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SUMMARY:In Guerra per Amore (di Pif)
DESCRIPTION:In Guerra per Amore \nDi Pif \nCon Pif\, Andrea Di Stefano\, Sergio Vespertino\, Maurizio Bologna\, Miriam Leone\nDrammatico\, 99’\, Italia 2016 \n1943. Mentre il mondo è nel pieno della seconda guerra mondiale\, Arturo vive la sua travagliata storia d’amore con Flora. I due si amano\, ma per poterla sposare\, il nostro protagonista deve ottenere il sì del padre della sua amata che vive in un paesino siciliano. Arturo\, che è un giovane squattrinato\, ha un solo modo per raggiungere l’isola: arruolarsi nell’esercito americano che sta preparando lo sbarco in Sicilia\, l’evento che cambierà per sempre la storia della Sicilia\, dell’Italia e della Mafia. \nSmettetela di chiamare Pif il Forrest Gump italiano. Smettetela di trovare troppe somiglianze fra il ragazzo siciliano arrabbiato e il tipo con la scatola di cioccolatini sulle ginocchia\, perché se entrambi parlano con un accento del sud e guardano al mondo con incanto\, nell’interpretazione delle umane cose da parte del regista de La mafia uccide solo d’estate ci sono una lucidità sconosciuta al ragazzotto dell’Alabama e una precisione e preparazione maniacale che producono stille di verità e si trasformano in un’autenticità inconfutabile e perciò alla fine urticante\, annichilente\, che toglie il respiro come un pugno indirizzato allo stomaco. \nIn guerra per amore sottolinea ancora una volta la passione del regista per “il tempo che fu”\, per un passato che si lascia indagare più facilmente e oggettivamente del presente\, oggetto di tanti instant-movie che per il nostro sono come corpi estranei. Perché diciamocelo: Pif è bravo\, anzi bravissimo\, quando comincia i suoi racconti con un “c’era una volta” ammantato di realismo poetico e li chiude compiutamente con una nota stonata\, un lieto fine in cui il lo zucchero diventa sale\, un po’ come succede nella vita e come succedeva nelle grandi commedie all’italiana. \nE se per Pif la guerra è un grande contenitore di situazioni avvincenti\, per noi\, stavolta\, è l’impercettibile attimo dello “sliding doors”\, del disastro che poteva essere evitato. Il resto è storia\, la Grande Storia\, vista attraverso gli occhi di un artista che piccolo proprio non è. \nCarola Proto\, comingsoon.it
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SUMMARY:Trafficanti (di T. Phillips)
DESCRIPTION:Trafficanti \nDi Todd Phillips \nCon Jonah Hill\, Miles Teller\, Ana de Armas\, Barry Livingston\nCommedia\, 149 min.\, USA 2016 \nDue amici più che ventenni vivono a Miami durante la guerra in Iraq. I due\, sfruttando un’iniziativa poco conosciuta del governo che offre alle piccole imprese contratti di fornitura alle Forze Armate\, iniziano a racimolare ingenti somme di denaro. Vivono sfrenatamente nel lusso fino a quando non stringono un accordo da 300 milioni per armare l’esercito afgano. Accordo che porterà la coppia in contatto con persone ambigue e poco raccomandabili. Tra queste\, anche esponenti del Governo americano. \nSe ricordate Finché c’è guerra c’è speranza\, o Lord of War\, siete sulla buona strada per inquadrare Trafficanti\, che distrattamente potremmo ascrivere al filone della commedia scorretta fine a se stessa\, sulla scia di Una notte da leoni.\nTrafficanti tuttavia è ispirato a una storia vera\, raccontata in un articolo pubblicato su Rolling Stone\, e come tale diventa un piacevole corto circuito tra contenuti tutt’altro che comici e le tipiche caratterizzazioni del regista: Hill ripropone il suo personaggio sopra le righe\, saccente\, erotomane e ambizioso\, mentre Teller funge da debole uomo medio trascinato nel baratro di una vita grottesca.\nLa struttura funziona bene\, pur seguendo pedissequamente ciò che ci si aspetta da questo tipo di racconto\, in termini di tappe all’interno del plot: la “scorrettezza politica” in questo caso è finalizzata a ritrarre un aspetto della realtà che quasi tutti conosciamo (almeno di sfuggita) e che in effetti si tende a gettare sotto il tappeto. Non importa quanto possa sembrare scontato o già raccontato: colpisce sempre\, mentre lo humor\, nemmeno tanto insistito nell’economia globale\, accresce il paradosso con cui si convive quotidianamente. E su tutto aleggia la difficoltà di dare un senso al denaro e al successo: su questo tema\, l’ambiguo finale è un ben accetto scarto sulle soluzioni più facili di questo tipo di storia. \nDomenico Misciagna – comingsoon.it
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SUMMARY:Sicilian Ghost Story (di F. Grassadonia e A. Piazza) - REGISTI IN SALA
DESCRIPTION:Sicilian ghost story \ndi Fabio Grassadonia\, Antonio Piazza \nCon Julia Jedlikowska\, Gaetano Fernandez\, Corinne Musallari\, Andrea Falzone\, Federico Finocchiaro.\nDrammatico\, 120 min.\, Italia 2017.\n\nIn un piccolo paese siciliano ai margini di un bosco\, Giuseppe\, un ragazzino di tredici anni\, scompare. Luna\, una compagna di classe innamorata di lui\, non si rassegna alla sua misteriosa sparizione. Si ribella al clima di omertà e complicità che la circondano e pur di ritrovarlo\, discende nel mondo oscuro che lo ha inghiottito e che ha in un lago una misteriosa via d’accesso. Solo il loro indistruttibile amore le permetterà di tornare indietro. \nAnche nell’opera seconda\, Grassadonia e Piazza continuano a trasfigurare la tragedia senza fine della mafia in una chiave aperta al fantastico\, ma se in Salvo interveniva un miracolo\, qui si guarda piuttosto alla fiaba. Il luogo più ricorrente del film è infatti un bosco\, visto tanto nella realtà quanto nei sogni e dunque a suo modo incantato\, inoltre la casa di Luna ha per cantina una caverna di roccia naturale\, così come è rocciosa la prigione di Giuseppe. Luoghi primordiali cui va aggiunta la cameretta di Luna\, che disegna sui muri come fosse la sua personale grotta di Lascaux. Anche la vita animale ha poi una presenza riccamente simbolica\, a partire dal rapace che spesso appare nella cantina di Luna e dal minaccioso cane nero che sbrano lo zaino di Giuseppe all’inizio del film. Il fatto poi che il giovane faccia equitazione ne fa letteralmente un bel cavaliere\, tanto che lo dice con sarcasmo anche la madre di Luna. Ovviamente infine i mafiosi sono gli orchi\, mentre la madre di Giuseppe ha una presenza quasi spettrale\, ed è a partire da qui che il film si avvicina alla storia di fantasmi del titolo. \nNon ingannino però i giovani protagonisti e gli elementi fiabeschi\, perché non si tratta affatto di un film per ragazzi e il suo cuore è molto più nero di quello di Io non ho paura. Sia perché i personaggi sono meno giovani e vivono il dramma interiore con ben altra complessità\, sia perché nonostante le deviazioni fantastiche la vicenda è comunque crudamente realistica. \nAndrea Fornasiero – mymovies.it
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SUMMARY:Omicidio a Luci Rosse (di B. de Palma) - INGRESSO GRATUITO
DESCRIPTION:Omicidio a luci rosse \ndi Brian De Palma \nSceneggiatura di B. De Palma e Robert J. Avrech\, fotografia di Stephen H. Burum\, montaggio di Jerry Greenberg  e Bill Pankow\, scenografia di Ida Random e musica di Pino Donaggio. \nCon Craig Wasson\, Gregg Henry\, Melanie Griffith e Deborah Shelton.\nUSA\, 1984\, 109’ \nJake è un attore di b-movie affetto da claustrofobia. Dopo aver perso il lavoro incontra Sam che gli offre un alloggio. Una notte\, nell’appartamento\, assiste all’omicidio di una bellissima donna. Tentando di salvarla si ritrova in cima alla lista dei sospetti. \nL’atmosfera creata da De Palma non ha nulla di placido e solare\, ma diventa subito oscura e tenebrosa\, i carrelli che inseguono i personaggi/amanti si fanno sempre più sinuosi\, si arriva ad un livello di erotismo materialistico dell’immagine da far tremare i polsi. \nDe Palma sapeva come attrarre l’occhio verso la turbine dell’inganno\, sapeva giocare con le stimmate del proprio visivo\, si attaccava agli sguardi come un segugio in preda ad allucinazioni vertoviane. \nE’ un autore che dimostrava di aver studiato dai grandi\, di aver appreso l’arte della mistica di un cinema invalicabile\, dopo il quale nulla sarebbe stato più lo stesso\, il noir avrebbe preso la direzione tracciata da De Palma\, molti tentarono di emularlo\, solo Tarantino ne ha capito il vero senso e ha iniziato\, dagli anni ’90 in poi\, un meccanismo di gioco perverso con gli scarti del cinema passato\, vincendo a volte clamorosamente. \nChi non ha mai visto un De Palma e vede oggi un Aronofsky o un Danny Boyle e si emoziona\, ha perso un tassello della Storia. \nDovrebbe tornare indietro e fare mea culpa\, vedere e rivedere Omicidio a luci rosse  con M. Griffith\, puttana da quattro soldi\, trattata come una divinità ancestrale. De Palma aveva già capito che il cinema è nei colori\, negli sguardi attoniti della mdp\, nella colonna sonora che non lascia mai\, che sospende il film e lo porta in un’altra dimensione. \nMichele Centini – cinerunner.com \n  \n“Certo\, può essere di grande effetto drammatico l’happy ending\, soprattutto se fa piangere il pubblico\, se lo emoziona\, se lo porta ad applaudire alla parola fine\, ma credo che bisogna ricercare in maniera diversa \, nuove e insolite vie per suscitare lo stupore del pubblico\, senza farlo crogiolare nelle convenzioni. È importante infatti\, almeno nei miei film\, che il pubblico sappia di andare incontro sempre a esperienze nuove\, sbalorditive\, emozionanti\, che si stupisca di essere arrivato alla parola fine”.
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SUMMARY:Famiglia all'Improvviso (di H. Gélin)
DESCRIPTION:Famiglia all’improvviso \ndi Hugo Gélin \nCon Omar Sy\, Gloria Colston\, Clémence Poésy\, Antoine Bertrand\, Susan Fordham\, Richard Banks\, Anna Cottis\, Attila G. Kerekes\nCommedia\, 115 min.\, Francia 2016 \nSamuel vive la sua vita senza legami o responsabilità in riva al mare nel sud della Francia\, circondato dalla gente che ama e con cui lavora. Tutto fila liscio fino a quando una vecchia fiamma non gli lascia in braccio una bimba di pochi mesi: Gloria\, sua figlia. Incapace di prendersi cura della bambina\, Samuel vorrebbe restituirla alla madre precipitandosi a Londra per rintracciarla\, ma non ha successo. Otto anni dopo\, mentre Samuel e Gloria sono diventati inseparabili\, la madre della piccola torna nelle loro vite per riprendersi la figlia. \nDiretto da Hugo Gélin e sceneggiato con Mathieu Ouillon e Jean-André Yerles\, è l’adattamento francese del messicano Instructions Not Included di Eugenio Derbez. La storia ruota intorno a Samuel\, un giovane uomo che vive la vita senza particolari legami affettivi o responsabilità nel soleggiato sud della Francia\, circondato dalla gente che ama e con cui lavora senza troppo faticare. Un bel giorno\, alla porta di Samuel bussa l’ex fidanzata Kristin che gli lascia tra le braccia il frutto della loro relazione\, Gloria\, una bambina di pochi mesi. Non adatto a prendersi cura della piccola e determinato a restituirla alla madre\, si precipita a Londra ma non riesce nel suo intento. Otto anni dopo\, Samuel e Gloria vivono felici a Londra e sono diventati inseparabili quando all’improvviso Kristin si ripresenta per averla indietro.\nCon la direzione della fotografia di Nicolas Massart\, le scenografie di Emmanuelle Duplay\, i costumi di Isabelle Mathieu e le musiche originali di Rob Simonsen\, Famiglia all’improvviso è una commedia drammatica che mescola umorismo ed emozione nel ripercorrere come Samuel e Gloria\, sebbene siano soltanto in due\, riescano a formare la più formidabile e unita delle famiglie. Superando ostacoli e diffidenze\, Sam\, eterno Peter Pan\, si dimostra capace di crescere la piccola\, che con una maturità che non ci si aspetterebbe da una bambina della sua età è in grado di regolare la vita del genitore fino a quando il destino\, abile manipolatore della storia\, presenta un conto difficile da pagare. \n(http://www.filmtv.it/film/83436/famiglia-all-improvviso/)
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SUMMARY:La Tenerezza (di G. Amelio)
DESCRIPTION:La Tenerezza \nDi Gianni Amelio \nCon Elio Germano\, Giovanna Mezzogiorno\, Micaela Ramazzotti\, Greta Scacchi\, Renato Carpentieri\nDrammatico\, 103 min.\, Italia 2017 \nLorenzo è un anziano avvocato appena sopravvissuto ad un infarto. Vive da solo a Napoli in una bella casa del centro\, da quando la moglie è morta e i due figli adulti\, Elena e Saverio\, si sono allontanati. O è stato lui ad allontanarli? Al suo rientro dall’ospedale\, Lorenzo trova sulle scale davanti alla propria porta Michela\, una giovane donna solare e sorridente che si è chiusa fuori casa\, cui l’avvocato dà il modo di rientrare dal cortile sul retro che i due appartamenti condividono. Quella condivisione degli spazi è destinata a non finire: Michela e la sua famiglia – il marito Fabio\, ingegnere del Nord Italia\, e i figli Bianca e Davide – entreranno nella vita dell’avvocato con una velocità e una pervasività che sorprenderanno lui stesso. Ma un evento ancor più inaspettato rivoluzionerà quella nuova armonia\, creando forse la possibilità per recuperarne una più antica.\nIspirato al romanzo “La tentazione di essere felici” di Lorenzo Maraone\, il film di Gianni Amelio dichiara le sue intenzioni fin dal titolo: perché il regista va a stanare la tenerezza nascosta nelle stanze della casa oscura di Lorenzo (cui la fotografia di Luca Bigazzi regala ombre profonde e fragili chiaroscuri) e nelle pieghe del viso stanco e chiuso di quell’uomo che dichiara di non amare nessuno. \nLa tenerezza è un film peripatetico non solo perché deambula lungo corridoi\, moli\, navate di chiesa e tunnel d’aeroporto come se risalisse altrettanti cordoni ombelicali e si aggira per i vicoli di Napoli con l’irrequietezza sonnambula di Renato Caccioppoli in Morte di un matematico napoletano\, ma soprattutto perché cammina intorno al dolore circoscrivendolo in cerchi sempre più stretti senza avere mai il coraggio di entrarci dentro\, se non in maniera infantile e violenta. \nTutti i personaggi si parlano\, attraverso dialoghi sublimi per delicatezza e intuizione (la sceneggiatura è di Amelio e di Alberto Taraglio)\, senza dire mai fino in fondo ciò che pensano\, eppure ogni loro parola\, ogni loro sguardo lascia intravvedere squarci di dolorosa verità\, e fa trapelare quel desiderio di essere amati che è\, appunto\, voglia di tenerezza. Lorenzo parla solo con suo nipote Francesco perché “ai bambini si può dire tutto”\, eppure a questi adulti da bambini non è mai stato detto nient’altro che ciò che dovevano diventare\, e ciò che non avrebbero mai potuto essere. \nPaola Casella\, mymovies.it
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SUMMARY:La La Land (di D. Chazelle)
DESCRIPTION:La La Land \ndi Damien Chazelle \nCon Ryan Gosling\, Emma Stone\, J.K. Simmons\, Finn Wittrock\, Sonoya Mizuno\, Rosemarie DeWitt\, Josh Pence\, Jason Fuchs\nCommedia\, drammatico\, musicale\, sentimentale\, 128 min.\, USA 2016 \n-FILM D’APERTURA\, IN CONCORSO\, DELLA 73. MOSTRA INTERNAZIONALE D’ARTE CINEMATOGRAFICA DI VENEZIA (2016); COPPA VOLPI PER LA MIGLIORE ATTRICE A EMMA STONE.\n– GOLDEN GLOBES 2017 PER: MIGLIOR FILM COMMEDIA/MUSICAL\, REGISTA\, ATTORE (RYAN GOSLING) E ATTRICE (EMMA STONE) PROTAGONISTI\, SCENEGGIATURA\, COLONNA SONORA E CANZONE ORIGINALE (“CITY OF STARS”).\n– OSCAR 2017 PER: MIGLIOR REGIA\, ATTRICE PROTAGONISTA (EMMA STONE)\, FOTOGRAFIA\, COLONNA SONORA\, SCENOGRAFIA E CANZONE ORIGINALE (“CITY OF STARS”) \nRacconta un’intensa e burrascosa storia d’amore tra un’attrice e un musicista appena trasferiti a Los Angeles in cerca di fortuna. Mia è un’aspirante attrice\, Sebastian è un musicista jazz che sbarca il lunario suonando nei piano bar. Fra loro esplode una travolgente passione nutrita dalla condivisione di aspirazioni\, da sogni intrecciati e da una complicità fatta di incoraggiamento e sostegno reciproco. Ma quando arriveranno i primi successi\, i due dovranno affrontare delle scelte. \nChiariamo fin da subito una cosa: si sapeva che La La Land sarebbe stato un bellissimo film.\nEppure non ci si sarebbe mai aspettato un film di così pregevole fattura\, una produzione capace di ridefinire completamente gli standard del musical\, se non della settima arte tutta\, perché La La Land è il film che riesce a trasmettere la magia del cinema.\nLo spettatore non “entra” mai nel film\, ed a questo il regista tiene un sacco\, ma si sente completamente coinvolto nello scorrere della trama\, sviluppando una strettissima empatia con i personaggi della pellicola. A ciò si aggiunge poi un comparto tecnico d’eccellenza\, perché tutto\, dalla fotografia al suond recording\, agli effetti speciali\, ai movimenti di macchina\, è incredibile. La regia è pulita e sobria\, la fotografia è magistrale ed esce da quel semplice ruolo di “accompagnamento” alla regia\, risultando un’opera creativa e degna di spessore\, specie nella gestione delle luci e dei colori. Anche la gestione del sonoro è praticamente perfetta\, mentre la colonna sonora originale ci catapulta indietro di mezzo secolo e ci fa rivivere i bei tempi andati. Inoltre la narrativa è semplicemente superba: la storia si regge in piedi da sola\, e si dipana con un ritmo assolutamente regolare e privo di cadute; la finezza della sceneggiatura è tale da elidere qualsiasi momento non necessario al film\, rendendo la storia ineccepibile dal punto di vista narratologico\, priva di arzigogoli inutili e perfettamente aderente al resto del film.\nBrian Arnoldi (www.bergamonews.it)
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SUMMARY:Sing Street (di J. Carney)
DESCRIPTION:Sing Street \ndi John Carney \nCon Lucy Boynton\, Maria Doyle Kennedy\, Aidan Gillen\, Jack Reynor\, Kelly Thornton\, Ferdia Wash-Peelo.\nDrammatico\, 106’\, Irlanda 2016. \nÈ la storia di Ferro e Cate\, due ragazzi come tanti\, ai giorni nostri. Una gravidanza inattesa e il mondo che inizia ad andare contromano: la famiglia\, la scuola e i fatidici esami di maturità\, gli amici\, il lavoro. Tra tentennamenti e salti nel buio\, prese di responsabilità e bagni di incoscienza\, i due protagonisti attraverseranno i nove mesi più emozionanti e complicati della loro vita\, cercando di non perdere la loro purezza e quello sguardo poetico che li rende così speciali. \n  \n[…] Regista dal pedigree musicale\, Carney l’abbiamo amato nell’opera Once\, apprezzato in Tutto può cambiare ma é con Sing Street a sfiorare il paradiso\, naturalmente nel genere teen-musical-romance-dramedy. Difficile infatti è trovare simili equilibri di levità e profondità nel pur ricco panorama contemporaneo del cinema su/per adolescenti. Rielaborando il proprio know-how sugli ’80 a tutto tondo e la vibrante tradizione anglosassone del romanzo di formazione unita al musical\, Carney riesce nel piccolo grande miracolo di comporre un ensemble divertente ed intelligente\, ricco di trovate musicali-narrative che fanno il verso a band di culto dell’epoca di cui imita sound e look adattati alla freschezza di simpatici e ingenui teenager. Non a caso il gruppo da loro creato si chiama Sing Street\, laddove la strada diventa lo stage primigenio\, la loro palestra umana ed educativa. \n[…] Sing Street scorre nel suo tempo come meglio non potrebbe\, e mostrandoci amori acerbi ma sinceri\, speranze intatte e sogni folli\, naviga sicuro attraverso le turbolente acque dell’adolescenza. Lodevole il cast\, specie il giovanissimo protagonista Ferdia Walsh-Peelo. \nAnna Maria Pasetti – mymovies.it
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SUMMARY:Captain Fantastic (di M. Ross)
DESCRIPTION:Captain Fantastic \ndi Matt Ross \nCon Viggo Mortensen\, George MacKay\, Samantha Isler\, Annalise Basso\, Nicholas Hamilton.\nDrammatico\, 120 min.\, USA 2016. \n  \nBen vive con la moglie e i sei figli\, isolato dal mondo nelle foreste del Pacifico nord-occidentale. Cerca di crescere i suoi figli nel migliore dei modi\, infondendo in essi una connessione primordiale con la natura. Quando una tragedia colpisce la famiglia\, Ben è costretto suo malgrado a lasciare la vita che si era creato\, per affrontare il mondo reale\, fatto di pericoli ed emozioni che i suoi figli non conoscono. \n  \nChe bello sarebbe per chi il 24 dicembre si affanna a comprare gli ultimi regali poter festeggiare il Noam Chomsky Day invece del Natale. Bene: sappiate che nei boschi dello stato di Washington c’è qualcuno che ha trovato il coraggio di farlo e che non è una versione aggiornata di un hippy peace&love e nemmeno un marxista\, un laico ad ogni costo o un nuovo povero. Certo\, qualcosa del bon sauvage ce l’ha il padre di sei figli Ben Cash\, che si chiama come un supereroe pur essendo lontano dai favolosi protagonisti con mantello dei cinecomic. Perché\, oltre alla cultura di massa\, il vigoroso 50enne di cui parliamo ha rifiutato il junkfood\, l’opulenza\, la scarsa proprietà di linguaggio e la crassa ignoranza. \nChe poi questo personaggio carismatico abbia il volto di Mortensen\, che è artista poliedrico e uomo profondo\, è solo un dettaglio che chiude il cerchio\, che definisce il mood di uno di quei film meravigliosamente indipendenti dai colori e dagli enfant prodige apparentemente alla Wes Anderson\, ma in effetti meno iperrerale\, meno cozy\, e più radicale\, benchè strambo e sbilenco come il furgone su cui la bizzarra famiglia Cash viaggia verso la normalità. \nOggetto curioso nel suo mix di commedia\, dramma e road-movie. La vita nella foresta della famiglia del capitano dalla barba incolta è dura e vera\, visto che è simile a quella che negli ’80 ha condotto Ross in diverse comuni alternative. Soprattutto\, è segnata dal continuo esercizio di una disciplina che dovrebbe essere imposta a chiunque: la cultura. \nCarola Proto – Coming Soon
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SUMMARY:Life\, Animated (di R. R. Williams)
DESCRIPTION:Life animated \nDi Roger Ross Williams \nCon Jonathan Freeman\, Gilbert Gottfried\, Alan Rosenblatt\, Owen Suskind.\nDocumentario\, 91 min. USA 2016 \nAll’età di tre anni\, Owen\, anziché progredire col naturale sviluppo delle abilità motorie e cognitive\, smise di parlare\, se non attraverso un borbottio continuo e incomprensibile\, e si chiuse sempre più in se stesso\, con la sola compagnia dei classici Disney\, fino a rendersi del tutto irraggiungibile dai suoi stessi genitori. La diagnosi di autismo gettò la famiglia nella disperazione\, finché un giorno\, il padre non si accorse che c’era un modo di comunicare col piccolo\, parlando il linguaggio dei personaggi dei film. \nL’autismo al cinema non è un argomento facile da affrontare. Eppure cinema e autismo hanno molto in comune\, costituiscono entrambi un canale particolare e preferenziale di espressione e pertanto l’uno può influenzare l’altro\, contaminarlo e creare qualcosa di unico. In Life\, Animated\, documentario di Ross Williams candidato agli Oscar\, il problema principale del protagonista è proprio la comunicazione; da quando aveva tre anni non è stato più in grado di dire una parola\, nonostante i tentativi da parte dei medici e della famiglia. Cosa gli ha permesso di abbattere il muro dell’isolamento? La pura magia in technicolor chiamata Disney. \nIl re leone\, Il libro della giungla\, La sirenetta rappresentano in fondo visioni semplificate della vita\, situazioni che non serve decodificare e che sono universalmente comprese. Per Owen diviene quindi immediato e naturale parlare prendendo in prestito quelle immagini\, quelle battute che in qualche modo riflettono la vita di ognuno di noi: chi non si è mai sentito come Peter Pan\, che si rifiuta di crescere\, o chi non spera un giorno di trovare il suo principe azzurro? Il documentario\, basato sul best seller del giornalista premio Pulitzer Ron Suskind (padre di Owen)\, ripercorre così in maniera a volte didascalica eppure necessaria\, le diverse fasi della vita del ragazzo\, il suo percorso verso la maturità\, verso una consapevolezza di indipendenza e verso l’accettazione che esiste anche il non happy end. \nMarco Bolsi – sentieriselvaggi.it
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SUMMARY:I Diabolici (di H. G. Clouzot) - INGRESSO GRATUITO
DESCRIPTION:I diabolici \nDi Henri-Georges Clouzot \nSceneggiatura di H.G. Clouzot\, Jérôme Geronimi\, René Masson e Frédéric Grendel\, fotografia di Armand Thirard\, montaggio di Madeleine Gug\, scenografia di Léon Barsacq e musica di Georges Van Parys.\nCon Simone Signoret\, Véra Cluzot\, Paul Meurisse e Charles Vanel.\nFrancia\, 1954\, 116 min.\n\nIl dispotico direttore di un collegio\, Michel Delasalle è sposato con la fragile Christine (Véra Clouzot)\, anch’essa insegnante nella stessa struttura. Christine è a conoscenza che il marito ha un’amante\, la collega Nicole Horner (Simone Signoret). Non passa giorno che entrambe le donne non subiscono vessazioni e insulti da Michel\, stanche di questo comportamento tramano l’omicidio…  \nCome San Paolo sulla via di Damasco\, a circa dieci anni il mio cammino di futuro cinefilo venne irradiato dalla bellezza di un film che ancora oggi rimane uno degli esempi sommi di cinema noir: I diabolici di Henri-Georges Clouzot (1954). Una storia che “prende a schiaffi” lo spettatore e sembra canzonarlo fino alla fine quando egli\, ignaro della vera realtà dei fatti\, viene stravolto da una mitragliata di colpi di scena. Forse l’unico film dove c’è il colpo di scena del colpo di scena.\nAccanto al regista il suo autore della fotografia di fiducia\, l’impareggiabile Armand Thirard. In un primo momento Clouzot scelse di girare il film a colori ma dopo alcune prove rimase profondamente insoddisfatto e ripiegò sul bianco e nero. Mai scelta fu più intelligente: le luci e le ombre si mischiano in una droga di straordinaria efficacia\, iniettando l’orrore nelle vene dello spettatore.\nDamiano Colantonio – www.nocturno.it \nNel jeu de massacre triangolare messo in scena da Clouzot\, i protagonisti sono divorati da sentimenti inconfessabili: avidità\, gelosia e perfidia sono le scintille che infiammano i loro cuori\, precipitandoli nell’abisso della colpa. E tutt’intorno un coro di personaggi minori abbrutiti dal cinismo\, rosi dall’invidia\, consumati dall’opportunismo. Perfino i bambini\, piccoli mostri già esperti nell’arte della prevaricazione\, gracchiano e malignano incessantemente\, ostentando una ricchezza arrogante\, proiezione di futuro potere. Un mondo senza scampo\, nerissimo – cinemaleo.wordpress.com
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SUMMARY:È Solo la Fine del Mondo (di X. Dolan)
DESCRIPTION:È solo la fine del mondo \nDi Xavier Dolan \nCon Gaspard Ulliel\, Marion Cotillard\, Léa Seydoux\, Vincent Cassel\nGran premio speciale della giuria Cannes 2016\, César per la miglior regia e il miglior attore\nDrammatico\, 95’\, Francia 2016 \nLouis torna a trovare la sua famiglia per comunicare una notizia importante. Ad accoglierlo madre e fratelli\, ma anche le dinamiche nevrotiche che lo avevano allontanato dodici anni prima. \nJuste la fin du monde\, probabilmente il capolavoro del drammaturgo Jean-Luc Lagarce \, ripropone il tema del ritorno in famiglia\, già affrontato in alcune opere precedenti.\nDi fronte a un testo così complesso Xavier Dolan ragiona in termini strettamente cinematografici\, conferendogli un carattere che il palcoscenico nega e che porta all’istante la riduzione della pièce lontano da ogni discorso di teatro filmato: stringe sul volto degli attori\, predilige i primi piani alle figure intere o ai piani americani. Fa di È solo la fine del mondo non soltanto un film di performance attoriali enfatizzate (guardare la versione originale è più che necessario)\, ma anche di sguardi (un altro elemento che il teatro proprio non può restituire): sguardi che si soffermano sulle cose e sull’interlocutore\, che accarezzano l’altro a sua insaputa\, che fuggono quello altrui o lo incrociano per un secondo.\nSe il precedente Mommy è stato il suo film più calcolato\, sorta di costruzione in vitro di un “cinema di Dolan per il grande pubblico” (col merito di averne divulgato l’opera)\, È solo la fine del mondo dimostra che il regista non ha nessuna voglia di sedersi\, che non si farà inscatolare (è troppo presto) nello schema che la critica isterica di cui sopra ha tanta voglia di appioppargli ed esplora un sano terreno scivoloso in cui si torna ad azzardare con un adattamento che non esita a volgarizzare la stilizzatissima scrittura lagarciana; \nwww.spietati.it – Luca Pacilio
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SUMMARY:Song to Song (di T. Malick)
DESCRIPTION:Song to song \ndi Terrence Malick \nCon Ryan Gosling\, Rooney Mara\, Michael Fassbender\, Natalie Portman\, Cate Blanchett.\nDrammatico\, 129’\, USA 2017. \nAustin\, Texas. Città di musica\, artisti\, produttori. BV\, musicista e cantautore\, conosce Faye ad una festa nella villa di Cook\, giovane e ricco produttore che gioca con i suoni e con le persone. BV non sa che la ragazza e Cook hanno avuto una relazione\, che non è ancora del tutto conclusa. Durante un viaggio insieme\, cresce l’amore tra BV e Faye\, l’amicizia con Cook\, il ricatto del non detto. Il triangolo si complica\, entra in scena Rhonda\, una cameriera\, e Cook la sposa\, condannandola all’infelicità. \nSong To Song è innegabilmente il film di Malick più intellegibile e lineare da molti anni a questa parte.\nNel suo primo atto\, quello che racconta lo strutturarsi del rapporto a tre tra i personaggi di Ryan Gosling\, Rooney Mara e Michael Fassbender\, che sono figure talmente cariche di simboli da risultare quasi allegoriche\, il film riesce quasi a mostrare una chiarezza narrativa che sembra rimandare alla classicità di strutture archetipiche shakespeariane\, pur rimanendo fedele al suo stile rarefatto\, errabondo e meditativo. Malick non sarebbe Malick\, però\, se si fosse limitato a raccontare\, attraverso questo triangolo\, della sua visione dell’amore.\nAttraverso la storia dei suoi protagonisti il regista ha parlato ancora una volta della vacuità del successo e della fama\, e dei pericoli dell’edonismo e della dissolutezza.\nE il mondo intenso\, ribelle\, selvaggio\, eternamente giovane e rivoluzionario\, ma anche illusorio ed effimero della musica rock era lo sfondo ideale per la messa in scena del dilemma di personaggi che vorrebbero tutto (l’amore\, la libertà\, la sicurezza\, il successo) quando tutto non si può avere.\nMalick trova la soluzione di Song To Song e dei dilemmi morali ed esistenziali degli esseri umani del 3° Millennio nella rinuncia\, nel ridimensionamento. Nella consapevolezza che\, appunto\, tutto non si può avere\, e che a volte è necessario ripartire da zero per ritrovare sé stessi e il proprio cammino: per non perdersi\, per non perdere i propri valori\, per non vendersi e morire.
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SUMMARY:Il Medico di Campagna (di T. Lilti)
DESCRIPTION:Il Medico di Campagna \nDi Thomas Lilti \nCon François Cluzet\, Marianne Denicourt\, Christophe Odent\, Patrick Descamps e Guy Faucher\nCommedia Drammatica\, 102’ Francia 2016 \nDopo il grande successo di Hippocrate\, racconto di formazione in corsia\, Thomas Lilti torna di nuovo a parlare di medicina puntando lo sguardo sulla provincia francese\, trascurata dai servizi pubblici e disorientata dagli effetti della globalizzazione. Ex internista\, l’autore francese prosegue la sua riflessione sul corpo medico passando dalla città alla campagna\, dai medici ospedalieri ai cavalieri solitari delle zone rurali. E solitario è pure il suo protagonista\, medico di campagna infaticabile che lavora sette giorni su sette fino allo sfinimento e fino a quando un cancro non lo obbliga a fermarsi.  \nUna pausa che converte il medico in malato e permette al regista di insistere sul legame che esiste tra medico e paziente\, confrontando due distinti approcci alla medicina: uno tradizionale ed empirico\, l’altro metodico e scientifico.\nLilti sottolinea daccapo l’importanza della parola\, quella officinale che i protagonisti rivolgono a una giovane donna incinta\, a un bambino in ambasce\, a un vecchio uomo moribondo. Ambasciatore\, sullo schermo e negli ambulatori\, di una medicina narrativa che fortifica la pratica clinica e migliora l’efficacia della cura\, l’autore colma le lacune (emozionali) della scienza accomodando al cuore della storia due medici votati al paziente che si spostano\, ascoltano\, auscultano\, confortano\, alleviano\, sostengono\, accompagnano dimostrando una conoscenza intima dei loro assistiti\, forgiata da una relazione di fiducia e prossimità. Confidenti di momenti difficili\, sovente ultima risorsa\, sono la luce nella notte degli afflitti.  \nSecondo film autobiografico per Thomas Lilti\, Il medico di campagna ribadisce il discorso di Hippocrate dentro un quadro più artificioso che\, pur rinnovando l’onestà del suo proposito\, perde lucidità nel passaggio conflittuale tra un vecchio medico gravato e nascosto dietro un eroismo ordinario e una nuova generazione esuberante\, dissimulata dietro l’aura del mistero. Nondimeno\, Lilti\, esigente\, divorante ed essenziale come il suo protagonista\, disegna un ritratto credibile di un generalista à la ronde negli angoli isolati della nazione\, indefesso lungo le strade infangate o dentro il brusio confuso di una sala d’attesa sempre affollatissima.\nIl medico di François Cluzet\, mélange di sollecitudine e autorità che governa parola e stetoscopio\, è il filo rosso del tessuto sociale. E il film\, umanista e solare\, partecipa della relazione ‘terapeutica’ che Jean-Pierre intrattiene con la sua comunità\, vivace e umile galleria di ritratti genuini. Thomas Lilti si conferma in sostanza cronista sensibile del proprio mestiere\, dell’apprendistato e della sua trasmissione. \nMarzia Gandolfi\, mymovies.it
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SUMMARY:Un Padre\, una Figlia (di C. Mungiu)
DESCRIPTION:Un padre\, una figlia \ndi Cristian Mungiu \nCon Adrian Titieni\, Lia Bugnar\, Maria-Victoria Dragus\, Vlad Ivanov\, Malina Manovici\, Petre Ciubotaru\, Rares Andrici.\nFestival Cannes 2016 miglior regia.\nDrammatico\, 128’\, Romania\, Francia\, Belgio 2016.\n\nUn medico ha cresciuto la figlia con l’idea che al compimento del diciottesimo anno di età lascerà la Romania per andare a studiare all’estero. Il suo progetto sta per giungere a compimento\, resta solo da superare l’esame di maturità. Ma il giorno prima degli esami la figlia subisce un’aggressione che mette a rischio la sua partenza. Il padre ora è costretto a prendere una decisione. Ci sono diversi modi per risolvere il problema\, ma nessuno di questi contempla l’applicazione di quei principi che ha insegnato a sua figlia. \nRomeo è un medico che vive in una piccola città della Transilvania. Disilluso da un matrimonio che è un fallimento e da un paese ridotto a brandelli\, l’uomo ripone tutte le speranze in sua figlia che a breve prenderà il diploma e che andrà a continuare gli studi in Inghilterra. Il giorno prima dell’esame\, però\, la ragazza viene aggredita sulla via per la scuola e Romeo inizia a mettere in discussione tutti i principi in cui ha sempre creduto. Non a caso\, il racconto si apre con una sassata che squarcia una finestra dell’abitazione della famiglia di Romeo: un gesto inspiegabile\, seguito nel corso del film da altri piccoli segnali: è in qualche modo la voce della coscienza\, dell’innocenza (?)\, come capiremo verso la fine in quel parco giochi\, dove il figlio di Sandra\, amante del protagonista\, scaglia una pietra verso chi “non voleva rispettare le regole”. \nMungiu si dimostra ancora una volta abile scrittore e formidabile cineasta\, capace di indagare nelle pieghe dell’umanità senza mai venir meno ai principi sacri di una messa in scena radicale e riconoscibile. \nDalla clandestinità di un diritto\, passando per i dolorosi errori commessi in nome della fede\, il regista romeno si sofferma stavolta sull’ipocrisia sistematica di chi\, in nome del risultato\, è pronto a rivedere qualsiasi convinzione. Perché tra solidità morale e compromesso che apre alla corruzione\, Mungiu non smette di anteporre il dubbio: andare via sarebbe di sicuro un bene per sé stessi\, di contro rimanere potrebbe esserlo un domani per le sorti di un intero paese. \nValerio Sammarco (www.cinematografo.it)
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SUMMARY:La Vendetta di un Uomo Tranquillo (di R. Arévalo)
DESCRIPTION:La vendetta di un uomo tranquillo \ndi Raúl Arévalo \nThriller\, 92’\, Spagna 2016.\nCon Antonio de la Torre\, Luis Callejo\, Ruth Díaz\, Alicia Rubio\, Manolo Solo. \nCurro è l’unico di una banda di quattro criminali che viene arrestato per una rapina in una gioielleria. Otto anni più tardi\, la sua fidanzata Ana e il loro figlio sono in attesa che lui esca di prigione. José è un uomo chiuso e solitario\, che non sembra trovare il suo posto nel mondo. Una mattina di inverno si reca nel bar gestito da Ana e da quel giorno la sua vita si intreccia con quella degli altri frequentatori abituali del bar. In particolar modo\, è Ana a vedere nel nuovo arrivato una speranza per la sua penosa esistenza. Scontata la pena\, Curro torna a casa e trova una donna confusa e insicura e dovrà affrontare un uomo che cambierà tutti i suoi piani. \nPer l’attore Raúl Arévalo si tratta dell’esordio alla regia\, ma già a questa prima prova il trentasettenne dimostra di conoscere i mezzi per raccontare una storia e di saperli usare davvero bene. L’encomiabile lavoro di questo film sta nel seminare quelle tre o quattro informazioni\, peraltro a una certa distanza una dall’altra\, lasciandole germogliare lentamente.\nIl film inizia presentando i personaggi senza timore di fermarsi all’essenzialità di quanto è necessario sapere ai fini della storia e\, soprattutto\, è svizzera la precisione con la quale sono collocati successivamente gli snodi narrativi. La storia in sé è talmente asciutta che chiamarli snodi è persino esagerato\, si tratta piuttosto di sussurri all’orecchio che fanno gelare la schiena e prolungano la tensione.\nIl regista conquista l’attenzione del pubblico con parsimonia narrativa\, a contrasto con il grezzo e spontaneo\, quasi impulsivo\, stile di ripresa. I colori sbiaditi settano il mood in cui si percepisce sottopelle qualcosa di corrotto\, la tensione attecchisce allo stomaco e l’asprezza del film si fa sentire con crescita graduale. Un uomo\, una donna\, un altro uomo\, un episodio criminoso\, dolore e un sanguigno desiderio di vendetta. Ci sono una innumerevole quantità di thriller con questi elementi e il film di Raúl Alévaro va a ribadire quanto sia diverso il cinema a seconda di come si racconti una storia\, e quale delicatezza sia necessaria per permettere al pubblico di vivere un’esperienza significativa. \nAntonio Bracco – Coming Soon
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SUMMARY:Dopo l'Amore (di J. LaFosse)
DESCRIPTION:DOPO L’AMORE \nDi Joachim Lafosse \nCon Bérénice Bejo\, Cédric Kahn\, Marthe Keller\, Jade Soentjens\, Margaux Soentjens \nDrammatico\, 100’\, Francia e Belgio 2016 \nPer Marie e Boris è l’ora dei conti. In tutti i sensi. Dopo quindici anni di matrimonio e due bambine\, decidono di mettere fine alla loro relazione\, consumata da incomprensioni e recriminazioni. Marie non sopporta i comportamenti infantili del marito\, Boris non perdona alla moglie di averlo lasciato. In attesa del divorzio e costretti alla coabitazione\, Boris è disoccupato e non può permettersi un altro alloggio\, lei detta le regole\, lui le contraddice. L’irritazione è palpabile\, la sfiducia pure. Arroccati sulle rispettive posizioni sembrano aver dimenticato il loro amore\, il cui frutto è al centro della loro attenzione. Genitori di due gemelle che stemperano con intervalli ludici le tensioni\, Marie e Boris condividono una proprietà su cui non riescono proprio a mettersi d’accordo. A chi appartiene la casa? A Marie che l’ha comprata o a Boris che l’ha rinnovata raddoppiandone il valore? La disputa è incessante\, il dissidio incolmabile. Ma è fuori da quella ‘loro’ casa che Marie e Boris troveranno la risposta. Una possibile. \nInterpretato da Bérénice Béjo e Cédric Kahn\, che superano i confini della rappresentazione\, Dopo l’amore mette in scena con rara proprietà\, eludendo cliché e psicologismi\, i dubbi\, le paure e la vitalità\, malgrado tutto\, di una coppia arrivata a fine corsa. Abile nell’individuare ed emergere i movimenti sottili che corrompono i sentimenti\, l’autore belga chiude i suoi protagonisti in un interno e fa di quel domicilio coniugale qualcosa su cui litigare ma non la ragione del litigio\, che è sempre altrove. La casa è il terreno su cui si cristallizza il loro rancore\, su cui prendono posizione\, ciascuno la sua\, su cui pesano i rispettivi orgogli. Ma quel domicilio è soprattutto il valore aggiunto in termini d’amore che ciascuno apporta in una relazione. Boris reclama per sé la metà di quella casa certo\, ma vuole soprattutto che Marie riconosca che lui è stato lì\, che l’ha abitata\, l’ha ristrutturata e ne ha aumentato il valore. Lui vuole che lei riconosca che è stato presente\, utile\, che ha contribuito con la sua ‘competenza’\, tecnica e umana\, alla costruzione della loro famiglia. \nMarzia Gandolfi\, mymovies.it
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SUMMARY:Pulp Fiction (di Q. Tarantino) - INGRESSO GRATUITO
DESCRIPTION:PULP FICTION \nDi Quentin Tarantino \nSceneggiatura di Roger Avary e Q. Tarantino\, fotografia di Andrzej Sikula; montaggio di Sally Menke; scenografia di Daniel Bradford e Jacked Lisiewicz; musica di Karyn Rachtman e Kathy Nelson. \nCon John Travolta\, Samuel L. Jackson\, Uma Thurman e Harvey Keitel.\nThriller\, 154 min. – USA 1994 \nLe vite di un pugile\, di due gangster\, di un boss e della sua pupa\, di uno spacciatore e di una coppia di rapinatori si sfiorano e collidono in una serie di eventi imprevedibili e paradossali. \nNon ancora 30enne e con alle spalle un solo film\, Quentin Tarantino si guadagna con Pulp Fiction il titolo di genio\, ma divide\, lacera\, fa discutere la critica. Non il pubblico\, che lo premia con incassi strepitosi (120 milioni di dollari solo sul mercato USA per un film che ne era costato 8). Pulp Fiction riprende titolo e atmosfere dalla letteratura bassa dei polizieschi popolari\, i tascabili usa e getta stampati su carta riciclata ma con firme come Raymond Chandler\, Jim Thompson\, Cornell Woolrich. \nSorretto da una sceneggiatura straordinaria per ritmo\, tensione e dilatazione drammatica\, con dialoghi lunghissimi\, divertenti e paradossali sulla globalizzazione dei McDonald’s\, l’erotismo del piercing o l’importanza dei massaggi ai piedi\, Pulp Fiction vive del puro piacere di raccontare. Ma anche di lavorare con attori – complici\, usati fuori dai loro stereotipi. Al di là dell’estetica\, Pulp Fiction è un’opera epocale sul piano del marketing. Perché è stato il primo film marcato Miramax (cioè una produzione indipendente) a diventare un blockbuster\, sulla spinta del trionfo al Festival di Cannes e delle sette nomination all’Oscar. \nI personaggi di Tarantino blaterano senza posa e il loro blaterare genera tensione nell’attesa di un colpo d’azione che rimanda di continuo (dilatando la drammaticità fino ad annullarla) o che arriva quando meno te l’aspetti\, scoppiando con il bagliore di un flash del quale ti sfugge lo shock\, ma ti resta l’emozione. E questo è grande cinema. \nSandro Reozagli – Un secolo di grande cinema. \n“Da dove era emerso Pulp Fiction?” “Dal mio amore per il filone criminale\, i polizieschi\, il noir. Volevo però mostrare la quotidiana banalità della violenza\, che quel filone ignorava. In genere in quei film vedi uno che spara\, quello che muore\, taglio sulla scena seguente. In Pulp Fiction restiamo a vedere come i personaggi reagiscono di fronte alle conseguenze dei loro atti”.
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