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SUMMARY:I Diabolici (di H. G. Clouzot) - INGRESSO GRATUITO
DESCRIPTION:I diabolici \nDi Henri-Georges Clouzot \nSceneggiatura di H.G. Clouzot\, Jérôme Geronimi\, René Masson e Frédéric Grendel\, fotografia di Armand Thirard\, montaggio di Madeleine Gug\, scenografia di Léon Barsacq e musica di Georges Van Parys.\nCon Simone Signoret\, Véra Cluzot\, Paul Meurisse e Charles Vanel.\nFrancia\, 1954\, 116 min.\n\nIl dispotico direttore di un collegio\, Michel Delasalle è sposato con la fragile Christine (Véra Clouzot)\, anch’essa insegnante nella stessa struttura. Christine è a conoscenza che il marito ha un’amante\, la collega Nicole Horner (Simone Signoret). Non passa giorno che entrambe le donne non subiscono vessazioni e insulti da Michel\, stanche di questo comportamento tramano l’omicidio…  \nCome San Paolo sulla via di Damasco\, a circa dieci anni il mio cammino di futuro cinefilo venne irradiato dalla bellezza di un film che ancora oggi rimane uno degli esempi sommi di cinema noir: I diabolici di Henri-Georges Clouzot (1954). Una storia che “prende a schiaffi” lo spettatore e sembra canzonarlo fino alla fine quando egli\, ignaro della vera realtà dei fatti\, viene stravolto da una mitragliata di colpi di scena. Forse l’unico film dove c’è il colpo di scena del colpo di scena.\nAccanto al regista il suo autore della fotografia di fiducia\, l’impareggiabile Armand Thirard. In un primo momento Clouzot scelse di girare il film a colori ma dopo alcune prove rimase profondamente insoddisfatto e ripiegò sul bianco e nero. Mai scelta fu più intelligente: le luci e le ombre si mischiano in una droga di straordinaria efficacia\, iniettando l’orrore nelle vene dello spettatore.\nDamiano Colantonio – www.nocturno.it \nNel jeu de massacre triangolare messo in scena da Clouzot\, i protagonisti sono divorati da sentimenti inconfessabili: avidità\, gelosia e perfidia sono le scintille che infiammano i loro cuori\, precipitandoli nell’abisso della colpa. E tutt’intorno un coro di personaggi minori abbrutiti dal cinismo\, rosi dall’invidia\, consumati dall’opportunismo. Perfino i bambini\, piccoli mostri già esperti nell’arte della prevaricazione\, gracchiano e malignano incessantemente\, ostentando una ricchezza arrogante\, proiezione di futuro potere. Un mondo senza scampo\, nerissimo – cinemaleo.wordpress.com
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SUMMARY:È Solo la Fine del Mondo (di X. Dolan)
DESCRIPTION:È solo la fine del mondo \nDi Xavier Dolan \nCon Gaspard Ulliel\, Marion Cotillard\, Léa Seydoux\, Vincent Cassel\nGran premio speciale della giuria Cannes 2016\, César per la miglior regia e il miglior attore\nDrammatico\, 95’\, Francia 2016 \nLouis torna a trovare la sua famiglia per comunicare una notizia importante. Ad accoglierlo madre e fratelli\, ma anche le dinamiche nevrotiche che lo avevano allontanato dodici anni prima. \nJuste la fin du monde\, probabilmente il capolavoro del drammaturgo Jean-Luc Lagarce \, ripropone il tema del ritorno in famiglia\, già affrontato in alcune opere precedenti.\nDi fronte a un testo così complesso Xavier Dolan ragiona in termini strettamente cinematografici\, conferendogli un carattere che il palcoscenico nega e che porta all’istante la riduzione della pièce lontano da ogni discorso di teatro filmato: stringe sul volto degli attori\, predilige i primi piani alle figure intere o ai piani americani. Fa di È solo la fine del mondo non soltanto un film di performance attoriali enfatizzate (guardare la versione originale è più che necessario)\, ma anche di sguardi (un altro elemento che il teatro proprio non può restituire): sguardi che si soffermano sulle cose e sull’interlocutore\, che accarezzano l’altro a sua insaputa\, che fuggono quello altrui o lo incrociano per un secondo.\nSe il precedente Mommy è stato il suo film più calcolato\, sorta di costruzione in vitro di un “cinema di Dolan per il grande pubblico” (col merito di averne divulgato l’opera)\, È solo la fine del mondo dimostra che il regista non ha nessuna voglia di sedersi\, che non si farà inscatolare (è troppo presto) nello schema che la critica isterica di cui sopra ha tanta voglia di appioppargli ed esplora un sano terreno scivoloso in cui si torna ad azzardare con un adattamento che non esita a volgarizzare la stilizzatissima scrittura lagarciana; \nwww.spietati.it – Luca Pacilio
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SUMMARY:Song to Song (di T. Malick)
DESCRIPTION:Song to song \ndi Terrence Malick \nCon Ryan Gosling\, Rooney Mara\, Michael Fassbender\, Natalie Portman\, Cate Blanchett.\nDrammatico\, 129’\, USA 2017. \nAustin\, Texas. Città di musica\, artisti\, produttori. BV\, musicista e cantautore\, conosce Faye ad una festa nella villa di Cook\, giovane e ricco produttore che gioca con i suoni e con le persone. BV non sa che la ragazza e Cook hanno avuto una relazione\, che non è ancora del tutto conclusa. Durante un viaggio insieme\, cresce l’amore tra BV e Faye\, l’amicizia con Cook\, il ricatto del non detto. Il triangolo si complica\, entra in scena Rhonda\, una cameriera\, e Cook la sposa\, condannandola all’infelicità. \nSong To Song è innegabilmente il film di Malick più intellegibile e lineare da molti anni a questa parte.\nNel suo primo atto\, quello che racconta lo strutturarsi del rapporto a tre tra i personaggi di Ryan Gosling\, Rooney Mara e Michael Fassbender\, che sono figure talmente cariche di simboli da risultare quasi allegoriche\, il film riesce quasi a mostrare una chiarezza narrativa che sembra rimandare alla classicità di strutture archetipiche shakespeariane\, pur rimanendo fedele al suo stile rarefatto\, errabondo e meditativo. Malick non sarebbe Malick\, però\, se si fosse limitato a raccontare\, attraverso questo triangolo\, della sua visione dell’amore.\nAttraverso la storia dei suoi protagonisti il regista ha parlato ancora una volta della vacuità del successo e della fama\, e dei pericoli dell’edonismo e della dissolutezza.\nE il mondo intenso\, ribelle\, selvaggio\, eternamente giovane e rivoluzionario\, ma anche illusorio ed effimero della musica rock era lo sfondo ideale per la messa in scena del dilemma di personaggi che vorrebbero tutto (l’amore\, la libertà\, la sicurezza\, il successo) quando tutto non si può avere.\nMalick trova la soluzione di Song To Song e dei dilemmi morali ed esistenziali degli esseri umani del 3° Millennio nella rinuncia\, nel ridimensionamento. Nella consapevolezza che\, appunto\, tutto non si può avere\, e che a volte è necessario ripartire da zero per ritrovare sé stessi e il proprio cammino: per non perdersi\, per non perdere i propri valori\, per non vendersi e morire.
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SUMMARY:Il Medico di Campagna (di T. Lilti)
DESCRIPTION:Il Medico di Campagna \nDi Thomas Lilti \nCon François Cluzet\, Marianne Denicourt\, Christophe Odent\, Patrick Descamps e Guy Faucher\nCommedia Drammatica\, 102’ Francia 2016 \nDopo il grande successo di Hippocrate\, racconto di formazione in corsia\, Thomas Lilti torna di nuovo a parlare di medicina puntando lo sguardo sulla provincia francese\, trascurata dai servizi pubblici e disorientata dagli effetti della globalizzazione. Ex internista\, l’autore francese prosegue la sua riflessione sul corpo medico passando dalla città alla campagna\, dai medici ospedalieri ai cavalieri solitari delle zone rurali. E solitario è pure il suo protagonista\, medico di campagna infaticabile che lavora sette giorni su sette fino allo sfinimento e fino a quando un cancro non lo obbliga a fermarsi.  \nUna pausa che converte il medico in malato e permette al regista di insistere sul legame che esiste tra medico e paziente\, confrontando due distinti approcci alla medicina: uno tradizionale ed empirico\, l’altro metodico e scientifico.\nLilti sottolinea daccapo l’importanza della parola\, quella officinale che i protagonisti rivolgono a una giovane donna incinta\, a un bambino in ambasce\, a un vecchio uomo moribondo. Ambasciatore\, sullo schermo e negli ambulatori\, di una medicina narrativa che fortifica la pratica clinica e migliora l’efficacia della cura\, l’autore colma le lacune (emozionali) della scienza accomodando al cuore della storia due medici votati al paziente che si spostano\, ascoltano\, auscultano\, confortano\, alleviano\, sostengono\, accompagnano dimostrando una conoscenza intima dei loro assistiti\, forgiata da una relazione di fiducia e prossimità. Confidenti di momenti difficili\, sovente ultima risorsa\, sono la luce nella notte degli afflitti.  \nSecondo film autobiografico per Thomas Lilti\, Il medico di campagna ribadisce il discorso di Hippocrate dentro un quadro più artificioso che\, pur rinnovando l’onestà del suo proposito\, perde lucidità nel passaggio conflittuale tra un vecchio medico gravato e nascosto dietro un eroismo ordinario e una nuova generazione esuberante\, dissimulata dietro l’aura del mistero. Nondimeno\, Lilti\, esigente\, divorante ed essenziale come il suo protagonista\, disegna un ritratto credibile di un generalista à la ronde negli angoli isolati della nazione\, indefesso lungo le strade infangate o dentro il brusio confuso di una sala d’attesa sempre affollatissima.\nIl medico di François Cluzet\, mélange di sollecitudine e autorità che governa parola e stetoscopio\, è il filo rosso del tessuto sociale. E il film\, umanista e solare\, partecipa della relazione ‘terapeutica’ che Jean-Pierre intrattiene con la sua comunità\, vivace e umile galleria di ritratti genuini. Thomas Lilti si conferma in sostanza cronista sensibile del proprio mestiere\, dell’apprendistato e della sua trasmissione. \nMarzia Gandolfi\, mymovies.it
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SUMMARY:Un Padre\, una Figlia (di C. Mungiu)
DESCRIPTION:Un padre\, una figlia \ndi Cristian Mungiu \nCon Adrian Titieni\, Lia Bugnar\, Maria-Victoria Dragus\, Vlad Ivanov\, Malina Manovici\, Petre Ciubotaru\, Rares Andrici.\nFestival Cannes 2016 miglior regia.\nDrammatico\, 128’\, Romania\, Francia\, Belgio 2016.\n\nUn medico ha cresciuto la figlia con l’idea che al compimento del diciottesimo anno di età lascerà la Romania per andare a studiare all’estero. Il suo progetto sta per giungere a compimento\, resta solo da superare l’esame di maturità. Ma il giorno prima degli esami la figlia subisce un’aggressione che mette a rischio la sua partenza. Il padre ora è costretto a prendere una decisione. Ci sono diversi modi per risolvere il problema\, ma nessuno di questi contempla l’applicazione di quei principi che ha insegnato a sua figlia. \nRomeo è un medico che vive in una piccola città della Transilvania. Disilluso da un matrimonio che è un fallimento e da un paese ridotto a brandelli\, l’uomo ripone tutte le speranze in sua figlia che a breve prenderà il diploma e che andrà a continuare gli studi in Inghilterra. Il giorno prima dell’esame\, però\, la ragazza viene aggredita sulla via per la scuola e Romeo inizia a mettere in discussione tutti i principi in cui ha sempre creduto. Non a caso\, il racconto si apre con una sassata che squarcia una finestra dell’abitazione della famiglia di Romeo: un gesto inspiegabile\, seguito nel corso del film da altri piccoli segnali: è in qualche modo la voce della coscienza\, dell’innocenza (?)\, come capiremo verso la fine in quel parco giochi\, dove il figlio di Sandra\, amante del protagonista\, scaglia una pietra verso chi “non voleva rispettare le regole”. \nMungiu si dimostra ancora una volta abile scrittore e formidabile cineasta\, capace di indagare nelle pieghe dell’umanità senza mai venir meno ai principi sacri di una messa in scena radicale e riconoscibile. \nDalla clandestinità di un diritto\, passando per i dolorosi errori commessi in nome della fede\, il regista romeno si sofferma stavolta sull’ipocrisia sistematica di chi\, in nome del risultato\, è pronto a rivedere qualsiasi convinzione. Perché tra solidità morale e compromesso che apre alla corruzione\, Mungiu non smette di anteporre il dubbio: andare via sarebbe di sicuro un bene per sé stessi\, di contro rimanere potrebbe esserlo un domani per le sorti di un intero paese. \nValerio Sammarco (www.cinematografo.it)
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SUMMARY:La Vendetta di un Uomo Tranquillo (di R. Arévalo)
DESCRIPTION:La vendetta di un uomo tranquillo \ndi Raúl Arévalo \nThriller\, 92’\, Spagna 2016.\nCon Antonio de la Torre\, Luis Callejo\, Ruth Díaz\, Alicia Rubio\, Manolo Solo. \nCurro è l’unico di una banda di quattro criminali che viene arrestato per una rapina in una gioielleria. Otto anni più tardi\, la sua fidanzata Ana e il loro figlio sono in attesa che lui esca di prigione. José è un uomo chiuso e solitario\, che non sembra trovare il suo posto nel mondo. Una mattina di inverno si reca nel bar gestito da Ana e da quel giorno la sua vita si intreccia con quella degli altri frequentatori abituali del bar. In particolar modo\, è Ana a vedere nel nuovo arrivato una speranza per la sua penosa esistenza. Scontata la pena\, Curro torna a casa e trova una donna confusa e insicura e dovrà affrontare un uomo che cambierà tutti i suoi piani. \nPer l’attore Raúl Arévalo si tratta dell’esordio alla regia\, ma già a questa prima prova il trentasettenne dimostra di conoscere i mezzi per raccontare una storia e di saperli usare davvero bene. L’encomiabile lavoro di questo film sta nel seminare quelle tre o quattro informazioni\, peraltro a una certa distanza una dall’altra\, lasciandole germogliare lentamente.\nIl film inizia presentando i personaggi senza timore di fermarsi all’essenzialità di quanto è necessario sapere ai fini della storia e\, soprattutto\, è svizzera la precisione con la quale sono collocati successivamente gli snodi narrativi. La storia in sé è talmente asciutta che chiamarli snodi è persino esagerato\, si tratta piuttosto di sussurri all’orecchio che fanno gelare la schiena e prolungano la tensione.\nIl regista conquista l’attenzione del pubblico con parsimonia narrativa\, a contrasto con il grezzo e spontaneo\, quasi impulsivo\, stile di ripresa. I colori sbiaditi settano il mood in cui si percepisce sottopelle qualcosa di corrotto\, la tensione attecchisce allo stomaco e l’asprezza del film si fa sentire con crescita graduale. Un uomo\, una donna\, un altro uomo\, un episodio criminoso\, dolore e un sanguigno desiderio di vendetta. Ci sono una innumerevole quantità di thriller con questi elementi e il film di Raúl Alévaro va a ribadire quanto sia diverso il cinema a seconda di come si racconti una storia\, e quale delicatezza sia necessaria per permettere al pubblico di vivere un’esperienza significativa. \nAntonio Bracco – Coming Soon
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SUMMARY:Dopo l'Amore (di J. LaFosse)
DESCRIPTION:DOPO L’AMORE \nDi Joachim Lafosse \nCon Bérénice Bejo\, Cédric Kahn\, Marthe Keller\, Jade Soentjens\, Margaux Soentjens \nDrammatico\, 100’\, Francia e Belgio 2016 \nPer Marie e Boris è l’ora dei conti. In tutti i sensi. Dopo quindici anni di matrimonio e due bambine\, decidono di mettere fine alla loro relazione\, consumata da incomprensioni e recriminazioni. Marie non sopporta i comportamenti infantili del marito\, Boris non perdona alla moglie di averlo lasciato. In attesa del divorzio e costretti alla coabitazione\, Boris è disoccupato e non può permettersi un altro alloggio\, lei detta le regole\, lui le contraddice. L’irritazione è palpabile\, la sfiducia pure. Arroccati sulle rispettive posizioni sembrano aver dimenticato il loro amore\, il cui frutto è al centro della loro attenzione. Genitori di due gemelle che stemperano con intervalli ludici le tensioni\, Marie e Boris condividono una proprietà su cui non riescono proprio a mettersi d’accordo. A chi appartiene la casa? A Marie che l’ha comprata o a Boris che l’ha rinnovata raddoppiandone il valore? La disputa è incessante\, il dissidio incolmabile. Ma è fuori da quella ‘loro’ casa che Marie e Boris troveranno la risposta. Una possibile. \nInterpretato da Bérénice Béjo e Cédric Kahn\, che superano i confini della rappresentazione\, Dopo l’amore mette in scena con rara proprietà\, eludendo cliché e psicologismi\, i dubbi\, le paure e la vitalità\, malgrado tutto\, di una coppia arrivata a fine corsa. Abile nell’individuare ed emergere i movimenti sottili che corrompono i sentimenti\, l’autore belga chiude i suoi protagonisti in un interno e fa di quel domicilio coniugale qualcosa su cui litigare ma non la ragione del litigio\, che è sempre altrove. La casa è il terreno su cui si cristallizza il loro rancore\, su cui prendono posizione\, ciascuno la sua\, su cui pesano i rispettivi orgogli. Ma quel domicilio è soprattutto il valore aggiunto in termini d’amore che ciascuno apporta in una relazione. Boris reclama per sé la metà di quella casa certo\, ma vuole soprattutto che Marie riconosca che lui è stato lì\, che l’ha abitata\, l’ha ristrutturata e ne ha aumentato il valore. Lui vuole che lei riconosca che è stato presente\, utile\, che ha contribuito con la sua ‘competenza’\, tecnica e umana\, alla costruzione della loro famiglia. \nMarzia Gandolfi\, mymovies.it
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SUMMARY:Pulp Fiction (di Q. Tarantino) - INGRESSO GRATUITO
DESCRIPTION:PULP FICTION \nDi Quentin Tarantino \nSceneggiatura di Roger Avary e Q. Tarantino\, fotografia di Andrzej Sikula; montaggio di Sally Menke; scenografia di Daniel Bradford e Jacked Lisiewicz; musica di Karyn Rachtman e Kathy Nelson. \nCon John Travolta\, Samuel L. Jackson\, Uma Thurman e Harvey Keitel.\nThriller\, 154 min. – USA 1994 \nLe vite di un pugile\, di due gangster\, di un boss e della sua pupa\, di uno spacciatore e di una coppia di rapinatori si sfiorano e collidono in una serie di eventi imprevedibili e paradossali. \nNon ancora 30enne e con alle spalle un solo film\, Quentin Tarantino si guadagna con Pulp Fiction il titolo di genio\, ma divide\, lacera\, fa discutere la critica. Non il pubblico\, che lo premia con incassi strepitosi (120 milioni di dollari solo sul mercato USA per un film che ne era costato 8). Pulp Fiction riprende titolo e atmosfere dalla letteratura bassa dei polizieschi popolari\, i tascabili usa e getta stampati su carta riciclata ma con firme come Raymond Chandler\, Jim Thompson\, Cornell Woolrich. \nSorretto da una sceneggiatura straordinaria per ritmo\, tensione e dilatazione drammatica\, con dialoghi lunghissimi\, divertenti e paradossali sulla globalizzazione dei McDonald’s\, l’erotismo del piercing o l’importanza dei massaggi ai piedi\, Pulp Fiction vive del puro piacere di raccontare. Ma anche di lavorare con attori – complici\, usati fuori dai loro stereotipi. Al di là dell’estetica\, Pulp Fiction è un’opera epocale sul piano del marketing. Perché è stato il primo film marcato Miramax (cioè una produzione indipendente) a diventare un blockbuster\, sulla spinta del trionfo al Festival di Cannes e delle sette nomination all’Oscar. \nI personaggi di Tarantino blaterano senza posa e il loro blaterare genera tensione nell’attesa di un colpo d’azione che rimanda di continuo (dilatando la drammaticità fino ad annullarla) o che arriva quando meno te l’aspetti\, scoppiando con il bagliore di un flash del quale ti sfugge lo shock\, ma ti resta l’emozione. E questo è grande cinema. \nSandro Reozagli – Un secolo di grande cinema. \n“Da dove era emerso Pulp Fiction?” “Dal mio amore per il filone criminale\, i polizieschi\, il noir. Volevo però mostrare la quotidiana banalità della violenza\, che quel filone ignorava. In genere in quei film vedi uno che spara\, quello che muore\, taglio sulla scena seguente. In Pulp Fiction restiamo a vedere come i personaggi reagiscono di fronte alle conseguenze dei loro atti”.
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