al lavoro osserva una coppia di giovani e comincia a immedesimarsi nella ragazza\, Megan\, bella e piena di vita. Quando scopre che questa ha una relazione con un altro uomo\, rivive il proprio trauma una seconda volta e perde il controllo. Quando si sveglia e scopre che Megan è scomparsa non riesce a ricordare se è stata testimone oppure protagonista della sua sparizione. \nEmily Blunt è la ragione per vedere e apprezzare questo film. Nell’oltremodo impegnativo ruolo di Rachel\, l’attrice estrae dalla propria recitazione tutta l’angoscia e lo stato confusionale in cui versa la protagonista della storia. Nonostante il film fatichi a restituire la profondità dei personaggi\, così come Paula Hawkins li espande nelle pagine dell’omonimo romanzo. la sveltezza è compensata dalla Blunt che magnetizza l’intera attenzione e questo è un bene.\nÈ un bene per chi quel libro l’ha letto e deve digerire un approccio stilistico al racconto diverso\, oltre al determinante cambio di location\, dai sobborghi londinesi alla periferia americana del New England.\nNarrativamente l’indagine che Rachel svolge\, morsa da fantasmi personali e alcolismo\, è narrata con continui salti temporali e cambi di punti di vista. Questa dinamicità aiuta a rendere il film scorrevole e godibile\, anche se non è difficile capire dove vada a celarsi il mistero. La forza risiede anche\, più in generale\, nel carattere femminile della storia che presenta donne distanti tra loro eppure legate da qualcosa che va oltre la semplice esigenza della trama. C’è un messaggio intrinseco che l’autrice rivolge alle sue lettrici\, ricordando loro quanto sia fondamentale la presa di coscienza di essere donna di fronte alle avversità\, soprattutto mascherate da uomo.\n[…] La scelta del regista Tate Taylor volutamente schiva l’impatto grezzo per offrire un prodotto di intrattenimento elegante\, che ambisce a richiamare l’atmosfera di Gone Girl di David Fincher. \nAntonio Bracco – Coming Soon
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SUMMARY:Le Catene della Colpa (di J. Tourneur) - INGRESSO GRATUITO
DESCRIPTION:Le catene della colpa \ndi Jacques Tourner \nUSA\, 1947\, 97’\nSceneggiatura di Daniel Mainwaring\, fotografia di Nicholas Musuraca\, montaggio di Samuel E. Beetley\, scenografia di Albert D’Agostino e Jack Okey e musica di Roy Webb.\nCon Robert Mitchum; Jane Greer\, Kirk Douglas e Rhonda Fleming. \nJeff Bailey vive con la sua fidanzata Ann nella serena cittadina di Bridgeport\, dove gestisce una pompa di benzina. L’arrivo di un uomo di nome Joe rappresenta per lui il riaffiorare del suo torbido passato. Jeff è infatti un ex detective privato di New York\, il cui ultimo incarico è stato quello ricevuto dal gangster Whit Sterling di ritrovare la sua donna…  \nIl film di Tourner\, per la perfetta esaltazione e fusione degli archetipi del genere\, è tra i più alti esempi di noir classico. Il tema del fatalismo e della predestinazione si incarna perfettamente nel personaggio interpretato da Robert Mitchum\, un uomo che non può sottrarsi alla sua trappola e che seguirà il suo destino fino alla fine. La complessità temporale dell’intreccio\, sempre in bilico tra passato e presente\, i luoghi della narrazione – motel\, autostrade\, bar – e l’uso del contrasto luce / ombra\, splendidamente reso dalla fotografia di Nicholas Musuraca\, definiscono le atmosfere ossessivo di questo splendido noir d’autore.\nGabriele Lucci\, Noir – Electa \nTourneur\, il più hollywoodiano dei registi francesi\, mescola gli elementi tipici del genere (fatalismo tragico\, passione morbosa\, una dark lady che più dark non si può) con altri decisamente più personali (predilezione per il lato romantico della vicenda\, riflessione sull’impossibilità di liberarsi del passato\, visione della donna come oggetto del desiderio e soggetto di morte). \nnehovistecose.com
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