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SUMMARY:La battaglia di Hacksaw Ridge (di M. Gibson)
DESCRIPTION:La battaglia di Hacksaw Ridge \ndi Mel Gibson \nGuerra\, 131’\, Australia-USA 2016.\nCon Andrew Garfield\, Teresa Palmer\, Hugo Weaving\, Rachel Griffiths\, Luke Bracey\, Vince Vaughn. \nDesmond Doss decide di arruolarsi e di servire il suo Paese. Cristiano avventista e obiettore di coscienza\, il ragazzo rifiuta di impugnare il fucile e uccidere un uomo. Fosse anche nemico. Arruolato come soccorritore medico combatterà contro l’esercito nipponico\, contro il pregiudizio dei compagni e contro i fantasmi di dentro che urlano più forte nel clangore della battaglia. \nLa battaglia di Hacksaw Ridge è un esempio di film ideologicamente radicale. E poco importa che si tratti di un film radicalmente reazionario e conservatore. […] Mel Gibson è stato l’unico cineasta capace fino ad ora di assumere fino in fondo l’estremismo di una visione parziale. La cosa non dovrebbe certo stupire: Mel Gibson è infatti un regista pienamente ideologico. […] Gibson è interessante proprio perché è un estremista conservatore. […] Il problema\, secondo Doss\, è che i suoi compagni soldati combattono soltanto con le armi\, ma dimenticano quella che è l’arma più importante: cioè la fede in Dio. È solo quando l’intero battaglione diventa consapevole dell’importanza della fede – allegorizzata da una splendida scena finale in cui il battaglione intero attende che Doss concluda le proprie preghiere per sferrare l’attacco finale al fronte nemico – che la guerra può essere vinta. Il problema della guerra\, sembrerebbe dirci Gibson\, non è militare\, ma è etico. È solo quando una posizione etica vittoriosa viene raggiunta che è allora possibile conquistare anche la vittoria militare. La battaglia di Hacksaw Ridge non è allora un film pacifista\, ma non è nemmeno un’apologia della guerra fine a sé stessa. È un film che attraverso la guerra vuole porre un problema di etica e di posizione soggettiva (è lo showdown “cristico” di Doss che si lava via il sangue con una sorta di acqua battesimale ce lo mostra nella maniera più inequivocabile possibile). La qualità e il contenuto di questa posizione potranno magari non piacere a chi è allergico per ragioni politiche contingenti all’estremismo conservatore americano\, ma è indubbio che Gibson riesca a costruire questo sguardo con un coinvolgimento che difficilmente può farci rimanere “neutrali” e distaccati. \nPietro Bianchi – cineforum.it
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SUMMARY:Smetto Quando Voglio - Masterclass (di S. Sibilia)
DESCRIPTION:Smetto quando voglio – Masterclass\ndi Sydney Sibilia \nCommedia\, 118’\, Italia\, 2017\nCon Edoardo Leo\, Valerio Aprea\, Paolo Calabresi\, Libero De Rienzo\, Stefano Fresi\, Lorenzo Lavia\, Pietro Sermonti\, Marco Bonini\, Rosario Lisma\, Giampaolo Morelli\, Luigi Lo Cascio\, Greta Scarano\, Valeria Solarino\, Neri Marcorè \nLa banda dei ricercatori è tornata. Se per sopravvivere avevano lavorato alla creazione di una droga legale diventando poi dei criminali\, adesso è la legge ad aver bisogno di loro. Agire nell’ombra per ottenere la fedina penale pulita: questo è il patto. Per portare a termine questa missione dovranno rinforzarsi\, riportando in Italia nuove reclute tra i “cervelli in fuga” scappati all’estero. La banda criminale si troverà ad affrontare imprevisti e nemici sempre più cattivi tra incidenti\, inseguimenti\, esplosioni\, assalti e rocambolesche situazioni come al solito “stupefacenti”. \nRicomincio quando voglio. Come i suoi eroi\, Sibilia non solo non lascia ma raddoppia\, girando due seguiti in un colpo solo. E va bene così: la banda dei ricercatori era così ben congegnata e ricca di spunti\, su tutti i livelli\, che accettare la sfida del sequel era doveroso. Per il terzo episodio ci sarà da aspettare qualche mese. Ma il secondo\, ‘Masterclass’\, è (quasi) tutto da godere\, con qualche riserva ampiamente riscattata dalle sorprese. Cominciamo dalle riserve dunque\, perché anche il film è a carburazione lenta. L’inizio è un poco macchinoso\, i dialoghi prevalgono sull’azione\, bisogna ricapitolare\, introdurre i nuovi personaggi\, costruire il congegno che riunirà la banda. Su basi nuove ma non troppo diverse. (…) il lato (simpaticamente) macchinoso della faccenda (…) decolla davvero nella seconda parte\, quando Sibilia e i suoi co-sceneggiatori (…) catapultano la nuova banda\, con i suoi vecchi vizi e i punti deboli che ben conosciamo\, in un film d’azione all’americana\, o quasi (in quel ‘quasi’ sta il bello). Con inseguimenti\, scazzottate\, edifici distrutti\, combattimenti su treni in corsa. Arricchiti da ingredienti e ironia di casa nostra. (…) Non tutto fila alla perfezione\, è vero\, ma è ancora più vero che Sibilia\, sorretto da un’efficiente macchina produttiva\, tenta una direzione insolita e decisamente spericolata con padronanza\, inventiva e divertimento. Appuntamento al terzo episodio. Confidando in un’esecuzione ancora più accurata. \nFabio Ferzetti (Il Messaggero\, 2 febbraio 2017)
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SUMMARY:Paterson (di J. Jarmusch)
DESCRIPTION:Paterson \ndi Jim Jarmusch \nDrammatico\, 113’\, USA 2016.\nCon Adam Driver\, Golshifteh Farahani\, Kara Hayward\, Sterling Jerins\, Jared Gilman\, Luis Da Silva Jr. \nPaterson vive a Paterson\, New Jersey\, con la moglie Laura e il cane Marvin. Ogni giorno guida l’autobus per le vie della città\, ogni sera porta fuori il cane e beve una birra nel pub dell’isolato. Mentre la moglie colleziona progetti fantasiosi e fuori portata\, e decora ininterrottamente la loro casa\, Paterson appunta umilmente le sue poesie su un taccuino\, che porta sempre con sé. \nNon è la prima volta che Jim Jarmusch usa il reaction shot di un cane (Ghost Dog – Il codice del samurai). Ma in Paterson ce ne sono tanti\, insistiti. E sono reazioni che appartengono allo sguardo di un bulldog brontolone e geloso\, pigro ma non disattento: la reazione di fronte all’obliquità della realtà.\nUn fuori asse ostinato\, il centro scentrato: Jarmusch ne ha sempre fatto la sua ideologia. In Paterson\, che sembra tornare all’aneddotica del Jarmusch dei primi anni Novanta (ma senza dimenticare Coffee and Cigarettes) e che invece prosegue la geografia dei sentimenti del capolavoro Solo gli amanti sopravvivono\, stare ai margini della vita\, su una poltrona\, fra uno sbadiglio e un pisolino\, non significa non farne parte: a tal punto che la rottura della coerenza e della prevedibilità parte da lui\, dal bulldog protagonista\, Marvin\, il responsabile della “non correttezza” della cassetta delle lettere della casa in cui vive\, e di altro ancora. È Marvin il primo testimone dei dialoghi fra i suoi padroni Paterson (Adam Driver) e Laura (Golshifteh Farahani)\, il primo osservatore privilegiato delle invenzioni artistiche della donna\, il colpevole di un “azzeramento” conclusivo che obbliga a voltare letteralmente pagina (e la pagina nuova è bianca\, vergine\, in attesa di inchiostro): i cani di Jarmusch osservano il corso delle cose ma fanno qualcosa di più\, intervengono. Jarmusch\, che è nato artisticamente negli anni Ottanta e che nell’indipendenza senza coordinate e senza padroni ha costruito la sua forza punk\, cerca in Paterson la simmetria di una visione equilibrata ma è costretto ad abdicare in favore dell’irregolarità: la perfezione di un verso poetico lascia il posto a un’espressione onomatopeica di sorpresa. […] \nPier Maria Bocchi – cineforum.it
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SUMMARY:Quello che So di Lei (di M. Provost)
DESCRIPTION:Quello che so di Lei \nDi Martin Provost \nDrammatico\, 117’ Francia 2017 \nCon Catherine Frot\, Catherine Deneuve\, Olivier Gourmet\, Quentin Dolmaire\, Mylène Demongeot \nClaire è un’ostetrica che ama la propria professione. Proprio in un momento difficile per il suo lavoro (si sta per chiudere il reparto maternità) ricompare dal passato una donna che l’aveva fatta soffrire quando era giovane. Si tratta di Béatrice\, colei per cui suo padre aveva lasciato la famiglia. Béatrice è malata e ha bisogno di aiuto anche se non ha perso del tutto la vitalità di un tempo. Claire\, che ha anche un figlio ormai grande e anche lui in una fase di svolta della propria vita\, deve decidere cosa fare. \nIl titolo originale Sage femme rimanda al nome con cui in Francia sono tradizionalmente chiamate le ostetriche\, il cui antico sapere ha aiutato a nascere milioni di bambini e che Claire (Catherine Frot) nel film porta avanti con orgoglio. Il reparto maternità di un ospedale della periferia parigina in cui lavora sta chiudendo\, e mentre deve decidere se passare a un nuovo fiammante sforna pargoli da 4000 nascite all’anno\, riceve la telefonata di una donna\, Béatrice (Catherine Deneuve)\, che arriva dritta dal suo passato. Sono trent’anni da quando è sparita\, dalla vita di Claire e del padre\, con cui aveva una relazione. Ora ritorna perché malata\, lei che ha sempre affrontato la vita con sfrontatezza bohemienne\, vivendo in pieno senza rimpianti e godendo di ogni possibile gioia\, pronta a sopportare le inevitabili cadute. \nQuello che so di lei regala un ritratto di due donne completamente diverse: una rigorosa e sempre razionale\, tutta dedita alla missione di far nascere nuove creature; l’altra irresponsabile\, senza aver mai lavorato un giorno\, pronta a giocarsi tutto al tavolo da gioco. Claire si fa convincere da Béatrice a prendere la vita meno sul serio\, a colorarla di un sorriso infantile o di un bicchiere di troppo. Elogio dell’edonismo del buon vivere\, della sigaretta come sinonimo di libertà\, della carne rossa e del buon vino\, si fa apprezzare soprattutto per le due grandi performance che ne sono il cuore pulsante\, senza dimenticare il risveglio sensoriale per Claire rappresentato dal sanguigno camionista Olivier Gourmet. \nMauro Donzelli\, comingsoon.it
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SUMMARY:La Tenerezza (di G. Amelio)
DESCRIPTION:La Tenerezza \nDi Gianni Amelio \nDrammatico\, 103’\, Italia 2017 \nCon Elio Germano\, Giovanna Mezzogiorno\, Micaela Ramazzotti\, Greta Scacchi\, Renato Carpentieri \nChe tenerezza La tenerezza\, e che struggimento che vien fuori vedendolo\, non uno struggimento da Sturm und drang (letteralmente “tempesta e assalto”)\, ma una tumultuosa dolcezza intrisa di malinconia e permeata di una sincerità disarmante. La sincerità di Gianni Amelio\, innanzitutto\, che sceglie un protagonista suo coetaneo in cui far traboccare stille del suo io più irrequieto e insofferente dinanzi al passare del tempo e che racconta la bellezza di noi uomini ma anche la nostra sgradevolezza\, la nostra insofferenza\, la nostra incapacità di amare fino in fondo e\, sopra ogni cosa\, il coraggio che dimostriamo nell’ammetterlo. \nE la bellezza dei personaggi non proprio inventati dal regista (che ha preso spunto da un romanzo) ma da lui riplasmati è proprio questa dolorosa autoconsapevolezza: la capacità di riconoscere\, in conversazioni grondanti verità o in dialoghi più brevi – e con una franchezza disarmante – di non essere all’altezza del proprio ruolo sociale e delle altrui aspettative. Succede così che un anziano avvocato con il volto di Renato Carpentieri ammetta di non aver amato la donna che ha sposato e che un timido uomo venuto dal nord impersonato da Elio Germano dichiari di non aver nulla da dire ai suoi bambini\, vergognandosi un po’. \nE’ un film di andirivieni il nuovo lavoro del regista de Lamerica\, a cui però interessa soprattutto sottolineare il momento del ritorno\, perché la felicità per lui è una casa in cui riandare\, magari cambiati\, ma incuranti della velocità supersonica di un presente che rischia di farci annaspare e di un futuro che magari non si vuole esplorare. In questa dimora metaforica\, la famiglia – tante volte esplorata da Gianni Amelio – minaccia di dissolversi. Oppure può ritrovarsi e ricrearsi dal nulla\, perché famiglia non è solo il nucleo in cui si nasce e di genitori\, fratelli e figli se ne incontrano molti nell’arco dell’esistenza. Ci sono tante giovani donne come la Michela di Micaela Ramazzotti\, insomma\, a cui fare da padri\, così come infinite possibilità di inventarsi un gesto che possa cerare empatia\, un gesto generoso come quello del bambino di Ladri di biciclette\, che cerca di confortare un papà umiliato e offeso. \nBene illuminato dalla fotografia di Luca Bigazzi\, La tenerezza si nutre anche degli sguardi e del “gioco” di attori che si sono lasciati andare a una direzione pacata e non competitiva e che hanno avvicinato con pietas i personaggi che hanno avuto in dono: in particolare Germano\, alle prese con un ruolo di difficilissima interpretazione e Carpentieri\, immenso nella graduale transizione del suo Lorenzo dalla ruvidezza all’abbandono. Da buon alter-ego di Amelio\, e di chiunque senta di assomigliargli\, quest’ultimo occupa orgogliosamente quasi ogni scena\, alla faccia di chi davanti alla macchina da presa si ostina a mettere i soliti volti giovani e noti ai più\, volti spesso acerbi che non hanno una storia scritta nelle rughe. \nCarola Proto\, comingsoon.it
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SUMMARY:La Fiamma del Peccato (di B. Wilder) - INGRESSO GRATUITO
DESCRIPTION:La fiamma del peccato \nDi Billy Wilder \nUSA\, 1944\, 107’\nSceneggiatura di Raymond Chandler e B. Wilder\, fotografia di John F. Seitz\, montaggio di Doane Harrison\, scenografia di Hans Dreier e Hal Pereira e musica di Miklós Rózsa.\nCon Fred McMurray\, Barbara Stranwyck\, Edward G. Robinson e Porter Hall. \n“Ho ucciso per denaro e per una donna e non ho preso il denaro e non ho preso la donna. Bell’affare”.\n Il magistrale incipit di Wilder ci porta a Los Angeles. Mortalmente ferito\, l’agente assicurativo Walter Neff confessa al magnetofono il delitto che ha commesso. In casa di Dietrichson\, dove si era recato per il rinnovo della polizza di assicurazione sull’auto\, incontra Phyllis\, la sua seducente moglie. Che ha in mente un piano e lo lascia intuire a Neff: proporre al marito un’assicurazione sulla vita che preveda una doppia indennità. Stipulato il contratto\, non sarà difficile uccidere il vecchio…. \nLa storia di un delitto incorniciata dalla confessione e dalla morte del protagonista. Come Viale del tramonto\, che Wilder girerà sei anni dopo: qui parla un moribondo\, là un morto. Il soggetto deriva dal romanzo omonimo di James Cain ed è sceneggiato dal regista insieme a Raymond Chandler. Al fondo di tutto\, un destino implacabile\, com’è nella tradizione più pura del noir. Al centro troviamo il personaggio emblematico della misoginia degli autori di gialli: la dark lady\, impersonata da una conturbante Barbara Stranwyck.\nFernaldo Di Giammatteo e Cristina Bragaglia – Dizionario dei capolavori del cinema \nLo spessore\, la polivalenza\, l’ambiguità stessa dei rapporti\, di questo primo film nero wilderiano\, ne formano\, dunque\, l’ossatura stessa della drammaticità filmica. La messa in scena si basa su una profondità\, anche fotografica\, che sarà proprio usuale in Wilder\, ma che ritroveremo\, non a caso in Lost Week-End e in Sunset Boulevard\, film girati con John Seitz. La maestria di Wilder\, nel taglio delle scene\, nel ritmo\, nei dialoghi è già assoluta\, come pure la capacità di scegliere e dirigere gli attori: qui soprattutto un’indimenticabile Stanwyck. Intensamente\, furiosamente\, quasi nel presentimento che nonostante tutto il cinema stia per cambiare\, Wilder vive la sua stagione di classico. \nAlessandro Cappabianca – Billy Wilder\, Il Castoro \n“È molto più facile tecnicamente girare a Hollywood. Se dovete subire un’operazione difficile\, perché non andare nel miglior ospedale?”
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SUMMARY:La Legge della Notte (di B. Affleck)
DESCRIPTION:La legge della notte \nDi Ben Affleck \nCon Ben Affleck\, Scott Eastwood\, Elle Fanning\, Zoe Saldana e Remo Girone\nNoir\, 128’ USA 2016 \nBoston\, 1926. Il proibizionismo ha fatto nascere una rete infinita di distillerie clandestine\, favorendo la malavita e la corruzione. Joe Coughlin\, figlio di un importante capitano della polizia\, ha da tempo voltato le spalle alla rigorosa e corretta educazione ricevuta. Joe vive infatti l’ebbrezza dell’essere un fuorilegge\, imbarcandosi in una vertiginosa scalata al potere tra amici fedeli e nemici spietati. \nLa legge della notte raggiunge esiti non troppo diversi da quelli di un film come The Town e conferma il talento del regista nel girare sequenze d’azione e nel guidare un cast corale. Inoltre la ricostruzione storica\, grazie al contributo di Jess Gonchor alle scenografie è riuscita\, e come sempre l’apporto di Robert Richardson alla fotografia è notevole.\nBen Affleck continua a seguire la via del maestro Clint Eastwood\, realizzando stavolta un noir che lo porta in territori vicini anche al cinema di Michael Mann\, di Sergio Leone o dei fratelli Coen. Però forse il film di cui fa più piacere ritrovare l’influenza è\, nella sequenza del sermone\, Il figlio di Giuda\, capolavoro del 1960 di Richard Brooks\, con una magnifica Jean Simmons che interpretava Sorella Sharon Falconer\, qui emulata dalla Fanning. Attore più maturo rispetto ai tempi di “Gigli”\, è anche generoso nel valorizzare la partecipazione di veterani come Chris Cooper e Brendan Gleeson\, senza dimenticare il ruolo di spalla\, assegnato a Chris Messina\, anche se a spiccare alla fine è soprattutto il terzetto di signore che accompagna il protagonista nel suo percorso. \nondacinema.it
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SUMMARY:Famiglia all'Improvviso (di H. Gélin)
DESCRIPTION:Famiglia all’improvviso \ndi Hugo Gélin \nCon Omar Sy\, Gloria Colston\, Clémence Poésy\, Antoine Bertrand\, Susan Fordham\, Richard Banks\, Anna Cottis\, Attila G. Kerekes\nCommedia\, 115 min.\, Francia 2016 \nSamuel vive la sua vita senza legami o responsabilità in riva al mare nel sud della Francia\, circondato dalla gente che ama e con cui lavora. Tutto fila liscio fino a quando una vecchia fiamma non gli lascia in braccio una bimba di pochi mesi: Gloria\, sua figlia. Incapace di prendersi cura della bambina\, Samuel vorrebbe restituirla alla madre precipitandosi a Londra per rintracciarla\, ma non ha successo. Otto anni dopo\, mentre Samuel e Gloria sono diventati inseparabili\, la madre della piccola torna nelle loro vite per riprendersi la figlia. \n\nOmar Sy è oramai considerato il re d’Oltralpe\, dopo una parentesi hollywoodiana\, ritorna in patria\, con famiglia all’improvviso\, Samuel è un autista di piccole gite in costa azzurra\, scapolo e seduttore\, vive alla giornata e di feste\, finché una delle sue conquiste Kristine\, si presenta improvvisamente con una bambina in braccio\, rivelandogli che è sua figlia\, mollandola senza una spiegazione. Tenta di ritrovarla la donna a Londra senza successo\, disperato\, viene ingaggiato da Bernie\, un produttore che gli trova lavoro come stuntman e cresce la bambina il meglio possibile! \nFamiglia all’improvviso è una commedia o tragicommedia che si rivela essere piena di sfumature ma invita a riflettere sul tempo e sulle scelte improvvise\, non è banale e non annoia anzi\, ci si diverte e ci aiuta a paragonarci alle scelte del protagonista\, portandoci a un finale\, possiamo anche dirlo abbastanza furbo. \nSorretto benissimo dal protagonista e dalla piccola co-protagonista\, con il tocco leggero e colori fiabeschi e irreali come i set dove Samuel fa lo stunt man\, rende il tutto reale o non reale\, cose è vero cosa non lo è\, perfino facebook\, viene concepito come lo strumento per manipolare la realtà\, seguendo la storia con varie domande fino a una spiegazione possibile…cosa fareste voi se aveste un figlio e renderlo felice? \n(http://www.bestmovie.it/recensioni/famiglia-allimprovviso-istruzioni-non-incluse-la-recensione-di-francesjulia/595796/) \n 
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SUMMARY:Elle (di P. Verhoeven) - PROIEZIONE IN LINGUA ORIGINALE
DESCRIPTION:Elle \ndi Paul Verhoeven \n  \nDrammatico\, 130’\, Francia 2016.\nCon Isabelle Huppert\, Laurent Lafitte\, Anne Consigny\, Charles Berling\, Virginie Efira\, Christian Berkel. \nMichelle è la proprietaria di una società che produce videogiochi ed è una donna capace di giudizi taglienti sia in ambito lavorativo che nella vita privata. Vittima di uno stupro nella sua abitazione non denuncia l’accaduto e continua la sua vita come se nulla fosse accaduto… \nIl senso della vergogna è uno stile che siamo stati educati a esercitare\, così come quello della morale\, del pudore e della colpa. Ci viene insegnato che prima o poi la coscienza si fa sentire\, chiedendo il conto. La civiltà quale rispetto del pensiero della tradizione\, prima di ogni religione\, prima dell’essere cristiano. Una tradizione\, però\, che risale a un passato talmente lontano da aver perso ogni connotato: la diamo per scontata\, e viviamo dandole retta. Il sesso e i sessi\, a questo proposito\, dovrebbero rappresentare dei totem. E le dinamiche che li legano\, esprimendone caratteristiche e privilegi\, non sarebbero altro che un automatismo. Ma Paul Verhoeven non c’è mai stato. E non ci sta neppure con Elle\, che recupera in diversa forma i sismi del gender cercati e applicati soprattutto con Spetters (Spruzzi) (1979)\, Il quarto uomo (1984) e Basic Instinct (1992) (che sono i tre punti cardinali dell’intera filmografia del regista\, senza i quali è difficile mettere in proporzione tutto il resto). […] Elle è ancora una volta un film verhoeveniano che sceglie di guardare la relazione fra gli individui minandone alla base certezze e rassicurazioni. Saltano per aria borghesia e fede\, figure retoriche e voti\, immagini sacre e immagini etiche. Il significato vero della realtà di Verhoeven non è banalmente né il nonsense né il grottesco\, bensì la negazione a priori di ciò che ormai è consueto chiamare – con un certo qualunquismo – correttezza politica\, e che potremmo meglio definire ideologia sociale. […] \nPier Maria Bocchi – cineforum.it
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SUMMARY:Neruda (di P. Larraín)
DESCRIPTION:Neruda\nDi Pablo Larrain\nBiografico\, 107’\, Argentina – Cile – Spagna – Francia 2016\nCon Gael García Bernal\, Alfredo Castro\, Luis Gnecco\, Mercedes Morán \nFenix film (premio ai film latinoamericani\, spagnoli e portoghesi) per il miglior film\, migliori costumi\, miglior montaggio.\n\nCile\, 1948. Il governo di Gabriel Gonzalez Videla\, eletto grazie ai voti della sinistra\, sceglie di abbracciare la politica statunitense e di condannare il comunismo alla clandestinità. Pablo Neruda\, poeta\, senatore e massima personalità artistica del Paese\, avversa decisamente questa decisione\, fino a diventare il ricercato numero 1. In accordo con il partito comunista\, Neruda sceglie l’esilio anziché il carcere\, ma per riuscire a fuggire deve fare i conti con Oscar Peluchonneau\, l’ispettore di polizia che Videla sguinzaglia contro di lui. \nLarrain si conferma cantore ineguagliabile della storia del suo Paese e delle sue molteplici contraddizioni\, capace in ogni occasione di adottare un registro differente (cruda provocazione in Tony Manero\, l’astrazione del marketing dalla tragedia in No – I giorni dell’arcobaleno). Per Neruda sceglie l’estetica del cinema noir classico americano – fino a ricorrere alla rear projection nelle sequenze in automobile – e la cala in un contesto quasi onirico\, leggero e veloce come i versi del poeta\, magari pronunciati in un bordello di quart’ordine tra fiumi di alcol.\nI movimenti di macchina sono talora bruschi e talora fluidi\, provano a replicare il saliscendi di emozioni dei personaggi. Senza mai aderire\, come in un biopic prevedibile\, alla soggettiva dell’uno o dell’altro protagonista. La prospettiva è sempre originale\, asimmetrica\, spesso inverosimile. E il crescendo conduce progressivamente verso un confronto tra due uomini che si temono e si rispettano\, benché sia chiaro fin dall’inizio come uno dei due sia subalterno rispetto all’altro.\nLarrain con Neruda trova l’equilibrio perfetto tra esigenza di verità sugli eventi drammatici che hanno caratterizzato la storia cilena e narrazione allegorica. Realismo nei fatti\, onirismo nella forma\, in un mirabile e perfettamente bilanciato connubio. \nEmanuele Sacchi – mymovies.it
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SUMMARY:Libere Disobbedienti Innamorate (di M. Hamoud)
DESCRIPTION:Libere disobbedienti innamorate – In Between \ndi Maysaloun Hamoud \nDrammatico\, 96’\, Israele\, Francia 2016.\nCon Mouna Hawa\, Sana Jammelieh\, Shaden Kanboura\, Mahmud Shalaby\, Riyad Sliman. \nCosa fanno tre ragazze arabe a Tel Aviv? Fanno quello che farebbero tutte le ragazze del mondo: cercano di costruire il perimetro dentro cui affermare la propria identità. Amano\, ridono\, piangono\, inseguono desideri\, s’inciampano\, si rialzano. Amano e ridono ancora\, magari bevendo\, fumando canne e ballando\, in attesa dell’alba… \nSe il luogo fosse in Italia\, la regista e gli interpreti italiani\, il film sarebbe una piacevole commedia come tante. Ma In between si svolge a Tel Aviv\, nella comunità arabo israeliana: ambiente borghese di origine palestinese e di religione musulmana\, tra laicità e tradizione. Forse per molti di noi Islam vuole dire donne chiuse nella hiyab o sepolte nel burka\, vittime di Boko Haram\, muri per isolare la Palestina\, e soprattutto terrorismo ovunque. Per questo\, oltre che per la grazia della sue interpreti questo film è molto interessante\, rivelandoci un mondo sconosciuto che non è tanto diverso da quello di Sex and the city\, ambientato a New York\, serie ormai vecchia di quasi vent’anni.\nCon i loro amici\, le amiche passano le sere ballando\, fumano marijuana\, si vestono arditamente\, non saprebbero neppure come velarsi alla musulmana. Ma desiderare la libertà e cercare di viverla non è così semplice\, come del resto non lo è per tante donne ovunque. In fondo le tre giovani donne vogliono anche l’amore\, ma non solo per loro musulmane\, non è così facile.\nTra le tre giovani donne resta l’amicizia\, resta la dignità\, nessun pensiero che forse era meglio sottomettersi per non restare isolate: un personaggio chiede “ma davvero credi che qui per noi le cose cambieranno? Non succederà mai”. Ma la momentanea solitudine che le amiche affrontano insieme una notte sul balcone\, passandosi una sigaretta\, bevendo una birra\, consente loro sentirsi sicure che il futuro che sognano ci sarà. \nNatalia Aspesi – La Repubblica
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SUMMARY:Your Name (di M. Shinkai)
DESCRIPTION:Your Name – Kimi no Na wa \ndi Makoto Shinkai \nAnimazione\, 106 min. – Giappone 2016\nCon Ryûnosuke Kamiki\, Mone Kamishiraishi\, Ryô Narita\, Aoi Yuki\, Nobunaga Shimazaki.  \nFilm d’animazione che ruota intorno a due personaggi: Mitsuha\, una studentessa delle superiori che vive in una cittadina di montagna con la sorellina\, la nonna e il padre; e Taki\, anche lui studente\, che vive nel centro di Tokyo e svolge un lavoro part-time in un ristorante italiano. Un giorno\, Mitsuha ha un sogno in cui lei è un ragazzo che vive a Tokyo. Taki fa anche lui un sogno in cui è una studentessa di un liceo femminile in un paese di montagna che non ha mai visto. Quale sarà il segreto che si cela dietro questi sogni?  \n(…) Nella sua doppia natura di riflessione esistenziale e oggetto di intrattenimento per adolescenti\, Your Name. non sottovaluta mai le esigenze narrative. Nella prima metà del film\, Shinkai si avvale di un registro leggero: i ragazzi imparano a conoscere i corpi altrui e a sviluppare un sentimento che assomiglia sempre più all’amore\, prima che tutto – sfasamenti compresi – acquisisca un senso. La svolta drammatica che seguirà\, il cui parallelismo con la storia recente giapponese è più che evidente\, mescola le carte e chiarisce l’intento di Shinkai\, che dalla minuscola vicenda di Mitsuha e Taki arriva a sondare misteri universali e insieme estremamente “locali”. Il contrasto tra tradizione e modernità\, tra campagna e metropoli\, tra riti millenari – in cui il sakè viene sputato e poi conservato – e il dominio degli smartphone\, viene evidenziato e scandito da porte scorrevoli (o sliding doors\, per dirla con un altro film incentrato sulle vie imperscrutabili del destino) che Shinkai sceglie di riprendere perpendicolarmente\, da una visuale opposta a quella consueta. Come a raccontare la storia più semplice possibile\, quella di un amore che nasce e di due sconosciuti che tali non sono più\, nella maniera più peculiare\, fantasiosa e contemporanea che si possa immaginare. Miyazaki Hayao non ha eredi e forse è sciocco ostinarsi a cercarne. Shinkai Makoto è innanzitutto Shinkai Makoto: una voce nuova\, originale\, unica. \nEmanuele Sacchi – mymovies.it
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SUMMARY:Anatomia di un Rapimento (di A. Kurosawa) - INGRESSO GRATUITO
DESCRIPTION:Anatomia di un rapimento \nDi Akira Kurosawa \nGiappone\, 1963\, 143’\nSceneggiatura di Ryuzo Kikushima\, Hideo Oguni e A. Kurosawa\, fotografia di Asakazu Nakai\, montaggio di A. Kurosawa\, scenografia di Yoshiro Muraki e musica di Masaru Salo.\nCon Toshiro Mifune\, Kyoko Kagawa\, Tsutomo Yamazaki e Tatsuya Nakadai.\n\nIl ricco imprenditore Kingo Gondo\, dopo aver preso in prestito un’ingente somma\, è in procinto di compiere il passo più importante della propria carriera: acquisire il controllo dell’importante fabbrica di scarpe in cui lavora da sempre estromettendo il resto del consiglio di amministrazione\, a lui apertamente ostile. Ma una chiamata al telefono interrompe i suoi progetti: una voce gli comunica che suo figlio Jun è stato rapito e che\, se vuole rivederlo vivo\, dovrà pagare un riscatto pari a trenta milioni di yen\, cosa che gli renderebbe impossibile la scalata azionaria. \nLiberamente tratto da un giallo di Ed McBain (Una grossa somma)\, il quarto e ultimo giallo di Kurosawa ha un titolo alternative – Tra cielo e inferno – che descrive molto bene il cinema di questo specialista dei bassifondi innamorato dei contrasti e degli estremi […]. Pur mutuando dal romanziere americano personaggi e situazioni\, Kurosawa adatta il soggetto alle sue corde: la storia di un sequestro sui generis gli serve da pretesto per una nuova indagine sul male\, il delitto\, la complementarietà dei destini umani\, i legami segreti che sottendono i rapporti tra vittima e carnefice. Dostoevskij viene qui riletto alla luce di McBain. […] Ci meraviglia che le televisioni non ripropongano mai un’opera così tesa\, coinvolgente\, inquietante che sul tema dei rapimenti\, ha detto davvero qualcosa di definitivo […]. Liquidare questo film accusandolo di essere un thriller all’americana è una solenne stupidaggine; rivisto oggi nella durata integrale\, Anatomia di un rapimento si rivela un’opera di una prodigiosa attualità\, impeccabile sul piano visivo\, tecnico\, spettacolare. \nAldo Tassone – Akira Kusosawa\, Il Castoro \n“Le riprese non devono limitarsi a un calco di quanto è stato notato dallo script\, bisogna sempre lasciare una porta aperta al caso; i momenti più belli di un film sono quelli in cui qualcosa comincia improvvisamente a dilatarsi\, a crescere.”
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SUMMARY:Moonlight (di B. Jenkins) - IN LINGUA ORIGINALE
DESCRIPTION:Moonlight\ndi Barry Jenkins \nDrammatico\, 110’\, USA 2016\ncon Mahershala Ali\, Naomie Harris\, Janelle Monáe\, André Holland \nOscar miglior film e miglior sceneggiatura non originale\, Golden Globe miglior film drammatico e migliore attore non protagonista \nMoonlight è un film di formazione che racconta infanzia\, adolescenza\, età adulta di Chiron\, afroamericano gay che viene dai quartieri poveri di Miami. Cresciuto senza padre e con una madre tossicodipendente (Naomie Harris)\, vessato dai compagni fin dall’infanzia\, Chiron (Alex Hibbert) trova nel malavitoso locale (Mahershala Ali) e in sua moglie (Janelle Monáe) un’inedita famiglia adottiva. Da adolescente Chiron (Ashton Sanders) perderà l’innocenza; da adulto (Trevante Rhodes) cercherà l’amore.\nLe tre età con tre infelicità del nero Chiron a Miami che si fa strada fra bulli e razzismi\, finché s’accorge che Kevin è davvero l’unico amore della sua vita. Film bello sull’identità perduta con qualche zona di maniera ma con un finale che chiude un grammo puro di poesia e verità. Due ruoli per sei attori\, nell’infinita armonia del Tempo.\nMaurizio Porro – Corriere della Sera \nIl tema dell’omosessualità tra maschi afroamericani poveri è talmente rivoluzionario da smontare\, anche nei gesti più piccoli\, l’idea di comunità a cui siamo stati abituati da Spike Lee in avanti. Anche solo il saluto (una di quelle strette di mano articolate) che si scambiano Chiron e Kevin sembra fatto solo per ribadire legami virili tra maschi dello stesso clan\, e non per il corteggiamento. L’idea che due ragazzi neri cresciuti tra le crack house possano amarsi tra di loro è ovviamente un pilastro del film\, ma allo stesso tempo Moonlight racconta una storia d’amore forte e struggente\, al di là di quello che gli sta intorno. Per fortuna però Moonlight si tiene lontano da film come Precious\, The help o The butler. Perché a differenza di questi melodrammi civili strappalacrime\, punta sul lirismo e su un’estetica originale più che sul sentimento di popolo. \nMatteo Bordone – Internazionale
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SUMMARY:La La Land (di D. Chazelle)
DESCRIPTION:La La Land \ndi Damien Chazelle	 \nCommedia\, drammatico\, musicale\, sentimentale\, 128′\, USA 2016\nCon Ryan Gosling\, Emma Stone\, J.K. Simmons\, Finn Wittrock\, Sonoya Mizuno\, Rosemarie DeWitt\, Josh Pence\, Jason Fuchs\n-FILM D’APERTURA\, IN CONCORSO\, DELLA 73. MOSTRA INTERNAZIONALE D’ARTE CINEMATOGRAFICA DI VENEZIA (2016); COPPA VOLPI PER LA MIGLIORE ATTRICE A EMMA STONE.\n– GOLDEN GLOBES 2017 PER: MIGLIOR FILM COMMEDIA/MUSICAL\, REGISTA\, ATTORE (RYAN GOSLING) E ATTRICE (EMMA STONE) PROTAGONISTI\, SCENEGGIATURA\, COLONNA SONORA E CANZONE ORIGINALE (“CITY OF STARS”).\n– OSCAR 2017 PER: MIGLIOR REGIA\, ATTRICE PROTAGONISTA (EMMA STONE)\, FOTOGRAFIA\, COLONNA SONORA\, SCENOGRAFIA E CANZONE ORIGINALE (“CITY OF STARS”) \nMia (Emma Stone)\, un’aspirante attrice\, e Sebastian (Ryan Gosling)\, pianista jazz\, incrociano le loro strade a Los Angeles. Entrambi sognatori\, si innamorano e si ritrovano a condividere sogni\, speranze e illusioni. Così come li ha uniti\, la città può anche distruggerli: bilanciare amore e arte può risultare essere più difficile di quanto credevano. \nDelizioso\, non sapevo se guardarlo o se leccarlo”\, scrive Lane sul New Yorker. Però mette una gran voglia\, speriamo anche a chi non ama i musical e fa confusione tra Vincente Minnelli e Liza Minnelli.\nÈ una meraviglia\, un film che segna la differenza tra chi ama il cinema e chi non lo ama. Magari lo tollera\, magari lo va a vedere\, magari pensa che faccia parte di un minimo bagaglio culturale assieme a qualche romanzo\, magari pensa che debba essere insegnato nelle scuole\, magari lo vuole anche scrivere o girare o recitare. Ma non lo ama per davvero\, e non è pronto a sopportare tanti brutti film per guadagnarsi un simile gioiello. Lo ha scritto e diretto Damien Chazelle\, poco più che trentenne. Sembrava avesse fatto il botto con “Whiplash”. E invece rilancia\, con un film che nessuno voleva produrre e che ha messo insieme 14 candidature agli Oscar. Emma Stone (da “Birdland”) e Ryan Gosling (da “Drive”) sono bellissimi e di sublime eleganza. Quando studiano la parte e la partitura incolonnati in macchina. Quando litigano sul jazz. Quando lei tira fuori le scarpette dalla borsa per ballare il tip tap\, davanti a un tramonto losangelino rosa e viola. “Sprecato per noi\, altri due si sarebbero innamorati”\, dicono le parole della canzone\, una delle tante che si canticchiano uscendo dal cinema. Quando la proiezione di “Gioventù bruciata” si interrompe\, e vanno al Planetario visto sullo schermo. Una favola per i nostri tempi? Niente affatto: è un film realista e contemporaneo\, informato sulla vita e sull’arte. Molto più delle storie vere – e a tendenza ricattatoria – candidate all’Oscar. \nMariarosa Mancuso (www.ilfoglio.it)
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SUMMARY:Silence (di M. Scorsese)
DESCRIPTION:Silence \ndi Martin Scorsese \nDrammatico\, 161’\, USA 2016.\nCon Andrew Garfield\, Adam Driver\, Liam Neeson\, Tadanobu Asano\, Ciarán Hinds\, Issei Ogata. \nDue preti gesuiti in viaggio nel Giappone delle persecuzioni ai cristiani. La ricerca della fede li porterà a scoprire le necessità del mondo. Un’opera di eccezionale valore estetico e morale\, che mantiene un equilibrio commovente tra laicità e misticismo. \nCome si scardina il fondamentalismo religioso? Come si obbliga un mistico a scendere a patti con la realtà\, cioè con le diversità antropologiche\, sociali\, linguistiche\, culturali che stanno dentro al mondo e ci distinguono? […] L’abiura richiesta a loro e a Sebastian è\, nella sostanza\, una formalità: calpestare una mattonella con il volto di Cristo. E in quanto formalità\, esprime una necessità del tutto pratica\, quella di tagliare le radici a una forma di misticismo che rischia di mettere in crisi il progetto dello shogunato.\nLa distinzione è molto importante\, perché il movimento del film è un movimento di separazione linguistica: le priorità dell’inquisitore sono politiche\, quelle del gesuita spirituali. […]\nAlla separazione linguistica corrisponde poi una separazione percettiva\, ed è in questa che avviene il vero miracolo del film\, ovvero il suo essere perfettamente laico o perfettamente cristiano a seconda dell’osservatore. Un ateo sbigottisce di fronte ai contadini pronti a farsi ammazzare per non mettere i calcagni su una tavoletta\, e tanto più di fronte a un prete disposto a lasciarli morire in nome di una forma di misticismo. Il credente vede in questo la prova estrema della fede\, cioè il martirio. Scorsese trova dentro a questo conflitto un equilibrio commovente\, che è la prova della sua frattura e della sua ricerca della sua onestà; il regista che doveva diventare sacerdote\, l’autore che ha costruito una carriera intera\, e capolavori su capolavori\, sulla ricerca dell’identità e i complessi di colpa. \nGiorgio Viaro – bestmovie.it
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SUMMARY:Fai Bei Sogni (di M. Bellocchio) - REGISTA IN SALA
DESCRIPTION:Fai bei sogni \ndi Marco Bellocchio \nDrammatico\, 134’\, Italia\, Francia 2016.\nCon Valerio Mastandrea\, Bérénice Bejo\, Nicolò Cabras\, Roberto Herlitzka\, Barbara Ronchi\, Guido Caprino \nStoria dell’omonimo romanzo autobiografico del giornalista Massimo Gramellini sembrava distante dall’universo cinematografico di Marco Bellocchio: troppo emotiva la storia\, per il cinema così cerebrale del regista piacentino. Che sul rapporto con la madre ha spesso imbastito opere acri e contestatrici\, da I pugni in tasca a L’ora di religione\, tanto che per questo progetto su commissione non sembrava la scelta ideale. Bellocchio\, in effetti\, raffredda la materia raccontata; ma fino a un certo punto. \nVentiduesimo film del regista ormai 77enne\, Fai bei sogni trova in alcune scelte stilistiche (la fotografia spenta e decolorata\, i personaggi dai volti costantemente tirati e rigidi) il perimetro di una storia dolorosa\, resa ancora più angosciante dall’impressione del protagonista di non esser stato mai messo al corrente di come davvero andarono le cose. Alcune libertà sono felici (il riferimento pauroso e intrigante alla figura di Belfagor\, personaggio di una seria tv di successo degli anni 70)\, i continui salti nel tempo rendono invece non sempre scorrevole il racconto\, e alcuni episodi non sono ben gestiti. In generale\, convince di più la narrazione su Massimo bambino e sulla sua famiglia\, che la parte con il giovane e poi l’uomo interpretato da un bravo e sofferto Valerio Mastandrea che fa bene il suo compito\, di uomo permeato dal dolore e colpito da attacchi di panico che lo portano a iniziare un rapporto con una bella dottoressa francese: ma siamo sul piano della “recita”\, più che dell’incarnare davvero un personaggio. Forse l’unico momento forte – e di una retorica che è più di Gramellini e pochissimo di Bellocchio – è quello della lettera in risposta a un lettore\, in cui Massimo finalmente sembra iniziare a sciogliere quel grumo di indicibile. Un momento\, appunto\, in un film che vive di sprazzi un po’ isolati\, senza riuscire a diventare un’opera densa e coerente. E che pure alla fine non dispiace\, nella sua natura “ibrida”\, forse in particolare proprio agli spettatori più distanti da Bellocchio che ai fan che si ritrovano solo in parte. \nAntonio Autieri (http://www.sentieridelcinema.it/fai-bei-sogni/)
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SUMMARY:Sing Street (di J. Carney)
DESCRIPTION:Sing Street \ndi John Carney \nDrammatico\, 106’\, Irlanda 2016.\nCon Lucy Boynton\, Maria Doyle Kennedy\, Aidan Gillen\, Jack Reynor\, Kelly Thornton\, Ferdia Wash-Peelo. \nÈ la storia di Ferro e Cate\, due ragazzi come tanti\, ai giorni nostri. Una gravidanza inattesa e il mondo che inizia ad andare contromano: la famiglia\, la scuola e i fatidici esami di maturità\, gli amici\, il lavoro. Tra tentennamenti e salti nel buio\, prese di responsabilità e bagni di incoscienza\, i due protagonisti attraverseranno i nove mesi più emozionanti e complicati della loro vita\, cercando di non perdere la loro purezza e quello sguardo poetico che li rende così speciali. \n[…] Regista dal pedigree musicale\, Carney l’abbiamo amato nell’opera Once\, apprezzato in Tutto può cambiare ma é con Sing Street a sfiorare il paradiso\, naturalmente nel genere teen-musical-romance-dramedy. Difficile infattia è trovare simili equilibri di levità e profondità nel pur ricco panorama contemporaneo del cinema su/per adolescenti. Rielaborando il proprio know-how sugli ’80 a tutto tondo e la vibrante tradizione anglosassone del romanzo di formazione unita al musical\, Carney riesce nel piccolo grande miracolo di comporre un ensemble divertente ed intelligente\, ricco di trovate musicali-narrative che fanno il verso a band di culto dell’epoca di cui imita sound e look adattati alla freschezza di simpatici e ingenui teenager. Non a caso il gruppo da loro creato si chiama Sing Street\, laddove la strada diventa lo stage primigenio\, la loro palestra umana ed educativa.\n[…] Sing Street scorre nel suo tempo come meglio non potrebbe\, e mostrandoci amori acerbi ma sinceri\, speranze intatte e sogni folli\, naviga sicuro attraverso le turbolente acque dell’adolescenza. Lodevole il cast\, specie il giovanissimo protagonista Ferdia Walsh-Peelo. \nAnna Maria Pasetti – mymovies.it
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SUMMARY:La Ragazza del Treno (di T. Taylor)
DESCRIPTION:La ragazza del treno \ndi Tate Taylor \nThriller\, 112’\, USA 2016.\nCast Emily Blunt\, Haley Bennett\, Rebecca Ferguson\, Justin Theroux\, Luke Evans. \nRachel è una donna in crisi: divorziata\, ancora innamorata del marito nonostante questi abbia una nuova famiglia\, trova rifugio nell’alcol. Durante i suoi viaggi in treno per andare al lavoro osserva una coppia di giovani e comincia a immedesimarsi nella ragazza\, Megan\, bella e piena di vita. Quando scopre che questa ha una relazione con un altro uomo\, rivive il proprio trauma una seconda volta e perde il controllo. Quando si sveglia e scopre che Megan è scomparsa non riesce a ricordare se è stata testimone oppure protagonista della sua sparizione. \nEmily Blunt è la ragione per vedere e apprezzare questo film. Nell’oltremodo impegnativo ruolo di Rachel\, l’attrice estrae dalla propria recitazione tutta l’angoscia e lo stato confusionale in cui versa la protagonista della storia. Nonostante il film fatichi a restituire la profondità dei personaggi\, così come Paula Hawkins li espande nelle pagine dell’omonimo romanzo. la sveltezza è compensata dalla Blunt che magnetizza l’intera attenzione e questo è un bene.\nÈ un bene per chi quel libro l’ha letto e deve digerire un approccio stilistico al racconto diverso\, oltre al determinante cambio di location\, dai sobborghi londinesi alla periferia americana del New England.\nNarrativamente l’indagine che Rachel svolge\, morsa da fantasmi personali e alcolismo\, è narrata con continui salti temporali e cambi di punti di vista. Questa dinamicità aiuta a rendere il film scorrevole e godibile\, anche se non è difficile capire dove vada a celarsi il mistero. La forza risiede anche\, più in generale\, nel carattere femminile della storia che presenta donne distanti tra loro eppure legate da qualcosa che va oltre la semplice esigenza della trama. C’è un messaggio intrinseco che l’autrice rivolge alle sue lettrici\, ricordando loro quanto sia fondamentale la presa di coscienza di essere donna di fronte alle avversità\, soprattutto mascherate da uomo.\n[…] La scelta del regista Tate Taylor volutamente schiva l’impatto grezzo per offrire un prodotto di intrattenimento elegante\, che ambisce a richiamare l’atmosfera di Gone Girl di David Fincher. \nAntonio Bracco – Coming Soon
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SUMMARY:Le Catene della Colpa (di J. Tourneur) - INGRESSO GRATUITO
DESCRIPTION:Le catene della colpa \ndi Jacques Tourner \nUSA\, 1947\, 97’\nSceneggiatura di Daniel Mainwaring\, fotografia di Nicholas Musuraca\, montaggio di Samuel E. Beetley\, scenografia di Albert D’Agostino e Jack Okey e musica di Roy Webb.\nCon Robert Mitchum; Jane Greer\, Kirk Douglas e Rhonda Fleming. \nJeff Bailey vive con la sua fidanzata Ann nella serena cittadina di Bridgeport\, dove gestisce una pompa di benzina. L’arrivo di un uomo di nome Joe rappresenta per lui il riaffiorare del suo torbido passato. Jeff è infatti un ex detective privato di New York\, il cui ultimo incarico è stato quello ricevuto dal gangster Whit Sterling di ritrovare la sua donna…  \nIl film di Tourner\, per la perfetta esaltazione e fusione degli archetipi del genere\, è tra i più alti esempi di noir classico. Il tema del fatalismo e della predestinazione si incarna perfettamente nel personaggio interpretato da Robert Mitchum\, un uomo che non può sottrarsi alla sua trappola e che seguirà il suo destino fino alla fine. La complessità temporale dell’intreccio\, sempre in bilico tra passato e presente\, i luoghi della narrazione – motel\, autostrade\, bar – e l’uso del contrasto luce / ombra\, splendidamente reso dalla fotografia di Nicholas Musuraca\, definiscono le atmosfere ossessivo di questo splendido noir d’autore.\nGabriele Lucci\, Noir – Electa \nTourneur\, il più hollywoodiano dei registi francesi\, mescola gli elementi tipici del genere (fatalismo tragico\, passione morbosa\, una dark lady che più dark non si può) con altri decisamente più personali (predilezione per il lato romantico della vicenda\, riflessione sull’impossibilità di liberarsi del passato\, visione della donna come oggetto del desiderio e soggetto di morte). \nnehovistecose.com
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SUMMARY:Aspettando il Re (di T. Tykwer)
DESCRIPTION:Aspettando il re \ndi Tom Tykwer \nDrammatico\, 98’\, USA\, Germania\, Gran Bretagna\, Francia\, 2016\nCon Tom Hanks\, Tom Skerritt\, Sarita Choudhury\, Tracey Fairaway \nIn una fiorente cittadina dell’Arabia Saudita\, lontano dagli Stati Uniti oppressi dalla recessione\, l’uomo d’affari Alan Clay (Tom Hanks) prova ad evitare la bancarotta\, a pagare le spese del college di sua figlia e a realizzare qualcosa di grande. Senza quasi più nulla da perdere\, Alan affronterà sfide a lui sino a quel momento completamente sconosciute che lo porteranno a rispondere a vecchie domande in modi nuovi e inaspettati. \nTutto ruota intorno a lui\, e pochi altri attori a parte Tom Hanks avrebbero potuto sorreggere l’intero carico di un film nel quale la scrittura risulta più condizionata dal sottotesto che mirata allo sviluppo di un corpo unico ed equilibrato.\nLa lunga attesa per gli incaricati del Re\, per risposte che non arrivano o per una svolta – in negativo o in positivo – che lo liberi dalla responsabilità di agire e scegliere vengono\, come spesso accade nella vita (questo il leit motiv alla base della storia)\, con l’essere vanificate dalla vita stessa. E così gli errori commessi piano lasciano spazio per nuove speranze\, anche vane o mal indirizzate\, ma capaci di dimostrare al nostro Lawrence d’Arabia\, pesce fuor d’acqua completamente a disagio nel deserto\, che un’altra vi(t)a è possibile. \nfilm.it
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SUMMARY:Il Cliente (di A. Farhadi)
DESCRIPTION:Il Cliente \ndi Asghar Farhadi \nDrammatico\, 124’\, Iran-Francia 2016.\nCon Shahab Hosseini\, Taraneh Alidoosti\, Babak Karimi\, Farid Sajadi Hosseini\, Mina Sadati\, Maral BaniAdam. \nEmad e Rana sono due coniugi costretti ad abbandonare il proprio appartamento a causa di un cedimento strutturale dell’edificio. Si trovano così a dover cercare una nuova abitazione e vengono aiutati nella ricerca da un collega della compagnia teatrale in cui i due recitano da protagonisti di “Morte di un commesso viaggiatore” di Arthur Miller. La nuova casa era abitata da una donna di non buona reputazione e un giorno Rana\, essendo sola\, apre la porta (convinta che si tratti del marito) a uno dei clienti della donna il quale la aggredisce. Da quel momento per Emad inizia una ricerca dell’uomo in cui non vuole coinvolgere la polizia. \nAsghar Farhadi torna a Teheran per proporre una vicenda in cui azione teatrale e quotidianità finiscono con il ritrovarsi in una specularità significante. Il regista fa sì che sin dall’inizio questa dimensione venga sottolineata facendo diretto riferimento alla messa in scena. Ci ricorda cioè la nostra posizione di spettatori invitandoci a leggere la duplice finzione (teatrale e cinematografica) e ad individuarne gli scambi. Chi conosce il testo di Arthur Miller sa che seppe descrivere un momento di svolta nella dimensione sociale degli States attraverso le vicende familiari del suo protagonista. È quello che anche Farhadi vuole fare\, individuando in questa fase storica dell’Iran una trasformazione così veloce dal finire con lo schiacciare chi non è pronto per adattarvisi. Questa lettura sociologica viene filtrata attraverso quella che per il regista è la cartina al tornasole delle dinamiche umane: la coppia. […] \nGiancarlo Zappoli – mymovies.it
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SUMMARY:La Bella e la Besta (di B. Condon)
DESCRIPTION:La Bella e la Bestia \ndi Bill Condon \nFantastico – USA\, 2017\, 123 min.\ncon Emma Watson\, Dan Stevens\, Luke Evans\, Kevin Kline\, Josh Gad\, Ewan McGregor.  \nLa celebre fiaba La Bella e la Bestia di Mme. Leprince de Beaumont torna sul grande schermo in una nuova rivisitazione live-action dell’indimenticabile classico d’animazione Disney del 1991 a sua volta figlio del capolavoro di Jean Cocteau (1946). \nVentisei anni dopo il film d’animazione che per primo sfondò la barriera della nomination all’Oscar come Miglior Film\, la Disney torna su quei luoghi incantanti: il villaggio francese di Belle e il castello stregato della Bestia\, dove un orologio\, un candelabro\, una teiera e la sua tazzina\, il piccolo Chicco\, trascorrono l’esistenza prede di un sortilegio\, sperando che non cada anzitempo l’ultimo petalo di una rosa o non torneranno mai più umani.\nIl nuovo La bella e la bestia non reinventa quasi nulla\, e laddove lo fa\, nel prologo settecentesco\, nell’introduzione di un paio di personaggi e di alcuni interpreti di colore\, non opera modifiche particolarmente incisive e sembra piuttosto obbedire a qualche legge morale o hollywoodiana\, che ha poco a che vedere col materiale creativo. Al contrario\, il film di Condon segue piuttosto alla lettera il precedente animato\, riprendendone il copione\, il libretto musicale\, le stesse inquadrature. Si può non comprendere fino in fondo la natura di questa scommessa\, si può ragionevolmente ipotizzare che la logica sia in tutto commerciale\, ma non si può non ammetterne il successo finale. In un momento in cui l’animazione ha preso strade più stratificate e sperimentali\, spronata dalla rivoluzione Pixar\, anche al più moderno dei classici Disney non nuoce una rinfrescatina\, e qui c’è abbastanza entusiasmo per un’intera boccata d’aria fresca. \nMarianna Cappi – mymovies.it
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SUMMARY:Condotta (di E. Daranas)
DESCRIPTION:Condotta – Conducta \ndi Ernesto Daranas \nDrammatico\, durata 108 min. – Cuba 2014\nCon Alina Rodríguez\, Miriel Cejas\, Silvia Aguila\, Yuliet Cruz\, Armando Miguel Gómez.  \nCuba. L’undicenne Chala vive con la madre tossicodipendente che cerca di aiutare economicamente allevando piccioni e addestrando cani da combattimento. La sua resa scolastica non è delle migliori perché non perde occasione per farsi notare e riprendere. L’anziana maestra Carmela sa però come occuparsi di lui ma quando si ammala viene sostituita da una collega molto più giovane che non accetta le intemperanze del ragazzo. Il consiglio di direzione decide di mandarlo a una scuola di condotta\, un istituto di correzione per i ragazzi indisciplinati e con problemi. \nCi sono film che raccontano\, in modo più o meno efficace\, delle storie. Ce ne sono altri\, non molti di questi tempi\, che vanno oltre: mentre narrano le vicende dei loro protagonisti ci dicono dell’evoluzione di un Paese molto di più di quanto si potrebbe far comprendere in un saggio.\nE’ quanto accade in questa opera pluripremiata di Ernesto Daranas che sa portare sullo schermo con accenti di profonda umanità le storie e la Storia. Perché seguiamo i problemi di Chala che non può ‘comportarsi bene’\, considerata la vita che è costretto a vivere al di fuori delle mura scolastiche\, ma conosciamo anche una figura di insegnante difficile da dimenticare come è quella di Carmela\, capace di guardare oltre quelle mura. Ma non ci fermiamo lì perché ci vengono proposti i timori di Yeni\, la più carina e la più brava della classe che ha però un padre che rischia continuamente di essere cacciato da L’Avana e rispedito in campagna. Tutti loro ma anche la nuova insegnante e il comitato di direzione debbono poi vedersela con le regole che vigono a Cuba. Qui il film raggiunge l’ulteriore livello di significazione. Perché parlare esplicitamente di tossicodipendenza (e indirettamente di prostituzione)\, fare riferimenti all’anzianità del gruppo dirigente al potere e far ruotare una parte della vicenda sulla possibilità o meno di appendere su una bacheca dell’aula un santino raffigurante la Vergine Maria è estremamente significativo. Questi segni ci dicono che nella Cuba che si andava avvicinando al disgelo con gli Usa (…) molte cose stavano già cambiando. (…) \nGiancarlo Zappoli – mymovies.it
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SUMMARY:Il Medico di Campagna (di T. Lilt)
DESCRIPTION:Il Medico di Campagna \ndi Thomas Lilti \nCon François Cluzet\, Marianne Denicourt\, Christophe Odent\, Patrick Descamps e Guy Faucher\nCommedia Drammatica\, 102’ Francia 2016 \nTutti gli abitanti di un paesino di campagna possono contare su Jean-Pierre\, il medico che li ascolta\, li cura e li rassicura giorno e notte\, sette giorni su sette. Malato a sua volta\, Jean-Pierre assiste all’arrivo di Nathalie\, che esercita la professione medica da poco tempo e ha lasciato l’ospedale dove lavorava per affiancarlo. Ma riuscirà ad adattarsi a questa nuova vita e a sostituire colui che si ritiene… insostituibile? \nLo prevedono tutti gli adagi dell’autore cinematografico all’esordio: parlare di quello che si conosce. Allora non deve stupire che Thomas Lilti abbia raccontato nel riuscito Hippocrate la storia di un giovane medico alla prima prova in ospedale. Infatti Lilti ha affiancato fin da giovanissimo la passione per il cinema con quella per la medicina. Ora con la sua opera terza\, Il medico di campagna\, sposta la sua attenzione sulla figura del maturo dottore generalista di campagna Jean-Pierre\, sfruttando ancora una volta alcune sue esperienze dirette. Incontri particolari Jean-Pierre ne fa da tanti anni\, lui che vive per il suo lavoro e ha la fiducia cieca dei suoi pazienti. \nIl suo quotidiano cambia quando inizia il trattamento per un tumore al cervello\, obbligandolo a rallentare la sua attività. Il suo oncologo\, gli invia in studio senza preavviso un aiuto\, quello di Nathalie\, mettendo alla prova la sua burbera incapacità di socializzare con i colleghi.\nCarrellata di pazienti\, pregno di umanità\, regala il rapporto poco convenzionale di un uomo solitario e di una donna\, Nathalie\, non più giovanissima\, che vuole ricominciare. Lui la vede come un’intrusa all’inizio\, un problema perché non vuole che si sappia della sua malattia. Troppo forte\, però\, è il suo bisogno di trasmettere la sua sapienza\, l’esperienza dei suoi pazienti\, a cui sente di dovere una sostituta capace. Una coppia molto convincente e dalle dinamiche mai scontate\, in cui Marianne Denicourt\, non è da meno del tenero burbero François Cluzet. \nMauro Donzelli\, comingsoon.it
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SUMMARY:Una Vita (di S. Brizé)
DESCRIPTION:Una vita \ndi Stéphane Brizé \nCon Judith Chemla\, Jean-Pierre Darroussin\, Yolande Moreau\, Swann Arlaud\, Nina Meurisse\, Olivier Perrier.\nDrammatico\, 119’\, Francia-Belgio 2016. \nNormandia\, 1819. Jeanne è una giovane donna che sboccia alla vita. Figlia dei baroni Le Perthuis des Vauds\, si innamora e sposa Julien de Lamare\, un nobile locale decaduto che si rivela presto un adultero incorreggibile. Dopo aver sedotto e ingravidato Rosalie\, la domestica al servizio dei baroni\, Julien chiede perdono a Jeanne e lo ottiene\, rientrando in seno alla famiglia e diventando padre di Paul. Ma all’orizzonte si prepara un’altra tempesta che travolgerà ogni bene\, materiale e affettivo… \nCon Une vie\, adattamento del primo romanzo di Guy de Maupassant\, Stéphane Brizé pone ancora una volta lo sguardo sulla tragedia dell’ordinario. Inquadrati in tempi (storici) diversi\, La legge del mercato abita la Francia contemporanea\, Une vie precipita nella caduta dell’Ancien Régime\, i film di Brizé compongono un dittico ideale sulla violenza sociale ordinaria. Ma se il protagonista dolente di Vincent Lindon protesta e lotta\, l’eroina di Judith Chemla è rassegnata e attraversata dalla malinconia del suo secolo\, un secolo malato marcato da numerose trasformazioni e dalla fragilità dei regimi politici. Incollato ai personaggi\, l’autore francese esalta il valore dei suoi attori di cui sollecita apertamente le emozioni in un flusso continuo di immagini. Ai lunghi piani sequenza che accompagnano il calvario di Lindon\, subentra un formato 4:3 che riduce il mondo fuori e costringe la protagonista fino ad asfissiarla. Luogo di composizione che ingloba il mondo in pochi brani lirico-bucolici\, che aprono sulla campagna e respirano sul mare\, il taglio dell’immagine incide profondamente sull’espressività del soggetto. Per il suo dramma sul matrimonio\, l’aristocrazia\, la psicologia di una donna\, la bellezza dei paesaggi\, il realismo relativistico\, Brizé predilige una proporzione che esaspera i rapporti di forza al centro del film\, saturando il quadro del meglio e del peggio della vita\, dell’amore e del suo disfacimento e mettendo lo spettatore vis-à-vis con i protagonisti\, con la nobiltà o la mediocrità del loro ritratto. \nMarzia Gandolfi – mymovies.it
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SUMMARY:Frank Costello Faccia d'Angelo (di J. Melville) - INGRESSO GRATUITO
DESCRIPTION:Frank Costello faccia d’angelo (Le samouraï) \ndi Jean-Pierre Melville \nCon Alain Delon\, Nathalie Delon\, François Périer\, Cathy Rosier\, Jacques Leroy\, Michel Boisrond.\nNoir\, 95’\, Francia 1967. \nFrank Costello detto il “samurai” è un killer professionista che deve eliminare il proprietario di un night. Riconosciuto dalla pianista del locale\, che però non lo denuncia\, rischia di essere ucciso dai suoi stessi mandanti che si comportano ambiguamente. Intanto la polizia è sulle sue tracce… \nÈ forse il miglior film di Jean-Pierre Melville\, molto stimato in Francia come precursore della Nouvelle Vague\, ispirato evocatore di personaggi e vicende dal cinema americano degli anni trenta e quaranta. Il suo eroe è l’homme tranqué\, il gangster in fuga; cioè l’individuo isolato in un mondo ostile e incomprensibile che finisce puntualmente per sopraffarlo. Frank Costello (Jeff nell’edizione originale) si può considerare un samurai della malavita parigina perché è al di sopra dei suoi colleghi\, inaccessibile e misterioso\, impegnato nella ripetizione di gesti che hanno un carattere pressoché ritualistico; finché\, all’ultimo anello di una catena insensata\, gli resta da compiere solo il gesto estremo del suicidio: la sequenza finale dove il killer mette i guanti bianchi per fingere di compiere un ultimo delitto a rivoltella scarica\, è un vero e proprio harakiri. In una splendida veste fotografica di Henri Decae\, che tratta il colore come fosse bianco e nero\, il film è anche una sommessa elegia di Parigi fra la periferia e i tunnel del métro: non c’è un segno che non sia calibrato né un’immagine fuori posto. Affascinato dai romanzi della Serie nera\, Melville non ignora evidentemente né Bresson né Albert Camus: tanto che\, come parafrasi di Lo straniero\, Frank Costello faccia d’angelo è più attendibile della versione ufficiale di Visconti. Non fosse che per la presenza ambigua e disarmante di Alain Delon\, avaro di parole\, quanto deciso all’azione: nella sua camera squallida\, animata solo dalla presenza di un uccellino in gabbia\, c’è persino il ricordo degli interni desolati di Beckett.  \nTullio Kezich – Panorama\, 1968
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SUMMARY:L'Altro Volto della Speranza (di A. Kaurismäki)
DESCRIPTION:L’altro volto della speranza \nDi Aki Kaurismäki \nCon Sakari Kuosmanen\, Kati Outinen\, Tommi Korpela\, Janne Hyytiäinen\nDrammatico\, 98’ Finladia 2017 \nOrso d’argento per la miglior regia al Festival di Berlino 2017 \nKhaled è un rifugiato siriano che ha raggiunto Helsinki dove ha presentato una domanda di asilo che non ha molte prospettive di ottenimento. Wilkström è un commesso viaggiatore che vende cravatte e camicie da uomo il quale decide di lasciare la moglie e\, vincendo al gioco\, rileva un ristorante in periferia. I due si incontreranno e Khaled riceverà aiuto da Wilkström ricambiando il favore. Nella società che li circonda non mancano però i rappresentanti del razzismo più becero. \nL’altro volto della speranza è l’ultimo film di uno dei registi più generosi e simpatici che si conoscano\, il laconico finlandese Aki Kaurismäki\, che conferma le sue qualità e porta avanti il suo discorso\, basato su una scelta radicale fatta una volta per tutte: stare dalla parte dei marginali\, dei loser\, di coloro che diffidano della società organizzata perché dominata dai potenti e dai loro servitori e nemica dei deboli.La sua scelta è da sempre quella di stare dalla loro parte e di raccontare le loro disgrazie ma anche le loro grazie\, la loro ostinazione nel cercare un mondo più giusto e nel tentare di costruirlo pezzetto per pezzetto\, pervicacemente. In questo percorso essi incontrano spesso i “normali” pur se delusi dal mondo così com’è\, che in molti dei suoi film decidono improvvisamente di cambiare strada…\nLe fatiche dei richiedenti asilo sono raccontate con la partecipazione di un autore che si considera un outsider\, e dunque anche lui in qualche modo straniero\, in quanto estraneo alle regole del gioco stabilite da chi comanda. Kaurismäki racconta con la consueta essenzialità e scansione\, per immagini limpide e prediligendo una recitazione estraniata\, antinaturalistica. Intende stabilire sempre una distanza tra il film e lo spettatore. Non intende commuovere\, ma solo mostrare e dimostrare. Non ama la retorica e i comizi sentimentali della stragrande maggioranza dei registi che si dicono buoni. \nwww.internazionale.it – Goffredo Fofi
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SUMMARY:Arrival (di D. Villeneuve)
DESCRIPTION:Arrival \ndi Denis Villeneuve\ncon Amy Adams\, Jeremy Renner\, Forest Whitaker\, Michael Stuhlbarg\, Tzi Ma\, Mark O’Brien. \nFantascienza – USA\, 2016\, durata 116 minuti \nL’atterraggio di navicelle aliene sulla terra pone un quesito all’umanità intera: guerra o pace? L’esercito chiama in causa un’esperta di linguistica per capire se le intenzioni degli invasori siano pacifiche o meno. \nLouise Banks\, linguista di fama mondiale\, è madre inconsolabile di una figlia morta prematuramente. Ma quello che crede la fine è invece un inizio. L’inizio di una storia straordinaria. Nel mondo galleggiano dodici navi aliene in attesa di contatto. Eccellenza in materia\, Louise è reclutata dall’esercito degli Stati Uniti insieme al fisico teorico Ian Donnelly. La missione è quella di penetrare il monumentale monolite e ‘interrogare’ gli extraterrestri sulle loro intenzioni. Ma l’incarico si rivela molto presto complesso e Louise dovrà trovare un alfabeto comune per costruire un dialogo con l’altro. Il mondo fuori intanto impazzisce e le potenze mondiali dichiarano guerra all’indecifrabile alieno.\nAlla domanda se la Terra è il solo luogo ad ospitare la vita\, il cinema ha risposto sovente grossolanamente. È difficile allontanarsi dai modelli fondatori in materia di esplorazione spaziale\, più arduo eluderne i cliché. Avventurarsi nello spazio\, uscire dai sentieri battuti e scrivere una storia radicalmente nuova è impresa (quasi) impossibile ma perseguita e generatrice di emuli a profusione. Ma la prima volta di Denis Villeneuve in assenza di gravità è di quelle che non si dimenticano. (…)\nSe il tema è dato (e visto)\, Villeneuve aggiunge una dimensione supplementare interrogandosi sulla nostra maniera di comunicare. In attesa di ultimare il sequel di Blade Runner\, debutta nel genere e realizza un dramma fantascientifico intimo che contempla il côté umano\, già al cuore di Gravity e di Interstellar. \nMarzia Gandolfi – mymovies.it
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SUMMARY:Snowden (di O. Stone)
DESCRIPTION:Snowden \ndi Oliver Stone \nCast Joseph Gordon-Levitt\, Shailene Woodley\, Melissa Leo\, Zachary Quinto\, Tom Wilkinson.\nBiografico\, 134 min.\, USA\, Germania 2016. \nNel 2013\, barricato in una stanza d’hotel ad Hong Kong\, il ventinovenne Edward Snowden\, ex tecnico della CIA e consulente informatico della NSA\, ha rivelato al quotidiano inglese The Guardian e alla documentarista Laura Poitras\, l’esistenza di diversi programmi di sorveglianza di massa\, programmi di intelligence secretati\, che garantiscono al governo statunitense un livello di sorveglianza estremamente invasiva e contraria ad ogni diritto alla privacy sul proprio territorio e sul resto del mondo\, fatta passare con l’alibi della sicurezza. \nIl caso Snowden\, con i suoi tratti di abusi e di paranoia\, sembrava fatto apposta per finire in un film di Oliver Stone e per molti versi si trova effettivamente al posto giusto. Poi\, nella parabola di Snowden c’era\, bello e pronto\, il discorso dell’addestramento militare volontario\, che va di pari passo con la domanda sul patriottismo che fa da sfondo a tanti film del regista di JFK (chi è più fedele allo spirito americano: chi contesta o chi obbedisce?). Infine\, il tema della corruzione\, della politica ostaggio del denaro (e dunque dell’industria bellica)\, di un Paese in cui non si cerca la verità ma si tenta di nasconderla. Stone è ossessionato da questo tema\, ma non è meno ossessionato Snowden stesso\, che si arruola per tener fede al motto delle forze speciali “De oppresso liber”\, che fa quel che fa perché ciò che ha visto è contrario ad ogni (suo) principio e vuole interrogare il mondo sull’argomento. Ideologia e azione\, insomma\, sono gli ingredienti di cui sono fatti tanto il caso Snowden che il cinema di Stone ed è questa coincidenza che tiene alto il film. L’interpretazione di Joseph Gordon-Levitt sposta il discorso ideologico dal piano potenziale della politica a quello della scelta individuale\, di coscienza\, proiettando improvvisamente il piccolo mago del computer nella schiera degli uomini che hanno fatto la Storia\, dei singoli che hanno spostato la montagna.  \nMarianna Cappi – mymovies.it
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